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Bolìvia

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(República de Bolivia). Stato dell'America Meridionale (1.098.581 km²). Capitale: Sucre (capitale legale), La Paz (capitale amministrativa). Divisione amministrativa: dipartimenti (9). Popolazione: 10.227.299 ab. (stima 2009). Lingua: aymará, quechua e spagnolo (ufficiali). Religione: cattolici 88,5%, protestanti 9%, altri 2,5%. Unità monetaria: boliviano (100 centesimi). Indice di sviluppo umano: 0,729 (113° posto). Confini: Brasile (N e E), Paraguay (SE), Argentina (S), Cile e Perú (W). Membro di: OAS, ONU e WTO, associato Mercosur.

Generalità

Il nome dello Stato deriva da quello del libertador Simón Bolívar, promotore nel XIX secolo dell'emancipazione dei Paesi sudamericani dal dominio spagnolo. Territorialmente corrisponde a grandi linee all'audiencia di Charcas (o dell'Alto Perú), che fu una delle parti del vicereame spagnolo di Lima; ha confini quasi ovunque artificiali, in quanto definiti dopo le lunghe guerre con i Paesi vicini (l'ultima è stata quella con il Paraguay per il possesso del Chaco e conclusasi nel 1938). La Bolivia è formata da due sezioni morfologicamente assai diverse; una, più estesa, occupa una vasta porzione dei bassopiani centrali sudamericani e l'altra, molto più popolata, si situa nella regione andina: è questa la parte vitale del Paese, in quella zona a S del Lago Titicaca che fu già il cuore dell'impero incaico e, dopo la conquista spagnola, sede di importanti città sorte in funzione mineraria e divenute poi i fulcri politico-economici dello Stato. Attratto verso l'area andina, il Paese è privo di sbocchi al mare; l'isolamento continentale insieme con l'asprezza ambientale delle alteterre costituisce un fattore del suo ritardato sviluppo, che si colloca come Paese tra i più poveri dell'America Latina. La sua caratteristica principale, nel quadro antropico del subcontinente, è di essere abitato prevalentemente da indios, che però non accedono all'economia moderna e alle attività più redditizie. Sono molto diffuse le condizioni di precarietà, e le aree urbane, viste come l'ultimo baluardo del benessere, vengono assediate da misere baraccopoli. All'inizio del Duemila gli elementi di freno più potenti sono il sistema sociopolitico e la povertà infrastrutturale. La divisione del territorio in due sezioni poco integrate e differenziate sul piano produttivo accentua l'emarginazione progressiva dell'altopiano, ancorato a produzioni di sussitenza.

Lo Stato

Indipendente dalla Spagna dal 1825, secondo la Costituzione del 1947 la Bolivia è una Repubblica unitaria di tipo presidenziale; capo dello Stato è il presidente, eletto a suffragio universale diretto, cui compete il potere esecutivo; quello legislativo è affidato al Congresso Nazionale, composto dal Senato e dalla Camera dei Deputati, i cui membri parimenti durano in carica per 5 anni. Al Congresso spetta l'elezione del presidente della Repubblica nel caso in cui nessun candidato riesca a ottenere la maggioranza assoluta dei voti. L'ordinamento della giustizia si basa sul sistema spagnolo, con alcune influenze derivanti dal codice napoleonico. La giustizia viene amministrata a livello dipartimentale da una Corte distrettuale: sono presenti inoltre tribunali di primo e secondo grado. Il massimo organo giuridico è rappresentato dalla Corte Suprema di Giustizia, i cui membri sono di nomina parlamentare. La difesa dello Stato è affidata alle tre armi tradizionali: esercito, marina, aviazione; il servizio militare è obbligatorio e si effettua, per la durata di un anno, a partire dai 18 anni d'età. Condizioni sociali difficili e presenza nel Paese di una altissima percentuale di cittadini indios che non parlano la lingua nazionale hanno contribuito a ostacolare il processo di scolarizzazione, nonostante la promozione di diverse campagne contro l'analfabetismo (che, nel 2007, interessava ancora il 9,3% della popolazione). Dal 1955, l'istruzione è stata resa gratuita e obbligatoria per legge dai 6 a 14 anni. A differenza dell'istruzione primaria, che si impartisce in classi miste, l'insegnamento di secondo grado, della durata di 4 anni, si articola in istituti maschili (colegios) e femminili (liceos). Le principali sedi universitarie presenti nel Paese sono quelle di Cochabamba (1832), La Paz (una del 1830 e una del 1966), Potosí (1892), Santa Cruz de la Sierra (1880), Sucre (1622), Tarija (1946), Oruro (1892), Trinidad (1967). Le Scuole Nazionali dei Maestri di Sucre e l'Istituto Normale Superiore di La Paz assicurano la formazione, gratuita, degli insegnanti primari e secondari.

Territorio: morfologia

Due quinti ca. del territorio boliviano sono compresi nella regione andina; il rimanente si estende sui bassopiani e sulle modeste elevazioni al limite tra il bacino amazzonico e quello platense. Nella sezione andina, in Bolivia genericamente chiamata Altiplano, le Ande raggiungono la loro massima larghezza; il sistema si sdoppia nelle possenti catene della Cordillera Oriental e della Cordillera Occidental che racchiudono un'imponente distesa di aridi altopiani, prosecuzione di quelli peruviani, situati a un'altitudine media di 4000 m. La Cordillera Occidental, formata da un poderoso allineamento di vulcani – quasi tutti però inattivi – sovrastato dal Nevado Sajama (6542 m), resta ai margini del territorio boliviano, mentre quella Oriental costituisce l'elemento strutturale più importante del Paese; essa accoglie alcune delle più alte vette andine, come il Nevado Illimani (6457 m) e il Nevado Illampu (6421 m), che con altre maestose cime formano la cosiddetta Cordigliera Reale (Cordillera Real) a dominio del Lago Titicaca. Dal punto di vista strutturale gli altopiani sono formati da una grande zolla dalle superfici peneplanate sollevata rigidamente dall'orogenesi andina; morfologicamente presentano nude e basse dorsali che orlano ampie depressioni occupate in parte da bacini lacustri, di cui quella del Lago Titicaca è la più vasta e marcata. Geologicamente si hanno nelle aree depressionarie formazioni neozoiche, mentre sui rilievi emergono i sottostanti strati paleozoici. La Cordillera Oriental è più complessa: tra le rocce metamorfiche paleozoiche appaiono grandi pilastri cristallini intrusivi, mentre nelle sue falde si hanno formazioni sedimentarie paleozoiche e mesozoiche. Con una serie di grandi pieghe e pieghe-faglie la catena si abbassa ripidamente verso E; il versante è solcato da lunghe e profonde vallate che sfociano nei bassopiani orientali (in Bolivia chiamati Oriente), dove affiorano le formazioni dell'antichissimo zoccolo precambriano nel penepiano divisorio tra il bacino amazzonico e quello platense, entrambi invece coperti da strati cenozoici e da più recenti alluvioni fluviali.

Territorio: idrografia

Idrograficamente ca. i tre quinti della Bolivia tributano al bacino amazzonico o a quello platense; il resto forma una superficie endoreica che raccoglie le sue acque o nel vasto (8300 km²) Lago Titicaca (collegato mediante il Río Desaguadero con l'altro principale lago boliviano, il Poopó) o nei grandi salares, come quello di Uyuni, paludi salmastre dai limiti estremamente variabili che occupano le depressioni dell'altopiano dove, date le precipitazioni assai scarse, si ha l'endoreismo proprio delle regioni aride. Lo sviluppo dell'idrografia esoreica sul versante piovoso della Cordillera Oriental ha esercitato una progressiva cattura del bacino endoreico dell'altopiano; i fiumi penetrano profondamente verso W, aprendosi il varco tra una sezione e l'altra della cordigliera con marcate incisioni vallive (valles). I principali sono il Beni e il Mamoré, che tributano al Río delle Amazzoni mediante il Madeira e il Pilcomayo, che scende al Paraná tramite il Paraguay. Questi fiumi ricevono numerosi affluenti dal versante orientale della cordigliera; il maggior apporto d'acqua inizia nella parte mediana dello stesso versante, in relazione alle precipitazioni più copiose e dove i fiumi, superate le cascate che spesso interrompono il loro alto corso, cominciano a essere navigabili.

Territorio: clima

Il clima della Bolivia cambia nettamente passando dall'Altiplano all'Oriente. Nel primo si ritrovano quelle condizioni di aridità proprie delle alteterre andine e dovute allo sbarramento esercitato dalle cordigliere nei confronti delle masse d'aria d'origine atlantica e pacifica; tutto il versante E della Cordillera Oriental, così come i bassopiani sottostanti, sono invece soggetti agli influssi ciclonici atlantici. Il clima dei bassopiani può essere definito subequatoriale con passaggio a condizioni nettamente tropicali verso S, cioè verso il Chaco; la piovosità oscilla tra i 1500 e i 1000 mm annui, con attenuazioni durante l'inverno australe tanto più marcate quanto più si procede verso S; le temperature variano mediamente dai 28 ºC ai 24 ºC, rispettivamente in gennaio e in luglio. Siamo qui nelle tierras calientes, che terminano sul versante della cordigliera verso i 1500 m, dove comincia la fascia più mitigata e anche più piovosa: è l'ambiente templado delle yungas, ricche di vegetazione e ben coltivate, che giungono sino ai 2500 m. A questa quota praticamente inizia l'Altiplano con il suo clima continentale e i primi accenni all'aridità; a partire dai 3000 m ca. cominciano le tierras frías, dove si registrano medie termiche di gennaio mai superiori ai 10-12 ºC e medie di luglio che si abbassano a 7-8 ºC.

Territorio: geografia umana

La maggior parte della popolazione boliviana discende direttamente dagli antichi abitanti dell'altopiano, in particolare dagli aymará (concentrati attorno al Lago Titicaca) e dai quechua; nei bassopiani orientali gli amerindi sono rappresentati da sparsi gruppi di raccoglitori e cacciatori amazzonici e del Chaco, tra i quali si sono insinuate anche genti guaraní. Complessivamente gli amerindi costituiscono il 53% della popolazione: il 29% sono quechua e gli aymará il restante 24%. L'alta percentuale di indios si deve alle durissime condizioni ambientali, che hanno limitato sempre l'insediamento dei bianchi (15%), per gran parte d'origine spagnola, mentre è mancata l'immigrazione di italiani e di altri europei, come si è verificato in Brasile e in Argentina (nell'Oriente si sono invece stanziati numerosi coloni giapponesi); più rilevante è la percentuale di meticci (30%). %). Il boom demografico si è avuto in Bolivia a partire dalla seconda metà del XX secolo: al censimento del 1900 gli abitanti risultavano circa 1.600.000, cifra ritenuta in difetto, e poco più di 2.000.000 nel 1950 a fronte degli oltre 8.000.000 censiti nel 2001. La crescita annua risulta elevata (1,9% nel periodo 2000-2008) anche considerando gli alti valori di mortalità infantile (soprattutto tra i bambini con meno di 1 anno), causata di infezioni respiratorie e diarrea specialmente nelle zone rurali abitate da indigeni, dove molti bambini soffrono le conseguenze della malnutrizione. La speranza di vita è la più bassa del continente, limitata a 63 anni per gli uomini e 68 per le donne e la piramide dell'età è schiacciata verso il basso: quasi il 40% dei boliviani ha meno di 14 anni e si stima che oltre 2 milioni di bambini vivano sotto la soglia di povertà e oltre mezzo milione di essi siano costretti a lavorare. I flussi migratori in uscita sono risultati negli anni contenuti e limitati ad altri Paesi dell'America Meridionale: molti boliviani sono emigrati in Brasile e Argentina, spesso lavorandovi senza i regolari permessi. La densità della popolazione è naturalmente molto bassa (9 ab./km²), anche se ha registrato negli ultimi anni del XX secolo un certo incremento. Quasi la metà dei boliviani è concentrata nei dipartimenti di La Paz e Cochabamba che occupano meno del 20% del territorio, con densità medie comunque non elevate (21 ab./km² il primo e 33 ab./km² il secondo); scarsamente popolate sono le aree nordorientali che corrispondono ai dipartimenti Beni e Pando, dove la densità si aggira intorno agli 1-2 ab./km². Nei primi anni del Duemila è stato rinnovato il tracciato della strada che collega Santa Cruz de la Sierra a Cochabamba (500 km di percorso): esso corre lungo solchi fluviali a deboli pendenze, attraversando una zona in precedenza isolata, coperta da vegetazione tropicale e da estese piantagioni di coca. Quest'ultima attività rappresenta una vera piaga sociale per l'Oriente, che la nuova arteria potrebbe contribuire a sanare, favorendo la sostituzione con altre colture, i cui prodotti troverebbero un'agevole via di commercializzazione sia verso l'altopiano boliviano, sia verso il Brasile. Allo stato attuale si calcola che gran parte dei boliviani viva tra i 2500 e i 4000 m; il limite superiore dell'insediamento si situa poco sotto i 4300 m; si tratta di povere borgate di contadini che coltivano piccoli pezzamenti di terra accanto alle case di adobe e col tetto di paglia, o, nell'arida puna, si dedicano alla pastorizia. Intorno al Lago Titicaca e nelle valles si trovano centri che hanno anche funzioni commerciali, specie quelli posti lungo le ferrovie che attraversano l'altopiano; particolarmente fitto è l'insediamento nelle yungas, con grossi abitati lungo le strade di fondovalle. Negli ultimi decenni del Novecento si è sensibilmente accresciuta la corrente migratoria verso le città: lo dimostra il fatto che, nelle aree urbane, la dinamica demografica risulta, da un lato, più intensa, con una natalità superiore a quella delle zone rurali, e, dall'altro, affetta da un più elevato tasso di mortalità, come segno non tanto di invecchiamento strutturale, quanto di condizioni sociali e igieniche precarie. Nel 2008 la popolazione urbana rappresentava il 66,1% del totale nazionale. La città nettamente più popolosa è La Paz ( oltre 1.500.000 nell'agglomerato urbano), il cui sviluppo è dovuto al ruolo di capitale amministrativa, sede del governo e ai collegamenti ferroviari con il Cile e l'Argentina. Sucre è la vecchia capitale (è ancora capitale legale), caratteristica per il suo dignitoso aspetto coloniale. Centri minerari e commerciali dell'altopiano sono Potosí, la città più alta dell'America Meridionale essendo situata a 3976 m, Oruro e Cochabamba, quest'ultimo nodo delle comunicazioni tra l'altopiano e l'Oriente, che ha invece il suo massimo centro in Santa Cruz de la Sierra (seconda città del Paese, mercato agricolo e raccordo delle linee ferroviarie che uniscono la Bolivia con l'Argentina e il Brasile.

Territorio: ambiente

Le condizioni più aspre si hanno nella parte meridionale dell'altopiano, dove la piovosità non raggiunge neppure i 400 mm e dove la maggior altitudine abbassa ulteriormente i valori termici: è questo l'ambiente della puna, desolata steppa di graminacee, come la Stipa ichu. Verso N, con l'attenuarsi dell'altitudine, la puna è interrotta da zone oasiche e da campi coltivati a cereali e a patate; infine nelle zone più elevate delle cordigliere si hanno le tierras heladas, interessate al di sopra dei 5000 m dal glacialismo. Aspetti vari presentano anche i bassopiani: le aree più settentrionali, irrorate da copiose precipitazioni, sono ricoperte dalla foresta pluviale di tipo amazzonico; nel centro-sud, più povero di piogge e soggetto a un clima con prolungata stagione asciutta, subentra la caatinga, sorta di savana diffusa in tutte le zone interne dell'America Meridionale, con alberi a foglie caduche e piante più o meno xerofile; per larghi tratti, verso il Chaco, essa si presenta con vaste aree erbose (campos limpios). La fauna si differenzia anch'essa in base all'altitudine e alle caratteristiche dell'ambiente: se l'altopiano ospita essenzialmente mammiferi Camelidi, come il lama, la vigogna, e l'alpaca, i bassopiani orientali presentano una maggiore varietà con uccelli, tra tutti il condor, anfibi, rettili, come l'alligatore e la tartaruga, e mammiferi quali il formichiere, il tapiro, il giaguaro, l'istrice, il capibara, l'orso dagli occhiali e il Mazama chunyi, un cervo endemico delle foreste tra il Perú e la Bolivia che è considerato una specie in pericolo di estinzione. Il ricco manto forestale, che ricopre il 53,7% del territorio, è ritenuto ad alto rischio a causa del continuo abbattimento di alberi per ottenerne legname pregiato, una pratica che accentua il problema dell'erosione del suolo, da tempo in atto a causa della diffusione di metodi inappropriati di coltivazione (gli indigeni sono soliti bruciare gli appezzamenti di terreno per aumentarne la fertilità). Inoltre gli scarichi delle industrie minerarie continuano a contaminare le acque minacciando le risorse idriche del Paese mentre nelle grandi città si avverte negli ultimi decenni l'aumento dell'inquinamento atmosferico causato dai gas di scarico. I parchi e le aree protette interessano il 21,2% del territorio e sono amministrate a livello dipartimentale dal Sistema nazionale di aree protette. Oltre ai 13 parchi nazionali, dislocati in tutte le regioni boliviane, si trovano altre 9 aree di interesse nazionale tra cui diverse riserve silvestri, faunistiche e della biosfera. Nel 2000 l'UNESCO ha dichiarato patrimonio naturale dell'umanità il Parco nazionale Noel Kempff, un'area molto vasta (1.523.000 ettari) nel dipartimento di Beni al confine con il Brasile in cui convivono habitat diversi, dalla foresta pluviale alle paludi alla savana: un ambiente incontaminato di grande valore anche per lo studio dell'evoluzione delle specie viventi.

Economia: generalità

La Bolivia si colloca tra i Paesi più poveri e arretrati dell'America Latina. Nonostante la ricchezza del sottosuolo, l'economia è caratterizzata infatti da un'agricoltura deficitaria e un'industria assai limitata. Tale difficoltà trova giustificazioni antiche, ed è dovuta in massima parte ai retaggi del colonialismo, che ha dato storicamente al Paese un'organizzazione territoriale tutta centrata sulle alteterre in quanto ricche di minerali e ha perseguito una politica economica volta a privilegiare unicamente l'attività estrattiva (di cui peraltro traevano i massimi vantaggi le grosse società straniere), a scapito degli altri settori produttivi; così come ha rappresentato un grave danno per l'economia boliviana la perdita, a favore del Cile, della provincia di Atacama e del porto di Antofagasta (1884), che ha privato il Paese di ogni sbocco sul mare. Nel corso dei decenni, tuttavia, diversi sono stati i tentativi di riforma approntati per far uscire la Bolivia da una situazione emergenziale, a partire dalla capitalizzazione delle imprese statali, dalla partecipazione popolare dalla gestione di fondi pubblici, nonché dalla riforma di alcuni settori del welfare state, sistema educativo prima di tutto. A dare vivacità all'economia boliviana sono inoltre intervenute alcune iniziative diplomatiche che hanno consentito di rendere operativi progetti di miglioramento, come quello della rete delle comunicazioni (caratterizzate da una penuria di infrastrutture viarie e ferroviarie per il trasporto e lo scambio anche all'interno del Paese). Nel gennaio 1992, l'accordo firmato con il Perú ha segnato un primo passo verso l'apertura della Bolivia, attenuandone la condizione di isolamento: tale accordo, reso operativo nel luglio del 1993, ha infatti concesso alla Bolivia, fino al 2091, un corridoio per il libero transito dalla città di Desaguadero fino al porto di Ilo, sulla costa pacifica peruviana. Altri accordi, come quello firmato nel gennaio del 1996, hanno permesso al Paese di beneficiare anche di un accesso verso il porto cileno di Arica. Tutti questi progetti si iscrivono nell'alveo della politica di integrazione economica attuata dalla Bolivia che, dall'ottobre del 1992, fa parte del Patto Andino insieme alla Colombia, all'Ecuador e al Venezuela, Paesi tra i quali si è costituita una zona di libero scambio. La Bolivia, inoltre, ha firmato nel 1994 l'accordo di libero scambio con il Messico. Ai timidi segnali di ripresa che hanno contraddistinto l'ultimo scorcio del XX secolo continuano tuttavia a contrapporsi gravi difficoltà strutturali, come un grave processo inflattivo e un elevato debito estero; parallelamente, le misure intraprese per ridurre il deficit pubblico hanno alimentato notevoli tensioni interne e scontri sociali (come quelli verificatisi nel 2000, in conseguenza dell'aumento del prezzo dell'acqua potabile, dopo la privatizzazione della società erogatrice). A incidere negativamente sulle possibilità di sviluppo dell'economia, concorrono in larga parte anche le difficoltà di aggiornamento delle tecnologie impiegate nel settore agricolo (dalle sementi ai macchinari alle tecniche colturali), la lentezza burocratica e l'uso distorto dei capitali accessibili (una sorta di miopia nella gestione della politica dei prezzi). Dal 2008 si è assistito, tuttavia, ad alcuni segnali di ripresa, come l'aumento del PIL, che nel 2009 era pari a 17.627 ml $ USA, accompagnato da una crescita del PIL pro capite (1.724 $ USA). I motivi di questi cambiamenti positivi sono dovuti all'aumento del volume delle esportazioni, alla cancellazione del debito estero del Paese (nel 2005, grazie all'azione congiunta dei Paesi del FMI e della Banca Mondiale) e alla diminuzione del debito pubblico. Anche la bilancia commerciale, grazie alla nazionalizzazione degli idrocarburi, è tornata attiva (2006). Resta alta, invece, l'inflazione, cresciuta del 4,3% nel 2006 e stimata al 3,5% nel 2009. Un approfondimento a parte merita la produzione e il commercio delle foglie di coca. Tali attività rappresentano, infatti, una voce importante dell'economia del Paese, grazie al volume delle esportazioni e deglli introiti monetari ricavati dalla vendita dei suoi derivati, come la cocaina. La coltivazione della foglia di coca caratterizza da sempre la produzione nelle aree andine, ma se storicamente era destinata a un consumo interno, a partire dagli anni Ottanta la produzione è aumentata a ritmi esponenziali, in concomitanza con l'esplosione della domanda mondiale di cocaina e con la crisi dell'economia boliviana, penalizzata fortemente dal crollo del mercato internazionale dello stagno (1985). Perso il lavoro, molti minatori boliviani si sono riconvertiti in coltivatori diretti, destinando porzioni crescenti dei loro piccoli appezzamenti di terreno alla coltura della coca. Per contrastare la deriva criminale degli interessi prodotti da tali traffici, sono state intraprese a livello nazionale e internazionale diverse misure (come l'impopolare introduzione di una nuova legge agraria nel 1996), affiancate dall'intensificarsi della lotta governativa al narcotraffico (1998). Tali provvedimenti sono stati fortemente osteggiati dai grandi coltivatori di coca e dalle comunità contadine (in particolare quelli della regione del Chaparé, dove la coca rappresenta l'unica forma di sostentamento economico) che hanno di fatto ostacolato anche i progetti di riconversione delle piantagioni avviati con l'aiuto dell'ONU e degli Stati Uniti. Tali distese, che nel 2006 ricoprivano 25.400 ha, sono infatti in costante aumento e producono oggi circa il 10% circa della cocaina consumata nel mondo, il cui principale mercato resta quello degli Stati Uniti, seguito dall'Europa e in particolare dall'Italia, al terzo posto per i consumi.

Economia: agricoltura e allevamento

Estesa su una esigua percentuale della superficie territoriale (3,5%), l'agricoltura assorbe il 33,2% della popolazione attiva e concorre alla produzione della ricchezza nazionale solo per il 12,9% (2011). Nonostante ciò, la struttura produttiva del Paese continua a fondarsi in larga parte sul settore agricolo, in cui alle tradizionali colture di sussistenza (patate, cereali come il mais, il frumento, l'orzo, la quinoa – una specie di miglio che cresce a notevoli altitudini – e, nelle yungas e nelle pianure orientali, la manioca, il riso e le banane) praticate nelle regioni andine, si affiancano colture commerciali, meccanizzate e orientate alla produzione di canna da zucchero, cotone, soia e, in misura minore, caffè, tabacco e cacao. L'area con rendimenti più elevati è quella pedemontana orientale (zona di Santa Cruz), dove negli ultimi anni del XX secolo sono state create numerose aziende tecnologicamente avanzate sia agricole sia zootecniche. Il manto forestale copre ca. la metà della superficie nazionale e si estende, ricco di specie pregiate, nei bassopiani del Pando e del Beni, dove si ricava anche caucciù. § L'allevamento, che può contare su un terzo della superficie nazionale (occupata da prati e pascoli permanenti), è un settore in crescita: sull'altopiano, dove in passato si avevano soltanto i lama, sono largamente diffusi gli ovini, dai quali gli Indios ricavano la lana che tessono artigianalmente; nelle valli non mancano i bovini, allevati in funzione delle richieste di carne e latte dei centri urbani; presenti anche alpaca, vigogna e cincillà destinati alle esportazioni.

Economia: industria e risorse minerarie

Il settore industriale, che concorre per il 36,9% (2011) alla formazione del PIL, con meno di un terzo della popolazione attiva impiegata, rimane scarsamente diversificato e per lo più legato alle attività estrattive. Una inadeguata rete di comunicazioni, cui si sommano un debole mercato interno, la carenza di efficaci istituti di credito, la scarsità di manodopera qualificata e poco lungimiranti politiche di diversificazione produttiva hanno compromesso le possibilità di sviluppo del settore. Le industrie principali, oltre alle raffinerie di petrolio e agli impianti metallurgici, sono costituite da impianti tessili (cotonifici), alimentari (zuccherifici e birrifici, oleifici) e stabilimenti per la lavorazione del tabacco e del cemento. § La presenza di notevoli giacimenti minerari nel sottosuolo alimenta inoltre le industrie legate al settore, malgrado la battuta d'arresto registrata nella seconda metà degli anni Ottanta del XX secolo, accentuata dalla caduta dei prezzi delle materie prime e tradottasi in un sensibile calo della produzione. Gestita da grosse società private, tra cui principalmente quella facente capo alla famiglia Patiño, che dal XIX secolo sino agli anni Cinquanta del XX secolo dominò tutta la vita economica del Paese, l'attività mineraria venne nazionalizzata nel 1952 e passata alla Comibol (Corporación Minera de Bolivia), che pose un notevole impegno nel rendere più funzionali e quindi redditizi i metodi di estrazione. Importanti giacimenti sono quelli dello stagno, di cui la Bolivia è il quarto produttore al mondo (presente soprattutto nelle zone di Oruro e di Potosí, che è stato anche il massimo centro in epoca coloniale per l'argento, estratto ai piedi del Cerro Rico, il monte ricco), del tungsteno,dello zinco, del piombo e del bismuto. Il Paese ha anche consistenti riserve di petrolio: i giacimenti più ricchi sono ubicati nel dipartimento di Santa Cruz, divenuto il principale polo di sviluppo economico del Paese (a fronte anche di una scarsa diffusione territoriale delle aziende) dove sono sorte raffinerie in cui viene lavorata una parte del petrolio, mentre il rimanente viene trasportato attraverso una efficiente rete di oleodotti, tra cui quello di Santa Cruz-Sica-Arica, lungo 971 km. Anche l'estrazione del gas naturale costituisce una risorsa notevole per l'economia del Paese e rappresenta la voce principale delle esportazioni. I giacimenti maggiori sono situati nella zona di Santa Cruz (Colpa, Río Grande, Tita). È in fase di potenziamento anche la rete di gasdotti, tra cui si ricordano quella verso l'Argentina, da Santa Cruz a Yacuiba e quello verso il Brasile , da Río Grande allo Stato di São Paulo, completato nel 2000. Negli ultimi decenni, il comparto ha attraversato fasi alterne di nazionalizzazioni e privatizzazioni, salendo spesso all'onore delle cronache per i risvolti sociali conseguenti agli accordi tra governo e multinazionali straniere attive nel Paese: emblematica la rivolta del 2003, che vide i cittadini bloccare le strade con scioperi e manifestazioni per protestare contro l'esproprio del gas venduto al Cile, e che ebbe un tragico epilogo nel massacro operato dall'esercito per arginare la ribellione popolare.

Economia: commercio e comunicazioni

Gli scambi commerciali della Bolivia non sono particolarmente fiorenti, né sul versante interno né sul versante estero: i principali partner stranieri del Paese per le esportazioni (gas naturale, zinco, stagno e altri minerali, soia) sono rappresentati da Brasile, Stati Uniti, Argentina, Giappone cui si aggiungono, per le importazioni (generi alimentari, veicoli, macchinari) Cile, Perú e Cina. La bilancia commerciale, dopo anni di passivo legati alle vicende del settore estrattivo, è tornata ad avere un saldo positivo grazie alla crescita delle esportazioni, con un disavanzo che dal 2004 al 2007 è quasi raddoppiato. Numerosi anche gli accordi commerciali stretti con Paesi stranieri: oltre a figurare tra i membri del MERCONSUR, la Bolivia ha siglato patti multilaterali con diverse associazioni come WTO (World Trade Organization), ALADI (Associación Latinoamericana de Integración), CAN (Comunidad Andina de Naciones), SELA (Sistema Económico Latinoamericano y del Caribe), ACE (Acuerdo de Complementación Económica) e ATPDEA (Andrean Trade Promotion and Drug Eradication Act) con cui la Bolivia, insieme ad altri Stati andini accede al mercato degli Stati Uniti senza pagare dazi, come incentivo per gli sforzi compiuti per la riconversione delle colture nel quadro della lotta al narcotraffico. § Resta carente, tuttavia, il settore delle infrastrutture: i trasporti, resi difficili dalle asperità del Paese, hanno da sempre risentito dei gravi svantaggi derivanti dalla mancanza di sbocchi diretti al mare, anche se a partire dagli anni Novanta del XX secolo notevoli passi avanti sono stati compiuti grazie agli accordi bilaterali stretti con Perú, Cile, Uruguay, che hanno concesso un accesso diretto sulle coste del Pacifico e dell'Atlantico. Tuttavia, per il proprio movimento commerciale la Bolivia dipende in particolar modo dai porti dei Paesi vicini, specie da quelli cileni di Arica e Antofagasta e da quello peruviano di Mollendo, cui si aggiungono vari porti fluviali (la Bolivia può infatti contare su oltre 10.000 km di vie d'acqua interne); di particolare rilievo sono state inoltre le facilitazioni concesse dall'Argentina circa l'impiego del porto di Rosario. Per quanto riguarda le comunicazioni interne, è sull'altopiano andino che si snodano sia la dorsale ferroviaria della Bolivia, che raccorda tutte le maggiori città del Paese, sia la principale arteria stradale, corrispondente al tratto boliviano della Carretera Panamericana; un'altra strada di grande rilievo è quella che collega Cochabamba con Santa Cruz, spingendosi fino al confine con il Brasile. Complessivamente, le strade coprono 62.479 km (di cui meno di un decimo asfaltate) e le ferrovie 4200 km (2005). Sul Lago Titicaca funzionano le linee di navigazione più alte del mondo, che mediante un servizio di ferry-boat raccordano la rete ferroviaria boliviana a quella peruviana; le vie di comunicazione aeree utilizzano come scali principali gli aeroporti di La Paz, Cochabamba, Santa Cruz e Oruro.

Storia: dalla conquista spagnola alla "guerra del Pacifico" (1879-83)

Già culla della remota civiltà di Tiahuanaco, fece parte, come marca di frontiera, dell'impero incaico. Verso la metà del sec. XVI fu conquistata dagli Spagnoli, che già si erano impadroniti del Perú e del bacino del Plata. Il suo territorio, incluso nel Vicereame del Perú, venne denominato Alto Perú o, alternativamente, Charcas. Diede i natali al capo indio José Gabriel Condorcanqui, che nel 1780, con il nome di Tupac Amaru II, guidò alla rivolta il suo popolo, in un sanguinoso quanto disperato tentativo di emancipazione dal regime coloniale. Inserita nel 1776 nel nuovo Vicereame del Plata, la Bolivia partecipò al moto indipendentistico di tutti i possedimenti spagnoli d'America, opponendosi per di più alle mire annessionistiche dell'Argentina. Nel 1809, a Chuquisaca e La Paz si costituirono giunte patriottiche, che impartirono le prime direttive per la lotta contro gli Spagnoli. Questi furono però in grado di reagire e tra il 1810 e il 1812 soffocarono il movimento, mandando a morte i suoi capi. Il 12 gennaio 1812, a Suipacha, le forze rivoluzionarie furono sbaragliate dal generale José Manuel Goyeneche, che sottopose la regione a un durissimo regime repressivo. Per la liberazione fu necessario attendere le campagne, nel Perú e nella Grande Colombia, di San Martín e Bolívar. Questi, dopo la vittoria di Ayacucho (9 dicembre 1824), inviò nell'Alto Perú il generale Sucre, suo luogotenente. Schiacciata l'ultima resistenza spagnola, Sucre portò a termine la missione e nel 1825 sorse il nuovo Stato che, in onore del libertador, fu chiamato Repubblica di Bolivia. Lo stesso Sucre ne divenne il primo presidente fino al 1828, quando fu deposto da una congiura militare e dalla sopraggiunta invasione peruviana. Conseguenza di questa situazione fu la dittatura del generale meticcio Andrés de Santa Cruz, che nel 1835 si spinse a sua volta nel Perú, lo assoggettò dopo averne sconfitto l'esercito a Socabaya e istituì una Confederazione peruviano-boliviana, di cui si fece proclamare “protettore”. Nel 1839 l'alleanza fra Cile e Argentina contro la confederazione portò, con la vittoria di Yungay, allo scioglimento della confederazione stessa: Perú e Bolivia tornarono a essere nazioni indipendenti. La caduta di Santa Cruz avviò in Bolivia un lungo periodo – interrotto unicamente da dittature più o meno stabili – di lotte fra caudillos: ricordiamo José Ballivián (1841-47) e il generale Manuel Isidoro Belzú (1848-55). Dal 1864 al 1871 dominò la figura del generale Mariano Melgarejo che, alla continua ricerca di fondi, negoziò con compagnie cilene e brasiliane accordi e trattati per la cessione dei diritti sulla zona di Acre e sullo sfruttamento dei nitrati nella provincia di Atacama. Dopo pochi anni Hilarión Daza, salito al potere nel 1876, si alleò con il Perú e impegnò la Bolivia in un disastroso conflitto contro il Cile. La guerra, detta “del Pacifico” (1879-83), causò al Paese la perdita della provincia costiera di Atacama e del porto di Antofagasta: ciò privò i Boliviani dell'unico accesso al mare di cui disponevano e dei giacimenti di nitrati situati lungo il litorale ceduto ai Cileni. Quel rovescio militare accese nuove lotte, che durarono molti anni. La Bolivia, in realtà, non poteva godere di uno sviluppo ordinato, perché troppi erano gli squilibri che la condizionavano. Dopo il naufragio della confederazione con il Perú, le redini del potere erano passate nelle mani dell'aristocrazia terriera, di origine creola, che governava con il pugno di ferro, opprimendo la popolazione india. L'economia, in sostanza, presentava la stessa fisionomia dell'epoca coloniale: si basava, cioè, sulle risorse dell'agricoltura e dell'estrazione mineraria, indirizzate dai grandi proprietari prevalentemente all'esportazione. Così il Paese continuava a vivere nell'arretratezza.

Storia: tra riformismo e conservatorismo

A cavallo fra i sec. XIX e XX, la scoperta dello stagno sembrò determinare una svolta nel Paese. Della nuova risorsa, però, si impossessarono pochi privilegiati, che stabilirono, con il massiccio apporto di capitali stranieri, vere e proprie “baronie” di sfruttamento. Primeggiarono tre compagnie: la Patiño, la Aramayo (capitali misti boliviani e britannici) e la Hochschild (associata a interessi svizzeri). La Bolivia così divenne presto una delle maggiori fornitrici di stagno del mondo. Di pari passo i suoi governi si ridussero a meri strumenti manovrati dai “baroni” e dai loro alleati stranieri. Data questa situazione, i guadagni realizzati durante il primo conflitto mondiale con la vendita delle materie prime non aiutarono il Paese a superare la depressione del 1929. Anzi, nel 1932, la Bolivia fu coinvolta in un disastroso conflitto con il Paraguay, la guerra del Chaco, alle cui origini vi erano interessi e rivalità di compagnie petrolifere internazionali, risoltosi solo nel 1938, con un accordo sfavorevole per il Paese boliviano. Attribuite alla classe dominante la responsabilità della guerra, il Partido de la Izquierda Revolucionaria (PIR, Partito della Sinistra Rivoluzionaria) e il Movimiento Nacionalista Revolucionario (MNR, Movimento Nazionalista Rivoluzionario), nati in questo periodo, promossero con una rivolta, prima ancora dei negoziati di pace, l'estromissione dal governo dei vecchi dirigenti. Dal 1936 al 1938 la Bolivia ebbe così due regimi progressisti, capeggiati dal colonnello David Toro e dal colonnello Germán Busch, che introdussero alcune riforme sociali. Nel 1937 i beni della Standard Oil Company of New Jersey furono nazionalizzati e Busch promulgò una Costituzione democratica, ma il 23 agosto 1939 egli morì in circostanze misteriose e il potere passò nuovamente nelle mani della vecchia oligarchia. Il Movimiento Nacionalista Revolucionario riprese l'offensiva e nel 1943, con un ennesimo sommovimento, tornò al governo: fu nominato capo dello Stato il generale Gualberto Villarroel, mentre il leader del partito, Victor Paz Estenssoro, provvedeva dietro le quinte a orientarne la condotta. Il tentativo di ripristinare la linea riformistica di Toro e Busch non ebbe tuttavia successo, perché i conservatori seppero opporre una tenace resistenza. Fu tale il malcontento della popolazione, che la destra conservatrice, nel luglio 1946, avvalendosi di una sommossa popolare, che costò la vita a Villarroel, recuperò il potere. Le idee del Movimiento Nacionalista Revolucionario si erano però radicate: le elezioni presidenziali del 1951, pur svoltesi secondo una legge che privava del voto gli Indios e altri settori della società boliviana, conferirono la vittoria a Paz Estenssoro. Annullati i risultati elettorali per intervento dei militari e degli oligarchi, Paz Estenssoro fu costretto all'esilio, ma l'anno successivo il MNR con l'aiuto del milizie contadine e operaie riconquistò il potere. Paz Estenssoro, insediatosi alla presidenza della Repubblica, introdusse tre riforme fondamentali: la nazionalizzazione dello stagno (cioè delle grandi compagnie Patiño, Aramayo e Hochschild), la concessione del suffragio universale (con il conseguente ingresso nella vita politica di oltre un milione di Indios) e la riforma agraria. Nel 1956, Hernán Siles Zuazo successe a Paz Estenssoro e il regime del MNR rifluì su posizioni moderate, lasciando incomplete o addirittura revocando alcune riforme.

Storia: le dittature militari e il ritorno al multipartitismo

La situazione del Paese andò deteriorandosi progressivamente, soprattutto dopo il ritorno di Paz Estenssoro alla presidenza (1960). Nel novembre 1964, questi fu deposto con un colpo di stato militare e sostituito dal generale René Barrientos Ortuño. Spostatosi il governo completamente a destra, nel Paese si accesero focolai di guerriglia, capeggiati da Ernesto Che Guevara, che però il 7 ottobre 1967 veniva catturato dalle forze militari e il giorno dopo trucidato. Morto Barrientos nell'aprile 1969, gli subentrò pochi mesi dopo in qualità di capo dello Stato il generale Alfredo Ovando Candia. Ben presto Ovando Candia fu defenestrato da una rivolta di militari progressisti, operai e studenti (1970), che insediò il generale José Torres. Posto, quindi, a capo di un regime “rivoluzionario” e “nazionalista”, Torres avviò una politica di riforme e di nazionalizzazione, che portò i conservatori il 22 agosto 1971 a marciare su La Paz a richiedere le sue dimissioni. La presidenza della Repubblica fu affidata al colonnello Hugo Bánzer Suárez, che impose un regime antipopolare e repressivo, destituito poi con un altro golpe nel 1978. Negli anni seguenti, la Bolivia fu soggetta ancora a una drammatica serie di colpi di stato, a cui l'esercito pose fine nel 1982, restituendo il potere ai civili rispetto a quando ben presto, però, il severo programma d'austerità varato dal Parlamento per affrontare l'elevatissima inflazione, dovuta anche alla caduta del prezzo dello stagno, incontrò la strenua opposizione dei sindacati, a cui si aggiunse il malcontento della popolazione per l'appoggio dato al governo dai militari statunitensi nella lotta contro i narcotrafficanti (luglio 1986). Dal diffuso scontento trasse vantaggio soprattutto il Movimiento de la Izquierda Revolucionaria (MIR, Movimento della Sinistra Rivoluzionaria) che, dopo l'affermazione nelle elezioni amministrative del 1987, riuscì a portare il suo candidato, Jaime Paz Zamora, alla presidenza della Repubblica (agosto 1989). Nelle elezioni del 1993, però il MNR riconquistò la maggioranza e il suo candidato alla presidenza, Gonzálo Sanchez de Lozada, nonostante non avesse ottenuto la maggioranza assoluta, fu nominato dal Congresso capo dello Stato (agosto 1993). Anche gli anni di governo di Sánchez de Lozada, comunque, furono caratterizzati da un clima di instabilità, dovuta alle massicce proteste dei contadini contro la campagna governativa di distruzione delle piantaggioni di coca, patrocinata dagli Stati Uniti, a cui facero seguito scioperi e manifestazioni dei sindacati. Travolti inoltre, nel 1996, in uno scaldalo finanziario alcuni deputati della maggioranza di governo, il MNR vedeva il suo potere avviarsi verso il declino e perdeva sempre più credibilità tra il suo elettorato. Nelle elezioni presidenziali del 1997, poichè non riusciva a ottenere la maggioranza assoluta nessun candidato, il Parlamento nominava presidente della Repubblica l'ex dittatore Hugo Bánzer Suárez, leader del partito di estrema destra, Acción Democrática Nacionalista (ADN, Alleanza Democratica Nazionalista), che aveva ottenuto il maggior numero di consensi. Nel luglio 2001, il governo di Bánzer sembrava ormai volgere al fine: questi infatti, costretto da una grave malattia, annunciava le sue dimissioni, lasciando la carica al giovane Jorge Quiroga, già ministro dell'Economia nel suo governo e ben accetto alla classe imprenditoriale del Paese. L'anno seguente si tenevano le elezioni presidenziali, che vedevano la vittoria di Sanchez de Losada, nuovamente in carica dopo la sconfitta patita nel 1997. Nel 2003 scoppiavano gravi incidenti di piazza in tutto il Paese in seguito alla decisione del governo di imporre una tassa del 12,5% sui salari poi ritirata; tuttavia il governo rassegnava le dimissioni. Nel corso dello stesso anno, inoltre, era costretto a dimettersi anche Sanchez de Losada, a causa del suo progetto di esportazione del gas naturale, contestato duramente dall'opposizione e dai sindacati; al suo posto veniva designato Carlos Mesa Gisbert, precedentemente vicepresidente. Il nuovo presidente indiceva per il luglio 2004 un referendum per definire la politica energetica del Paese, il cui esito è stato favorevole al governo. Successivamente il Parlamento approvava una legge che prevedeva la nazionalizzazione delle riserve di gas del Paese. Nel marzo 2005 Mesa si dimetteva in seguito alle continue proteste dei sindacati che chiedevano la nazionalizzazione delle riserve energetiche, ma il parlamento respingeva le dimissioni. Nel giugno 2005, il capo della Corte Suprema di giustizia, Eduardo Rodríguez Veltzé prendeva il posto di Mesa, che si era dimesso in seguito a nuove proteste. Le elezioni del dicembre 2005, venivano vinte da Evo Morales, leader dei cocaleros, con la sua formazione MAS (Movimento al socialismo). In seguito veniva varata la riforma agraria, che prevedeva la consegna di terreni di proprietà dello Stato a indios e campesinos e un censimento dei latifondi improduttivi. Alla fine del 2007 veniva approvata la nuova Costituzione che dovrà essere sottoposta a refrendum. Tra il maggio e il giugno 2008 le province di Beni, Pando, Santa Cruz e Tarija hanno approvato con referendum statuti autonomi, provocando scontri e manifestazioni. Nel gennaio 2009 un referendum, voluto dal presidente Morales, per cambiare il testo costituzionale, dando più protezione alle comunità indigene e rafforzando il ruolo dello stato nell'economia, veniva approvato con il 60% dei voti. Alla fine dell'anno le elezioni presidenziali e legislative vedevano la riconferma di Morales, che sconfiggeva il rivale Manfred Reyes e il rafforzamento del MAS.

Cultura: generalità

La Bolivia ha a lungo risentito, anche dal punto di vista culturale, del forte isolamento dovuto alla geomorfologia del proprio territorio e alle vicende storico-politiche. Nelle città, il recupero di una certa vitalità culturale insieme con la disponibilità a far propri influssi e suggestioni internazionali si sono concretizzati nel corso del secondo Novecento; viceversa, i modi di vita più tradizionali degli indios, di grande fascino ma sinonimo anche di precarietà e povertà, permangono molto forti soprattutto nei bassopiani, meno toccati dalla modernità rispetto ai centri urbani occidentali. La religione e il folclore sono gli ambiti in cui è più viva la manifestazione di costumi arcaici, benché non siano rare forme ibride di spiritualità, risultato delle influenze europee. Numerosissime le feste, religiose e profane, in cui le danze in costume, o in maschera, e i riti di epoca inca trovano ancora fortissima partecipazione popolare. Gli esponenti delle arti e della letteratura hanno contribuito spesso a dar voce a istanze quali la salvaguardia delle radici, il resoconto della vita dei villaggi degli indios, la ricerca di un'identità nazionale, la descrizione delle tormentate vicende del passato, la denuncia delle disparità fra una minoranza benestante e una grossa parte di popolazione ai limiti della sussistenza. Nel Paese sono attive diverse istituzioni che operano per la diffusione della cultura, dalle università ai musei a quelle di origine straniera come il Bolivian American Centre, l'Alliance Française, il British Council, la Casa de España. Ulteriore testimonianza del notevole patrimonio nazionale sono i cinque siti protetti dall'UNESCO: la città di Potosí (1987), le missioni gesuite di Chiquitos (1990), la città storica di Sucre (1991), El fuerte di Samaipata (1998) e il Centro spirituale e politico della cultura Tiwanaku (2000).

Cultura: tradizioni

In Bolivia convivono gruppi etnici di origine e cultura diverse, che conservano tradizioni molto differenti; il quadro nazionale si è poi notevolmente arricchito a seguito dell'immissione delle tradizioni spagnole. L'aspetto folcloristico preminente è però dato dagli indios. Spirito indio e cultura cattolico-spagnola coesistono in forme sincretiche, fondendo animismo e fede cattolica, riti evoluti e stregoneria. La magia è ancora in auge e compare anche nelle feste dei santi patroni. Gli indios curano particolarmente queste solennità, che si imperniano essenzialmente sulla danza (forti le forme di emulazione tra paese e paese). Le danze più antiche, eseguite al suono dello zufolo di canna (quena), o della siringa di Pan (sicus), risalgono a epoca preincaica. Parecchie danze non sono che pantomime (come la mallcu), riproducenti scene di caccia e lotte fra animali o fatti della conquista spagnola. Danza popolare molto in voga è la quena-quena, ballata dagli uomini e influenzata da usi delle genti dell'Amazzonia. Tra le feste più seguite va ricordata quella di San Pedro, sul Titicaca, di origine pagana e connessa alla vita dei pescatori (l'uso è in comune con le genti peruviane). Tipica delle genti dedite all'agricoltura è la festa della Pacha-Mama; espressione delle genti dedite all'attività mineraria è invece la festa detta Diablada (vi si connettono l'idea del demonio, divinità sotterranea, e della vita in miniera), celebrata con l'uso di maschere demoniache. Assai vari sono i costumi femminili, che si distinguono da zona a zona per i colori (tipico della zona di La Paz è l'uso da parte delle donne di un cappello a forma di bombetta); meno sgargianti i costumi andini, più vivaci i costumi delle donne meticce. Semplice è l'abbigliamento maschile; gli indios usano un tipico passamontagna di lana a vari colori. L'attività artigianale, praticata in prevalenza da donne, si basa essenzialmente sulla tessitura. L'alimentazione è assai povera; piatti nazionali sono il mote (chicchi di granturco bollito) e il mani (salsa di arachidi con moltissimo pepe). Diffusissimo è l'uso di masticare le foglie di coca e di bere la chicha (ottenuta dalla fermentazione dei chicchi di granturco), vera piaga della gente andina.

Cultura: letteratura

Scarsi furono i contributi locali alla letteratura coloniale: un modesto rimatore chiamato Juan Sobrino ( XVII secolo) e il più dotato cronista Bartolomé Martínez y Vela, autore dei piacevoli Anales de la Villa Imperial de Potosí (XVIII secolo), furono gli unici letterati di qualche rilievo. Nella ricca Potosí si diedero anche rappresentazioni teatrali, ma non se ne sa molto. I gesuiti ebbero a Juli una piccola tipografia, in cui venne stampato nel 1705 un pregevole dizionario aymará del padre Bertonio; ma solo dopo l'indipendenza (1825) funzionò veramente la stampa e apparve il primo giornale: El Telégrafo (1822). Anche dopo la nascita della Bolivia, però, l'isolamento del Paese e la mancanza di centri culturali importanti resero lenti e incerti gli sviluppi letterari. Scrittori “rivoluzionari” furono Vicente Pazos Kanki, autore di Memorias histórico-políticas (1834), e Casimiro Olañeta (1796-1860), oratore e pubblicista. Poligrafo e biografo di Bolívar fu José M. Loza (1799-1862). Il romanticismo portò un certo numero di versificatori: Ricardo J. Bustamante, la poetessa María J. Mujía (1820-88), Néstor Galindo (1830-65), autore di Lágrimas (1856), fucilato dal tiranno Melgarejo, e qualche altro; mentre un secondo e tardo romanticismo è rappresentato dalla prolifica Adela Zamudio (1854-1928) e da Isaac G. Eduardo (1861-1924). Maggior rilievo ha Nataniel Aguirre (1842-88), poeta, narratore (Juan de la Rosa, 1885) e drammaturgo (Visionarios y mártires, 1865); e una certa personalità Félix Reyes Ortiz (1828-83), poeta e commediografo. Numerosi gli storici e critici, fra cui emerge Gabriel R. Moreno (1834-1908). Il rinnovamento poetico “modernista” ebbe un notevole alfiere in Ricardo Jaimes Freyre (1868-1933), vissuto quasi sempre in Argentina (Castalia bárbara, 1897; Los sueños son vida, 1917); e altri rappresentanti di rilievo in Manuel M. Pinto (1871-1940), Gregorio Reynolds (1882-1941) e specialmente Franz Tamayo (1880-1956), poeta e saggista di valore. Fra i narratori, il primo posto spetta ad Alcides Arguedas (1879-1946), che ha dato in Raza de bronce (1919) uno dei capolavori della narrativa indigenista; altri aspetti della realtà boliviana furono interpretati da Armando Chirveches (1883-1926), Jaime Mendoza (1874-1940), detto il “Gorkij boliviano”, A. Alarcón, G. A. Navarro, J. F. Bedregal, ecc. Critico e poeta fu R. Villalobos (1860-1939). Nel panorama novecentesco, modesto per la difficile situazione del Paese e per il basso livello culturale della popolazione, si distinguono tra i poeti: Octavio Campero, Yolanda Bedregal (1926-99), Jorge Suárez, Félix Rospigliosi e soprattutto Pedro Shimose (n. 1940), che è anche narratore, pubblicista e critico di ampio respiro, musicologo e disegnatore; tra i narratori: Augusto Céspedes (1904-97), anticipatore del realismo magico sudamericano (Sangre de mestizos, El diputado mudo); Oscar Cerruto (1912-81), non solo romanziere, ma poeta, giornalista e diplomatico, di lui si ricordano Cerco de penumbras (1958) e la raccolta di versi Cántico traspasado (1975); Augusto Guzmán, (1903-94), critico letterario e apprezzato storico, fu premiato nel 1961 con il Premio Nacional de Literatura; la sua opera più famosa è Prisionero de guerra (1937) sulla propria esperienza nella guerra del Chaco; Raúl Botelho Gosálvez (1917-2004); tra i saggisti: Fernando Díez de Medina (1908-90), una delle penne più autorevoli della stampa boliviana e autore anche di opere di narrativa e poesia, e Jesús Lara (1898-1998), voce letteraria la cui produzione è stata quasi interamente dedicata alla causa degli indios (Poesia Popular Quechua, 1956; Inkallajta-Inkaraqay, 1967; Mitos y Leyendas y Cuentos de los Quechuas, 1973). Negli anni a cavallo del millennio a questi si sono aggiunti nuovi nomi, come Ramon Rocha (n. 1950), autore di Pedagogia de la Liberacion (1975), El Run Run de la Calavera (1983), Ladies Night (2000); Ce Mendizabal (n. 1956), che divide la propria attività tra racconti, poesie e articoli giornalistici; Victor Montoya (n. 1958), passato attraverso l'esilio in Svezia (Días y noches de angustia). Il tema della patria, delle dure condizioni socio-economiche e di un futuro diverso restano, comunque, i principali argomenti della letteratura boliviana.

Cultura: teatro

Sia durante il periodo coloniale, sia dopo l'indipendenza, il teatro boliviano fu per lungo tempo un fenomeno assolutamente marginale e fortemente influenzato da modelli spagnoli, con una produzione indigena di drammi religiosi e di drammi storici. Solo a partire dal 1920 si formarono gruppi sperimentali che favorirono la nascita di una nuova drammaturgia, impegnata nella ricerca di un'identità nazionale e nella protesta, più o meno latente, contro le atroci condizioni politico-sociali del Paese. L'autore più noto fu Adolfo Costa du Rels, il cui testo, Los estandartes del rey (1956), fu rappresentato anche in altri Paesi. Fino alla metà del Novecento non è esistita comunque un solida struttura organizzativa né nella capitale né altrove, e l'attività teatrale è stata sporadica. La seconda metà del Novecento ha invece riportato l'attenzione e la sensibilità verso la drammaturgia a livelli importanti, con il moltiplicarsi di autori (il già menzionato Raúl Botelho, e colui che è considerato l'iniziatore del teatro moderno boliviano, Sergio Suárez Figueroa), opere, compagnie (come il Teatro Experimental Universitario degli anni Sessanta, il TIBO, Teatro Independiente Boliviano, che dal 1999 riunisce diversi gruppi teatrali contemporanei, il Taller Nacional de Teatro, l'organizzazione più importante), scuole e rassegne (i festival internazionali di teatro di Santa Cruz de la Sierra e di La Paz).

Cultura: arte

Nel bacino del Lago Titicaca, riparato dalle intemperie e più fertile delle altre aree boliviane, si trovano le manifestazioni artistiche più notevoli. I resti archeologici del Periodo Formativo (ceramica di Chiripa, ca. 500 a. C.) sono di scarso interesse e solo nel Periodo Classico nasce in Bolivia la seconda civiltà-orizzonte delle Ande centrali, Tiahuanaco, che irradiò la sua influenza in campo artistico fino alla costa. All'inizio del Periodo Postclassico, Tiahuanaco decade e sorgono stili locali di modesto rilievo; infine, la conquista di questi territori da parte degli Inca portò all'assunzione di caratteri stilistici incaici, come si può notare osservando per esempio le costruzioni, i tessuti e i monili in oro e argento rinvenuti nelle isole Titicaca e Coatí. Molti dei reperti dell'epoca precolombiana, insieme a opere d'arte, manufatti e monili di età coloniale, sono oggi conservati nei musei della capitale, come il Museo de Metales Preciosos Pre-Columbinos, il Museo Nazionale di Arte e il Museo Nazionale di Archeologia. In tempi recenti, come si è detto, una parte del Paese ha beneficiato di sostegni e promozione artistica e culturale, potendo attivare scambi e relazioni internazionali (va detto che anche la tutela del patrimonio degli indios è sempre più centrale nelle politiche culturali). Nelle arti figurative, a partire dalla seconda metà del Novecento, sono emerse personalità appartenenti a movimenti e correnti diversi: dall'astrattismo di María Luisa Pacheco, alla plasticità delle opere di Zulma Tejada, René Noriega, Carlos Rimaza, all'arte concettuale di Roberto Valcárcel. La scultura boliviana contemporanea ha avuto in Marina Núñez del Prado (1910-95) la propria miglior rappresentante.

Cultura: cinema

Fino al 1967 non si conoscevano, almeno in campo internazionale, film boliviani. Il primo lungometraggio, Wara-Wara, su un principe degli Inca, fu girato muto nel 1929; si giunge poi al 1957-58, quando si affermò il documentarista Jorge Ruíz con Ritorna, Sebastiano, sulle tribù indie arretrate, e La Vertiente, nome di un grande fiume; la produzione era tutta importata dall'estero e distribuita su controllo straniero (non solo statunitense, ma argentino e peruviano). Nel 1953 fu fondato un Istituto nazionale del cinema a La Paz, che però si occupava esclusivamente di cortometraggi di propaganda e dei pochi cinemobili attrezzati per il formato ridotto. Una svolta nella cinematografia boliviana fu rappresentata da Jorge Sanjinés (n. 1936), che realizzò un lungometraggio a soggetto, Ukamau, sulla vita degli indios e parlato nella loro lingua e da Antonio Eguino (n. 1938), che si cimentava nella regia sfidando la dittatura militare con un film sulle drammatiche condizioni dei contadini, Pueblo chico (1973). Incarcerato nel 1975, Eguino riuscì a girare un secondo film nel 1977, Chuquiago, ambientato a La Paz. Successivamente ha diretto ancora Amargo Mar (1984) e Los Andes no creen en Dios (2005). Gli anni tra il 1980 e oggi hanno registrato un incremento delle produzioni, ma la Bolivia resta tuttavia uno dei Paesi sudamericani con il minor numero di pellicole prodotte annualmente. Tra le più rilevanti si segnalano Cuestión de fe (1995), di Marcos Loayza (n. 1959), Para recibir el canto de los pájaros (1996) e Los Hijos del último jardín (2004), del citato Jorge Sanjinés, El triángulo del lago (1998) di Mauricio Calderón, Dependencia Sexual (2003), di Rodrigo Bellot (n. 1978). Apprezzato autore è anche l'italo-boliviano Paolo Agazzi (El día que murió el silencio, 1998). Tra gli appuntamenti cinematografici più importanti va citato il Festival Iberoamericano de Cine, di Santa Cruz de la Sierra.

Bibliografia

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Per il cinema

G. Braucourt, Sur “Ukamau” et “Yawar Mallku” - Entretien avec Jorge Sanjinés, in “Cinéma 70”, 144, Parigi, 1970; J. Sanjinés, El coraje del pueblo, in “7a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema”, Quaderno informativo n. 30, Pesaro, 1971.

Per il folclore

L. Baudin, La vie quotidienne au temps des derniers Incas, Parigi, 1955; L. Pellegrini, Il Sud-America è di Atahualpa, Milano, 1956; C. Isherwood, Il Condor, Novara, 1961; S. Waisbard, Tiahuanaco: diecimila anni d’enigmi incaici, Milano, 1982.