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Albanìa

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(Republika e Shqipërisë). Stato della Penisola Balcanica (28.748 km²).Capitale: Tirana. Divisione amministrativa: distretti (36). Popolazione: 3.129.000 ab. (stima 2003). Lingua: albanese. Religione: musulmani 84,4%, ortodossi 8,7%, cattolici 6,2%, altri 0,7%. Unità monetaria: lek (100 qindars). Indice di sviluppo umano: 0,735 (95° posto). Confini: Serbia e Montenegro (N e NE), Macedonia (E), Grecia (S, SE), Mare Adriatico (W). Membro di: Consiglio d'Europa, EBRD, OCI, ONU, OSCE e WTO, associato UE.

Generalità

, L'Albania è solo di poco più grande della Sicilia, ma nonostante ciò la varietà del suo territorio è straordinaria sia dal punto di vista geografico, sia sotto il profilo storico e culturale. Le sue tradizioni sono secolari, la sua bellezza naturale è ancora molto incontaminata. Attraversarla significa incontrare un po' di tutto: paesaggi tipicamente balcanici, colline, laghi, boschi, campagne ricche di ulivi, spiagge sabbiose e vegetazione mediterranea; ma anche centri di grande interesse storico o archeologico, suggestivi bazaar, antiche moschee. Luoghi ovunque spettatori di un vivere umano intenso, seppur segnato dalle ferite procurate dai regimi dittatoriali e dalla povertà. Situata sul versante occidentale della Penisola Balcanica, è bagnata dal basso Adriatico e dal canale d'Otranto. L'entroterra è prevalentemente montuoso, solcato da brevi fiumi a carattere torrentizio. Le pianure, tendenzialmente paludose alle foci fluviali, si trovano lungo la fascia costiera settentrionale e centrale, mentre le coste meridionali sono in gran parte alte e rocciose. Gli attuali abitanti dell'Albania potrebbero discendere dalle prime popolazioni stanziate nella regione, la cui origine è anteriore alle invasioni slave del sec. VI-VII che hanno interessato la maggior parte della Penisola Balcanica; del resto, gli stessi albanesi odierni si considerano i diretti successori degli antichi Illiri, popolazione preromana. In Albania si è mantenuta nel lungo periodo una società agropastorale chiusa alle influenze esterne e dai caratteri patriarcali, che in passato non ha consentito la formazione di una borghesia urbana paragonabile a quella degli altri Paesi europei. Sul piano politico, quattro secoli ca. di dominazione ottomana hanno prodotto una profonda islamizzazione, oggi riscontrabile principalmente nella religione musulmana maggioritaria. Tra gli ultimi Paesi d'Europa nella formazione di una coscienza nazionale in senso moderno tra la popolazione, ha ottenuto l'indipendenza riconosciuta internazionalmente solo nel 1913, l'indomani delle guerre balcaniche. Negli anni successivi, divenendo da Repubblica monarchia sotto l'autoproclamato re Zog I, è entrata nella sfera di influenza italiana fino alla perdita dell'indipendenza in favore dell'Italia nel 1939. Con la fine della seconda guerra mondiale, sotto la spinta del movimento di resistenza antifascista guidato dai comunisti, nel Paese è stata proclamata la Repubblica Popolare con a capo Enver Hoxha, dittatore ispirato al modello staliniano. Tuttavia, a seguito della rottura dei rapporti con l'URSS negli anni Sessanta e con la Cina nei Settanta, il Paese si è come isolato dal resto del mondo inaugurando un periodo di autarchia xenofoba che lo ha portato alla stagnazione economico produttiva e, in concomitanza con la caduta dei regimi comunisti in Europa, al crollo delle istituzioni e a una profonda destrutturazione dell'assetto sociale. Disoccupazione e miseria sulle ceneri del vecchio stato autoritario e burocratico hanno lasciato spazio al rafforzamento della malavita organizzata e a una disordinata migrazione verso il mondo economicamente avanzato; soltanto dopo il 2000 si è cercato di contenere questi esodi di massa mediante accordi tra il governo locale e i Paesi di destinazione tra cui soprattutto l'Italia, investita in pieno da questo fenomeno a causa della vicinanza tra le coste dei due Stati.Dall'inizio del nuovo secolo è in atto un accelerato avvicinamento all'Occidente a cui corrisponde, sul piano interno, un'attenuazione dell'instabilità istituzionale che aveva caratterizzato l'Albania negli anni Novanta. Infatti, si sono avviate trattative per l'ingresso nella NATO e per l'associazione all'UE che potrebbe avere luogo nel 2006, prima tappa per una sua eventuale futura adesione a pieno titolo.

Lo Stato

Repubblica parlamentare, istituita nel 1991 al posto della Repubblica Popolare socialista del 1946. Paese prima di allora tra i più impermeabili ai rapporti con l'Occidente, anche l'Albania ha subito gli esiti del crollo del comunismo europeo. Il Partito Comunista al potere, poi denominatosi socialista, riusciva a vincere le prime elezioni multipartitiche del 1991, ma l'anno successivo doveva cedere alla schiacciante affermazione del Partito Democratico. Nell'estate del 1997, dopo la vittoria alle elezioni politiche, i socialisti tornavano però al potere conquistando sia la guida dell'esecutivo sia la presidenza della Repubblica. Con la nuova Costituzione, approvata tramite referendum popolare nel 1998 che ha sostituito quella del 1991, l'attività legislativa è svolta da un'Assemblea Nazionale unicamerale eletta ogni quattro anni che ha potere di nomina e revoca dell'esecutivo. Il capo dello Stato viene eletto dall'Assemblea Nazionale ogni cinque anni. Il potere esecutivo è esercitato dal Consiglio dei Ministri, presieduto dal premier. Il potere giudiziario, come nella maggior parte delle democrazie occidentali, è indipendente rispetto all'esecutivo. La pena di morte è stata abolita nel 1999. L'estensione territoriale limitata rende l'Albania uno stato fortemente accentrato. La ripartizione interna, che ha valenza solo amministrativa, si compone di 36 distretti, tra i quali solo otto oltre a quello della capitale hanno una popolazione superiore a 100.000 abitanti. Il sistema educativo prevede una scuola primaria obbligatoria e gratuita da 7 a 15 anni di età. Nel campo dell'istruzione il Paese ha realizzato grandi progressi tra il 1945 − quando il tasso di analfabetismo era dell'80% − e il 2005 in cui esso è limitato al 14% ca. e interessa le sole fasce di età superiori ai 50 anni. L'istruzione secondaria si suddivide tra avviamento professionale e vera e propria scuola media superiore. Esiste una sola università, a Tirana, fondata nel 1957.

Territorio: morfologia e idrografia

Il Paese è per gran parte montuoso e occupa l'ampio e complesso versante del sistema dinarico che si affaccia al Mare Adriatico in corrispondenza del canale d'Otranto. Una serie di elevati massicci forma il confine naturale verso E; si tratta in generale di grandi anticlinali calcaree, tra le quali però sono emersi alcuni nuclei cristallini. Da N a S i principali gruppi montuosi sono quelli che costituiscono le cosiddette Alpi Albanesi (massima cima il monte Jezercës, 2694 m) e quelli del Korab (2764 m) e dei Tomorit(2416 m). Tra le montagne si aprono profondi solchi vallivi che tendono alla costa adriatica, ma che hanno un andamento tortuoso in quanto le linee di frattura presentano una direzione contrastante rispetto a quella generale del sistema dinarico, che ha proprio in Albania uno dei suoi nodi orografici. Queste valli si ampliano notevolmente verso la costa, dove hanno dato origine, con i loro riporti alluvionali, a una fascia pianeggiante, un tempo paludosa e malarica, che forma una sezione ben distinta del Paese (Bassa Albania). Le principali vallate, che costituiscono altrettanti assi di popolamento, sono quelle del Drin, che si apre nell'Albania settentrionale sfociando nella piana di Scutari, del Mat e del Semani nella sezione centrale, della Voiussa in quella meridionale. Esse sono percorse dai fiumi omonimi, che rappresentano i maggiori corsi d'acqua albanesi, perenni ma dal regime assai irregolare, con magre estive e piene autunnali e invernali. Il Drin nasce dal lago di Ocrida, che è solo in parte albanese, così come il vicino lago di Prespa e quello di Scutari, tutti di origine tettonica.

Territorio: clima

Tra la fascia costiera e l'interno esistono differenze ambientali notevoli in rapporto soprattutto all'altitudine, che determina rilevanti variazioni nel clima. Questo è tipicamente mediterraneo nella regione costiera e assume via via caratteri più continentali verso le montagne interne, dove le temperature invernali si abbassano sensibilmente, anche per gli influssi delle masse d'aria continentale balcanico-sarmatiche. In rapporto alla configurazione del Paese, le isoterme si dispongono parallele alla costa, dove in luglio e gennaio si hanno medie rispettivamente di 25 ºC e 10 ºC, mentre a Coriza, posta a 900 m ca. d'altitudine, sono di 19 ºC e di –2 ºC. Le isoiete hanno un andamento più complesso: le precipitazioni in generale diminuiscono da N a S e toccano i valori più elevati sulle Alpi Albanesi, dove si registrano annualmente ca. 2200 mm di precipitazioni, in parte nevose; sulla costa cadono non più di 600 mm di piogge, esclusivamente invernali.

Territorio: geografia umana

Il popolamento dell'Albania ebbe inizio in epoche remote e il Neolitico è ben documentato; ma il vero sostrato etnico del Paese è formato dall'elemento illirico, che ha lasciato le sue eredità più peculiari in molti aspetti di vita protrattisi sino a epoche recenti. All'ambiente montano chiuso si devono la conservazione del tribalismo e quello spirito d'indipendenza mantenutosi nonostante le invasioni e le soggezioni culturali che hanno caratterizzato la storia albanese nel corso dei secoli. Fierezza e spirito montanaro furono i tratti distintivi soprattutto dei Gheghi, stanziati nelle montagne dell'Albania settentrionale, mentre l'elemento tosco, nel meridione, fu sempre più aperto agli influssi stranieri. Fino a un recente passato le condizioni di vita degli abitanti erano miserevoli e di ciò risentiva l'incremento demografico rimasto ridottissimo, tanto che alla fine del sec. XIX la popolazione albanese non raggiungeva le 800.000 unità. L'incremento demografico è stato particolarmente elevato dal secondo dopoguerra fino ai primi anni Novanta del Novecento, quale effetto della politica demografica del regime comunista orientato a incrementare la natalità e per via del miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, soprattutto grazie all'eliminazione della malaria. La riduzione del tasso di mortalità insieme alla natalità elevata hanno fatto sì che l'Albania al censimento del 2001 risultasse il Paese più giovane del continente, con il 29% della popolazione al di sotto di 15 anni. In seguito la crescita demografica si è attenuata fino a risultare negativa, a causa sia di un ridimensionamento del tasso di natalità, limitatosi nel 2002 a 2,2 figli per donna, sia delle migrazioni di massa verso l'Occidente economicamente avanzato, specie dopo la grave crisi economica del 1997. La popolazione, fortemente omogenea dal punto di vista etnico, appartiene per il 98% al gruppo schipetaro (albanese), distinguibile su base linguistica secondo la componente che parla dialetto ghego, nel Nord del Paese, e tosco nel Sud. Le minoranze si limitano a quella ellenica in prossimità delle zone di frontiera con la Grecia (1,8%) oltre ad altre meno significative di macedoni, serbi, valacchi, bulgari e rom. A una popolazione complessiva che supera di poco i tre milioni di abitanti, si aggiungono milioni di albanesi che vivono all'estero, comprendenti sia comunità autoctone sia immigrati. Alle prime appartengono gli albanesi che ai tempi dell'istituzione degli Stati balcanici tra gli ultimi decenni del sec. XIX e i primi del XX, si sono trovati al di fuori dei confini politici dell'Albania, condividendo il territorio con popolazioni di altre nazionalità ed etnie. La componente più numerosa di questo gruppo è quella kosovara con quasi due milioni di persone, a cui si aggiungno quelle stanziate nella Serbia propriamente detta, in Montenegro, Macedonia e Grecia. Inoltre, vivono all'estero centinaia di migliaia di albanesi, immigrati soprattutto negli anni Novanta per sfuggire alla miseria causata dal regime comunista e dal caos economico seguito alla sua caduta. Gli stati maggiormente interessati da questo fenomeno sono l'Italia, la Grecia, la Germania e gli USA, mete ambite per la contiguità territoriale o per il miraggio di benessere che paiono offrire. In Italia, inoltre, esistono comunità storiche di origine albanese disperse in alcune isole culturali in Molise, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia, costituite dai discendenti dei profughi che nei sec. XV e XVI non avevano accettato la dominazione ottomana sull'Albania. Essi sono giunti in parte al seguito di Demetrio Reres i cui figli hanno fondato colonie in Sicilia, e di Giorgio Castriota (Scanderbeg) che ottenne feudi in Puglia per l'aiuto dato agli Aragonesi contro gli Angioini. Le comunità albanesi in Italia autodefinitesi con l'appellativo di arbëresh, hanno trapiantato nella penisola la lingua, la religione di rito greco e parte degli usi e dei costumi del Paese d'origine, anche se oggi queste specificità culturali si sono perdute quasi interamente. In controtendenza rispetto al resto dell'Europa per la scelta del regime comunista di frenare l'esodo dalle campagne, l'urbanizzazione è un fenomeno piuttosto recente. Pertanto, ancora nel 2003 la popolazione nelle città, pur salita al 43,8% sul totale, è di gran lunga inferiore alla media europea. Nonostante la tendenza all'urbanizzazione manifestatasi dagli anni Novanta, le città restano di modeste dimensioni tanto che a parte Tirana non ve ne è nessuna con popolazione superiore a 100.000. La rete insediativa è caratterizzata, invece, da piccoli centri sui 10.000 abitanti di origine agricola, mineraria o industriale. La capitale si era sviluppata dagli anni Venti lungo gli assi viari verso Durazzo (principale insediamento costiero, nonché seconda città dello Stato) e Scutari, che restano tra le maggiori vie di comunicazione del Paese. Altre città importanti sono Valona sul litorale meridionale, Scutari ed Elbasan. La rete stradale è piuttosto arretrata rispetto alle esigenze contemporanee, con solo 7020 km di strade asfaltate (2001) su un totale di 18.000. Anche le ferrovie si limitano a 447 km di rotaie (2002), mentre il modesto traffico aereo si avvale soprattutto dello scalo di Durazzo.

Economia

Il regime comunista aveva sottratto il Paese all'estrema arretratezza ereditata dal suo passato feudale, realizzando la riforma agraria con l'abolizione del latifondo e collettivizzando le campagne. Tuttavia, la politica autarchica intrapresa dal governo di allora seguita a fasi di collaborazione prima con la Iugoslavia, poi con l'URSS e infine con la Cina maoista, aveva determinato un grave ritardo tecnologico in tutti i settori. Di conseguenza, crollato il sistema a economia pianificata nei primi anni Novanta e davanti alla necessità di confrontarsi con la concorrenza dei mercati internazionali, è subentrata una pesante crisi che ha comportato il crollo della produzione, l'arrivo della disoccupazione − inesistente in età comunista − e un abbassamento generale del tenore di vita. Entro tale quadro problematico, sono fioriti il contrabbando e altri traffici illegali gestiti dalla criminalità organizzata, che aveva assunto anche il controllo degli aiuti umanitari forniti dai Paesi occidentali, elargiti nel tentativo di frenare l'esodo di massa verso il loro territorio, da parte di persone prive di mezzi di sostentamento. Tuttavia, il processo di liberalizzazione dell'economia è continuato con progetti di privatizzazione delle imprese avviati dal governo dietro indicazione del Fondo Monetario Internazionale. Queste iniziative hanno ottenuto generalmente successo nel caso delle piccole aziende a conduzione artigianale, fallendo invece davanti alla riconversione produttiva degli impianti industriali, obsoleti e dunque inadeguati alle esigenze dei mercati. Di conseguenza, negli anni 1991-92 si è riscontrato un calo del 43% della produzione industriale e del 22% di quella agricola, con conseguente crollo delle esportazioni. Da allora, le riforme economiche causa dei primi risultati utili e i guadagni degli emigrati che hanno compensato in parte il grave deficit sono stati alla base di un quinquennio di ripresa durata fino al 1997. Quell'anno numerose società finanziarie, che avevano raccolto i risparmi di un nuovo ceto medio in fase di formazione, sono fallite facendo volatilizzare i depositi che ammontavano a 1,2 miliardi di dollari, pari al 42% del PIL, e compromettendo la credibilità internazionale dello Stato. Un tale tracollo si era verificato per via delle basi eccessivamente fragili dell'economia, fondata perlopiù sugli introiti delle rimesse estere, sugli aiuti internazionali, sui traffici malavitosi e sulle attività del “sommerso” concretizzate in un'agricoltura orientata all'autoconsumo e in un terziario minuto diffuso nei centri urbani, praticato in genere da venditori ambulanti. La crisi è rientrata solo nel 2003, anno in cui è avvenuta una crescita del 6% del PIL rispetto all'anno precedente. L'economia versa però ancora in condizioni precarie, fondata in gran parte com'è sui guadagni degli emigrati e su attività illegali come lo sfruttamento della prostituzione, la coltivazione e il commercio di sostanze stupefacenti, oltre che sul contrabbando; traffici, questi, che rientrano nella cosiddetta “economia informale”, la cui portata, pur risultando difficilmente quantificabile potendo sfuggire alle statistiche, avrebbe toccato il 50% del PNL. L'Albania resta comunque uno Stato povero rispetto ai parametri europei, con una produzione di reddito pro-capite annuo di 1756 $ USA (2003). Nonostante il settore agricolo assorba il 58% della forza-lavoro, il suo contributo al PIL limitato al 25,4% non assicura nemmeno il sostentamento alimentare alla popolazione. Infatti, dopo la restituzione della terra delle cooperative a chi la lavorava avviata nel 1993, e del più lento processo di privatizzazione delle aziende di stato, la proprietà fondiaria si è frazionata in una miriade di piccolissime imprese a conduzione diretta non concorrenziali sui mercati e costrette a una produzione da autoconsumo. Negli anni Novanta la situazione si è aggravata ulteriormente venendo a mancare il tradizionale mercato iugoslavo che assorbiva parte delle esportazioni agricole albanesi. Di conseguenza, si è rivelato necessario un ammodernamento degli impianti e delle strutture agrarie, in modo da assicurare una produzione in grado di confrontarsi con quella dei mercati esteri. Le colture maggiormente praticate per il consumo interno sono quelle cerealicole del grano, del riso e del mais, mentre quelle dell'olivo, della vite e degli agrumi sono destinate prevalentemente alle esportazioni. Vi è anche una modesta produzione di piante industriali (barbabietola da zucchero, tabacco, cotone), anche se buona parte dei proventi nel settore primario è assicurata dalla coltivazione illegale di marjuana destinata all'estero, gestita dal crimine organizzato. L'allevamento praticato è quello bovino in piccolissime unità produttive, oltre a quello ovino per il quale si utilizzano i pascoli di montagna. La pesca nell'Adriatico e lacustre assicura oltre 3500 t annue di prodotto ittico. Il sottosuolo dispone di grandi quantità di minerali quali il cromo di cui l'Albania è tra i maggiori produttori del mondo, il nichel, il rame, oltre a materie prime per la produzione di energia come petrolio, metano e carbon fossile. Queste risorse, tuttavia, non vengono utilizzate pienamente a causa dell'instabilità economica e finanziaria, che specialmente dopo la crisi del 1997 ha tenuto lontani gli investitori esteri, i soli a disporre delle risorse e della tecnologia nessarie a uno sfruttamento economicamente competitivo. Anche la produzione di energia idroelettrica, potenzialmente abbondante grazie ai numerosi laghi e corsi d'acqua, resta limitata per la carenza di centrali moderne. La produzione industriale aveva avuto un buon avvio nei settori di base tessile e alimentare fino al 1997, beneficiando dell'apporto di capitali forniti dagli investitori stranieri. Tuttavia, la crisi di quell'anno non era stata di natura solo finanziaria, ma aveva determinato anche un calo della produzione stessa, avvenuta per il ritiro degli investimenti dall'estero e per la contrazione degli aiuti da parte del credito internazionale. Alla fine degli anni Novanta, comunque, la produzione è ripresa e con essa le privatizzazioni delle aziende pubbliche di piccole e medie dimensioni, 450 delle quali sono state vendute ad acquirenti sia locali sia esteri. Non ha conosciuto crisi, invece, il settore edile, sviluppatosi in risposta alla domanda crescente di abitazioni urbane; ma questa crescita è avvenuta in modo disordinato e al di fuori da ogni pianificazione urbanistica impostata secondo criteri di razionalità, con conseguente accentuazione del degrado urbano e della carenza di servizi. L'industria oggi partecipa solo con poco più del 19% alla formazione del PIL. L'area di maggiore concentrazione produttiva è la piccola conurbazione comprendente i due poli di Tirana e del suo porto Durazzo. A causa dei gravi limiti strutturali del primario e del secondario, l'Albania odierna risulta un Paese fortemente terziarizzato. Questo settore, tuttavia, non funge da traino al resto dell'economia come in genere nell'Occidente avanzato, quanto piuttosto è costituito da una microimprenditorialità, il più delle volte “sommersa” e dunque in grado di sfuggire alle statistiche, specialmente nei settori del consumo alimentare e dei trasporti, in quanto trascurati dalle grandi reti di distribuzione e dalle maggiori compagnie di trasporto. Il turismo, nonostante la disponibilità di centinaia di chilometri di ottime coste, laghi, di una natura poco contaminata oltre a un eccellente patrimonio storico, artistico e archeologico, non è ancora sviluppato per carenza di infrastrutture ricettive idonee alle esigenze della clientela internazionale. Privatizzazioni, tagli ai servizi e riduzione del pubblico impiego hanno contribuito a contenere il deficit, dando possibilità all'imprenditorialità privata di entrare in settori che negli anni Novanta erano ancora di competenza dello Stato. A questo alleggerimento del terziario pubblico non sono state immuni nemmeno le banche e le finanziarie, eliminate o privatizzate nel caso presentassero un valore di mercato. Nonostante queste trasformazioni radicali, il disavanzo commerciale è ancora imponente data la necessità di importare beni di consumo, alimentari e materie prime per la produzione di energia. Infatti, le esportazioni non compensano queste importazioni, limitate come sono a prodotti di base non energetici come pelletterie e tessuti per l'industria dell'abbigliamento. Il raggio del commercio estero albanese è limitato ai vicini Paesi balcanici, oltre a Italia, Germania e Turchia. .

Storia: dagli Illiri alla fine del dominio ottomano

L'Albania ebbe le sue prime espressioni politiche nei regni degli Illiri e di Epiro, conquistati dai Romani nel sec. II a. C . Verso la metà del sec. III, infatti, un regno illirico creò, potenziando la flotta ed esercitando la pirateria che minacciava gli interessi romani sulla costa, la premessa per lo scontro con Roma, che desiderava esercitare un predominio sull'Adriatico. Nel 229 a. C. scoppiò la prima delle guerre che si conclusero nel 168 a. C. con la conquista di tutto il territorio da parte dei Romani. L'Illirico, con confini assai più estesi dell'attuale Albania, fu dapprima provincia senatoria e poi imperiale. Dopo la divisione dell'Impero, i territori albanesi entrati a far parte delle province della Prevalitana e dell'Epirus nova furono assegnati all'Impero d'Oriente, che ebbe tuttavia, salvo il breve periodo della riconquista di Giustiniano (535), solo un controllo nominale del Paese. L'Albania fu in realtà sotto il controllo dei Serbi, che chiamati da Bisanzio per difendere i confini dell'Impero, stabilirono nel sec. VII numerosi principati autonomi e successivamente dei Bulgari (917-1019), che conquistarono la parte centro-meridionale del Paese. A partire dal sec. XI, intanto, Venezia, Amalfi e i Normanni, intensificati i rapporti con la costa orientale dell'Albania, tentarono di imporre la loro influenza. Nel 1204, dopo la IV Crociata, Venezia riuscì a ottenere formalmente la sovranità su tutta l'Albania, dove in realtà si formarono numerose signorie autonome che, legatesi a Michele Angelo Comneno, respinsero il predominio di Venezia. Dopo una seconda dominazione bulgara (1230) i territori albanesi passarono in parte ai Serbi (dinastie Dušan e Balša) e in parte tornarono agli Angeli, che nel 1259, quando i loro territori passarono come dote di Elena Angelo, figlia del despota d'Epiro, a Manfredi di Svevia, possedevano vaste zone dell'Albania centro-meridionale (questi territori furono poi rivendicati e in parte conquistati dagli Angioini). La disfatta serba di Cossovo (1389) aprì anche l'Albania all'invasione ottomana, ostacolata soltanto dalla presenza di Venezia che aveva conquistato tra la fine del sec. XIII e l'inizio del XIV alcune basi in Albania. Venezia però non avrebbe potuto opporre alcuna resistenza alla penetrazione turca nell'interno del Paese, indebolito dal particolarismo e dalle discordie fra le varie signorie. Giorgio Castriota detto Scanderbeg riuscì a unificare e condurre eroicamente l'insurrezione contro il dominio ottomano e dal 1444, riunite sotto di sé nella Lega dei Popoli Albanesi le forze dei signori locali, combatté quasi incessantemente contro i Turchi fino al 1468. Alla sua morte, tuttavia, il dominio ottomano si estese rapidamente in tutto il Paese. Lasciando il governo a capi locali semiautonomi e diffondendo l'islamismo, i Turchi contribuirono ad accentuare i fattori storici di dissociazione interiore, già peculiari dell'Albania. Con il Congresso di Berlino (1878) i territori albanesi, tolti dai popoli cristiani all'Impero ottomano, furono in gran parte assegnati alla Grecia, alla Serbia e al Montenegro. La Lega di Prizren, prima forma di resistenza nazionale, su cui pesò tuttavia il sospetto di essere ispirata dalla Turchia, tentò di opporsi all'attuazione del trattato. Dopo il 1908 scoppiò contro il regime ottomano dei Giovani Turchi un'insurrezione nazionale; più tardi la I guerra balcanica (1912) offrì ai belligeranti cristiani una nuova occasione per la spartizione dell'Albania, mentre Italia e Austria intervenivano nella situazione tentando di affermare la loro influenza nel Paese.

Storia: dall'indipendenza alla Repubblica Popolare

In quella singolare situazione, un governo provvisorio proclamò a Valona l'indipendenza (28 novembre 1912). Una conferenza internazionale, riunita a Londra nel dicembre 1912, riconobbe, nel luglio 1913, l'indipendenza albanese sotto la protezione delle potenze europee; successivamente fu proclamato il principato affidato a Guglielmo di Wied (aprile 1914). La fragile costruzione di Londra fu distrutta allo scoppio della prima guerra mondiale. Truppe italiane occuparono Valona (dicembre 1914), mentre nel 1915-16 l'Albania fu invasa da austriaci, montenegrini, serbi, greci e francesi. Il Patto di Londra (aprile 1915) prevedeva l'assegnazione all'Italia di Valona e del protettorato su un futuro Stato islamico dell'Albania centrale, mentre si progettava la spartizione del restante territorio albanese tra i Paesi confinanti. Con il Proclama di Argirocastro (1917) l'Italia parve rendersi promotrice di uno Stato nazionale albanese indipendente, mentre nell'immediato dopoguerra oscillò tra il protettorato, l'assoluta indipendenza e la spartizione dell'Albania. Con il Trattato di Tirana (agosto 1920), Roma riconobbe l'indipendenza dell'Albania e ritirò le truppe da Valona, conservando l'isola di Saseno, e il 17 dicembre 1920 la Conferenza degli Ambasciatori a Parigi riconfermò l'indipendenza del Paese. Il primo esperimento di regime liberale nel Paese, ufficialmente eretto a Repubblica, fu tormentato dai particolarismi tribali e cessò con il governo reazionario di Ahmed Zogu che si fece eleggere nel gennaio 1925 presidente della Repubblica (in realtà con poteri dittatoriali) e successivamente, nel 1928, si proclamò re. Dopo un breve periodo filo-iugoslavo, Zogu strinse alleanza con l'Italia nel novembre 1927. Più tardi tentò invano di reagire all'influenza italiana, che divenne estremamente pesante tra il 1934 e il 1936. Subito dopo l'occupazione tedesca della Cecoslovacchia, Mussolini decise l'invasione dell'Albania (aprile 1939); Zogu fu costretto a fuggire e Vittorio Emanuele III fu proclamato re di Albania. Nel 1942 il primo congresso del movimento partigiano affidò la direzione a Enver Hoxha divenuto poi, nel 1944, capo del Fronte di Liberazione Nazionale. Alla fine del 1944 il Fronte acquistò il controllo di tutto il territorio albanese. Il governo provvisorio di Hoxha si insediò a Tirana nel novembre 1944 e l'11 febbraio 1945 fu proclamata la Repubblica Popolare di Albania, strettamente allineata all'Unione Sovietica. Nel 1949, questa aderì al COMECON e nel 1955 al Patto di Varsavia, ma già dalla morte di Stalin i rapporti con l'URSS si erano deteriorati, sino a giungere alla rottura delle relazioni diplomatiche (1961) e al ritiro nel 1968 dal Patto di Varsavia. La crisi dei rapporti tra l'URSS e la Cina offrì all'Albania l'occasione di trovare un nuovo importante sostegno: dal 1961 fin verso il 1977 il Paese fu considerato l'alleato europeo della Cina, fornitrice di assistenza tecnica e di aiuti economici. L'intransigenza ideologica del regime, contrario all'orientamento politico del nuovo corso cinese seguito alla morte di Mao, portò ad allentare e quindi a recidere fin dal 1978 anche tali legami, accentuando l'isolamento internazionale nel decennio successivo: mentre venivano coltivati rapporti con taluni Paesi del Terzo Mondo, si conservarono solo limitati scambi commerciali con l'Occidente. A quegli anni (1976) risale del resto la promulgazione di una nuova Costituzione, che nel sostituire quella del 1946 proclamava l'acquisito carattere socialista della Repubblica albanese, sancendo la definitiva abolizione della proprietà privata, e quello ateo dello Stato, in cui veniva bandita ogni fede religiosa. Una cauta e progressiva ripresa delle relazioni con l'estero, inaugurata dalla riapertura della frontiera con la Grecia (dopo trent'anni, nel 1984), si aveva nella seconda metà degli anni Ottanta in conseguenza della scomparsa di Hoxha (1985) e dell'elezione a capo dello Stato di Ramiz Alia, già alla guida del Presidium dell'Assemblea Popolare. Il perseguimento di una politica più pragmatica portava, oltre che all'attivazione di nuove linee di collegamento internazionali e al consolidamento dell'interscambio, alla ricerca di relazioni formali con taluni Paesi, principalmente balcanici (Bulgaria, Grecia, Turchia), ma anche esterni alla regione (le due Germanie prima dell'unificazione). Miglioravano anche i rapporti con la Federazione Iugoslava di allora, malgrado il permanere nel Kosovo delle tensioni etniche che all'inizio del decennio li avevano turbati. Nonostante la cauta apertura verso i Paesi occidentali, permaneva invece una forte ostilità nei confronti delle potenze che, allora, ancora rappresentavano un riferimento ideologico per il comunismo internazionale: URSS e Cina. Tali scelte derivavano comunque dalla drammatica situazione economica dell'Albania che, solo rompendo l'isolamento in cui era stata spinta dalla rigida applicazione del marxismo-leninismo, poteva sperare di migliorare le condizioni del Paese.

Storia: il crollo del regime comunista e l'apertura al multipartitismo

Gli avvenimenti che si susseguivano incessantemente e che culminavano nella caduta del Muro di Berlino (1989) ben presto avevano un'eco anche in Albania: ostili e refrattari alla ventata riformista che giungeva dall'Est europeo, i dirigenti di Tirana dovevano però fronteggiare un'opposizione che in modo sempre più deciso alzava la sua protesta contro il regime. Una forma di dissenso si esplicitava anche nell'esodo degli albanesi, che fuggivano in massa verso i Paesi occidentali tentando di raggiungere condizioni di vita più dignitose. Nel luglio 1990, alla repressione delle manifestazioni di protesta contro il regime che sconvolgevano l'intera nazione, però, seguivano, significativamente, da parte del governo la concessione del permesso di espatrio, la promessa di talune innovazioni politiche e l'avvio di un ristabilimento delle relazioni diplomatiche con l'URSS. Aperta alla fine dello stesso anno anche la via al multipartitismo, il presidente Alia indiceva per il 31 marzo 1991 libere elezioni, vinte a sorpresa dai comunisti del Partito del Lavoro (PdL), a causa dell'inesperienza delle forze d'opposizione. La crescente tensione sociale induceva però successivamente il PdL, ribattezzato nel giugno 1991 Partito Socialista d'Albania, a formare un governo d'unità nazionale con la partecipazione delle forze d'opposizione. Questa scelta si dimostrava tuttavia inefficace a contrastare l'incombente crisi politica, determinata dalla condanna popolare per il disastro economico di cui si era reso responsabile il gruppo dirigente che aveva governato tanto a lungo il Paese. Le successive elezioni (marzo 1992) facevano, quindi, registrare la netta vittoria del Partito Democratico di Sali Berisha, che subentrava ad Alia, dimissionario, nella presidenza della Repubblica. Nonostante un deciso impegno della comunità internazionale, le condizioni economiche dell'Albania rimanevano tuttavia incerte. Ciò favoriva il reiterarsi di espatri soprattutto verso l'Italia, meta di un'emigrazione clandestina di massa, che contemplava non pochi morti per la precarietà dei mezzi adottati nel tentativo di attraversare l'Adriatico. Intanto il nuovo gruppo dirigente metteva al bando (luglio 1992) ogni forma di organizzazione politica di ideologia totalitaria, tanto di destra quanto di sinistra, mentre alcuni dei personaggi più in vista del vecchio apparato (Alia, Ahmeti, Nano) venivano arrestati e condannati per corruzione. Nelle elezioni politiche del maggio-giugno 1996 il Partito Democratico, al potere, rafforzava la sua presenza in Parlamento, grazie alla mancata partecipazione alla consultazione elettorale dei socialisti e degli altri gruppi d'opposizione. Questi avevano disertato le urne, ritenendo il governo responsabile di intimidazioni e brogli, accuse in qualche modo avallate anche dagli osservatori dell'OSCE, presenti nel Paese. Dopo pochi mesi, tuttavia, nelle successive elezioni amministrative, il Partito Democratico ripeteva il successo delle legislative, ottenendo il 62% dei suffragi, consenso a cui, però, ben presto si contrapponeva una forte inquietudine sociale per la fragilità del sistema economico-finanziario. Il fallimento, infatti, di molte società che avevano rastrellato il 90% del risparmio degli albanesi, a partire dal gennaio 1997, provocava veri e propri tumulti con assalti alle banche e agli stessi uomini del governo, accusati di aver favorito tali aziende nella loro speculazione. A seguito di ciò il Paese si spaccava in due: il Sud, di fatto in mano a bande di ribelli, diventava incontrollabile. Ripreso l'esodo degli albanesi verso l'Italia, per fermarlo veniva organizzata una nuova missione internazionale di aiuti e veniva richiesto al governo di indire nuove consultazioni elettorali. Tra la fine di giugno e l'inizio di luglio, si svolgevano le elezioni legislative, abbinate a un referendum istituzionale (bocciato non senza contestazioni) per la restaurazione della monarchia. Queste si concludevano, tra incidenti e accuse di brogli, con la netta vittoria dei socialisti, che ottenevano ca. i due terzi dei seggi in Parlamento. La sconfitta dei democratici provocava, quindi, le dimissioni di Berisha dalla carica di presidente, a cui succedeva Rexhep Mejdani, segretario del Partito socialista. Dimessosi da capo del governo Bashkim Fino, Mejdani nominava il leader socialista Fatos Nano che, tuttavia, nel settembre 1998, accusato di essere il mandante dell'omicidio di Azum Hajdari, braccio destro dell'ex presidente Berisha, si dimetteva. Le redini del governo albanese passavano nelle mani del socialista Pandeli Majko. Nell'ottobre del 1998 veniva approvata una nuova Costituzione, che andava a sostituire quella emanata nel 1991. La presenza di una forza multinazionale di protezione e il nuovo governo socialista sembravano finalmente favorire il processo di pacificazione interna e ricreare, con l'aiuto di imprese e governi stranieri, le condizioni adatte per la ripresa economica. Gli eventi bellici nel vicino Kosovo, però, condizionavano nuovamente la vita politica ed economica dell'Albania, costretta ad accogliere migliaia di profughi kosovari di etnia albanese, e provocavano scontri armati con le milizie iugoslave sul confine. Nel frattempo, nell'ottobre 1999, il primo ministro Majko, sconfitto dall'ex premier Nano nella corsa alla presidenza del Partito socialista, rassegnava le dimissioni e la guida dell'esecutivo veniva assunta dal vice primo ministro Ilir Meta. Nello stesso anno, per ottemperare alla richiesta del Consiglio d'Europa, la Corte Costituzionale albanese aboliva la pena di morte. Concentrati, quindi, durante gli anni di governo tutti gli sforzi nella realizzazione di infrastrutture, in particolare nei settori dell'energia e dei trasporti, e nel rafforzamento dei rapporti politici ed economici con i Paesi dell'Unione Europea e della NATO, i socialisti di Meta nel 2001 vedevano ancora una volta, con le elezioni legislative, confermata la maggioranza in Parlamento. Alla fine del gennaio 2002, però, era Meta a dimettersi e, al suo posto, agli inizi di febbraio, veniva designato nuovamente Majko. Nel giugno dello stesso anno, in seguito a un accordo fra il Partito socialista e l'opposizione, il generale Alfred Moisiu veniva eletto capo dello Stato, succedendo quindi a Mejdani. Il mese seguente, in base a una decisione presa dal direttivo socialista, che imponeva al capo del partito di assumersi la responsabilità di guidare il governo del Paese, Fatos Nano, già primo ministro nel 1998, diveniva il nuovo premier, sostituendo Majko. Il biennio successivo era caratterizzato da una fase di stabilità, che favoriva il processo di modernizzazione dell'amministrazione pubblica e dei servizi di base. Nel 2003 gli USA firmavano un accordo politico-militare, la "Carta Adriatica", con Albania, Croazia e Macedonia che preludeva all'entrata di questi Paesi nella NATO. Da quell'anno, infatti, è parso venire meno il lungo periodo di instabilità successivo all'uscita dal regime totalitario e dall'economia pianificata, la cui conclusione ha sancito il definitivo ingresso dell'Albania in Occidente. Nel biennio 2003-2004 sotto il premierato di Nano, il governo ha offerto piena collaborazione all'UE per contrastare la criminalità organizzata e promuovere un adeguamento delle strutture politiche ed economiche che fosse gradito ai Paesi occidentali. Entro tale nuova cornice di relazioni internazionali, il governo ha fissato con l'Italia intese economiche finalizzate pure a contrastare l'immigrazione clandestina. È avvenuto anche un ulteriore avvicinamento agli USA, concretizzatosi con accordi circa l'immunità riservata agli statunitensi in territorio albanese e con l'invio di un piccolo contingente militare per la guerra in Iraq. Le elezioni legislative del luglio 2005 venivano vinte dal Partito Democratico dell'ex presidente Sali Berisha.

Cultura: generalità

Le vicende culturali dell'Albania presentano tratti comuni a molti Paesi dell'area balcanica passati da secoli di dominazione ottomana a un breve periodo di indipendenza, al quale hanno poi fatto seguito decenni di isolamento nel blocco socialista. Nel corso della dominazione ottomana, la cultura albanese aveva una diffusione pressoché esclusivamente orale, ed era tematicamente legata alle tradizioni pastorali e agricole della regione; nei primi decenni del Novecento nasceva invece una letteratura indipendente più affine sia per strategie formali sia per interessi alla cultura europea. Nei lunghi anni del regime, la cultura albanese, contraddicendo alla propria vocazione storica e geografica di Paese aperto ai traffici con il Mediterraneo, si era rifugiata nella celebrazione delle glorie del regime socialista, intrattenendo rapporti solo con altri Paesi del blocco orientale, in particolare con la Cina di Mao. A pochi intellettuali stranieri era concesso di poter visitare l'Albania, e a pochissimi privilegiati albanesi era concesso di recarsi all'estero. Lo stato di segregazione, non solo mentale, nel quale si trovavano alcuni dei più noti poeti e scrittori dissidenti e la piatta elaborazione della cultura ufficiale dei canoni del realismo socialista avevano trasformato il panorama culturale albanese in un orizzonte di scarso interesse internazionale. Dopo la drammatica fine del regime, la situazione caotica dei primi anni e l'estrema povertà del nuovo Stato non hanno favorito la ripresa di un'attività intellettuale organizzata; in particolare hanno sofferto la cultura teatrale e quella musicale, ambedue penalizzate dalla carenza di finanziamenti e strutture. Molti degli intellettuali attualmente più significativi della cultura albanese appartengono alla diaspora del Paese, e sono da tempo emigrati in altre nazioni balcaniche o europee. Sede universitaria in Albania è la capitale: l'università di Tirana, fondata nel 1957, è stata al centro delle proteste che hanno portato alla caduta del regime stalinista. Nella città è presente anche un Politecnico. Tirana è senza dubbio il centro culturale più attivo, e negli ultimi anni ha dato vita ad alcune iniziative di ampio respiro che attraggono nella capitale artisti europei e non solo: il Tirana Film Festival, specializzato in cortometraggi e documentari, e una rassegna internazionale di arte contemporanea, TiranaBiennale3, che promuove l'incontro tra i principali artisti albanesi e il grande circuito dell'arte internazionale, ospitando in più sedi della capitale installazioni e opere appositamente commissionate. L'UNESCO ha iscritto tra i siti protetti perché Patrimonio dell'Umanità due località dell'Albania: le fortificazioni di Argirocastro, una città ottomana nel Sud del Paese, edificata a partire dal sec. XIII (iscritta nel 2005), e le rovine dell'antica Butrinto, una colonia greca e poi romana che conobbe grande prosperità nel corso dell'epoca bizantina (iscritta nel 1992).

Cultura: letteratura

La letteratura albanese ha registrato un particolare impulso con l'indipendenza del Paese (1913). La dominazione ottomana che per quattro secoli ha impedito uno sviluppo culturale autonomo ha condizionato fortemente il ritmo produttivo letterario. La letteratura albanese ha una solida base in quella popolare, trasmessa oralmente per secoli, e comprendente leggende medievali, canti lirici, rapsodie, canti epici. Emergono il ciclo fiorito intorno a Gjeto Basho Mujo e Gjergj Alez Ali, custodi delle frontiere albanesi, e il ciclo di Scanderbeg, quest'ultimo quasi esclusivo patrimonio degli albanesi d'Italia. Le origini di una letteratura dotta, risalenti al sec. XV, affondano invece le radici nella cultura religiosa, affermatasi soprattutto dopo il Concilio di Trento. La prima opera di ampio respiro è il Messale (1555) di Gjon Buzuku, traduzione dal latino di testi di argomento religioso, che rimane l'opera fondamentale per gli studi linguistici albanesi. Dello stesso ambiente culturale postridentino sono le opere di due prelati cattolici: Pjetër Budi(1566-1622), che accanto a traduzioni ci offre interessanti innografie di argomento religioso, e Pjetër Bogdani (1625-1689) che compone il Cuneus Prophetarum (1685), un ricco esempio di prosa d'arte. Anche la lessicografia sorge in ambiente ecclesiastico: Frang Bardhi (1606-1643), vescovo della Zadrima, compila il Dictionarium latino-epiroticum (1635), il primo vocabolario albanese. Nel sec. XVIII la letteratura si propone fini artistici: tra gli albanesi d'Italia, si distingue Giulio Variboba (1724-1788) che compone un poemetto, La vita di S. Maria Vergine (1762), ricco di splendide immagini liriche; nello stesso periodo si affermano in Albania i bejtexhinj, verseggiatori turcheggianti che si ispirano a temi tradizionali della poesia orientale. Ma una vera fioritura della letteratura albanese si ha nel sec. XIX, dominato dal romanticismo e dal Risorgimento nazionale (Rilindja). Questa letteratura sorge tra gli albanesi d'Italia e trova il primo esponente in Girolamo De Rada (1814-1903), ritenuto unanimemente uno dei massimi scrittori albanesi, cui si affiancano Naim Frashëri (1846-1900) e Gjergj Fishta (1871-1940). De Rada, la cui poetica affonda le radici nelle rapsodie popolari, raggiunge l'espressione lirica più elevata con I canti di Milosao (1836); la sua produzione letteraria, proseguita con I canti di Serafina Thopia (1839) e Skanderbeg disavventurato (1872-74), riproponendo personaggi e ambienti dell'Albania del sec. XV, rappresenta un forte appello al risveglio culturale e politico della patria degli avi. Naim Frashëri si pone come la figura più rappresentativa della Rilindja. Le sue opere, Pastorizia e agricoltura (1886), I fiori dell'estate (1890) e La storia di Scanderbeg (1898), che rivelano acuta sensibilità e ricca ispirazione, offrono un vasto quadro di elementi culturali orientali e occidentali; come De Rada non tradisce la sua estrazione dal mondo culturale bizantino, Frashëri manifesta chiari connotati della setta musulmana dei Bektashi. L'attività letteraria albanese in Italia continua con Francesco Antonio Santori (1819-1894), di Santa Caterina Albanese (Cosenza), che si distingue per la vasta produzione in più generi: lirica (Il canzoniere albanese), romanzo (Sofia Cominiate), dramma (Emira); con Gabriele Dara (1826-1885), di Palazzo Adriano (Palermo), autore di un prezioso poemetto romantico ispirato all'epoca di Scanderbeg (Il canto ultimo di Bala, post., 1900); e con Giuseppe Serembe (1843-1901), di San Cosmo Albanese (Cosenza), che nei suoi Canti (post., 1926) raggiunge elevate espressioni liriche di intonazione romantica. In Albania, a cavallo del Novecento, in coincidenza con l'indipendenza nazionale, l'attività letteraria si intensifica. Prima la poesia di Cajupi (1866-1930) di ispirazione etnica e folclorica (Padre Tomor, 1902) con note di vivo realismo, poi la poesia nostalgica di Asdreni (1872-1947), che riflette le aspirazioni del presente (Raggi di sole, 1904, e Sogni e lacrime, 1927) e l'inclinazione dell'autore all'analisi introspettiva (I salmi del monaco, 1930), rivelano lo spessore dell'attività culturale e i sintomi concreti della ricomposizione del tessuto nazionale. Le due scuole scutarine, l'una francescana, che ha avuto come massimo esponente il poeta epico Gjergi Fishta, e l'altra gesuita, impersonata dal poeta classicista Ndre Mjedja (1866-1937), rappresentano due momenti importanti di formazione e di creazione artistica di alto livello. Il liuto della montagna di Fishta, l'epopea epica nazionale, è apprezzato per la fedeltà al patrimonio culturale popolare, per la ricchezza linguistica e per il particolare afflato, mentre le liriche (Juvenilia, 1917) e i poemi (Lissus,1928, e Scodra, post., 1939) di Mjedja sono un esempio di equilibrata fusione di elementi autoctoni albanesi con altri dettati dalla cultura classica. L'attività di filologo e di traduttore, inaugurata da Konstantin Kristoforidhi (1830-1895) è approdata, attraverso i contributi forniti agli studi linguistici da Luigj Gurakuqi (1879-1925), all'opera di Fan S. Noli (1882-1965), distintosi tra l'altro per le apprezzate traduzioni di testi liturgici bizantini. Fra gli albanesi d'Italia, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, si è affermata l'attività letteraria di Giuseppe Schirò (1865-1927), di Piana degli Albanesi (Palermo). Seguendo la poetica già provata da De Rada che muoveva dalla letteratura orale, egli ha composto una lirica forbita ed elegante, Mili e Hajdhia (1891), in una lingua pura ed emblematica per la fusione in una koinè di più elementi dialettali. Gli anni Trenta sono stati segnati nella poesia da due figure di rilievo, tra loro contrapposte: Migjeni (1911-1938), i cui Versi liberi (1936) inaugurano la lirica impegnata di ispirazione sociale con chiari riferimenti all'ideologia di sinistra; e Poradeci (1899-1988), che con la raccolta di liriche La stella del cuore (1937) sviluppa profonde meditazioni sulla natura e al contempo indaga sui sentimenti umani. Nella prosa segnaliamo la commedia La maledizione della lingua albanese e il dramma La morte di Pirro di Mihal Grameno (1871-1931); il romanzo Il fiore del ricordo (1922), che tratta di fatti relativi all'indipendenza nazionale, di Foqiol Postoli (1889-1927); il romanzo di Haki Stërmilli (1895-1953) Se fossi maschio (1936), sull'autoritarismo della famiglia patriarcale; e le novelle di Ernest Koliqi (1903-1975) Le ombre delle montagne (1928) e Mercante di bandiere (1935), sulla vita tradizionale albanese, apprezzate per la ricchezza e la ricercatezza linguistica. Con la seconda guerra mondiale la letteratura albanese ha subìto una svolta radicale, ha abbracciato le teorie del realismo socialista e fino al crollo del regime si è mossa esclusivamente nel suo campo. Nell'ambito della poesia epico-lirica, numerosi contributi vengono da Aleks Caçi (1916-1989) e da Andrea Varfi (n. 1914), sulla realtà che va affermandosi nella società albanese; da Llazar Siliqi (1924-1989) e da Ismail Kadaré (n. 1936), con un respiro che va al di là della problematica del presente; da Fatos Arapi (n. 1930) e da Dritëro Agolli (n. 1931), che si ispirano a motivi sociali ed etnici. Tra i poeti dissidenti, che il governo ha cercato in ogni modo di far tacere, spicca il nome di Bilal Xhaferri (1935-1987), ucciso tragicamente dalla polizia politica, capace di una poesia di denuncia dagli accenti insieme drammatici e ironici. Dopo il crollo del regime, il ruolo di molti intellettuali legati al passato è stato fortemente ridimensionato, e anche la poesia albanese ha conosciuto un momento di grave crisi. Tuttavia, negli anni successivi ai Novanta, sono emersi alcuni giovani poeti che hanno felicemente abbandonato i toni epici e la dimensione realista tipici della poesia di regime, tra i quali spiccano Jozef Radi (n. 1957), Ferdinand Laholli (n. nel 1960 in un campo di internamento per prigionieri politici), Ihran Jubica (n. 1973, direttore della rivista di cultura albanese Ars). Tra le donne, devono essere ricordati i nomi di Mimosa Ahmeti (n. 1963), Flutura Acka (n. 1966) e Luljeta Lleshanaku (n. 1968). Gli albanesi d'Italia dal dopoguerra a oggi hanno vissuto una significativa stagione letteraria che interessa soprattutto la poesia. L'appartenenza a un'etnia diversa dall'italiana, il legame con la terra d'origine, con il Paese come culla della trasmissione della cultura tradizionale, con la terra come simbolo di identità culturale, sono i motivi ricorrenti nelle liriche di Vorea Ujko (1931-1989), di Giuseppe Schirò di Maggio (n. 1944), di Kate Zuccaro (n. 1955) e di tanti altri validi scrittori. È invece nato in Albania, pur risiedendo ormai da anni in Italia, il poeta Gëzim Hajdari (n. 1957), autore di due apprezzate raccolte in italiano e recente vincitore del Premio Montale. In Albania, nella prosa e in particolare nel romanzo, si notano, soprattutto negli anni Cinquanta e Sessanta, le stesse tematiche presenti nella poesia: la lotta per la liberazione, l'eroicità dei personaggi progressisti contro i reazionari, i successi nell'attuazione dei programmi. Segnaliamo gli esponenti più qualificati: Sterjo Spasse (1914-1989), il quale, dopo la pubblicazione del romanzo Perché? (1935) sullo stato di pessimismo che agita il giovane protagonista, passa al realismo socialista con Essi non erano soli (1952) sul problema della povertà dei contadini, per approdare nel 1974 al ciclo dei romanzi conosciuti con il titolo I rinascimentali; Fatmir Gjata (1922-1989), che vive l'esperienza letteraria con la mente rivolta alle lotte per la liberazione e la ricostruzione nazionale (La palude, 1958; I consiglieri, 1979; La città dei canti, 1984); Shefqet Musaraj (1914-1988), che tratta della lotta partigiana e della resistenza agli oppositori interni; Dhimitër Shuteriqi (n. 1915), che sulle stesse tematiche ha composto I liberatori (1953); Petro Marko (1913-1991), affermatosi con Hasta la vista e con La notte di Ustica (1989); Ali Abdihoxha (n. 1923), con Tre colori del tempo (1965-1972); Jacov Xoxa (n. 1923), con Il fiume morto (1965); Dritëro Agolli, con il Commissario Memo (1969) e L'uomo con il cannone (1975); Ismail Kadaré, il romanziere più affermato in Albania e più noto anche in Occidente, che affronta con perizia tematiche di attualità (Il grande inverno, 1977), legate a fatti storici (Il generale dell'armata morta, 1982), alla resistenza contro i turchi (Il castello), riutilizzando con delicato discorso metaforico anche temi appartenenti al patrimonio rapsodico tradizionale (Chi ha riportato Doruntina?, 1989). Nella sua opera forse più importante (La città di pietra, 1991), si è posto a difesa dei diritti dell'uomo contro chi, identificandosi con il sistema, ha dedicato l'esistenza al controllo ferreo delle coscienze. Anche nel racconto si sono distinti vari scrittori, con apporti interessanti per una lettura del movimento letterario degli ultimi decenni (basti citare Naum Prifti, Teodor Laço, Anastas Kondo e Dhimitër Shuteriqi). La letteratura albanese fino al 1990 presenta evidenti segni di omologazione tematica riconducibile alle decisioni di ordine politico, cui ha fatto eco l'azione acritica della Lega degli scrittori e degli artisti che dal 1945 ha avuto sede a Tirana. Anche per la prosa, i decenni successivi al crollo della dittatura hanno portato sia a una inaspettata apertura culturale verso l'esterno, sia a una maggiore libertà espressiva. Nuovi autori hanno quindi affiancato il veterano Kadaré, scrittori che hanno via via abbandonato il vacuo trionfalismo della narrativa degli ultimi anni di regime, tra i quali ricordiamo soprattutto Kasëm Trebeshina (n. 1926), che ha iniziato a pubblicare racconti e novelle, scritti nell'arco di una vita, solo dopo il 1991; Fatos Kongoli (n. 1943), matematico, uno dei più autorevoli e originali narratori degli ultimi decenni; Teodor Keko (1958-2002), anche giornalista e drammaturgo; Stefan Çapalicu (n. 1965), poeta e romanziere. Tra le scrittrici, merita una citazione Elvira Dones (n. 1960), autrice del romanzo Sole bruciato (2001), dedicato al dramma di chi è stato travolto dal crollo dei regimi balcanici, e da cui è stato tratto un film del regista Fatmir Koçi (2004). Il quadro generale si completa infine con le opere degli scrittori appartenenti alla confinante Provincia Autonoma Albanese del Kosovo, attualmente compresa nello Stato di Serbia e Montenegro. Tra gli autori kosovari in lingua albanese spiccano Azem Shkreli (1938-1997), un raffinato cantore che ha introdotto nella poesia albanese kosovara gli accenti e le immagini dell'ermetismo europeo, e Ali Podrimja (n. 1942).

Cultura: arte

Per l'età medievale albanese si può fare una distinzione tra un'area costiera con forme artistiche veneto-toscane e una più interna con caratteri bizantini balcanici. Ambedue sono forme introdotte dai dominatori, accettate più che rielaborate originalmente. Castelli, mura e fortificazioni sono in genere veneziani (Scutari, Durazzo, Argirocastro, Berati, Butrinto, Krujë ecc.), in parte in rovina e in parte riadattati dai turchi. Le chiese bizantine, spesso trasformate in moschee con l'aggiunta di un minareto, hanno per lo più pianta basilicale e campanile quadrato: le più notevoli sono quelle di Santi Quaranta (in rovina) e di Mesopotamo (1000 ca.) con cupole e decorazioni a rilievo in mattoni. La dominazione turca ha lasciato un migliaio di moschee originali. Caratteristici sono i complessi monastici monumentali (costituiti da chiesa, recinto, alloggi per i pellegrini, cimitero) non posteriori al Trecento, tra cui importanti sono quello di Pojani presso Apollonia e il gruppo della zona di Argirocastro. Durante l'occupazione italiana molte città ebbero piani urbanistici ed edifici monumentali in stile Novecento (Tirana, Durazzo). Gli sviluppi dell'architettura e dell'urbanizzazione del Paese (quartieri operai, complessi industriali, edifici rappresentativi e amministrativi) presentano, in questa nazione singolarmente isolata rispetto alle altre dell'Est europeo, combinazioni del razionalismo monumentale sovietico con elementi dell'edilizia tradizionale. Il centro maggiore resta Tirana (realizzazione del palazzo del Comitato Centrale del Lavoro). Gli accenti celebrativi sono prevalenti in pittura e scultura, in cui emersero il pittore N. Zajmi (n. 1916) e gli scultori O. Paskali (1903-1985) e K. Rama (n. 1932). Negli ultimi due decenni del Novecento, anche se nella pittura di carattere realista emergono alcuni aspetti introspettivi, le caratteristiche dell'arte contemporanea occidentale venivano accusate dal regime di “decadenza”, e osteggiate con ogni mezzo. Gli avvenimenti che hanno caratterizzato gli anni immediatamente successivi alla caduta del regime hanno reso quasi impossibile qualunque attività di tipo culturale, tanto che l'Albania risulta pressoché assente dalle rassegne internazionali almeno fino ai primi anni del Duemila. La maggior parte degli artisti albanesi è residente all'estero, a partire forse dal decano Ibrahim Kodra (1918-2006), residente in Italia dal 1938, il quale ha coniugato un primitivo astrattismo di tipo cubista a una carica visionaria molto legata alle tradizioni della sua terra d'origine. A Chicago vive e lavora Sokol Buza (n. 1972), originario di Tirana, pittore di suggestioni informali e dalla forte carica espressionista; a Parigi vive Anri Sala (n. 1973) esponente di una ricerca multimediale che utilizza il linguaggio del video e del film per raccontare frammenti di una storia drammatica come quella della regione balcanica.

Cultura: musica

La musica colta ha iniziato a svilupparsi soltanto dopo il 1944, promossa dallo Stato. Nel 1954 la Casa della Cultura di Scutari ha messo in scena la prima opera albanese, Mrika di P. Jakowa, seguita da opere di T. Daija (Primavera, 1960; i balletti Halil e Hajrija, 1963; Figli dei pescatori, 1972 e l'operetta L’Aurora, 1954), e di Jakowa (Skanderbeg, 1968). Per quanto concerne la musica strumentale ricordiamo la prima sinfonia albanese opera di Ç. Zadeja (1956), mentre K. Kono ha composto il poema sinfonico corale Gli eroi di Borowa (1956); tra gli altri autori figurano D. Leka, K. Trako, H. Aurazi, T. Harapi. Attualmente, tra i compositori di musica colta ha una grande notorietà internazionale il nome di Thoma Simaku (n. 1958). § La musica popolare albanese, il cui studio iniziò soltanto negli anni Trenta del Novecento a opera di Y. Arbatsky, è rimasta esente da influssi esterni fino alla fine del sec. XX a causa sia della morfologia montana del territorio sia della carenza di vie di comunicazione. Secondo Arbatsky la forma più antica di musica popolare è l'ojkanje (canto oj) trasmesso oralmente; l'altra forma è quella legata alla roga, una specie di cornamusa che può emettere 11 suoni su una scala che procede in modo regolare per toni e semitoni; vi è poi una terza forma basata sulle relazioni di quinte. La musica popolare albanese è caratterizzata da misure irregolari tipiche (5/8, 7/8, 11/8) che vengono liberamente alternate, per cui il canto e lo strumento non procedono mai in modo parallelo e gli accenti non coincidono. Musiche e canti subirono l'influsso della presenza turca, mentre andarono quasi esenti da contaminazioni slave, e la portata delle modificazioni avvenute emerge dal confronto con la tradizione musicale conservatasi nei caratteri originari presso gli albanesi stanziatisi in Italia. Gli strumenti della musica popolare albanese sono per lo più di tipo rudimentale, costruiti e utilizzati da bambini e pastori con materiali poveri, quali pietre (gurrëte Sendit) o steli di cereali (rraketake, lödergramthi, tingerringe, bylbyll); sono molto diffusi clarinetti, flauti diritti e tamburi come il tupan. Uno dei nomi di maggior spicco della musica popolare albanese, aperto a suggestioni occidentali ma molto legato alle tradizioni e a i ritmi irregolari della cultura musicale balcanica e tzigana, è il fisarmonicista Admir Shkurtaj, fondatore del gruppo Opa Cupa, al quale partecipano anche musicisti serbi. Dopo la fine dell'ortodossia stalinista, dai tardi anni Ottanta a oggi, in Albania si è sviluppata una musica pop-rock autoctona che utilizza strumenti e ritmi del pop internazionale mescolandoli a elementi della tradizione folk del Paese, tuttora molto sentita: basti pensare che uno dei più grandi successi della nuova Albania è una ironica versione hip-hop di una classica canzone melodica della tradizione folcloristica, Alas Alas GermanyI. Tra i giovani albanesi, rock e hip-hop sono diventati, nella versione “etnica” diffusa nel Paese, una forma di espressione di sentimenti nazionalistici, legati al culto della patria e delle sue tradizioni. Accanto al pop albanese, il quale ha creato una piccola industria di produzione musicale su base semi-artigianale, diffusa oltre confine anche tra la diaspora, nel Paese è molto ascotalto il cosiddetto Turkish Pop, la musica leggera più diffusa nella Turchia moderna.

Cultura: teatro

Scavi archeologici hanno portato alla luce i ruderi di alcuni teatri (di cui uno, a Bylis, con 7000 posti) attivi nell'epoca classica. Ma la prima rappresentazione di una commedia in albanese (Matrimonio a Lunxhëria di K. Hoshi) avvenne ad Argirocastro soltanto nel 1874 e i maggiori drammaturghi albanesi del primo Novecento svolsero la loro attività in Calabria (Anton Santori), Turchia (Sami Frashëri), Egitto (Çajupi) e Romania (Grameno). La situazione del teatro non migliorò neppure dopo la conquista dell'indipendenza e bisognò attendere l'avvento della Repubblica popolare perché si costituissero teatri professionali permanenti finanziati dallo Stato. Il più importante è il Teatro del Popolo di Tirana; altri ne sorgono nelle maggiori città compiendo tournées frequenti nelle campagne. A essi si affiancano teatri di varietà, numerosi di burattini e molte compagnie amatoriali legate a fabbriche, scuole e cooperative agricole. I repertori seguono i canoni del realismo socialista e affiancano opere di autori nazionali (come Kolë Jakova (n. 1916), anche direttore del Teatro del Popolo) a testi del teatro classico europeo. Gli anni di caos seguiti alla caduta del regime non hanno aiutato le istituzioni culturali come i teatri, che hanno spesso dovuto affrontare enormi difficoltà finanziarie e organizzative per mantenere una programmazione costante. Tuttavia, la capillare diffusione della cultura teatrale voluta dal regime ha dato i suoi frutti, e i nuovi scrittori albanesi hanno tutti dimostrato una notevole predilezione per questo mezzo espressivo: sono anche drammaturghi, infatti, gli scrittori Theodor Keko e soprattutto Stefan Çapalicu, il più famoso e rappresentato (Tre canzoni d’amore, 2004) dei nuovi drammaturghi albanesi nel Nord dell'Albania.

Cultura: cinema

Praticamente inesistente nell'anteguerra, salvo per qualche cortometraggio in coproduzione con l'Italia, l'attività cinematografica si affaccia negli anni Cinquanta del Novecento con l'apertura a Tirana di uno studio per cinegiornali, documentari e doppiaggi, con la partecipazione di attori, tecnici e assistenti alla monumentale coproduzione storica con l'URSS per il film Scanderbeg (di S. J. Jutkevič, 1954), con la costruzione di teatri di posa e la messa in cantiere di alcuni film a soggetto di interesse nazionale. Nel decennio successivo, sotto l'influsso ideologico cinese, si sviluppa il cinema di contestazione politica, mentre si accresce la rete di distribuzione capillare. Una regolare produzione anche di film a soggetto (di lungo o medio metraggio) iniziò nel 1958 con Tana di Kristaq Dhamo sulla collettivizzazione agricola, seguito da altri sull'edificazione del socialismo come I primi anni (1965) dello stesso regista, Il commissario della luce (1966) di Dhimitër Anagnosti e Viktor Gjika sull'alfabetizzazione nelle campagne, Antiche piaghe (1969) di Anagnosti sulla rieducazione degli intellettuali, oltre che dal filone classico della Resistenza con titoli quali Tempesta (1959) di Dhamo, Il dibattito (1961), L'eco della riva (1966) e L'unità guerrigliera (1969) di Hysen Hakani. Nei film, documentari e cinegiornali d'attualità (kinoditar) degli anni Settanta, prevalse un'ideologia assai rigida: un realismo socialista anteriore al “disgelo”, modellato su quello cinese piuttosto che sovietico, anche se la ricerca era orientata verso una specificità albanese (Metkoi, 1971, e Sentieri di lotta, 1974, di Piro Milkani; Verdi montagne, 1971, di Anagnosti). Sempre sul tema della Resistenza si distinse, per il ruolo assegnato al contributo femminile, il mediometraggio L'ultimo inverno di Ibrahim Mukaj e Kristaq Mitro, che inaugurò la prima “settimana del cinema albanese” a Parigi nel 1977. Al tema della costruzione socialista appartengono Operazione fuoco (1973) di Victor Gjika, Beni cammina da solo (1975) di Xhanfise Keko e Lo scontro (1976), ancora di Gjika. La figlia delle montagne (1974) di Anagnosti è un film-balletto alla cinese che sintetizza trent'anni di storia albanese. La crisi economica e sociale degli anni Ottanta si è ripercossa anche nel settore cinematografico, nel quale non si sono verificati sviluppi significativi. Anche nel decennio successivo non si riscontrano grandi novità: molte delle pellicole prodotte sono infatti legate ai vecchi nomi della cinematografia albanese, le cui opere rimangono entro i confini del Paese e gli argomenti trattati sono quasi sempre rivolti all'analisi del passato. Un'eccezione è rappresentata da Kujtim Çashku (n. 1950), regista prolifico autore, fra gli altri, di Balada e Kurbinit (1990) e Colonel Bunker (1996), e Fatmir Koçi (n. 1959), che ha girato nel 1994 Nekrologji. A partire dai primi anni del Duemila, l'industria cinematografica albanese comincia a produrre, sia pure con grandi difficoltà economiche, alcuni film che si fanno notare nei festival internazionali, come Slogans (2001) di Gjergj Xhuvani (n. 1963), presentato in concorso a Cannes e dedicato a una surreale e grottesca ricostruzione degli anni della dittatura di Hoxha, e Tirana anno zero (2001) di Fatmir Koçi, presentato a Venezia, un road movie tra Tirana e Parigi che affronta con delicatezza e umorismo il tema dell'emigrazione albanese in Europa.

Bibliografia

Per la geografia

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Per la storia

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Per la letteratura

G. Schirò, Storia della letteratura albanese, Milano, 1959; G. Gradilone, Studi di letteratura albanese, Roma, 1960; E. Koliqi, Saggi di letteratura albanese, Firenze, 1972; G. Gradilone, Altri studi di letteratura albanese, Roma, 1974; Autori Vari, Historia e letërsisë shqiptare, Tirana, 1983; A. V. Desnitzkaja, Albanskaja literatura i albanskij jazyk, Leningrado, 1987; I. C. Fortino, Profilo storico della letteratura degli Albanesi d'Italia, in Minoranze etniche in Calabria e Basilicata, Cava dei Tirreni, 1988.

Per l'arte

A. Baldacci, L'Albania, Roma, 1929; G. De Angelis d'Ossat, Osservazioni sull'architettura rustica albanese, Udine, 1943; F. Zevi (a cura di), L'arte albanese nei secoli, Roma, 1985.

Per la musica

A. Scura, Gli Albanesi in Italia e i loro canti tradizionali, New York, 1912; L. Antoni, Folklor Muzikuer shqiptar, Prishtine, 1956.

Per il folclore

M. Craveri, Albania: il paese e le genti, Milano, 1939; G. Terranova, Vita e tradizioni in terra d'Albania, Venezia, 1939; D. Provenzal (a cura di), Usanze, feste e costumi del popolo italiano, vol. III, “Italia Meridionale”, L'Aquila, 1988.

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