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agg. [sec. XIX; da repubblica].

1) Della repubblica, che riguarda la repubblica: le istituzioni repubblicane; che è retto a repubblica: nazione repubblicana; che appartiene a un Paese retto a repubblica: governo repubblicano.

2) Che è fautore della repubblica; che appartiene al partito repubblicano, anche sm.: giornale repubblicano; i repubblicani al governo.

Storia dei partiti repubblicani: Italia

Giuseppe Mazzini, fondando nel 1831 con un programma basato sui tre concetti di “unità-repubblica-democrazia” l'associazione Giovine Italia, creò la prima organizzazione politica repubblicana moderna del nostro Paese. Da allora le forze mazziniane, volta a volta organizzate sotto vari nomi (quali Partito d'Azione, Alleanza Repubblicana Universale, ecc.), furono costantemente impegnate nella lotta per la conquista dell'indipendenza, seppure non senza qualche grave polemica con le altre correnti repubblicane più genuinamente federaliste (C. Cattaneo). Al compimento dell'unità nazionale, realizzata attraverso la via monarchico-moderata di contenuto conservatore ed elitario, il movimento repubblicano si sforzò di reagire cercando più profondi agganci con le masse popolari, battendosi per un programma di riforme sociali e favorendo lo sviluppo dell'associazionismo operaio e del movimento cooperativistico. Duramente provato dalle crisi interne scoppiate per i contrasti fra gli astensionisti e i transigenti parlamentari, fra gli unitari e i federalisti, fra i “collettivisti” socialisteggianti e i cooperativisti interclassisti, il movimento repubblicano negli ultimi anni dell'Ottocento riuscì tuttavia a riorganizzarsi con la costituzione ufficiale del PRI (Milano, 1895) per opera degli elementi combattivi più giovani, come De Andreis, Ghisleri, Chiesa, Gaudenzi, ecc. Sotto la loro direzione il PRI fu protagonista di primo piano nelle lotte democratiche contro l'involuzione reazionaria di fine secolo e contro il trasformismo giolittiano. Fortemente ostile a ogni impresa coloniale, ma sensibile alle istanze irredentistiche, allo scoppio della prima guerra mondiale il PRI diede vita a quell'interventismo democratico che ebbe in A. Ghisleri il massimo esponente. L'avvento del fascismo vide tra i più irriducibili avversari della dittatura il PRI, i cui esponenti non mancarono di accorrere anche in aiuto della Repubblica spagnola con le Brigate Internazionali durante la guerra civile. Più tardi il PRI partecipò attivamente alla lotta armata della Resistenza, organizzando le brigate partigiane Giovine Italia e Mazzini, pur mantenendo una posizione critica verso il CLN a causa della costante pregiudiziale repubblicana, venuta meno con la proclamazione della Repubblica Italiana (2 giugno 1946). Da allora il PRI assunse spesso responsabilità ministeriali, non sfuggendo durante i governi centristi dominati dal moderatismo della Democrazia Cristiana, ad alcuni cedimenti programmatici significativi sul piano dei valori progressisti. La crisi interna causata da una corrente destrorsa (diretta da R. Pacciardi, segretario del partito dal 1945 al 1949, e più tardi uscita dal partito perché contraria all'idea di governi più vigorosamente riformatori) fu superata con il XXIX Congresso del partito (1965), dove assunse la segreteria U. La Malfa, sostenitore e artefice della politica di centro-sinistra, dopo il lungo periodo della segreteria retta da O. Reale (1949-63). Durante le segreterie di La Malfa (1965-75) e di O. Biasini (1975-79), il PRI, pur rimanendo partito di modesta consistenza numerica, conobbe notevoli affermazioni elettorali, che ne premiavano la funzione di punto d'equilibrio centrale dello schieramento parlamentare, attento in particolare ai temi di politica economica, in una prospettiva solidamente “borghese” ma non senza significative aperture alla stessa sinistra comunista. Gli anni Ottanta ne hanno poi visto ancora accresciuti il peso politico e l'influenza: il senatore G. Spadolini (segretario del partito dal 1979 al 1987) costituiva nel giugno 1981 il primo governo che, dal dopoguerra, fosse retto da un presidente del Consiglio non democristiano. Sullo slancio del governo Spadolini il PRI accresceva la sua presa nell'elettorato, ma non al punto da consentire al partito una forza adeguata per bilanciare l'asse privilegiato DC-PSI, dominante nella politica italiana degli anni Ottanta. Nel 1991 Giorgio La Malfa, segretario del partito dal 1987, decideva di interrompere la pluriennale alleanza governativa con democristiani, socialisti e socialdemocratici e, reclamando una decisiva svolta nella direzione della politica economica del Paese, collocava il PRI all'opposizione. Si trattava, però, di una mossa tardiva, poiché ben presto sarebbero esplose le indagini giudiziarie che avrebbero coinvolto tutti i partiti di governo nel reato di finanziamento illecito ai partiti. Anche i repubblicani italiani e lo stesso La Malfa (che si dimetteva) risultavano implicati nelle inchieste, sia pure in misura ridotta, mentre il nuovo scenario politico portava il partito a ricercare nuove forme di aggregazione politica nel movimento di Alleanza Democratica.

Storia dei partiti repubblicani: Francia

Il movimento repubblicano in senso moderno ebbe le sue origini in Francia, dove, tuttavia, non riuscì mai a crearsi una struttura politico-organizzativa unitaria e duratura, tale da permettergli di incidere in modo costante e autonomo sulla vita del Paese. Così, durante l'epoca della Restaurazione e dei “governi borghesi” della successiva monarchia orleanista, costretto a operare nella clandestinità, il repubblicanesimo d'oltralpe diede vita a una miriade di piccoli gruppi e società segrete insurrezionali (da quelle intitolate ai Droits de l'homme o agli Amis du Peuple, a quelle che prendevano il nome dalla Société des saisons, che spesso risentivano dell'influenza del cospiratore F. Buonarroti), concordi nella lotta senza quartiere contro i governi in nome degli ideali della grande Rivoluzione del 1789, ma in acerbo contrasto fra loro per i rispettivi programmi, ora ispirati alle correnti più radicali e robespierriste (come Lebon e Vignerte), ora all'antiterrorismo di Danton (come Marrast), o infine inclini verso un indirizzo più moderato e interclassista che poneva soprattutto l'accento sul principio della “fraternità” (come Cavaignac). La gravità della “questione sociale” – in quel periodo particolarmente drammatica in Francia – finì per inasprire i contrasti tra quei repubblicani che aspiravano a una rivoluzione sociale e all'instaurazione di un regime egualitario di tipo comunista e quanti invece si limitavano a lottare per fondare un sistema politico democratico-liberale e parlamentare. Proprio tali contrasti esplosero con violenza nel 1848, allorché, abbattuta la monarchia di Luigi Filippo, i gruppi estremisti insorsero a Parigi contro il governo repubblicano provvisorio durante le journées de juin e furono subito repressi nel sangue da Cavaignac, con successivo riflusso reazionario delle campagne, sfociato nella repubblica presidenziale e autoritaria di Luigi Napoleone e poi nel cosiddetto Secondo Impero napoleonico. Anche dopo Sedan e la proclamazione della III Repubblica, il repubblicanesimo francese non riuscì a risolvere i contrasti interni delle sue più contrapposte aspirazioni, pur trovando in alcuni esponenti politici di grido (L. Gambetta, J. Grévy, J. Ferry, ecc.) gli statisti capaci di avviare e mantenere il Paese sulla via di una vivace difesa dei fondamentali valori umani e democratici, guidandolo nel difficile superamento delle gravissime crisi involutive e reazionarie di fine secolo (affaires Boulanger Dreyfus). L'anima composita del repubblicanesimo francese andò, comunque, sempre più assumendo caratteri conservatori sotto la direzione degli uomini politici del periodo della “grande guerra” (Clemenceau, Poincaré, ecc.), mentre a livello parlamentare si frantumava in una pleiade incoerente di clubs elettorali dominati da notabili locali. Il crollo della III Repubblica trascinò con sé anche le fortune elettorali dei repubblicani francesi. Infatti, con l'avvento della IV Repubblica (1946), la vita politica del Paese cominciò a essere determinata dalla volontà preponderante delle tre forze partitiche di massa modernamente organizzate, e cioè il Partito comunista, i socialisti e il Mouvement Républicain Populaire (MRP). Ma quest'ultima formazione, per lungo tempo diretta da G. Bidault, nonostante la sua dicitura ufficiale fu un partito di schietta ispirazione democratico-cristiana e confessionale, tale dunque da non avere nulla a spartire con le tradizioni laiche, e magari anticlericali, del repubblicanesimo francese del sec. XIX e dei primi anni del XX. La vita autonoma del MRP, tuttavia, fu assai effimera. Il regime autoritario della Repubblica (la V) presidenziale di De Gaulle (1958) finì progressivamente per inglobare nel movimento gollista il MRP. Successivamente, la poliedrica realtà dei repubblicani francesi è venuta configurandosi in ben distinti raggruppamenti partitici: da un lato, il repubblicanesimo di sinistra si è identificato nel Mouvement des Radicaux de Gauche (MRG), entrato nel 1972 a far parte dell'Union de la Gauche; dall'altro, i repubblicani moderati sono confluiti o nel Rassemblement pour la République (RPR), erede del Partito repubblicano fondato da De Gaulle, o nella Fédération Nationale des Républicains Indépendants, sorta nel 1965 sotto la guida di Giscard d'Estaing e presente nei primi anni del sec. XXI nello schieramento politico francese come Union pour la Démocratie Française (UDF).

Storia dei partiti repubblicani: Stati Uniti

Negli Stati Uniti d'America, il Partito repubblicano affonda le sue radici storiche in quei vari movimenti antischiavisti che si svilupparono nei primi decenni del sec. XIX contemporaneamente al fenomeno di forte espansione territoriale verso l'Ovest e le coste del Pacifico e la conseguente creazione di nuovi Stati e territori, ammessi a partecipare all'Unione. In generale, il Nord, industriale e commerciale, assunse posizioni antischiaviste, mentre il Sud, a economia prevalentemente agricola e latifondista, si fece fautore del mantenimento e dell'estensione della schiavitù dei neri anche negli Stati appena sorti. Il “compromesso del Missouri”, elaborato da Clay nel 1820, stabiliva la linea di demarcazione fra Stati liberi e Stati schiavisti al parallelo 36º 30´, ma suscitò la reazione degli antischiavisti del movimento abolizionista di W. Ll. Garrison, del Liberty Party e del Free Soil Party (il cui motto era: free soil, free labour and free men). Più tardi il Kansas-Nebraska Act(1854) organizzava i due territori omonimi in base al principio della squatter sovereignty (per cui spettava alla sovranità dei coloni ammettere o no la schiavitù all'interno dei loro territori). Ma tale legge causò una forte reazione sia fra i whigs sia all'interno dei “democratici” del Nord. Sorse così nel 1854 il Partito repubblicano quale unione di tutte le forze antischiaviste rappresentanti degli interessi commerciali e industriali del Nord e dei piccoli farmers dell'Ovest, socialmente contrarie ai grandi interessi agrari del Sud. Dopo il successo elettorale del 1858, il Partito repubblicano riuscì a fare eleggere il presidente Lincoln (1860), dichiaratamente abolizionista. La successiva guerra di Secessione, vinta dagli Stati settentrionali, sancì i principi abolizionisti proclamati dal Partito repubblicano, che, tuttavia, alla fine del conflitto si trovò con la propria base sociale elettorale completamente mutata. Lo sviluppo dell'industria pesante, iniziato durante la guerra e proseguito in modo convulso negli anni successivi, trasformò definitivamente il Partito repubblicano nel partito dello sviluppo industriale indiscriminato e dei grandi trusts capitalistici. Sulla scia di tali interessi economici consolidati, il predominio repubblicano durò incontrastato sino al 1913, interrotto solo dalle presidenze democratiche di Johnson (1865-69) e Cleveland (1885-89 e 1893-97), eletti sull'onda dello scontento popolare causato dai gravi scandali della pubblica amministrazione repubblicana. Ma con la presidenza di McKinley (1897-1901), il Partito repubblicano rinunciò all'isolazionismo, portando il Paese a dichiarare guerra alla Spagna e ad acquisire i nuovi territori di Cuba, Puerto Rico, delle isole Filippine e delle Hawaii; finalmente con l'amministrazione di Th. Roosevelt (1901-1909) molte istanze riformatrici avverse allo strapotere delle grandi concentrazioni economiche parvero aprirsi un varco nel partito. Invano, poiché subito le correnti più conservatrici (i cosiddetti stand patters) e la “macchina” elettorale del Partito repubblicano prevalsero nel 1912, con la scelta dello screditato Taft (1909-13) a candidato ufficiale alla presidenza, favorendo così l'elezione del democratico Th. Wilson. Il contraccolpo all'interno del Partito repubblicano fu talmente duro che le forze riformatrici rooseveltiane (chiamate insurgentes) uscirono dal partito dando vita al Progressive Party. Nel 1921, esauritasi la ventata idealistica wilsoniana, i repubblicani, approfittando del disorientamento popolare e delle riaffioranti tendenze isolazionistiche, riuscirono a impadronirsi nuovamente della presidenza con Harding (1921-23). Sotto la sua amministrazione e quelle successive di Coolidge (1923-29) e di Hoover (1929-33) le speculazioni e l'affarismo più sfrenato portarono l'America al tremendo crollo di Wall Street (ottobre 1929), costringendo i democratici a impegnarsi nella difficile impresa della ricostruzione, attuata con il New Deal di F. D. Roosevelt. Dopo la seconda guerra mondiale i repubblicani tornarono alla presidenza con il generale D. Eisenhower (1953-61), realizzando un chiaro indirizzo conservatore in politica interna e una forte contrapposizione anticomunista in politica estera. A tale proposito non va dimenticato che i repubblicani, anche durante l'amministrazione democratica di Truman (1945-53), riuscirono a impedire il proseguimento del New Deal rooseveltiano agitando campagne demagogiche e oscurantiste, quale la famosa “caccia alle streghe” anticomunista promossa dal senatore repubblicano MacCarthy. Negli anni Sessanta l'esperimento progressista della “nuova frontiera” kennediana e l'amministrazione democratica di L. B. Johnson costrinsero i repubblicani a ripiegare su posizioni sempre più retrive, culminate nel 1964 con la nomina a candidato presidenziale repubblicano del senatore segregazionista B. Goldwater. Gli errori e i fallimenti in politica internazionale (Viet Nam) delle amministrazioni democratiche permisero però più tardi ai repubblicani di ritornare al potere con un loro tipico uomo “d'apparato” del partito, R. Nixon (1969-74), il quale fu peraltro costretto a dimettersi in favore di G. Ford dall'indignazione popolare seguita allo scandalo Watergate. Sconfitti alle elezioni presidenziali del 1976, che diedero la vittoria al democratico J. Carter, i repubblicani riconfermarono tuttavia la loro capacità di “tenuta” e ripresa politica; sfruttando ancora una volta errori e incertezze della gestione democratica e tenendo fede a un'immagine ormai consolidata di robusta forza conservatrice, portarono alla presidenza, nelle elezioni del 1980, il loro candidato, Ronald Reagan, riconfermato nel 1984, e nelle elezioni del 1988 George Bush. Alla fine del mandato di quest'ultimo tuttavia, la guida del Paese è tornata nelle mani del Partito democratico, il cui candidato Bill Clinton ha vinto le elezioni presidenziali del 1992 e del 1996. I repubblicani hanno riconquistato la presidenza nel 2000 con il figlio di Bush, George Walker, rieletto anche alle elezioni presidenziali del 2004.

Storia dei partiti repubblicani: Turchia

Eccezionale è il ruolo politico del Partito Repubblicano del Popolo (Cumhuriyet Halk Partisi, CHP) nella storia della moderna Turchia. Fondato il 9 agosto 1923 da Muṣṭafā Kemāl – più tardi nominato Atatürk (padre dei Turchi), per lungo tempo suo capo incontrastato e carismatico –, il CHP costituì la formazione politica attraverso la quale il fondatore della Repubblica turca poté operare per trasformare completamente il proprio Paese, uscito dallo sfacelo dell'Impero ottomano, in uno Stato moderno e occidentale. Partito unico fino al 1945, il CHP contribuì ad alimentare un forte senso nazionale nel popolo turco e approvò in seno alla Grande Assemblea Nazionale tutti quegli indispensabili provvedimenti che Atatürk andava proponendo e realizzando. Morto Atatürk (1938) e succedutogli alla guida del Paese e del CHP ʽIṣmet Inönü, di ben diverso temperamento politico, non solo mutò il clima generale ma alcune forme di dissenso cominciarono a prendere piede, massime negli strati più poveri della popolazione contadina maggiormente influenzabili dalla propaganda fanatica di certo clero musulmano esasperato dal laicismo kemalista, e si espressero in partiti di opposizione organizzata. Sorse così, per esempio, il Partito democratico di Adnan Menderes (1945), che di lì a qualche anno (1950) riuscì a strappare il governo al CHP, lasciando sempre più largo spazio al clericalismo e al clientelismo. Ma il malgoverno, i brogli elettorali, l'inflazione disastrosa e da ultimo i conati dittatoriali di Menderes portarono nel maggio 1960 al colpo di stato dell'esercito e alla deposizione di Menderes. Votata una nuova Costituzione più democratica, il CHP ottenne una maggiore affermazione elettorale, non tale tuttavia da escludere dal potere il Partito della Giustizia, fondato da S. Demirel sulla stessa base sociale del soppresso partito menderesiano. Guidato da Bülent Ecevit, il CHP si è alternato solo per brevi periodi con il partito di Demirel alla guida del Paese nel corso degli anni Settanta, in una situazione di crisi crescente, sfociata nel settembre 1980 in un colpo di stato militare che ha segnato per i repubblicani, come per gli altri partiti politici turchi, la sospensione di ogni attività e, nel 1981, lo scioglimento.

Bibliografia (per il movimento repubblicano in Italia)

L. Lotti, I repubblicani in Romagna dal 1894 al 1915, Faenza, 1957; F. Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana. Dibattiti ideali e contrasti politici all'indomani del 1848, Milano, 1958; R. Composto, I democratici dall'Unità ad Aspromonte, Firenze, 1967; A. Scirocco, I democratici italiani da Sapri a Porta Pia, Napoli, 1969; F. Della Peruta, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il “partito d'azione”, Milano, 1974; G. Spadolini, I repubblicani dopo l'Unità (1871-1984), Firenze, 1984.