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Frància

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(République Française). Stato dell'Europa occidentale (543.965 km²). Capitale: Parigi. Divisione amministrativa: regioni (22). Popolazione: 63.659.608 ab. (stima 2013). Lingua: francese (ufficiale), minoranze corse, bretoni, tedesche, basche, catalane, fiamminghe. Religione: cattolici 64,3%, non religiosi/atei 27%, musulmani 4,3%, protestanti 1,9%, buddisti 1%, altre religioni 0,9%, ebrei 0,6%. Unità monetaria: euro (100 centesimi). Indice di sviluppo umano: 0,884 (20° posto). Confini: Belgio, Lussemburgo, Germania (NE), Svizzera, Italia (E), Spagna, Andorra (SW), Mare del Nord (N), mar Mediterraneo (S), oceano Atlantico (W), canale della Manica (NW). Membro di: Consiglio d'Europa, EBRD, NATO, OCDE, ONU, OSCE, PC, UE e WTO.

Generalità

La Francia è stata storicamente favorita sia dalla sua posizione geografica, al centro del continente europeo, dotata di sbocchi sul bacino mediterraneo e sull'oceano Atlantico e confinante con tutti i maggiori Stati europei; sia dalla topografia del territorio, molto esteso ma ricco di pianure, provvisto di barriere naturali a segnare il confine con quasi tutti i Paesi vicini (le catene di Alpi e Pirenei per Italia e Spagna, il canale della Manica per l'isola britannica). Queste felici condizioni geopolitiche hanno contribuito a farne ben presto una delle più solide e avanzate realtà politiche d'Europa, ruolo che essa ha saputo mantenere malgrado le complicate vicende storiche attraversate nel corso dei secoli. Dotato di radici culturali risalenti all'incontro, avvenuto nel V secolo d. C., della cultura franca, di stampo germanico, con le più antiche componenti celtica e romana, il Paese si è affermato fin dal Medioevo per il sentimento nazionale che, nei momenti più difficili, ha sempre accomunato tutte le popolazioni sparse sul vasto territorio intorno alla corona. Nel corso dei secoli, dopo la completa realizzazione della sua monarchia in senso assolutista sotto il regno del sovrano Luigi XIV, la Francia, patria delle dottrine politiche illuminate e democratiche, ha avuto una vicenda istituzionale molto travagliata, segnata dalle violente esperienze della Rivoluzione e del Terrore, dal primo esperimento repubblicano della storia (nel 1792), dai tentativi di ricostituzione imperiale di Napoleone I e Napoleone III, da quattro costituzioni repubblicane susseguitesi dal 1848 in poi. Nel secolo scorso la Francia ha dovuto affrontare momenti di grande difficoltà politica ed economica, dovuti alla disastrosa occupazione tedesca subita nel corso della seconda guerra mondiale, ai conflitti legati alla perdita dei possedimenti coloniali acquisiti durante il XIX secolo in Africa e Asia (soprattutto Algeria e Indocina), e a un contrasto politico interno acceso e non sempre moderato tra le forze di destra e di sinistra del Paese. Tuttavia, il carisma personale di certi suoi statisti (in particolare Charles De Gaulle e François Mitterrand) e una politica all'avanguardia sul piano sociale, dell'immigrazione e della tutela delle minoranze, hanno contribuito a rafforzarne la centralità e il prestigio politico acquisito storicamente a livello europeo e mondiale. A partire dal secondo dopoguerra, pur avvicinandosi agli Stati Uniti in una comune difesa degli ideali occidentali, la Francia è stata tra i Paesi guida nel sostenere con orgoglio l'identità europea e un certo grado di emancipazione della politica continentale dalle scelte del potente alleato americano, un ruolo portato avanti con determinazione anche all'interno della Unione Europea. I primi anni Duemila erano caratterizzati dalla grave crisi economica iniziata con il crollo del mercato immobiliare americano e rapidamente diffusasi anche in Europa. Il presidente Hollande, eletto nel maggio 2012, non riusciva ad attuare completamente l'ambizioso programma politico che avrebbe dovuto puntare sul rilancio del ruolo regolatore dello stato nell'economia, con significativi investimenti nel campo dell'istruzione e un aumento della tassazione per i redditi più alti, e ha visto crescere un forte malcontento in particolare tra i sindacati e le fasce più deboli della popolazione, anche a causa delle difficili condizioni in cui versano le periferie delle grandi città, bisognose di urgenti interventi di riqualificazione. L'asse franco-tedesco che sembrava guidare solidamente la politica UE appariva molto indebolito da un mancato accordo non soltanto sui temi economici, ma anche su questioni di grande attualità come quella della gestione dei flussi migratori provenienti dall'Africa e dalle aree del Medio Oriente teatro di sanguinosi conflitti.

Lo Stato

In base alla Costituzione approvata con referendum il 28 settembre 1958 ed entrata in vigore il 4 ottobre dello stesso anno, la Repubblica Francese è una Repubblica unitaria di tipo presidenziale. Capo dello Stato è il presidente della Repubblica. Secondo la Costituzione del 1958 (più volte modificata) è eletto a suffragio universale e diretto e resta in carica per un periodo di 5 anni (in base al referendum del 26 settembre 2000). Il presidente è anche capo del potere esecutivo, nomina il primo ministro e, su proposta di questo, i rappresentanti degli altri ministeri. Il sistema è però semipresidenziale: il governo, infatti, deve avere la fiducia del Parlamento, che può condizionare, con la sua maggioranza, la nomina e il programma del primo ministro. Tale sistema ha portato più volte alla “coabitazione” di un presidente della Repubblica e di un primo ministro espressioni di maggioranze politiche diverse. Il potere legislativo è esercitato dal Parlamento, che è composto dall'Assemblea nazionale (i cui 555 membri sono eletti a suffragio universale e diretto per 5 anni) e dal Senato (i cui 321 membri sono eletti a suffragio indiretto per 9 anni e si rinnovano per un terzo ogni 3 anni). Tutela la garanzia costituzionale delle leggi e la regolarità delle elezioni il Consiglio costituzionale, composto da 9 membri, nominati per 9 anni dal presidente della Repubblica e dai presidenti della Camera e del Senato, oltre che da eventuali membri a vita nominati dal presidente della Repubblica. La Francia metropolitana è divisa in 96 dipartimenti raggruppati in 22 regioni, di cui una, la Corsica, autonoma; fanno inoltre parte del Paese 10 dipartimenti e territori d'oltre mare: 4 dipartimenti (Guayana Francese, Guadalupa, Martinica, Riunione); 2 collettività territoriali (Mayotte, Saint-Pierre et Miquelon); 4 territori (Nuova Caledonia, Polinesia Francese, Terre Australi e Antartiche Francesi, Wallis e Futuna). Il Presidente della Repubblica è anche capo supremo delle forze armate, che comprendono 3 corpi (esercito, marina e aeronautica) più la Gendarmeria, un corpo di polizia militare con funzioni di ordine pubblico. Dal novembre del 2001 le forze armate sono completamente professionali, e comprendono una componente femminile pari al 7% del totale. L'ordinamento giudiziario è basato sul sistema dei codici napoleonici. Nel 1994 un nuovo codice penale ha sostituito quello del 1810. Per quanto riguarda l'istruzione, la Francia è divisa in 25 distretti scolastici (le Academies), che soprintendono all'istruzione primaria, secondaria e superiore nelle rispettive zone di competenza. L'istruzione è obbligatoria e impartita gratuitamente tra i 6 e i 16 anni di età (5 anni di istruzione primaria e 4 di secondaria). Nel marzo del 2004 è entrata in vigore la legge sulla laicità, che vieta l'esibizione di simboli religiosi nelle scuole pubbliche. L'istruzione universitaria prevede tre livelli: il Diplôme d’études universitaires, la Licence, la Maîtrise.

Territorio: morfologia

Il territorio francese rientra per gran parte nell'Europa dei massicci antichi e si presenta morfologicamente come una successione di bacini sedimentari e di aree moderatamente elevate, emergenti con le formazioni geologiche più antiche (quando non coperte anch'esse da terreni sedimentari). Nella parte marginale sudorientale la Francia ingloba un'ampia sezione della catena alpina, a S il versante settentrionale dei Pirenei: due aree incluse geologicamente nell'Europa giovane, cenozoica, formatasi con l'orogenesi alpina. I massicci antichi rientrano nei rilievi emersi nel Paleozoico (orogenesi ercinica) e corrispondono al Massiccio Armoricano, collegato ai rilievi della Gran Bretagna meridionale, e ai massicci varisci o medioeuropei. Tutta l'ampia sezione interessata dall'orogenesi paleozoica è emersa tra il Carbonifero e il Permiano; ai margini dei terreni semisommersi, lagune e mari epicontinentali, si accumularono quei depositi carboniferi che sono la ricchezza della Francia settentrionale. Nell'era mesozoica il territorio rimase sommerso per un lungo periodo dal mare: al Giurassico e al Cretaceo risalgono le formazioni più estese e potenti. Successivamente ebbero inizio quell'emersione generale del territorio e quei moti tettonici connessi con l'orogenesi alpina che daranno l'assestamento definitivo al Paese. I contraccolpi di questi fenomeni orogenetici, che definirono la struttura delle Alpi, portarono al sollevamento di ampie aree già peneplanate, come il Massiccio Centrale, interessato parallelamente da attività vulcaniche, e al ringiovanimento dei massicci lungo il rift renano (Vosgi), oltre che alla particolare tettonica a pieghe del Giura. Nelle aree più depresse del territorio, in particolare nel Bacino di Parigi e nel Bacino Aquitanico, si ebbero incessanti processi di sedimentazione cui si devono le coltri più superficiali di queste regioni, soggette successivamente agli apporti fluviali quaternari. A parte le zone alpina e pirenaica, il territorio francese è quindi geologicamente assestato, con profili maturi; ciò è all'origine del dolce paesaggio che si rileva in gran parte della Francia, sebbene esista una notevole varietà regionale per quanto riguarda i tratti fisionomici, legati anche alla morfologia. Si hanno cioè diverse regioni che presentano, fisicamente, una loro identificazione precisa, seppure senza limiti naturali ben definiti. Una delle principali, vero cuore geografico della Francia per la sua stessa posizione aperta all'Atlantico e a diretto contatto con l'Europa renana, è il Bacino di Parigi, area sedimentaria con lievi ondulazioni (côtes) rotte dai terrazzamenti della Senna. A N si stende l'area carbonifera, una piatta pianura delimitata verso S dai bassi rilievi delle Ardenne, antico massiccio peneplanato, dai profili addolciti, con lunghe dorsali boscose. Il Bacino di Parigi ha una sua appendice orientale nella Lorena, regione ricca di minerali ferrosi che si insinua tra le Ardenne e i Vosgi. Questi sono rilievi dai profili tondeggianti (ballons) che orlano la fossa renana e dominano la fertile e popolosa pianura dell'Alsazia, bagnata dal Reno. A S dei Vosgi inizia l'altopiano del Giura, sorta di avampaese alpino, formato da rocce calcaree mesozoiche, sovrastato da regolari ondulazioni e inciso da valli profondamente incassate. Elemento caratteristico della Francia sudorientale è il solco rodaniano, lunga depressione percorsa dal fiume Rodano e dal suo affluente Saona: ha andamento meridiano ed è separato a N dal Bacino di Parigi mediante le alture della Borgogna, mentre a S si apre un ampio varco tra il Massiccio Centrale e il versante alpino. Quest'ultimo, data la dissimmetria delle Alpi, è molto esteso e formato da potenti strutture sedimentarie mesozoiche, plasticamente piegate; la sezione francese delle Alpi, in larga parte compresa nel Delfinato e nella Provenza, culmina verso l'interno in vari massicci granitici, tra cui il Monte Bianco, che domina la Savoia. Le valli trasversali si addentrano profondamente nella catena, rendendo relativamente facili le comunicazioni con l'Italia. Le appendici alpine terminano a S nell'articolato contorno della Costa Azzurra. Il Massiccio Centrale è un'ampia area sollevata costituita da rocce paleozoiche, marginalmente ammantata di strati mesozoici spettacolarmente incisi dai fiumi (causses) e sovrastata da coni vulcanici (puys; massima elevazione il Puy de Sancy, con 1886 m); a SE il Massiccio Centrale si rialza nella catena delle Cévennes dominante la pianura della Linguadoca, la cui costa è bassa, lagunosa, al di là del grande apparato deltizio del Rodano, che si espande nel golfo del Leone; a W digrada invece nel Bacino Aquitanico, ampia area depressionaria delimitata a S dalla catena pirenaica. Questa è strutturalmente formata dal sollevamento di una zolla paleozoica, ciò che dà compattezza all'insieme e rende la catena (che supera in più punti i 3000 m) poco transitabile, se non alle sue estremità. Il bassopiano aquitanico si raccorda alle pianure costiere atlantiche, che a loro volta si saldano con quelle che si estendono ai margini del Massiccio Armoricano. Formato da graniti, gneiss e rocce scistose varie, questo antico rilievo affiora su una vasta superficie ed è all'origine dei caratteristici paesaggi della Bretagna, “corno” atlantico della Francia, e della più piccola penisola del Cotentin. L'entroterra di queste regioni è la Normandia, che rappresenta l'area di saldatura tra i bacini della Loira e della Senna e che si affaccia al mare con caratteristiche coste a falesie tra cui si apre il profondo estuario della Senna.

Territorio: idrografia

Questo mosaico di regioni fisiche, ben definite strutturalmente e morfologicamente, acquista una più precisa identificazione considerando l'idrografia. La rete idrografica francese è infatti notevolmente articolata. Esistono quattro principali bacini fluviali: tre di essi, quelli della Senna, della Loira e della Garonna, comprendono per gran parte la Francia dei rilievi antichi, rivolta verso l'Atlantico (includente anche il canale della Manica); uno, quello del Rodano, si sviluppa tra le Alpi e il Massiccio Centrale tributando al Mar Mediterraneo. Gli altri fiumi hanno bacini meno estesi e una dimensione regionale limitata. I fiumi atlantici scorrono nelle aree collinari e pianeggianti che formano in larga misura il territorio francese e i loro bacini sono divisi, almeno oltre una certa linea, da deboli soglie spartiacque, che ne consentono il collegamento tramite canali. Legati tra loro sono in particolare la Loira e la Senna, che a sua volta è ben allacciata alle reti idrografiche della Mosa e del Reno. Queste possibilità di collegamento danno alla rete idrografica francese un'importanza fondamentale dal punto di vista geografico, in ciò favorita, agli effetti della navigabilità (che interessa più di 6000 km di vie interne frequentemente utilizzate), dal profilo maturo dei fiumi e dal loro regime quasi costante in rapporto al clima oceanico dei loro bacini. La Loira e la Garonna nascono dal Massiccio Centrale, vero e proprio château d'eaux che alimenta in parte anche il Rodano. Ma questo attinge la maggior parte delle sue acque dalla regione alpina e ha quindi un regime nivale, in parte attenuato dalla funzione regolatrice del lago di Ginevra. Affluente del Rodano è, come si è detto, la Saona, che scorre nella sezione più settentrionale del solco del Rodano e che oggi è artificialmente collegata alla Mosa e al Reno, costituendo perciò un elemento fondamentale nella rete di navigazione interna francese.

Territorio: clima

Dal punto di vista climatico la Francia rientra per gran parte nell'area europea soggetta agli influssi atlantici “occidentali”; a S del Massiccio Centrale e sul versante meridionale delle Alpi il Paese è soggetto al clima mediterraneo. L'oceanicità del clima francese non è uguale su tutta l'area investita dai venti occidentale; benché il territorio sia tutto aperto verso NW, gli influssi si allentano verso l'interno, per cui si può parlare di clima subatlantico per la zona centrale, che comprende tra l'altro il Bacino di Parigi, e che è caratterizzata da una maggior continentalità e da un clima in generale meno umido e piovoso. Nella regione alpina, come nei Pirenei e nel Massiccio Centrale, l'altitudine determina notevoli differenziazioni climatiche, ma in generale si può dire che i versanti dei tre maggiori rilievi francesi sono ben esposti agli apporti umidi di NW. Nell'area a clima atlantico e subatlantico cadono in media annualmente 1000 mm di pioggia, distribuiti con una certa regolarità nell'arco annuale, benché vi siano sensibili variazioni dalla fascia costiera all'interno (rispettivamente si ha una media di giorni piovosi di 200 e 150); anche la quantità delle precipitazioni varia in misura notevole, passando dai 1500 mm della costa ai minimi di 600 mm del Bacino di Parigi. Le precipitazioni aumentano sui versanti montagnosi pirenaici, alpini e del Massiccio Centrale, registrando 2000 mm annui oltre i 1500 m. Regime e quantità delle precipitazioni mutano decisamente passando all'area mediterranea, dove si hanno estati siccitose e inverni piovosi; e quantitativamente si superano di poco i 500 mm di pioggia annui (a Marsiglia 560 mm). Dal punto di vista termico si può parlare in generale di un clima fresco, privo di eccessi, di escursioni termiche stagionali e giornaliere consistenti, benché anche da questo punto di vista vi siano differenze rilevanti passando dalle zone costiere atlantiche a quelle interne: a Parigi dai 5 °C di gennaio si sale ai 18-20 °C di luglio, con pochi giorni di gelo. Nel Midi, soleggiato, si hanno estati calde (a Marsiglia le medie di luglio sono sui 24 °C) e inverni addolciti dai venti mediterranei (9,8 °C).

Territorio: geografia umana. Popolazione

Grazie alle favorevoli condizioni ambientali il territorio francese ha attratto l'uomo sin dalle epoche più remote. Nel Paleolitico superiore esso ospitò brillanti civiltà di cacciatori, la cui presenza è testimoniata tra l'altro dalle pitture parietali della Dordogna; nel Neolitico fitti insediamenti agricoli fiorirono nelle radure dell'antica foresta atlantica, in molte zone tra cui il Bacino di Parigi. Per la sua posizione di convergenza nell'ambito dell'Europa, gli apporti culturali che in quelle epoche la Francia ricevette furono diversi, provenendo sia dall'area mediterranea sia da quella centreuropea. Soltanto con i Celti, che invasero l'intero territorio, si ebbe una prima omogeneizzazione culturale, concretizzatasi in termini di organizzazione territoriale con la conquista romana. Ai Romani si deve la creazione dei primi centri urbani, delle piccole unità insediative (cités) e delle grandi strade di collegamento, rimaste come infrastrutture imprescindibili del territorio francese in tutte le epoche successive. Le invasioni germaniche non rimossero il tessuto già costruito, benché proprio ai Franchi resterà legato il nome del Paese. Dalla sintesi degli elementi gallo-romani con quelli germanici la Francia acquisirà i suoi caratteri definitivi, che si esprimeranno, oltre che sul piano politico e culturale, nel grande sviluppo agricolo verificatosi dopo il periodo carolingio. Tale progresso portò al rilevante sviluppo demografico avutosi tra il sec. XI e il XIII, epoca cui si collega l'origine di tanti insediamenti, sorti intorno a monasteri e a castelli al centro delle nuove aree di dissodamento e che ancor oggi caratterizzano il paesaggio francese. La crescita delle città avvenne piuttosto tardi e interessò i centri meglio favoriti dal punto di vista commerciale, come Parigi, già allora perno delle comunicazioni della Francia settentrionale, Lione e le città portuali. I successivi sviluppi del Paese avranno come elementi promotori proprio queste stesse città, alla cui borghesia si collegano quei grandi movimenti che hanno caratterizzato la storia moderna della Francia. La prosperità raggiunta dal Paese tra il sec. XVII e il XVIII suscitò un nuovo e più vasto incremento demografico: agli inizi del sec. XVIII la popolazione era di 20 milioni di ab., un secolo dopo, al censimento del 1801, risultò di 28 milioni. Nella seconda metà del sec. XIX il Paese cominciò a perdere quella vitalità demografica che aveva segnato l'apice politico ed economico dei secoli anteriori. La natalità prese a decrescere e la parallela riduzione del tasso di mortalità determinò un primo invecchiamento della popolazione. Ciò fu all'origine delle prime consistenti immigrazioni dall'estero, dall'Italia soprattutto. La guerra del 1914-18 ebbe gravi conseguenze indebolendo oltremodo la popolazione francese, che perse sui fronti di battaglia 1,3 milioni di giovani. La recessione degli anni Trenta, che coincise con un deficit demografico dello 0,8%, portò alla nuova massiccia immigrazione di oltre 3 milioni di stranieri, ancora in maggioranza italiani. Alla vigilia della seconda guerra mondiale la Francia ospitava 42 milioni di ab., di cui un decimo nati all'estero (in prevalenza in Italia, Polonia, Spagna, Belgio). Dagli anni del dopoguerra, dopo una breve ripresa della natalità, l'incremento demografico sembra assestato su valori di poco inferiori alla media europea. Se nei primi decenni che seguono la guerra mondiale la crescita demografica è stata in gran parte sostenuta dal rientro di numerosi Francesi dalle ex colonie e dall'immigrazione di lavoratori stranieri, negli anni successivi è dovuta al movimento naturale caratterizzato dal prevalere della natalità sulla mortalità. Sempre nel quadro della dinamica demografica vanno segnalati l'aumento della durata media della vita e la riduzione del tasso di mortalità infantile a valori minimi (3,6‰ nel 2013). L'aumento della popolazione anziana sembra interessare soprattutto la fascia geografica compresa tra la Borgogna, il Massiccio Centrale e l'Aquitania, nonché i dipartimenti occidentali e la Costa Azzurra dove, però, l'immigrazione di popolazione attiva dovrebbe contribuire in parte ad abbassare l'età media. Infatti, nonostante i provvedimenti adottati dal governo francese negli anni Settanta, a seguito della crisi economica internazionale, per diminuire l'immigrazione e incentivare il ritorno dei lavoratori stranieri al loro Paese d'origine, la presenza straniera in Francia si mantiene elevata già alle stime ufficiali (più di 4 milioni di persone nel 2013), mentre sfugge la precisa consistenza del flusso di immigrazione clandestina. Tra i residenti stranieri numerosi sono i maghrebini (tunisini, marocchini e algerini), oltre a portoghesi, turchi, italiani, inglesi e spagnoli e la legislazione del Paese si dimostra liberale anche per quanto riguarda il diritto di naturalizzazione.

Territorio: geografia umana. Insediamento

La distribuzione della popolazione è molto ineguale, in stretto rapporto con i diversi sviluppi dell'urbanesimo e dell'industrializzazione. La densità delle zone alpine dei Pirenei resta bassa, ma anche altrove, come nell'Alvernia e nel Limosino, il popolamento è scarso, risultato di ambienti inerti dal punto di vista storico-economico. Le densità più elevate si riscontrano nelle zone più dinamiche industrialmente: il Nord, la media valle del Rodano intorno a Lione, l'Alsazia, la fascia litoranea della Normandia e la fascia costiera di SE. Una posizione a parte occupa la regione dell'Île-de-France, dove sorge Parigi, che fa registrare una densità di 997 ab./km² (stima 2013), la più elevata della Francia, e che ospita da sola più di 12 milioni di ab. (stima 2013), circa un quinto dell'intera popolazione francese. Esistono poi i grandi centri regionali: Lione, Grenoble, Marsiglia, Nizza tra il Rodano e le Alpi; Tolosa e Bordeaux nel Bacino Aquitanico; Nantes, Brest, Le Havre sulle coste atlantiche; Lilla, Rouen, Nancy, Metz nel Nord; Strasburgo sull'asse renano. Altre città importanti sono i centri dipartimentali ai quali fa capo l'organizzazione rurale: di queste solo una ventina superano i 100.000 ab. e sono i centri di maggior industrializzazione. Il resto della Francia ha conservato in parte i suoi connotati tradizionali, con villaggi, borgate (bourgs) e fattorie spesso piuttosto lontane tra loro. La struttura degli insediamenti è varia ed è intimamente legata al paesaggio agrario; schematicamente si hanno due grandi tipi, riflessi l'uno nel bocage (zona del Centro e dell'Ovest), con i campi nettamente separati da siepi e alberi e con fattorie disseminate, su una base individualistica della proprietà, l'altro nel sistema dei campi aperti, privi di recinzioni ma con divisioni parcellari geometriche secondo il sistema rotatorio delle colture, di base comunitaria, diffuso nel N e nel NE e caratterizzato da grandi villaggi disposti lungo le strade principali. Nell'area mediterranea domina il villaggio ammassato. La popolazione rurale francese non è molto mutata quantitativamente nel corso dei secoli passati, ma negli ultimi decenni si è verificato un grande esodo dalle regioni più povere dove esistevano regimi della proprietà ormai inadeguati: oggi nelle campagne vivono poco meno di 15 milioni di persone. Al contrario, lo sviluppo urbano si è configurato secondo moti spontanei, incontrollati, portando agli eccessi di concentrazione dell'area parigina (quasi un quinto della popolazione concentrato sul 2% del territorio) che, già a partire dall'Ottocento, ha assorbito la maggior parte della popolazione proveniente dalle campagne. All'esagerata espansione di Parigi i governi da decenni tentano di opporsi con interventi mirati nell'ambito dell'organizzazione del territorio. Solo a partire dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso si sono visti alcuni risultati positivi: per la prima volta dopo molti secoli l'aumento dell'area parigina non è stato il più consistente del Paese, ma al contrario è risultato inferiore alla media nazionale. La fortuna di Parigi si spiega con la vantaggiosa posizione dell'Île-de-France, posta all'incrocio delle vie provenienti dal Sud e dalla regione renana e aperta all'Atlantico, e con una tradizione di centralità statale vecchia ormai di molti secoli. Oltre che dal ruolo di capitale – e di prestigiosa città d'arte e di cultura – essa è stata sollecitata dagli sviluppi industriali e commerciali favoriti dalla rete navigabile, con la quale si è allacciata alle zone minerarie del Nord e, attraverso la Senna, alla costa atlantica. L'area parigina costituisce una città-regione che i programmi di pianificazione cercano di rendere più aperta e policentrica, con la creazione di centri secondari di riferimento nella sua sconfinata banlieue. Le altre città francesi faticano storicamente per stare al passo della gigantesca capitale metropolitana, anche se a partire dagli anni Settanta del Novecento si sono adottati provvedimenti di decentramento produttivo nell'intento di favorire e valorizzare l'autonomia degli altri grandi poli urbani del Paese. Questi sono in particolare Lione e Marsiglia, i cui agglomerati urbani superavano nel 2010 rispettivamente 2 milioni e 1.700.000 abitanti, seguite dalle aree di Tolosa, Lilla, Bordeaux e Nizza, intorno al milione di abitanti. Nizza, punto centrale della Costa Azzurra, non è solo un nucleo turistico, ma è ricca di attività commerciali e industriali (profumi). Altra città di un certo rilievo è Grenoble, nuovo polo di sviluppo dei piani di ristrutturazione del territorio francese, centro coordinatore della regione alpina, famoso tra l'altro per la lavorazione del cuoio. I grandi porti atlantici, come Le Havre, Caen, Brest, Saint-Nazaire, Nantes, rappresentano gli sbocchi delle regioni interne. Le Havre, tramite la Senna e i canali paralleli, è posta al servizio dell'area parigina che si serve in parte anche dei porti sull'estremità orientale della Manica, come Boulogne-sur-Mer e Dunkerque, i quali hanno però come funzione prioritaria di sostenere i traffici del Nord, una regione nel suo insieme altamente industrializzata, il cui centro è costituito dalla già citata Lilla; Nantes è altresì il più importante centro commerciale e industriale del NW francese. Nella valle della Mosella, Nancy e Metz si sono sviluppate come centri industriali (siderurgici soprattutto) per i vicini giacimenti carboniferi e ferrosi della Lorena; mentre nella popolosa e industrializzata Alsazia, un ruolo importante ha anche Mulhouse. Tra le città all'interno, poli di regioni per lo più agricole, si evidenziano per gli sviluppi industriali Saint-Étienne, Clermont-Ferrand, Limoges, Bourges, Le Mans, Orléans, Digione.

Territorio: ambiente

Con una superficie quasi doppia rispetto a quella dell'Italia e una conformazione estremamente varia che passa dai territori alpini a quelli mediterranei, continentali, atlantici e nordeuropei, la Francia possiede un'estrema varietà di flora e fauna. Il paesaggio tipico è quello della foresta temperata di latifoglie (castagno, faggio, quercia), che occupa una rilevante porzione del territorio nazionale, nonostante l'intenso sfruttamento agricolo del suolo francese. Nelle zone più interne e fredde, come nel Giura, compaiono le conifere, numerose sulle Alpi. In totale, quasi il 30% del territorio francese è occupato da foreste (2011). Nel Midi il paesaggio vegetale appare completamente diverso, povero, con i caratteri tipici dell'area mediterranea; più vicino alla costa si ha la cosiddetta macchia sempreverde, la garrigue. Abbondano inoltre sul territorio le zone umide e paludose, dove alloggia di preferenza la maggior parte dei mammiferi e degli uccelli francesi. Anche la fauna, che ha subito nei secoli un notevole decrescimento dovuto all'intensa urbanizzazione del Paese, è generalmente conforme a quella tipica delle altre zone dell'Europa continentale, con volpi, cervi, porcospini, lupi e cinghiali. Gli animali più rari, come il camoscio, lo stambecco, i rapaci, l'orso bruno, la lontra, il fenicottero rosa, vivono nelle aree protette. L'avanzato sviluppo urbano, economico e industriale della Francia è all'origine di numerosi problemi ambientali. Uno di questi è l'inquinamento idrico, causato dalla produzione di rifiuti industriali e urbani da parte dei principali centri, che interessa il corso dei maggiori fiumi francesi e cui si cerca di rimediare attraverso l'allestimento di impianti di pulizia delle acque e l'imposizione di tasse sulla produzione di agenti inquinanti. Le zone urbane sono inoltre afflitte dall'inquinamento atmosferico, provocato dai gas di scarico delle automobili oltre che dalla combustione di sostanze fossili. Lo sviluppo della produzione di energia nucleare rende la Francia uno dei Paesi a minor concentrazione di anidride carbonica, tuttavia, la stessa attività delle centrali nucleari comporta la produzione di un'elevatissima quantità di scorie radioattive, difficilmente eliminabili senza effetti sull'ambiente. Altri rischi per il territorio sono dati dalle piogge acide, dalla presenza di discariche abusive e dall'inquinamento dei litorali costieri. Tra i problemi ambientali, assume grande rilevanza il dissesto idrogeologico e, più in generale, il movimento dei terreni legato alla dinamica morfologica. Ne sono colpiti circa 3500 comuni, e in una sessantina di casi si può parlare di vere calamità naturali. Le aree maggiormente interessate sono le valli alpine, i versanti dei bacini sedimentari di costituzione argillosa e le falesie litorali “vive”, dunque i dipartimenti dell'Alta Savoia, Isère, Drôme, Eure-et-Loire, Marna e Senna Marittima, ma anche numerosi altri (tra cui gli ex bacini carboniferi del Nord), dove si sommano gli effetti di processi anche atmosferici, biogeografici e antropici. Gli eventi meteorologici eccezionali, spesso accompagnati da forti precipitazioni, sono divenuti sempre più frequenti in Bretagna, Lorena, nel Massiccio Centrale e nelle regioni meridionali, accrescendo il rischio delle inondazioni, che riguarda direttamente circa migliaia comuni, tra cui città come Nancy, Metz, Nîmes. Anche gli incendi boschivi hanno fatto registrare punte preoccupanti, pur se non tali da compromettere il patrimonio forestale a scala regionale. Più gravi le conseguenze biologiche (aumento del rischio di alluvioni, dissesto idrogeologico, erosione del terreno) dovuti al manifestarsi degli effetti di retroazione, cumulati nelle fasi di crescita esponenziale delle grandi concentrazioni urbano-industriali, e ora difficilmente reversibili. Per quanto riguarda invece la tutela ambientale, la legge francese per l'istituzione dei parchi e delle riserve naturali risale al 1960; inoltre, in materia di accordi internazionali, la Francia ha firmato e ratificato il protocollo di Kyoto ed è uno dei Paesi aderenti al Mediterranean Action Plan (MAP), finalizzato alla difesa dell'integrità della regione del Mediterraneo e al supporto alle iniziative di sviluppo sostenibile. Attualmente la Francia metropolitana annovera 7 Parchi Nazionali, oltre a numerose altre aree protette, per un totale pari a circa il 28% del territorio. I Parchi di Ecrins e Vanoise si trovano nella zona alpina, e comprendono aree poste oltre i 4000 m; essi offrono la flora tipica delle zone alpine e una fauna composta da stambecchi e aquile reali. Il Parco di Mercantour, posto nella zona più meridionale delle Alpi, offre un'alternarsi di foreste di pini mughi e estensioni di macchia mediterranea. Il Parco di Port Cros occupa l'omonima isola. Presenta una vegetazione pienamente mediterranea, moltitudini di farfalle e uccelli acquatici, e comprende anche una porzione del mare circostante. Il Parco dei Pirenei occidentali, situato ad alta quota, registra la presenza di orsi, grifoni e gatti selvatici. La zona di Mont Perdu, sui Pirenei, condivisa con la Spagna, è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità naturalistico e culturale nel 1997. Precedentemente, nel 1983, era stato inserito nella lista dei patrimoni UNESCO il Golfo di Porto con i calanchi di Piana, il golfo di Girolata e la Riserva naturale di Scandola, in Corsica. Sono stati istituiti anche 3 parchi nazionali su territori esterni: il Parco di Guadalupa, il Parco amazzonico di Guyana e il Parco di La Réunion. La zona centrale di quest'ultimo (Pitons, circhi e scarpate dell'isola di Riunione) è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità nel 2010, così come il sito denominato delle Lagune della Nuova Caledonia: biodiversità delle barriere coralline e degli ecosistemi associati (2008).

Economia: generalità

La Francia è uno dei Paesi economicamente più avanzati del mondo; ma a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso ha attraversato tutte le vicissitudini legate alle alternanti congiunture economiche e alla riconversione post-industriale dell'economia. Dopo il boom degli anni Cinquanta e Sessanta, legato a una generale ripresa del mercato mondiale e alla messa in atto di piani di sviluppo e ricerca in numerosi settori produttivi (su tutti quello dell'energia nucleare), durante il quale la Francia era riuscita a fare arrivare una vasta rappresentanza dei propri prodotti sul mercato internazionale, la recessione degli anni Settanta pregiudicò la stabilità dell'assetto produttivo nazionale. Le difficoltà incontrate su molti mercati esteri, il rincaro di svariate materie prime e soprattutto del petrolio, di cui la Francia è sprovvista, portarono alla luce le distorsioni accumulate negli anni dell'accelerato sviluppo. La produzione industriale precipitò causando un aumento verticale della disoccupazione, mentre il Paese cadeva in balia della spinta inflazionistica. Il tentativo di sanare l'economia mediante una radicale contrazione delle spese pubbliche e l'attuazione di un rigoroso risparmio energetico, fu accompagnata da una marcata propensione a limitare gli interventi statali in ogni settore, lasciando l'economia alle regole del libero mercato. Tutto cambiò con l'ascesa al potere dei socialisti, nel 1981: furono nazionalizzate quasi tutte le aziende di credito e dei gruppi industriali più potenti (siderurgici, aeronautici, chimici ecc.), potenziati gli investimenti pubblici, favorite le categorie popolari con conseguente penalizzazione di quelle a più alto reddito. Ma l'ascesa del governo Chirac (1986) invertì nuovamente la direzione degli interventi. Gli anni Novanta si aprivano all'insegna di buoni risultati per quanto riguarda il controllo dell'inflazione ma segnavano una contrazione della produzione molto preoccupante dal punto di vista dell'occupazione, aggravata da una cronica instabilità politica che non consentiva l'adozione di programmi a lungo termine. In seguito, la Francia si apprestava a entrare nell'Unione Economica e Monetaria Europea, ma faticava a rispettare i parametri imposti ai Paesi membri, in particolare a mantenersi al di sotto della soglia del 3% prevista per il rapporto tra deficit pubblico e prodotto interno lordo. Per intervenire su questo problema, il governo era costretto a limitare le misure contro la disoccupazione. La diffusione di questo fenomeno tra la popolazione giovanile, la recessione in atto in alcune aree tradizionalmente deboli (sudoccidentali e atlantiche) e il declino industriale di altre zone del Paese, la crescente precarietà delle condizioni di vita delle periferie metropolitane (in particolare nell'area parigina), l'ampliarsi del divario economico tra classi tramutavano la crisi da economica in sociale. Questa accresciuta tensione causava la ripresa della xenofobia, in un Paese che ha uno scarso incremento demografico, ma ospita circa 4 milioni di immigrati (in massima parte extracomunitari: nordafricani, turchi, slavi), e una crescente conflittualità socio-economica. Per avviare la ripresa, i governi hanno puntato sulla riconversione produttiva, guidando il processo di ridimensionamento dell'industria e di articolazione dei servizi, specialmente del terziario avanzato. Al riguardo, un ruolo importante viene svolto dall'aménagement du territoire (pianificazione del territorio), in base al quale alla classica contrapposizione tra Parigi e il “deserto francese” si sostituisce una strategia in cui le reti internazionali continuano a privilegiare l'area metropolitana parigina, ma lo sviluppo regionale non si basa più sul decentramento di segmenti “maturi” dalle vecchie aree di concentrazione industriale del NE, bensì sulla diffusione di sistemi produttivi locali. Nelle regioni occidentali, per esempio, emergono iniziative imprenditoriali endogene che, dai tradizionali settori tessile, alimentare, del cuoio e del legno, si rivolgono a quelli, più avanzati, della meccanica e dell'elettronica; come pure, nelle regioni sudorientali, al settore delle materie plastiche, con una fitta rete di piccolissime imprese, o all'orologeria di elevato profilo tecnologico, muovendo da preesistenze artigianali. Nel Midi, invece, si sono affermati i sistemi locali di innovazione, ricerca e sviluppo, detti tecnòpoli, sul modello californiano: il più noto e peculiare è rappresentato da Sophia Antipolis, presso Nizza, ma altri si sono localizzati nei nodi principali della rete urbana meridionale (Tolosa, Montpellier, Grenoble) o in altre regioni (a Lilla, Nancy, Rennes ecc.), contribuendo alla riconversione di aree produttive ormai obsolete. Per quanto riguarda i settori più innovativi, la Francia ha stanziato importanti investimenti nel campo della grande distribuzione organizzata, delle nuove tecnologie (fibre ottiche, componenti di microelettronica), oltre a favorire le concentrazioni e le privatizzazioni dei settori più sviluppati o tradizionalmente controllati dallo Stato (France Telecom, Air France, Renault, Leclerc). Nella fase interlocutoria che ha caratterizzato il mercato internazionale nel periodo successivo all'11 settembre 2001 (acuito per i Paesi di area UE dalle difficoltà del passaggio alla moneta unica), la Francia ha fatto registrare livelli di crescita economica molto contenuti. Nel 2008 il PIL si è attestato sui 2.865.737 ml $ USA (suddiviso tra 2% del settore primario, 20,4% del secondario, 77,6% del terziario). Significativa anche la perdita di competitività internazionale segnalata dall'indice IMD, secondo il quale la Francia sarebbe passata dall'8° posto del 2003 al 12° del 2004.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

Come nella maggior parte delle nazioni altamente industrializzate e a economia avanzata, anche in Francia l'agricoltura è stata oggetto di profonde trasformazioni strutturali, tecniche e organizzative. Assai importante è stata, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, l'azione del governo, tesa a frenare l'esodo rurale verso altre attività mediante la realizzazione di un'agricoltura in grado di offrire buone possibilità di reddito, analoghe a quelle dell'industria. In effetti, si è costantemente accresciuta la produttività agraria, con la creazione di aziende più efficienti, di stampo imprenditoriale, il forte incremento nel livello di meccanizzazione e nell'impiego di fertilizzanti chimici, l'attuazione di una vasta rete di cooperative (che, specializzate sia nella produzione sia nella vendita, controllano, a seconda dei prodotti agricoli, da un terzo alla metà del totale), la tendenza a raggruppare i numerosi minifondi in aziende di vaste dimensioni; è stata infine operata la riconversione di varie coltivazioni nell'ampio quadro dell'integrazione economica nella CEE, e quindi nell'UE, nella quale l'agricoltura francese detiene la posizione di primato. Tutte queste trasformazioni si innestano su un tessuto agricolo di vaste possibilità, data la presenza di un territorio agrario molto favorevole, il migliore e il più esteso d'Europa, grazie alle belle pianure e alle varie e favorevoli condizioni climatiche (prati e pascoli occupano nell'insieme circa il 55% del suolo disponibile). Le produzioni agricole, nonostante i problemi creati dallo spopolamento delle campagne, restano fortemente attive, superando in larga misura la domanda del mercato interno e fornendo, quindi, ampie possibilità di esportazione. Per molti prodotti la Francia detiene il primato europeo o si colloca ai primissimi posti. Vi sono aree adatte a specifiche colture (il Midi è frutticolo e viticolo, il Nord cerealicolo ecc.), mentre una larga parte della superficie agricola è destinata al pascolo e alle colture foraggiere in funzione dell'allevamento. Esso è assai produttivo e contribuisce per oltre la metà alla formazione del reddito del settore. La cerealicoltura ha un'antica tradizione nel Nord, nell'Ovest e nel Bacino di Parigi, dove però è ormai praticata in rotazione con le foraggiere e, nel Nord, con la barbabietola da zucchero. Il principale prodotto cerealicolo è il frumento, seguito dall'orzo, largamente usato nell'industria della birra. La produzione di avena è diminuita a vantaggio del mais, ampiamente utilizzato per l'alimentazione del bestiame. Nella Camargue è praticata la coltura del riso, in misura sufficiente al consumo nazionale; cereali minori sono il sorgo e la segale. Molto elevata anche la produzione di patate, che provengono soprattutto dalla Bretagna. Il Nord, in specie l'area compresa tra le Fiandre e il medio bacino della Senna, è la zona più adatta alla bieticoltura, la più importante coltura industriale del Paese, i cui sottoprodotti sono destinati all'allevamento. Di antica tradizione è la viticoltura, la cui area si estende dal Midi alla Champagne. L'uva è ampiamente sfruttata da una ricca e prestigiosa industria dei vini e dei liquori, che ha affermate qualificazioni regionali: Champagne, patria degli spumanti, media e bassa Loira, Sud-Ovest (Bordeaux, Médoc ecc.), Est (Borgogna) e Midi. La Francia alterna con l'Italia, a seconda degli anni, il primato mondiale nella produzione di vini. Tra le colture di piante oleaginose hanno rilievo il lino, la colza, il girasole e l'olivo, quest'ultimo diffuso nel Midi e in Corsica. Per il resto Cognac e Armagnac sono celebri per le acqueviti, Bordeaux e Parigi per i liquori. Nel Meridione sono prevalentemente concentrate le colture frutticole (mele, pere, pesche ecc.), così come in larga misura anche quelle orticole (pomodori, cavoli, cipolle ecc.), del pari diffuse in Bretagna e nelle pianure alluvionali (media Garonna, valli della Loira e della Senna). Sulla Costa Azzurra è invece rilevante la floricoltura, che alimenta la celebre industria dei profumi francesi. Tabacco, canapa, luppolo completano il quadro delle colture minori. Le foreste producono legname da opera e per l'industria cartaria in quantità inferiore al fabbisogno; il patrimonio boschivo è costituito essenzialmente da latifoglie, quindi da conifere; abbastanza diffusa è la quercia da sughero soprattutto in Corsica. L'allevamento dispone di un patrimonio zootecnico notevolissimo, specie per quanto riguarda i bovini, base della prosperità di molte zone agricole, e contribuisce al reddito del settore primario per oltre il 50%. Sia l'industria delle carni sia quella lattiero-casearia sono molto attive, quest'ultima in particolare è ottimamente organizzata e produce burro e formaggi, taluni dei quali prestigiosi (camembert, brie ecc.), destinati in larga parte all'esportazione. Una certa diffusione hanno altresì gli ovini, i caprini e i suini; molto consistente è il numero dei volatili da cortile, il cui allevamento tende a concentrarsi in grandi complessi altamente industrializzati. La pesca presenta, nel quadro globale dell'economia francese, un ruolo di secondo piano; è tuttavia un settore di antica tradizione, che oggi è modernamente attrezzato e occupa un numero significativo di addetti. Numerosi sono i porti pescherecci, specie lungo le coste atlantiche e della Manica; Boulogne-sur-Mer, il principale, produce da solo il 10% del pescato, consistente in tonno sardine e crostacei. Fécamp, Saint-Malo, Douarnenez ecc., sono sedi di industrie conserviere che operano, però, soprattutto in funzione della grande pesca di merluzzi esercitata nell'Atlantico settentrionale, sino ai banchi di Terranova e della Groenlandia. Ad Arcachon e in altri centri del golfo di Guascogna è diffusa l'ostricoltura..

Economia: risorse minerarie e industria

Il territorio francese non è ricco di risorse minerarie in proporzione alla sua estensione, specie di quelle energetiche. La presenza di discreti giacimenti di carbone e soprattutto di ferro è stata nei secoli passati alla base del processo d'industrializzazione che, già in atto nell'Ottocento, ha fatto della Francia, anche se con un certo ritardo rispetto alla Gran Bretagna e alla Germania, uno dei maggiori Paesi industriali d'Europa. Il carbon fossile si estraeva essenzialmente in due grandi bacini, quello del Nord-Pas-de-Calais e quello della Lorena, quindi in giacimenti assai minori, genericamente designati come Centre-Midi. A partire dagli anni Settanta del secolo scorso la produzione di carbone ha subito una grave crisi dovuta alla competitività del petrolio, nonostante nell'immediato dopoguerra l'intero settore, nazionalizzato e posto sotto l'amministrazione dei Charbonnages de France, fosse stato ampiamente riorganizzato. Tale crisi si è rivelata irreversibile nei decenni successivi, tanto che, malgrado la volontà di sostenere le economie locali, nel maggio del 2004 è stata chiusa anche l'ultima miniera ancora attiva, e per i Charbonnages de France è prevista la chiusura entro il 2008, una volta ultimata la riconversione dei siti minerari. Anche l'estrazione dei minerali di ferro è in continua e forte diminuzione. Discreti successi si cominciano ad avere dalle ricerche petrolifere; soddisfacente anche la situazione per il gas naturale, che si estrae in prevalenza dalla zona pirenaica, specie dal giacimento di Lacq, dove è associato al petrolio, e da dove una fitta rete di gasdotti si irradia per tutto il Paese. Tra gli altri minerali un buon posto occupano la bauxite, estratta soprattutto nel Midi, a Baux, a Brignoles ecc., e l'uranio, di cui la Francia è uno dei maggiori produttori del mondo. Cospicui sono inoltre i giacimenti di potassa, ubicati in Alsazia; si estraggono inoltre modesti quantitativi di lignite. Si hanno infine più o meno consistenti depositi di oro, antimonio, piombo, tungsteno, vanadio, zinco. Notevole, inoltre, la produzione di sale. Adeguata alle necessità interne è la produzione totale di energia elettrica, in piccola parte fornita dai fiumi alpini, pirenaici e del Massiccio Centrale, e per il resto di origine nucleare. Le centrali nucleari producono da sole il 75% dell'energia necessaria ai consumi interni; sono alimentate, oltre che dall'uranio nazionale, da minerale importato in buona parte dalle ex colonie africane. In questo settore la Francia, con i suoi numerosi impianti (Marcoule, Avoine, Chinon, Fessenheim, Saint-Laurent-des-Eaux ecc.), si pone nettamente all'avanguardia in Europa. L'opzione verso la fonte energetica nucleare è stata particolarmente forte fin dagli anni Settanta e ha portato alla progressiva riduzione della dipendenza dalle fonti termoelettriche convenzionali, le cui centrali di produzione, tuttora localizzate prevalentemente nel Nord e nella regione parigina, si legavano in origine alla vicinanza delle miniere di carbone, poi largamente sostituito da olio combustibile di importazione. Nel 1998 è stata avviata la chiusura di un impianto di grandi dimensioni, a Creys-Malville. Una funzione-pilota, per quanto riguarda le fonti alternative, ha assunto, ormai da alcuni decenni, la centrale della Rance (Côtes-d'Armor), che utilizza l'energia fornita dalle maree. L'industria ha ormai consolidato la sua posizione chiave nell'economia francese, contribuendo in modo determinante alle esportazioni. Un ruolo tradizionalmente di primo piano hanno le industrie siderurgiche e metallurgiche. La siderurgia, originariamente localizzata sui bacini ferriferi (Lorena), e nel bacino carbonifero del Nord, ha subito, a causa del progressivo esaurimento delle materie estrattive, la crescente attrazione delle coste, per un più agevole ed economico rifornimento di materie prime: essa produce acciaio, ghisa e ferroleghe. Il settore metallurgico comprende una gamma assai vasta di prodotti, a cominciare dall'alluminio i cui maggiori impianti, basati sulla trasformazione della bauxite nazionale, sfruttano l'energia idroelettrica della regione pirenaica e alpina. La Francia ha altresì una buona collocazione europea per la metallurgia del rame e ancor più del piombo, dello zinco, oltre che di cadmio, magnesio e stagno. Sviluppata è anche l'industria di raffinazione del petrolio, con grandi stabilimenti nella regione della bassa Senna, alle foci del Rodano, sulla Gironda ecc.: l'ubicazione in prossimità delle coste è una conseguenza dell'importazione del greggio, ma l'estesissima rete di oleodotti ha consentito l'installazione di raffinerie anche nell'interno del Paese. Tecnologicamente avanzate in ogni campo sono le industrie meccanica ed elettromeccanica, diffuse un po' ovunque. Le industrie dei mezzi di trasporto, macchine e motori, tradizionalmente concentrate nell'area parigina, sono state in parte decentrate, negli anni Settanta, soprattutto nella Franca Contea, nel Maine-et-Loire, in Bretagna, nel Lionese e nel bacino del Rodano, oltre che nelle vecchie aree industriali del Nord e dell'Est. Questo è un settore che conta società di grande prestigio e opera nei settori automobilistico, ferroviario, delle armi, delle macchine e veicoli industriali e agricoli. La Francia si colloca ai primi posti nella scala mondiale per la produzione di autovetture e veicoli industriali (Peugeot, Renault, Citroën). In gran parte collegata è la fiorente industria della gomma, con sede principale a Clermont-Ferrand. Molteplici e diversificate sono le altre industrie, da quella elettronica a quelle della meccanica di precisione e degli elettrodomestici, i cui centri principali si trovano nelle aree parigina, lionese, della Loira e del Rodano. Grande ridimensionamento ha subito il settore cantieristico, soggetto a una forte concorrenza internazionale: al secondo posto nel mondo (dopo il Giappone) nel 1979, oggi la Francia si trova superata da diversi Paesi europei pur nel quadro di crisi che ugualmente li interessa. I principali cantieri navali sono ubicati a Saint-Nazaire, sull'estuario della Loira, e a La Ciotat, presso Marsiglia. Tecnologicamente molto avanzata è l'industria aeronautica, sia nel settore dell'aviazione civile (risale agli anni Sessanta la realizzazione, in collaborazione con l'industria britannica, dell'aereo supersonico Concorde, i cui voli sono stati interrotti nel 2003) sia in quello dell'aviazione militare, con i ben noti Mirage; gli stabilimenti sono concentrati nella fascia periferica di Parigi e nel Sud-Ovest del Paese (Tolosa, Bordeaux ecc.); presente anche l'industria missilistica. Posto di primo piano, con antiche tradizioni, occupa l'industria tessile, benché, come un po' in tutta Europa, il settore debba far fronte a ricorrenti crisi, essenzialmente dovute alla diminuzione degli sbocchi commerciali per la forte concorrenza di vari Paesi del Terzo Mondo. Le principali regioni tessili francesi sono il Nord (area di Lilla-Roubaix-Tourcoing ecc.), l'Est (Mulhouse, Belfort ecc.) e l'area attorno a Lione; nella prima, oltre a una discreta produzione di lino, prevale la lavorazione della lana, pur in forte diminuzione; nell'Est è soprattutto concentrata l'industria cotoniera. Nel lionese infine, accanto al tradizionale setificio, industria tuttora fiorente anche se nettamente minore, sono in grande espansione le produzioni di fibre artificiali e sintetiche. Di rilievo è il comparto dell'abbigliamento, soprattutto femminile, sia per le produzioni di grande serie sia per le creazioni dell'alta moda parigina, settore che costituisce un punto di riferimento su scala mondiale. Lione è inoltre, insieme a Parigi, uno dei principali centri dell'industria chimica, diffusa anche nel Nord, e che costituisce uno dei più dinamici settori dell'economia francese: fusioni e concentrazioni hanno creato imprese di grandi dimensioni, alcune a carattere multinazionale, in grado di tener testa ai colossi esteri, specie statunitensi e tedeschi. Ingenti sono le produzioni di acido solforico, che utilizza in parte piriti nazionali e in parte zolfo d'importazione, del vetro sia piano sia cavo o speciale, dei fertilizzanti sia potassici sia azotati, delle materie plastiche e resine sintetiche, dei coloranti, dei prodotti farmaceutici ecc. Il notevole sviluppo agricolo consente alla Francia di sviluppare una vasta gamma di industrie alimentari, dai citati zuccherifici e conservifici lattiero-caseari ai complessi molitori, agli oleifici ecc., i cui prodotti sono in parte avviati all'esportazione. Le maggiori imprese, soprattutto negli anni Ottanta, hanno realizzato una decisa proiezione internazionale, perseguita attraverso acquisizioni di aziende europee. Altrettanto consistenti sono, oltre alla citata produzione di vino, l'industria della birra e quella del tabacco. Varie e attive anche per l'esportazione, le industrie del cuoio (calzature, pelletteria, guanti), della carta (in genere tutte le produzioni connesse allo sfruttamento forestale), dei giocattoli, del cemento e dei laterizi, alle quali si collega un'industria della prefabbricazione edilizia all'avanguardia in Europa. Rinomanza internazionale hanno pure vari altri prodotti: profumi nella zona di Nizza; porcellane di Limoges e di Sèvres, cristalli e specchi di Baccarat, gioielli, liquori, saponi, mobili, oggetti d'ebano ecc.

Economia: servizi

Le vie di comunicazione sono, in ogni settore, assai sviluppate ed efficienti; anche se il plurisecolare primato di Parigi ha storicamente sfavorito uno sviluppo delle comunicazioni più equamente policentrico. La capitale conserva tuttora il suo carattere di nodo centrale del sistema, che si allaccia perifericamente ai porti atlantici e mediterranei ed è collegato sul lato orientale con l'Italia e con i vari Paesi dell'Europa centrale. Tale struttura vale sia per le ferrovie e le strade, sia per le vie d'acqua interne; queste ultime, di considerevole sviluppo, hanno contribuito a determinare nel corso dei secoli la gerarchia urbana e in particolare il ruolo preminente di Parigi, naturale baricentro del Nord e del Nord-Est, congiunti da una fitta rete di canali navigabili, i quali offrono ulteriori sensibili vantaggi grazie ai loro allacciamenti con il bacino del Reno. Anche il Rodano (che dal 1980, grazie a complessi lavori di canalizzazione, collega direttamente Lione a Marsiglia) è ben inserito nella rete di vie d'acqua interne che, con il canale del Mezzogiorno, si spinge sino al Bacino Aquitanico. La rete ferroviaria è ampia (per il 90% controllata dalla SNCF = Société Nationale des Chemins de fer Français) e ben attrezzata; la Francia ha dato particolare attenzione al settore ferroviario e il treno TGV (Train à Grande Vitesse), inaugurato nel 1981 e collegante inizialmente Parigi con Lione, si è sviluppato in seguito verso le regioni meridionali occidentali (Parigi-Bordeax) e orientali, integrandosi con l'articolato sviluppo delle idrovie e facilitando i flussi commerciali e turistici internazionali. La rete ferroviaria è allacciata a quelle spagnola, italiana e dell'Europa centrale; ha un andamento radiale con centro Parigi, salvo la linea diretta che unisce Strasburgo al Nord attraverso la Lorena. Dal 1994 è in funzione un tunnel ferroviario che collega il porto francese di Calais con Folkestone, sulla sponda britannica; il tunnel è lungo 50 km, di cui 38 sotto la Manica, ed è costituito da due gallerie di scorrimento e da una di servizio. Nel 1998 è iniziata la costruzione della linea ad alta velocità tra Parigi e Strasburgo, la cui attivazione è prevista per il 2006. La rete stradale è anch'essa molto estesa. Particolarmente sviluppato l'asse Parigi-Lione-Marsiglia e le connessioni nella zona parigina. Le comunicazioni aeree all'interno del Paese non hanno particolare rilievo; attivissimi sono invece i collegamenti internazionali, che hanno in Parigi uno dei maggiori scali d'Europa, con ottimi aeroporti, seguiti da quelli, pure internazionali, di Marsiglia, Nizza, Lione e Bordeaux. Compagnia nazionale è l'Air France, tra le maggiori società aeree del mondo; all'interno del Paese opera principalmente l'Air Inter. Le dimensioni della flotta mercantile si sono invece ridotte notevolmente; i porti più attivi sono quello di Marsiglia, il maggiore del Mediterraneo, di Le Havre e di Dunkerque, che svolgono i traffici del Nord; Bordeaux è il principale sbocco dell'entroterra dell'Ovest. Il settore dei servizi è molto sviluppato nel Paese, anche per la grande estensione del settore pubblico che rimane molto presente nell'economia nonostante le grandi opere di privatizzazione portate avanti negli ultimi anni. Una grande importanza è rivestita anche dal settore della grande distribuzione organizzata, con la formula commerciale dell'ipermercato e del centro commerciale che i francesi hanno ideato ed esportato in tutta Europa: gruppi come Carrefour e Leclerc hanno ormai dimensioni multinazionali e controllano grosse quote di mercato anche in altri Paesi europei. Molto sviluppato il settore finanziario: la Banque de France, fondata nel 1810, ha svolto le funzioni di banca centrale fino all'istituzione della Banca centrale europea. Il sistema bancario è molto articolato, con oltre 1400 banche attive, e alcuni istituti che occupano posizioni di vertice nella finanza mondiale, quali Crédit Lyonnais, Société Générale, Credit Agricole. La borsa di Parigi è tra le più importanti di Europa. Per quanto riguarda i commerci con l'estero, la poderosa rete delle comunicazioni smaltisce un imponente traffico commerciale: sono esportati molteplici prodotti, finiti o semilavorati, tra cui principalmente macchinari, mezzi di trasporto, prodotti chimici, generi alimentari (per i quali la Francia detiene il titolo di primo esportatore europeo), leghe d'alluminio e acciaio speciali, numerosi manufatti (il 20% dei quali è costituito da prodotti ad alta tecnologia) ecc. Le importazioni riguardano soprattutto petrolio e prodotti petroliferi, macchinari e mezzi di trasporto, materie prime di vario genere (minerali, legname, fibre tessili ecc.), alcuni prodotti alimentari e industriali ecc. Gli scambi più rilevanti si svolgono all'interno dell'Unione Europea, specie con la Germania, seguita da Belgio-Lussemburgo, Italia, Spagna e Gran Bretagna; commerci vivaci sono intrattenuti anche con gli Stati Uniti e con vari Paesi ex coloniali. La Francia è il primo Paese turistico del mondo. La maggior parte di visitatori si concentra su Parigi, attratta dai boulevard e dalle esclusive boutique, dai quartieri storici e moderni, dagli edifici gotici, dai numerosi musei e dalla celeberrima Tour Eiffel. Molto frequentate sono inoltre le località balneari mediterranee di Costa Azzurra e Provenza, la selvaggia Corsica e le ventose coste atlantiche di Bretagna e Normandia. Il turismo di montagna si concentra soprattutto nelle località alpine e pirenaiche, che offrono sentieri e parchi per i soggiorni estivi e centinaia di chilometri di impianti sciistici per la stagione invernale. Altri luoghi di grande interesse artistico e naturalistico sono costituiti dalle bellezze naturali di Camargue e Borgogna, i borghi e le abbazie medievali, le residenze reali della Loira, le cattedrali gotiche, le città di Lione Strasburgo, Avignone ecc.

Preistoria

I tempi preistorici hanno lasciato in Francia tracce profonde fin dalle epoche più remote e il sottosuolo ha fornito copiosi reperti di ogni periodo. Molte denominazioni di culture preistoriche accettate in campo internazionale, infatti, derivano dai nomi delle località francesi in cui vennero fatti i primi o i più tipici ritrovamenti. Nonostante alcune scoperte abbiano suggerito la presenza di industrie preacheuleane databili intorno ai 2 milioni di anni, non vi è nessun indizio sicuro, al momento attuale, che l'uomo abbia frequentato la Francia prima di un milione di anni fa. Tra i giacimenti più antichi, ricordiamo il Vallonnet (Roquebrune-Cap Martin) e le industrie dei terrazzi della Tet (Roussillon). Oltre che nei giacimenti eponimi di Abbeville, di Saint-Acheul e di La Micoque, anche in altre stazioni preistoriche, quali quella di La Celle-sous-Moret e quelle delle valli della Somme, della Senna e della Charente, si trovano numerosi siti dell'Acheuleano e altri con industrie su scheggia con rari o nessun bifacciale, generalmente riferiti al Tayaziano. Numerose e importanti le testimonianze relative alle culture del Paleolitico medio; tra le molte stazioni preistoriche di questo periodo vanno menzionate Arcy-sur-Cure, Aldène, La Chapelle-aux-Saints, La Ferrassie,Fontechevade, Le Moustier, La Quina, Laussel,Les Eyzies-de-Tayac, Levallois-Perret, Pair-non-Pair, Pech-de-l'Aze, Placard, Prélétang, Quinson, Regourdon. Nelle ultime fasi dell'epoca glaciale, anche in Francia vi fu una grande diffusione di culture del Paleolitico superiore, che si susseguirono per un arco di ca. 20.000 anni, dal Chatelperroniano, all'Aurignaziano, al Gravettiano, al Solutreano e infine al Magdaleniano. La scoperta di una sepoltura neandertaliana a Saint-Césaire (Charente), associata a livelli castelperroniani, ha definitivamente mostrato che queste industrie di transizione tra Paleolitico medio e superiore sono opera dei Neandertaliani. Tra le località che diedero i più copiosi resti del Paleolitico superiore si devono ricordare Aurignac, Chancelade, Châtelperron, Laugerie, La Gravette, La Madeleine, Lespugne, Marsoulas, Pataud, La Ruth, Salpêtrière, Solutré, Teyat e Les Vachons. Famoso per la quantità di informazioni che ne sono state dedotte grazie a un metodo di scavo rigoroso, introdotto in Francia da A. Leroi-Gourhan, è il sito di cacciatori magdaleniani di Pincevent (Seine-et-Marne) datato a ca. 12.000 anni fa. È in quest'epoca che si assiste a una straordinaria fioritura di arte paleolitica, sia con pitture sia con incisioni rupestri, diffuse in particolare nelle numerose cavità naturali della valle della Dordogna; numerosi anche gli oggetti incisi o intagliati, tra cui le celebri Veneri, quali quelle di Lespugne e di Brassempouy. Durante il Mesolitico il suolo francese conobbe numerosi insediamenti di genti dedite soprattutto alla pesca, alla raccolta dei molluschi nonché alla caccia. Caratterizzate specialmente dall'abbondanza di strumenti litici di forma geometrica e di piccole dimensioni, si diffusero allora varie correnti culturali quali l'Aziliano, il Sauveterriano e il Tardenoisiano, il quale si protrasse fino a tempi neolitici. Le stazioni preistoriche più importanti per questa fase di transizione sono quelle di Mas-d'Azil, di Sauveterre-la-Lémance, di Tardenois, di Teviec, di Rochereil. Le prime facies culturali neolitiche, caratterizzate dalla presenza di ceramica impressa e con decorazione di tipo cardiale, compaiono nel VII millennio a. C. nel Sud della Francia. Nella parte settentrionale del Paese facies neolitiche di tipo Linearbandkeramik, analoghe a quelle documentate nello stesso periodo nell'Europa centro-orientale, compaiono solo alla fine del V millennio a. C. Al Neolitico superiore appartiene la cultura di Chassey, diffusa in tutta la Francia. La comparsa dei primi metalli dell'Eneolitico coincide con la diffusione della cultura del vaso campaniforme, di probabile estrazione iberica, e con la straordinaria fioritura dei megaliti che trova nella Bretagna una delle zone di maggior concentrazione. Nella successiva Età del Bronzo si accentua l'influenza delle culture europee dei Paesi confinanti, tra le quali la cultura delle tombe a tumulo e, più tardi, dei campi d'urne. Con l'Età del Ferro si entra ormai nei tempi protostorici.

Storia: dalle origini a Pipino il Breve

La Francia sorse dalle rovine dell'Impero Romano d'Occidente. Intorno alla metà del sec. V d. C., la Gallia si trovò divisa tra quattro popoli germanici: la parte meridionale era sottoposta ai Visigoti e ai Burgundi, la parte settentrionale era in gran parte sottomessa ai Franchi e agli Alamanni; i primi erano a loro volta divisi in due gruppi: i Franchi Sali o Franchi dell'Ovest (tra la foce del Reno e della Somme) e i Franchi Ripuari o Franchi Renani (sulla riva sinistra del Reno). Soltanto una piccola parte della Gallia, tra la Somme, la Mosa e la Loira, rimaneva sotto la dominazione romana ed era governata da Siagrio, un rappresentante della vecchia aristocrazia gallo-romana, il quale risiedeva a Soissons. Con Meroveo, terzo re dei Franchi, dal quale prende nome la prima dinastia franca, si esce dal campo puramente leggendario: di suo figlio Childerico I fu scoperto il sepolcro presso Tournai nel 1653. Nel 481, alla morte di Childerico, il figlio Chlodowich, il cui nome è stato reso in francese come Clovis e in italiano come Clodoveo, aveva quindici anni e secondo la legge salica era maggiorenne, quindi succedette al padre, in un piccolissimo territorio intorno a Tournai. Ambiziosissimo, si valse anche di un'abile politica religiosa per ampliare i propri domini: egli infatti si propose come il protettore delle popolazioni cattoliche delle regioni conquistate e dei loro vescovi e quando sottrasse l'Aquitania ai Visigoti, la maggior parte della Gallia romana diventava appannaggio dei Merovingi. Seguì, per oltre un secolo, un periodo caratterizzato dai delitti più atroci: nella famiglia reale si susseguirono omicidi, vendette, tradimenti. Clodoveo aveva diviso il regno tra i suoi quattro figli: Clotario , Teodorico, Clodomiro e Childeberto; nel 558 il primo, dopo la morte di Clodomiro (524), di Teodorico (534) e di Childeberto (558), divenne l'unico re dei Franchi. Ma tre anni dopo, alla sua morte (561), il regno fu di nuovo diviso tra i suoi quattro figli Chilperico (561-584), Cariberto (561-567), Gontrano (561-593) e Sigeberto (561-575). Apparve allora una nuova concezione territoriale, quella dell'Austrasia, costituita dai territori situati tra la Mosa, il Reno e la Mosella e formata da regioni fortemente germanizzate, se non addirittura germaniche. Tale concetto risultò evidente per la prima volta quando Sigeberto trasferì la sua residenza da Reims a Metz. I suoi fratelli, trascurando le regioni settentrionale, preferirono terre più ricche, rimaste romanizzate, e dal Bacino di Parigi fecero nascere la Neustria, che si estendeva lungo la Senna ed era dotata di un vasto litorale marittimo. Scompariva in tal modo il senso di appartenere a una sola nazione, per cedere il posto alla rivalità tra i due Stati, la Neustria e l'Austrasia, di cui furono considerati rispettivamente re Chilperico e Sigeberto. Le loro mogli, Fredegonda e Brunilde, si distinsero nella lotta per il potere con feroci delitti. Il figlio di Chilperico e di Fredegonda, Clotario II, si rivelò un sovrano energico e intraprendente: nel 613, con l'aiuto della nobiltà austrasiana, ristabilì l'unità del regno dei Franchi. Suo figlio Dagoberto lasciò nel popolo il ricordo di essere stato il “re buono”. Forse dovette questa fama soprattutto ai suoi consiglieri, il vescovo di Noyon, Eligio, quello di Rouen, Audoeno, e Pipino detto di Landen. Alla sua morte (638) il regno fu di nuovo spartito tra i suoi due figli; risorse così la divisione tra Neustria (Clodoveo II) e Austrasia (Sigeberto III), nel governo delle quali i due giovani sovrani furono assistiti, o meglio sostituiti, da maestri di palazzo (con loro iniziò il periodo dei “re fannulloni”) . . Nel corso del mezzo secolo che seguì la morte di Dagoberto, sotto il governo di Ebroino, che mirava a ricostituire l'unità franca a suo vantaggio, la Neustria si oppose con successo all'Austrasia, dove la potente e ricca famiglia di Pipino era riuscita ad accentrare in sé le funzioni dei maggiordomi di palazzo. Dopo l'assassinio di Ebroino (681), Pipino di Héristal sconfisse le truppe della Neustria a Tertry (687) e ristabilì l'unità sotto il governo fittizio dei re merovingi. Egli non commise l'errore di lasciare l'Austrasia, in cui stava la sua forza e risiedeva il fior fiore del suo esercito, e impose alla Neustria un re bambino al quale succedettero re di poco conto e di cui poco si sa. Pipino di Héristal, considerato il fondatore della dinastia carolingia, morì nel 714 e tre anni dopo, Carlo, suo figlio naturale, si affermò come maestro di palazzo. Con la vittoria da lui riportata a Poitiers nel 732 contro gli Arabi (i nuovi avversari che dopo la distruzione del regno visigoto in Spagna avevano invaso la Settimania, e marciavano su Tours) rese immortale il suo nome e da quel momento fu chiamato Carlo Martello. Nel 741, alla morte di Carlo, il regno fu diviso tra i suoi figli. Carlomanno ebbe la metà orientale, quindi l'Austrasia, e Pipino detto il Breve, la parte occidentale, la Neustria (dal 747, quando Carlomanno si ritirò in un convento, Pipino rimase però il solo padrone del regno). Al suo fianco un re merovingio continuò a vegetare fino al 751, quando con l'appoggio di papa Zaccaria, il quale mirava a crearsi un solido appoggio contro i Longobardi che sempre più minacciosi premevano ai confini dei domini pontifici, Pipino si fece proclamare re dall'Assemblea dei grandi del regno. Nel 755 egli interveniva in Italia in aiuto di papa Stefano II e nel corso di due campagne sconfiggeva i Longobardi e assicurava al papato il possesso delle province bizantine dell'Italia centrale, insieme con l'autorità sulla città di Roma.

Storia: Carlo Magno e i sovrani merovingi

Pipino morì nel 768, lasciando il regno ai suoi due figli, uno dei quali, Carlomanno, morì presto (771), lasciando unico re Carlo (il futuro Carlo Magno) che ben presto scese in Italia, conquistò il regno dei Longobardi e nella Pasqua del 774 entrò in Roma, dove il papa Adriano I gli tributò solenni accoglienze. Successivamente Carlo Magno impiegò le proprie forze contro i Sassoni e dopo circa trent'anni di lotta ne assoggettò l'intero territorio cristianizzando con la forza gli abitanti. Dalle conquiste e dalle alleanze con il papato nacque il Sacro Romano Impero, di cui Carlo fu incoronato imperatore nella notte di Natale dell'800. A Carlo Magno succedette, nell'814, il figlio Ludovico detto il Pio. Carlo Magno aveva diviso, ancora in vita, l'impero fra tre figli: Ludovico aveva ricevuto l'Aquitania, Pipino l'Italia e Carlo la Germania. Per la prematura morte di Carlo (811), però, Ludovico il Pio alla morte del padre regnava già sugli Aquitani e sugli Alamanni e nell'817 suddivise i suoi territori tra i propri tre figli: Lotario, Pipino e Ludovico. Il maggiore, Lotario, fu associato all'impero. L'Aquitania toccò a Pipino e la Baviera a Ludovico (soprannominato il Germanico). Seguirono anni di lotte tra Ludovico il Pio e i figli, dovute alle pretese del primo di rimaneggiare la spartizione al fine di creare un regno anche per il figlio Carlo (più tardi soprannominato il Calvo), e dopo la morte di Ludovico, tra i suoi figli, finché nell'843 il Trattato di Verdun sancì la suddivisione dell'impero. Ludovico il Germanico conservò la Germania, Lotario ebbe l'Italia e mantenne il titolo d'imperatore, Carlo il Calvo, poiché Pipino era morto nell'838, ricevette la Gallia compresa tra l'Oceano, la Schelda, la Mosa, la Saona e l'Ebro. Questo vasto territorio costituì il regno di Francia propriamente detto del quale Carlo il Calvo fu in realtà il primo re. Dopo Carlo il Calvo la successione al trono francese fu assicurata con una certa continuità ai Carolingi, ma il loro potere, anche per l'inettitudine con cui affrontarono gli avvenimenti che travagliarono il Paese, fu quasi nullo mentre aumentava quello dell'aristocrazia e, al suo interno, dei conti di Francia. Luigi II detto il Balbo, figlio e successore di Carlo il Calvo, personaggio scialbo e insignificante, regnò per due anni soltanto. I suoi figli, Luigi III e Carlomanno, raccolsero la sua successione (879) e regnarono insieme. Dopo di loro il trono passò per decisione dell'Assemblea dei grandi al figlio di Ludovico il Germanico, Carlo detto il Grosso (884) che fu l'ultimo dei Carolingi a riunire tutti i domini imperiali. Incapace e vile, non seppe difendere il regno dall'avanzata dei Normanni, che avevano assediato Parigi (comperò con il danaro la loro ritirata) e fu destituito dall'Assemblea dei grandi (887), che gli preferì Oddone duca di Francia (cioè della regione nota sotto il nome di Île-de-France), difensore di Parigi contro i Normanni. Nell'896 Oddone, dopo tre anni di lotta contro Carlo che aveva approfittato di una sua assenza per farsi proclamare re, riconobbe nuovamente il potere regale a un carolingio, accontentandosi del suo titolo ducale. Carlo, figlio postumo di Luigi il Balbo, soprannominato dai suoi sudditi il Semplice, rimase sul trono quasi per un quarto di secolo. L'unico avvenimento di rilievo del suo infelice regno fu il trattato concluso a Saint-Clair-sur-Epte con il capo normanno Rollone, a cui cedette la Neustria marittima, che divenne così il ducato di Normandia (912).

Storia: da Ugo Capeto a Filippo il Bello

Con la deposizione di Carlo e dopo la sua inutile lotta per mantenere il potere, Ugo, discendente di Oddone, si riservò la direzione degli affari di Stato e trasmise la corona a suo cognato, il duca di Borgogna Rodolfo, poi nuovamente a un carolingio, il figlio di Carlo il Semplice, Luigi, e infine a Lotario figlio di quest'ultimo. Ugo, divenuto ormai il vero capo dello Stato, fu soprannominato dai suoi contemporanei Ugo il Grande: suo figlio Ugo, detto Capeto, gli succedette (956) in qualità di duca di Francia, esercitando però a fianco del re il potere effettivo mentre continuava il regno di Lotario al quale succedette per quattordici mesi Luigi V. Alla sua morte Ugo Capeto, proclamato re a Noyon dall'Assemblea dei grandi nel 987, fissò la propria residenza a Parigi. Il dominio regale era controllato da un collettivo di grandi signorie, veri e propri principati indipendenti, sebbene i loro signori rimanessero teoricamente vassalli della corona. A prezzo di grandi sforzi e di concessioni, il fondatore della dinastia dei Capetingi (che avrebbero regnato otto secoli) riuscì a sottometterli alla sua autorità. Rendendosi conto che soltanto un principe dinastico avrebbe garantito la continuità del potere, Ugo associò al trono il figlio Roberto, che, incoronato nel 996, regnò per trentacinque anni. Suo figlio Enrico I regnò per trent'anni e Filippo I, figlio del precedente, per quarantotto anni. I tre sovrani, succedendosi regolarmente per più di un secolo, consolidarono il principio dinastico. I loro sforzi furono essenzialmente tesi a rafforzare il potere regale nell'interno del Paese, mentre la politica estera li lasciò piuttosto indifferenti. Luigi VI, salito al trono nel 1108, manifestò invece un vivo interesse per quanto accadeva all'estero, soprattutto in Inghilterra, che da poco era stata conquistata dal duca di Normandia, rimasto, almeno nominalmente, suo vassallo. L'intervento di Luigi VI nelle liti familiari che agitavano i discendenti di Guglielmo il Conquistatore portava in sé i germi dei futuri conflitti franco-inglesi. Suo figlio, Luigi VII detto il Giovane, all'età di diciott'anni, nel 1137, sposò la figlia del duca di Aquitania, la quattordicenne Eleonora, che gli portò in dote un immenso dominio: la Guienna, la Guascogna, il Poitou, la Marche, il Limosino, l'Angoumois, la Saintonge, il Périgord. Questo fatto e il successivo divorzio di Luigi VII da Eleonora, che offrì poi la sua dote a Enrico II (futuro re d'Inghilterra), furono tra le cause che originarono la successiva guerra dei Cent'anni. Luigi VII morì nel 1180; suo figlio, entrato nella storia con il nome di Filippo II Augusto, sovrano abile ed energico, dopo aver preso parte, con il re d'Inghilterra Riccardo Cuor di Leone, alla III Crociata, si dedicò a riconquistare i domini passati nelle mani dei Plantageneti. Riuscì a recuperare l'Angiò, il Maine, la Turenna, la Normandia, il nord del Poitou e la Saintonge. La vittoria riportata da Filippo Augusto a Bouvines nel 1214 contro la coalizione tra Giovanni Senza Terra re d'Inghilterra e Ottone IV imperatore determinò la fine della dominazione inglese a N della Loira, l'indebolimento del potere regale in Inghilterra e il declino dell'importanza politica dell'impero. All'interno del regno Filippo Augusto riordinò l'organizzazione amministrativa e giudiziaria, facendo della borghesia urbana il sostegno della monarchia. La crociata contro gli Albigesi, cominciata nel 1209, durante il suo regno, e caratterizzata da feroci eccessi di crudeltà, fu un'occasione per riunire di fatto alla corona certe province che con essa avevano ormai soltanto un legame di vassallaggio molto blando. Dopo il breve regno di Luigi VIII (1223-26) succeduto a Filippo Augusto, Luigi IX, il futuro San Luigi, ereditò il trono all'età di undici anni. Per sedici anni la madre Bianca di Castiglia esercitò la reggenza con fermezza e con abilità, seminando la discordia tra i grandi signori ribelli, pronti ad approfittare della minore età del re per riprendere i privilegi perduti durante il regno di Filippo Augusto. Divenuto maggiorenne (1242), Luigi IX si rivelò un mistico e un sognatore. Dopo il fallimento della crociata da lui organizzata, per diciotto anni regnò tranquillamente. Fece costruire la Sainte-Chapelle, destinata ad accogliere la corona di spine, comperata a un imperatore latino di Costantinopoli, e fondò l'ospizio dei Quinze-vingts per i cavalieri ciechi o feriti in Palestina. Nel 1270 un nuovo tentativo di organizzare una crociata lo portò presso Tunisi, dove l'esercito fu contagiato dalla peste ed egli perì vittima del morbo. Suo figlio Filippo (terzo di questo nome) fu proclamato re nei pressi di Tunisi e ricondusse in Francia ciò che restava dell'esercito. L'anno successivo ereditò da suo zio, Alfonso di Poitiers, il Poitou, l'Alvernia e la contea di Tolosa.

Storia: la guerra dei Cent'anni

In tal modo suo figlio, Filippo IV detto il Bello, ricevette uno Stato potente e vasto. La politica accentratrice di questi, il suo elevato concetto della funzione di re lo portarono a scontrarsi con Bonifacio VIII, altra grande personalità dell'epoca, teso a ridare valore ai principi teocratici. Sostenuto dagli Stati Generali, assertori del principio che l'autorità del re, derivando direttamente da Dio, non poteva essere sospesa da una scomunica papale, Filippo il Bello concluse lo scontro con l'oltraggio di Anagni (1303). Bonifacio VIII non sopravvisse a lungo all'incidente e per la sua successione Filippo il Bello impose un vescovo francese. Quest'ultimo, per riconoscenza, accettò di trasportare la sede pontificia in Francia ad Avignone e, istigato dal suo “padrone”, decretò (1312) lo scioglimento dell'ordine dei templari, il cui immenso patrimonio era oggetto della più ardente bramosia di Filippo il Bello. Luigi X detto il Testardo, Filippo V detto il Lungo e Carlo IV (1322-28), l'ultimo dei Capetingi in linea diretta, succedettero l'uno dopo l'altro a Filippo il Bello. Morto Carlo IV, per evitare che Edoardo III d'Inghilterra facesse valere i suoi diritti al trono francese (egli era, per via di madre, l'erede più prossimo), gli Stati Generali stabilirono, applicando la legge salica, che la corona di Francia passasse a Filippo di Valois, figlio di un fratello minore di Filippo il Bello. Salito al trono, Filippo VI pretese che Edoardo III gli rendesse omaggio come vassallo per la Guienna e la Guascogna. Edoardo III obbedì, ma decise di vendicarsi di tanta umiliazione. Cominciò a formare una coalizione contro la Francia, a cui presero parte, oltre all'Inghilterra, il duca di Brabante e i comuni di Fiandra. Filippo VI giudicò opportuno anticiparne le mosse, facendo occupare qualche piazzaforte in Guienna e in Fiandra. Fu questa l'origine politica della guerra dei Cent'anni. In questo periodo particolarmente tormentato per la Francia si registrano avvenimenti quali la prigionia di Giovanni II detto il Buono a Londra e, durante la reggenza e poi il regno di Carlo V, la jacquerie, la rivolta capeggiata a Parigi da Étienne Marcel, gli intrighi del re di Navarra Carlo il Malvagio che si presentò come pretendente al trono.

Storia: da Giovanna d'Arco a Carlo VIII

La pazzia di Carlo VI, la lotta tra Armagnacchi e Borgognoni e, dopo la vittoria inglese ad Azincourt (1415), il Trattato di Troyes (1420) che prevedeva l'ascesa al trono di Francia di Enrico V, sembrano segnare l'estrema decadenza della Francia dove Carlo VII, il delfino spodestato, aveva ormai poteri assai limitati; ma l'intervento di Giovanna d'Arco seppe ridare vigore ed entusiasmo alla lotta. Liberata Orléans, essa convinse il re a recarsi a Reims per essere incoronato secondo il rito tradizionale, riuscendo a ridare una dignità e un prestigio a Carlo, fino ad allora tenuto in nessun conto dai suoi stessi sudditi. Nel 1435, a prezzo di una pace umiliante firmata ad Arras, Carlo VII riuscì a distaccare il duca di Borgogna dai suoi alleati inglesi, e nel 1437 poté rientrare in Parigi. Gli Inglesi occupavano sempre la Normandia e la Guienna. Soltanto nel 1453 essi abbandonarono il suolo francese. Gli ultimi anni di regno di Carlo VII furono penosi e deludenti; Luigi XI, suo figlio, gli succedette nel 1461 e dopo aver sconfitto il suo avversario più temibile, Carlo il Temerario duca di Borgogna, si dedicò completamente alla lotta contro il feudalesimo. Fece espiare duramente ai grandi signori feudali la loro ostilità e ne confiscò i possedimenti, annettendoli al dominio regale. Erede anche delle terre del duca d'Angiò, egli regnava ormai su un vasto territorio unificato, che nel 1483 lasciò a Carlo VIII, allora tredicenne. Questi regnò dapprima sotto la tutela della sorella Anna, che dovette affrontare l'opposizione dei feudatari impegnati solo ad annullare l'opera del defunto re e a recuperare i loro privilegi (la “guerra folle”). Divenuto maggiorenne, Carlo VIII diede inizio, decidendo di rivendicare i diritti della casa d'Angiò sul Regno di Napoli, all'avventura italiana che doveva protrarsi fino al 1559 spostando sulla penisola l'asse dell'interesse delle maggiori potenze europee. Dopo i primi rapidi successi iniziali che lo portarono fino a Roma (31 dicembre 1494) e a Napoli (22 febbraio 1495), formatasi contro di lui una coalizione di potenze europee, Carlo fu costretto a riprender la via della Francia dove riportò un esercito in condizioni pietose.

Storia: le guerre di religione e l'editto di Nantes

Dopo di lui, ultimo rappresentante della linea diretta dei Valois, la corona passò a un rappresentante del ramo dei Valois-Orléans, un nipote di Carlo V, che salì sul trono di Francia con il nome di Luigi XII. Questi continuò la politica del suo predecessore; nipote di Valentina Visconti, rivendicò il Ducato di Milano e conquistatolo facilmente, si volse poi, con l'alleanza del re di Spagna Ferdinando il Cattolico, al Regno di Napoli. Fallita l'impresa per contrasti con gli Spagnoli, che cacciarono i Francesi dall'Italia, Luigi XII dovette riattraversare tutta la penisola per tornare in patria dove fu costretto ad affrontare l'invasione degli Svizzeri, degli Spagnoli, degli Inglesi e dell'imperatore Massimiliano; solo l'elezione di Leone X al soglio pontificio gli permise di giungere a una pace con i suoi avversari. Dopo di lui la corona passò a suo genero, Francesco di Valois-Angoulême (Francesco I). Durante i suoi trentadue anni di regno, Francesco I si scontrò più volte, proprio in territorio italiano, con il potere di Carlo V. La riconquista, da parte di Francesco I, del Ducato di Milano (1515), il cui possesso gli fu confermato nel 1516 dal Trattato di Noyon, doveva avere un peso determinante per il successivo scontro con l'Asburgo interessato a quei territori che gli avrebbero permesso di unire i domini germanici e quelli spagnoli. Ne risultarono quattro guerre dal 1521 al 1544 – durante la prima delle quali lo stesso Francesco I fu fatto prigioniero a Pavia il 24 febbraio 1525 – che si conclusero senza determinare alcuna egemonia europea nonostante la superiorità degli Spagnoli. Nell'interno del Paese, il regno di Francesco I fu segnato dall'avvento della Riforma. Sotto l'influenza della sorella Margherita, donna intelligente e colta, egli da principio non si mostrò ostile alla nuova corrente. In sua assenza, tuttavia, il Parlamento organizzò una giurisdizione speciale e sbrigativa contro i “malpensanti della fede”, e i roghi si accesero. Rientrato dalla prigionia, Francesco I tollerò la persecuzione e non si oppose al massacro degli inoffensivi valdesi. Suo figlio, Enrico II, gli succedette nel 1547. Egli tentò di seguire la politica bellica del padre, sperando di approfittare delle difficoltà che i protestanti creavano a Carlo V in Germania. Ma la Pace di Cateau-Cambrésis (1559) vedeva riconfermata la preminenza spagnola in Italia. Seguì il periodo di reggenza o di indiretta influenza di Caterina de' Medici, che per trent'anni governò il Paese in nome dei figli Francesco II (1559-60), Carlo IX (1560-74) ed Enrico III (1574-89), mentre in Francia si scatenavano (dal 1562) le guerre di religione. Protestanti e cattolici si affrontarono, spesso schermando dietro motivi religiosi le ambizioni dei nobili, rese più intense per l'indebolimento del potere monarchico; gli uni e gli altri, servendosi di brutali soldataglie, devastarono spietatamente il regno. Otto guerre si susseguirono, interrotte da brevi tregue ed esasperate da momenti di spietata crudeltà, quale la strage degli ugonotti nella notte di San Bartolomeo (24 agosto 1572). Nel 1589, alla morte di Enrico III assassinato da Jacques Clément, un monaco fanatico, il trono doveva passare de jure a Enrico di Borbone Navarra, discendente del figlio minore di San Luigi e protestante. Ostacolato dai cattolici che rifiutavano di riconoscerlo, combattuto da Filippo II di Spagna che tentò di approfittare della situazione per asservire il Paese, proponendo la candidatura di una propria figlia al trono di Francia, Enrico riuscì con abilità militare e diplomatica a rimuovere gli ostacoli, soprattutto dopo aver abiurato il protestantesimo. Riconosciuto ufficialmente come unico re di Francia dagli Stati Generali nel 1593, egli tese la mano ai cattolici; concedendo onori, ne comprò la devozione e seppe fare opera di pacificazione nel Paese. Il 13 aprile 1598 firmò l'Editto di Nantes, che assicurava agli ugonotti libertà di culto e riconosceva loro uguaglianza di diritti civili con i cattolici. Mirabilmente assecondato dal suo ministro Sully, che seppe riordinare l'amministrazione e le finanze del regno, Enrico IV si dedicò con fervore al suo compito di pacificatore e di mediatore; era uomo di ampie vedute e sognava di dare all'Europa un nuovo equilibrio.

Storia: l'età di Richelieu e di Mazzarino

Nel 1610, mentre stava nuovamente impostando una politica antiaustriaca, Enrico veniva assassinato da F. Ravaillac e la vedova, Maria de' Medici, assumeva la reggenza per il figlio Luigi XIII, allora decenne. Con l'aiuto del suo favorito e compatriota C. Concini essa doveva nuovamente affrontare i tentativi di insurrezione dell'aristocrazia, mentre il Paese ricadeva in una difficile situazione economica e riprendevano i contrasti religiosi (la reggente era sempre più chiaramente legata al partito cattolico). Divenuto maggiorenne, Luigi XIII rimase ancora a lungo sotto il dominio della madre prima e di Charles de Luynes poi, mentre nel Paese si scatenava la guerra tra il grande favorito e la regina madre che, esiliata, rientrò a Parigi soltanto dopo la morte di de Luynes (1621), conducendo con sé il suo cappellano, il vescovo di Luçon, Armand de Richelieu. Fine uomo politico e diplomatico, Richelieu seppe sedurre il figlio quanto la madre. Autoritario ed energico, come capo del Consiglio perseguì con implacabile fermezza la sua politica, i cui principali obiettivi erano la rovina del partito politico protestante, la distruzione del potere della nobiltà a vantaggio del consolidamento della monarchia e, sul piano internazionale, l'indebolimento della casa d'Austria. Per circa vent'anni (1624-42) Richelieu esercitò un potere quasi dittatoriale. Dopo la morte di Luigi XIII, che sopravvisse di appena cinque mesi al suo ministro (14 maggio 1643), la successione toccò ancora a un re minorenne e, sotto la reggenza di Anna d'Austria, il Paese fu in realtà guidato dal cardinale Mazzarino, continuatore della politica di Richelieu. Abile diplomatico, dopo la Pace di Vestfalia (1648) e dopo aver represso la Fronda parlamentare (1648-49) e quella dei principi (1650-53), egli seppe trovare per la Francia una soluzione vantaggiosa ai due conflitti che, ai margini della guerra dei Trent'anni, ancora impegnavano il Paese contro la Spagna (Trattato dei Pirenei, 1659) e indirettamente per l'egemonia nel Baltico (paci di Oliva e di Copenaghen, 1660).

Storia: il Re Sole e l'apogeo del Seicento

Dopo la morte di Mazzarino, Luigi XIVassunse direttamente il governo del Paese, tendendo a esercitare un potere che, secondo la sua concezione, doveva essere privo di limiti (“lo Stato sono io” riassume il suo concetto ispiratore). Di conseguenza egli isolò la nobiltà a Versailles dove in una splendida cornice le attribuì funzioni decorative, esautorandola dei poteri che il sistema feudale le aveva concesso, mentre le funzioni di governo erano riservate al re che le esercitava con la collaborazione di ministri (essenzialmente tecnici) tratti dalla borghesia e dalla nobiltà togata (Colbert, Le Tellier, de Louvois, Vauban). Anche la politica religiosa di Luigi XIV rispondeva agli stessi principi: egli tendeva cioè ad assoggettare la Chiesa alla corona, ribadendo contemporaneamente il principio dell'assoluta indipendenza del potere del sovrano (tale per diritto divino) dall'autorità del papa (dichiarazione del clero gallicano, 1682) e impostando una politica di lotta agli ugonotti (dragonnades e revoca dell'Editto di Nantes, 1685) per ristabilire l'unità religiosa nel Paese. In campo internazionale, la guerra di Devoluzione (1667-68), quella d'Olanda (1672-78) e l'istituzione delle camere di riunione sono tappe di una politica espansionistica che se da un lato portò all'apogeo la potenza francese isolò contemporaneamente il Paese tanto da costringere Luigi XIV ad affrontare, durante la guerra della Grande Alleanza (1688-97) e quella di Successione spagnola (1701-14), una coalizione formata da quasi tutti gli Stati europei; la Francia ottenne vantaggi molto limitati (Trattato di Utrecht, 1713, e di Rastadt, 1714) e uscì economicamente distrutta dagli ultimi due conflitti. Per la terza volta di seguito, alla morte di Luigi XIV salì al trono un re minorenne, Luigi XV, pronipote del re Sole, sotto la reggenza del duca Filippo d'Orléans.

Storia: l'emergere della borghesia e la Rivoluzione Francese

Il periodo della reggenza (1715-23), segnato da uno scandalo finanziario enorme (la bancarotta diJ. Law, 1720), fu anche quello in cui, presso la nobiltà, il gusto del lusso e l'amore dei piaceri raggiunsero l'apogeo. Nello stesso tempo andava affermandosi una nuova classe, la borghesia degli uomini d'affari e di toga, i cui figli e nipoti avrebbero preparato la rivoluzione. Nel 1723, alla morte del duca d'Orléans, Luigi XV prese personalmente le redini del governo. Il cardinale Fleury, ex precettore del re, divenne suo primo ministro all'età di 73 anni, riuscendo a riassestare il bilancio dello Stato e a evitare nuovi urti con la Gran Bretagna, ma non a impedire che la Francia si impegnasse nella guerra di successione polacca che traeva origine dalla pretesa al trono polacco di Stanislao Leszczyński, suocero di Luigi XV (1733-35). Si susseguirono due lunghe guerre: quella di Successione austriaca (1740-48) e quella dei Sette anni (1756-63), che impegnarono quasi ininterrottamente la Francia. La prima, in cui Austria e Prussia ottennero vantaggi sostanziali, non ebbe per la Francia alcuna conseguenza, limitandosi la Pace di Aquisgrana a confermare la situazione europea e coloniale precedente. A tale proposito, si attribuì a Luigi XV questa riflessione: “Noi non facciamo la guerra da mercanti, ma da re”. La seconda, affrontata dalla Francia a fianco dell'Austria e quindi con un radicale rovesciamento delle alleanze, portò la Francia a concludere la Pace di Parigi, in cui rinunciava a gran parte dei possedimenti coloniali cedendo alla Gran Bretagna il Canada, parecchie delle isole Antille, il Senegal e quasi tutti i suoi possedimenti dell'India. La Louisiana fu abbandonata agli Spagnoli. Toccò a Luigi XVI, il giovane successore di Luigi XV, espiare tutti gli errori del suo predecessore. La crisi economica di cui il Paese soffriva fu il principale stimolo dei malcontenti che avrebbero fatto nascere la Rivoluzione francese. Nel mondo rurale i sintomi si manifestarono fin dal 1780. Il trattato di commercio franco-inglese del 1786 ledeva l'industria, danneggiata dalla concorrenza. Il malessere fiscale, vecchio quanto la monarchia, vissuta sempre di espedienti, non poteva non provocare, alla fine, una crisi di regime. Due ministri, Calonne e Loménie de Brienne, videro fallire i loro progetti di riforme davanti all'opposizione dell'Assemblea dei notabili prima e della coalizione dei Parlamenti poi. Questa “prerivoluzione aristocratica” scatenò un movimento che doveva superarla ampiamente. Il Paese pretese che venissero convocati gli Stati Generali, che, riuniti il 5 maggio 1789, si trasformarono in Assemblea nazionale costituente. Il re, mal consigliato dalla sua cerchia, tentò un colpo di mano militare, ma fu prevenuto dal popolo parigino che si impadronì della Bastiglia e lo costrinse a trasferirsi da Versailles a Parigi. Dopo questa umiliazione, Luigi XVI ne subì di ben peggiori, fino alla morte sul patibolo (21 gennaio 1793). Abolita la monarchia per opera della Convenzione (21 settembre 1792), seguirono scontri tra i girondini e i montagnardi, mentre dopo la condanna a morte del re la Convenzione doveva fronteggiare la coalizione organizzata contro la Repubblica dalla Gran Bretagna, l'insurrezione realista in Vandea e più tardi l'insurrezione federalista suscitata dai girondini, proscritti il 2 giugno 1793. Istituito un governo rivoluzionario, sorse il Comitato di salute pubblica, organo principale del governo, attraverso cui Robespierre si rivelò, fino al 9 termidoro 1794, il capo supremo della Rivoluzione.

Storia: l'età napoleonica e la Restaurazione

Caduto Robespierre, la Convenzione pose fine al governo rivoluzionario e pochi mesi dopo si sciolse per cedere il posto al Direttorio (27 ottobre 1795). Quattro anni dopo, con il colpo di stato del 18 brumaio, anno VIII, il giovane generale Napoleone Bonaparte, le cui imprese militari avevano determinato il successo del periodo direttoriale, assunse la carica di console della Repubblica, il 2 agosto 1802 si fece nominare console a vita e il 18 maggio 1804 imperatore. I successi del primo periodo avevano portato il Paese a raggiungere la pace conservando le conquiste (in Italia e in Belgio) del periodo rivoluzionario. La rottura (17 maggio 1803) della Pace di Amiens segnò l'inizio di un nuovo periodo di guerra, che doveva durare dieci anni, fino all'invasione del Paese e all'abdicazione di Napoleone (6 aprile 1814). Con il trattato del 30 maggio 1814 le frontiere della Francia ritornarono a essere quelle del gennaio 1792. Dopo la parentesi dei Cento Giorni napoleonici, la seconda Restaurazione, personificata da Luigi XVIII, si orientò in un primo tempo (a parte gli episodi del terrore bianco) verso un conservatorismo moderato. Luigi XVIII concesse una carta costituzionale (benché presentata come concessione sovrana) e conservò una parte delle conquiste del periodo rivoluzionario e napoleonico. Il movimento di reazione si accentuò quando salì al trono Carlo X (1824), che già precedentemente aveva mostrato il suo perfetto accordo con gli ultras). La cosiddetta legge miliardo, che assegnava agli emigrati un indennizzo per i beni confiscati dalla Rivoluzione, i favori accordati ai gesuiti, il tentativo di reprimere la libertà di stampa, le ordinanze del 25 luglio 1830, emesse in seguito alla rielezione di 221 oppositori alla Camera dei deputati, finirono per esasperare l'opinione pubblica e Carlo fu rovesciato. Una vaga speranza di veder rinascere il regime repubblicano svanì immediatamente. Il trono passò a Luigi Filippo, figlio del duca d'Orléans, che salì al trono con il titolo di “re dei Francesi” e giurò una Costituzione assai più liberale della carta borbonica. Seguì per il Paese un periodo di assestamento caratterizzato in politica estera dall'accordo e dalla collaborazione con la Gran Bretagna nonché dal principio del non intervento che, interpretato estensivamente, tante inutili speranze aveva dato ai liberali europei (un'eccezione fu il caso del Belgio, costituitosi nel 1830 in Stato indipendente). Lo sviluppo stesso del Paese, favorito dalla politica di pace e dal favore accordato alla borghesia, poneva però nuovi problemi: l'incremento delle industrie aveva creato un proletariato operaio, che con gran parte della borghesia era escluso dalla possibilità di partecipare attivamente alla vita politica (il suffragio era concesso solo ai più abbienti). Il re, soprattutto dopo la caduta di Thiers e in accordo con il ministro Guizot, rifiutò ogni riforma (in particolare l'ampliamento della base elettorale) cercando di creare un diversivo con la politica di espansione coloniale (conquista dell'Algeria). La “campagna dei banchetti” organizzata dai rappresentanti di vari strati della borghesia liberale, a cui si associarono gli elementi democratici appena entrati in scena, affrettò l'epilogo.

Storia: dalla Repubblica del 1848 alla Comune

La monarchia degli Orléans crollò e il 25 febbraio 1848 venne formato un governo provvisorio della Repubblica Francese che, tra i primi atti, ristabilì il suffragio universale. Nel periodo immediatamente seguente si crearono numerosi gruppi e correnti tendenti a dare la propria impostazione al nuovo Stato che doveva sorgere. Nobiltà e clero non nascosero le loro simpatie per i Borbone, la borghesia capitalista rimase fedele alla monarchia di luglio, operai e contadini erano favorevoli alla Repubblica, i teorici del socialismo facevano sentire la loro voce con forza sempre maggiore, cercando di adattare le idee della Rivoluzione francese ai nuovi bisogni (istituzione degli Ateliers Nationaux). In questa situazione si formò un partito bonapartista, che fece proseliti in tutti i ceti sociali. Dopo le elezioni del 23 aprile, che per l'Assemblea costituente dettero una maggioranza moderata, e dopo le insurrezioni di giugno (23-26) seguite alla chiusura degli Ateliers, fu facile ai bonapartisti raccogliere intorno al loro partito una coalizione di scontenti di ogni tendenza politica e far eleggere alla presidenza (tramite il suffragio universale) il nipote di Napoleone, Luigi Napoleone Bonaparte. L'Assemblea legislativa eletta nel 1849 era in maggioranza monarchica, inoltre il timore di una rivoluzione da una parte, e dall'altra la mancanza di interesse del popolo, che non si identificava in una Repubblica da cui era stato deluso, resero facile il colpo di stato del 2 dicembre 1851. L'anno successivo l'impero fu ristabilito. Napoleone aveva saputo sfruttare l'appoggio dei ceti conservatori e delle campagne (spaventati dalla forte minoranza radicale presente all'Assemblea) e la delusione del popolo di Parigi dopo le giornate del 1848, procurandosi l'appoggio del clero con la spedizione contro la Repubblica Romana (1849). La guerra di Crimea (1854-56), la campagna d'Italia, che in cambio dell'aiuto al Piemonte diede alla Francia Nizza e la Savoia, le conquiste coloniali (Cocincina, 1862; Cambogia, 1863), il trattato commerciale con la Gran Bretagna e l'incredibile sviluppo dell'economia francese sembrarono portare il Paese all'apice della sua potenza e il prestigio di Napoleone sembrò definitivamente confermato. Seguirono però gli anni della sfortunata avventura in Messico, dove Napoleone aveva appoggiato Massimiliano d'Asburgo, e della tensione con la Prussia, la potente vicina che era rapidamente ascesa grazie all'abilità di Bismarck fino a eliminare ogni influenza austriaca (1866, guerra austro-prussiana). La guerra franco-prussiana (1870-71), voluta dal cancelliere ma dichiarata dalla Francia, offesa dall'atteggiamento di Guglielmo I che Bismarck aveva saputo presentare come particolarmente sprezzante (con il telegramma di Ems), fece infine precipitare la situazione. Dopo la disfatta di Sedan (2 settembre 1870), di fronte al disastro generale le forze repubblicane reagirono costituendo un governo di Difesa nazionale. La guerra terminò con la resa di Parigi (1871). L'esasperazione del popolo parigino, che vedeva la Repubblica, proclamata ancora una volta, minacciata dalla maggioranza monarchica della nuova Assemblea nazionale, sfociò il 18 marzo 1871 nell'insurrezione della Comune. Thiers, nominato capo del potere esecutivo trincerato a Versailles, la represse con spietata rigidezza. Poi, tra lo stupore generale dell'Europa, riuscì a risollevare la Francia: i cinque miliardi di debito di guerra imposti dalla Germania furono pagati ancor prima della data di scadenza, il territorio fu liberato e venne organizzato un esercito nazionale. Nel 1873, quando il maresciallo Mac Mahon, un monarchico, succedette al dimissionario Thiers, la restaurazione monarchica sembrò inevitabile, e in realtà soltanto le divergenze sorte tra orleanisti e legittimisti borbonici modificarono la situazione. Il maresciallo dovette dimettersi dalle sue funzioni di presidente della Repubblica ed ebbe come successore Jules Grévy, un repubblicano convinto, che fu rieletto nel 1885 e diede le dimissioni il 2 dicembre 1887.

Storia: dalla Terza Repubblica al Fronte Popolare

Sotto la Terza Repubblica nel 1882 fu emessa una legge sulla gratuità e obbligatorietà della scuola elementare; nel 1887 furono votate le leggi sulla libertà di riunione e la libertà di stampa; precedentemente, nel 1884, era stata autorizzata la formazione dei sindacati. Nello stesso periodo la Francia si lanciò nell'avventura coloniale, nel 1881 si assicurò la Tunisia, nel 1884 l'Annam, l'anno successivo il Tonchino e il Madagascar, mentre proseguiva in Africa occidentale ed equatoriale l'opera di penetrazione di Savorgnan de Brazza. Caratterizzata da un'intensa lotta di partiti, la vita politica della Terza Repubblica vide in Parlamento maggioranze di coalizione pronte a smembrarsi, donde la frequenza delle crisi ministeriali. Sadi Carnot, eletto come successore di Grévy, dovette affrontare la crisi provocata dalle mire del generale Boulanger, lo scandalo del canale di Panamá (1893), i conflitti di lavoro (il 1º maggio 1891 l'esercito sparava contro i dimostranti); la sua morte (fu assassinato da un anarchico) contribuì ad alimentare i timori dei settori più conservatori del Paese che favorirono l'affermazione di movimenti reazionari a sfondo nazionalista e antisemita; in questo contesto si inserisce l'Affaire Dreyfus, che provocò vere spaccature nell'opinione pubblica francese. Verso la fine del secolo la maggioranza passò ai partiti di sinistra che portarono avanti una politica anticlericale, di laicizzazione dello Stato (legislazione scolastica, campagna contro le congregazioni), che doveva sfociare nel 1905 nella legge sulla separazione tra Stato e Chiesa. Nel frattempo la Francia era riuscita a rompere l'isolamento in cui era stata costretta dopo la guerra franco-prussiana. Primo passo fu l'alleanza franco-russa (1893), cui seguì, dopo la composizione dell'incidente di Fascioda, un riavvicinamento alla Gran Bretagna fino a giungere nel 1904 all'Entente cordiale. Più tardi l'avvicinamento dell'Italia alla Triplice Intesa (anglo-franco-russa) delineò un ribaltamento delle posizioni che risultò evidente nel 1911, in occasione dell'incidente di Agadir, quando la Germania si trovò isolata di fronte all'opposizione delle potenze europee. Il 2 agosto 1914 la Germania dichiarava guerra alla Francia. Il conflitto fece sorgere l'Unione sacra e determinò la formazione di un governo in cui tutti i partiti erano rappresentati. Il fallimento delle offensive e i pesanti sacrifici imposti al Paese determinarono un clima di sfiducia che nel 1917 portò i socialisti a uscire dal governo; e mentre Briand, ex presidente del Consiglio, era favorevole a una pace negoziata, Clémenceau, salito al potere, finì per determinare la decisione di compiere l'ultimo sforzo che portò all'armistizio dell'11 novembre 1918 e poi al Trattato di Versailles (28 giugno 1919). I primi anni del dopoguerra furono dominati dalla resistenza tedesca all'esecuzione del Trattato di Versailles e dalla pretesa francese di esigere fino all'ultimo le riparazioni (occupazione della Ruhr, 1923). A questa politica, dura nei confronti della Germania, corrispose all'interno una vittoria delle destre fino al 1924, quando le elezioni diedero la maggioranza al Cartello delle sinistre, il cui capo, E. Herriot, travolto dalle difficoltà finanziarie, dovette ritirarsi nel 1926. Il governo di Unione Nazionale, formato nel 1926 da Poincaré, riuscì a raddrizzare la situazione economica, ma la crisi economica mondiale, cominciata nel 1929, raggiunse la Francia nel 1932. Gli scandali (per esempio quello legato a Serge Alexandre Staviski), si susseguirono, mettendo in crisi il regime stesso e sorsero leghe di estrema destra che, alimentando un clima di violenza, finirono per provocare sommosse (6 febbraio 1934). Con l'avvento di P. Laval agli Esteri (ottobre 1934) la Francia, nella quale erano prevalse le forze conservatrici, si avvicinò a Italia e Germania (plebiscito in Saarland, tacito appoggio francese all'impresa italiana in Etiopia, 1935). Come reazione contro le minacce delle leghe fasciste nacque nel 1936 il Fronte popolare, che riuniva comunisti, socialisti e radicali e che alle elezioni legislative si affermò con una netta maggioranza. Il governo, presieduto da Léon Blum, capo dei socialisti, fece votare la settimana di quaranta ore, stabilì il diritto alle ferie retribuite, l'obbligatorietà dei contratti collettivi e la nazionalizzazione delle ferrovie. Aspramente osteggiato dalla destra e dai moderati, Blum si ritirò nel giugno del 1937. I moderati, ritornati al potere, si dimostrarono impotenti a frenare le ambizioni di Mussolini e di Hitler.

Storia: la seconda guerra mondiale e la fine della IV Repubblica

La Francia fu trascinata contro voglia in una guerra che la portò a una catastrofe militare senza precedenti. Nel maggio 1940 gli eserciti tedeschi irrompevano in Francia (il 10 giugno anche l'Italia dichiarava guerra alla Francia) e il 14 giugno entravano a Parigi. Il 16 dello stesso mese cadeva il governo Reynaud e il maresciallo Pétain, nuovo capo del governo, intavolava subito trattative di armistizio. Anche la Francia non occupata, con capitale Vichy, fu praticamente ridotta a stretta dipendenza dell'occupante, mentre gran parte di coloro che avevano fatto parte della III Repubblica si raccoglieva intorno al generale De Gaulle, che il 18 giugno aveva lanciato dalla radio inglese un appello alla resistenza. I territori dell'impero coloniale si affiancarono al generale e in Africa equatoriale si formarono i primi nuclei che combatterono con gli Alleati contro i Tedeschi, mentre nel territorio metropolitano si andava organizzando, dapprima come non collaborazione, la Resistenza che, iniziata senza alcun rapporto con la Resistenza esterna, doveva più tardi formare con essa un tutto unico. Il 3 giugno 1943, dopo lo sbarco degli Statunitensi in Africa del Nord (8 novembre 1942), il generale De Gaulle insediò ad Algeri il Comitato Francese di Liberazione Nazionale, che l'anno seguente divenne il governo provvisorio della Francia. Il 19 agosto 1944 Parigi insorse contro gli occupanti, il 25 il generale De Gaulle entrava nella città liberata. Un'Assemblea costituente si riunì il 6 novembre 1945 e il generale De Gaulle fu rieletto presidente del governo provvisorio. Tre mesi dopo (20 gennaio 1946) egli abbandonò il potere, perché la sua concezione del governo e dei suoi rapporti con l'Assemblea nazionale aveva creato un profondo disaccordo tra lui e gli uomini politici. La IV Repubblica soffrì ancor più della III per l'instabilità ministeriale: dal 10 novembre 1946 al 1º giugno 1958 si susseguirono 21 governi. Sul piano internazionale fu contraddistinta da un orientamento filoamericano che si concretizzò con l'ingresso della Francia nel Patto Atlantico. Nei possedimenti coloniali la Francia dovette far fronte a movimenti nazionalisti; la creazione dell'Union Française, che in molti casi aveva dato luogo a una trasformazione solo formale, non aveva dato nessuna garanzia alle popolazioni coloniali che durante il conflitto avevano assorbito gli ideali di autodeterminazione dei popoli. Il Paese si trovò trascinato in guerre sfibranti (guerra in Indocina, 1945-54; intervento con la Gran Bretagna in Egitto come rappresaglia contro la nazionalizzazione del canale di Suez, 1955; guerra di Algeria) e fu costretto a concedere l'indipendenza alla Tunisia e al Marocco e a ritirarsi dall'Indocina. Tentò di conservare l'Algeria, dove nel novembre 1954 si era scatenata una rivolta che, per contraccolpo, provocò l'insurrezione dei Pieds noirs (Francesi d'Algeria di origine europea) e il ritorno al potere del generale De Gaulle (fine di maggio 1958). Investito delle funzioni di capo del governo da un Parlamento intimorito, De Gaulle ricevette l'incarico di preparare una nuova Costituzione che rinforzava considerevolmente i poteri dell'esecutivo e limitava quelli del legislativo. La Costituzione fu approvata dal referendum del 28 settembre 1958.

Storia: la V Repubblica da De Gaulle a Pompidou e a Giscard

L'8 gennaio successivo De Gaulle diventava presidente della Repubblica. Con un lento e paziente sforzo egli portò a termine l'opera di decolonizzazione. Il 18 marzo 1962 a Évian furono firmati gli accordi che riconoscevano l'indipendenza all'Algeria. I territori africani furono raggruppati sotto l'egida della Francia in una comunità che ebbe d'altronde un'esistenza effimera. In politica estera la Francia della V Repubblica riannodò relazioni con i Paesi arabi e fu uno dei primi Paesi a riconoscere la Cina Popolare (1964). Il presidente De Gaulle gettò le basi di un'amicizia franco-tedesca che avrebbe dovuto essere premessa per la costituzione di un blocco dell'Europa occidentale sotto velata tutela francese: dopo il fallimento di questa sua politica si riavvicinò all'URSS e contemporaneamente affermò la propria indipendenza dagli USA (richiesta del ritiro delle forze statunitensi dalla Francia, 1966). Nel maggio 1968 la contestazione degli studenti contro l'autoritarismo accademico e le strutture borghesi trovò un momento di unione con le masse operaie in lotta. Mentre imponenti manifestazioni e l'astensione dal lavoro paralizzavano il Paese e mentre a Parigi si moltiplicavano gli scontri con la polizia, sembrò che il regime stesse per crollare. L'insurrezione fu repressa ma, nonostante la strepitosa vittoria alle elezioni del giugno 1968, appena un anno dopo De Gaulle, battuto in un referendum, si ritirava. Gli succedette G. Pompidou, con il quale si accentuò la crisi del gollismo, pur mascherata sul piano internazionale dal successo di alcune missioni all'estero. Nell'ambito delle formazioni di centro-destra entrate in concorrenza con i gollisti si segnalò come ministro delle Finanze il giovane leader dei repubblicani indipendenti V. Giscard d'Estaing. Toccò proprio a lui il compito di rappresentare la maggioranza governativa alle elezioni presidenziali provocate dalla morte prematura di Pompidou (1974). Giscard prevalse con uno scarto minimo di voti sul socialista F. M. Mitterrand, candidato delle sinistre unite. Iniziato all'insegna di grandi speranze di cambiamento, il settennato giscardiano s'impantanò ben presto nel permanente dissenso tra le componenti della maggioranza. Anzi, nel 1976 il leader gollista J. Chirac fu sostituito alla guida del governo da R. Barre, un prestigioso tecnico chiamato a risanare la situazione economica. Ciò non valse ad arrestare l'ascesa delle sinistre, vittoriose alle elezioni amministrative del 1976 e del 1977. Ben presto gli esiti deludenti delle misure economiche di Barre e talune discusse iniziative internazionali di Giscard rimisero in gioco la candidatura socialista alla direzione del Paese.

Storia: la V Repubblica da Mitterrand a Hollande

Le presidenziali del 1981 videro la clamorosa affermazione di Mitterrand su Giscard. Mitterrand si adoperava per caratterizzare in senso profondamente innovatore l'azione del governo, procedendo tra l'altro a nazionalizzare le principali industrie e talune banche. Tuttavia le gravissime ripercussioni interne della crisi internazionale imposero al governo di varare rigide misure di austerità, che concorsero a una massiccia caduta delle simpatie dell'elettorato nei confronti del governo, del Partito socialista (PS) e dello stesso presidente. Nel marzo 1986 divenne primo ministro Chirac, del Raggruppamento per la Repubblica (RPR); anche se la principale novità di quelle consultazioni fu l'affermazione del Fronte Nazionale (FN), formazione di estrema destra di J.-M. Le Pen. La coalizione di centro-destra intraprese una politica di risanamento economico basata su una larga privatizzazione, che non diede però i risultati sperati. Le elezioni presidenziali del 1988 (aprile-maggio) videro quindi la riconferma di Mitterrand; ma la mancanza di una maggioranza assoluta in Parlamento impedivano al presidente di formare un governo solido. Dopo una serie di esecutivi tecnici e di breve durata, le elezioni legislative del 1993 sancivano l'affermazione del fronte moderato (RPR e UDF), che otteneva la maggioranza assoluta; da cui conseguiva, per la seconda volta, una coabitazione forzata tra il socialista Mitterrand e un governo di destra guidato da É. Balladur. Nel campo della politica estera la Francia lavorava, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, per la costruzione di un asse preferenziale con il governo tedesco, ma anche in vista un forte rilancio della sua presenza nel mondo, giocando un ruolo importante nelle principali crisi internazionali dei primi anni Novanta (guerra del Golfo, Somalia, Iugoslavia ecc.). Stanco e in precarie condizioni di salute, Mitterrand concludeva il suo secondo settennato nel 1995 con un bilancio personale sicuramente positivo. Gli succedeva Chirac, vincitore al ballottaggio contro il candidato socialista L. Jospin. Ma il forte consenso (15,2%) ottenuto al primo turno dal leader del Fronte Nazionale Le Pen, confermava la tendenza di certo elettorato a radicalizzarsi su posizioni apertamente fasciste. La politica del primo ministro A. Juppé, basata sulla riduzione del welfare e sull'aumento di tasse e contributi, oltre ai dissensi provocati in tutto il mondo dalla decisione di Chirac di riprendere gli esperimenti nucleari, contribuivano a indebolire la nuova leadership, tanto che il presidente dovette disporre ben presto l'interruzione degli esperimenti, rassicurando sulla volontà della Francia di impegnarsi per giungere a un accordo di disarmo mondiale (gennaio 1996). In campo europeo Chirac confermava il rapporto privilegiato con la Germania di H. Kohl e la volontà di giungere senza tentennamenti alla moneta unica, prevista per il 1999. Nello stesso anno (1996) le elezioni anticipate facevano registrare il successo nettissimo dei socialisti di Jospin, che diventava primo ministro (tra i vari provvedimenti, al suo governo si deve la riduzione a 35 ore di lavoro settimanale a parità di salario). Ma nonostante l'impegno per la salvaguardia della politica sociale, nelle presidenziali del 2002 il primo ministro veniva clamorosamente sopravanzato al primo turno da Le Pen che usciva vincitore insieme a Chirac. Sull'onda di una imponente mobilitazione contro il leader del Fronte Nazionale di buona parte dell'opinione pubblica, nazionale e internazionale, al ballottaggio Chirac veniva riconfermato presidente con la più alta percentuale di consensi della storia della Francia repubblicana (82,2%). L'incarico di primo ministro veniva affidato al moderato J.-P. Raffarin. Nel giugno dello stesso anno le elezioni legislative facevano registrare ancora un fortissimo astensionismo (vicino al 40%) e premiavano il nuovo partito unico della destra, l'Unione per la maggioranza presidenziale (UMP). Nettissimo il calo delle sinistre, nessun seggio al Fronte Nazionale. Forte di un altro trionfo elettorale, Chirac confermava Raffarin alla guida del governo. Nella crisi internazionale, esplosa nel 2002 tra Stati Uniti e Iraq e culminata nella guerra scoppiata il 20 marzo 2003, la Francia, in quanto membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, si opponeva a una soluzione armata del conflitto e chiedeva il disarmo pacifico dell'Iraq. Sul piano interno, sempre nel 2003, il governo Raffarin conseguiva un importante successo politico riuscendo a riformare il sistema pensionistico, nonostante l'opposizione di una parte importante del sindacato. Nel febbraio 2004 l'Assemblea nazionale varava una legge che vieta di indossare nelle scuole pubbliche segni o abiti che ostentino simboli religiosi. La difficile situazione economica, attraversata dal Paese nel corso del 2003, induceva il governo a proporre riforme del welfare che creavano disagi ad ampi strati di popolazione e impopolarità, ma nonostante gli insuccessi nelle altre consultazioni elettorali del 2004 (regionali ed europee), Chirac respingeva le dimissioni di Raffarin e lo incaricava di formare un nuovo governo. Nel maggio 2005 si svolgeva il referendum consultivo per l'approvazione della nuova Costituzione europea che vedeva prevalere gli sfavorevoli: la Francia era il primo Paese a bocciare questo progetto. In seguito al voto negativo del referendum, Raffarin si dimetteva e al suo posto veniva nominato Dominique de Villepin. Costui si trovava ad affrontare in novembre l'emergenza della rivolta dei giovani magrebini nelle banlieues, che si protraeva per due settimane, ai quali il governo reagiva decretando lo stato di emergenza per tre mesi. All'inizio del 2006, per contastare la crescente disoccupazione, il Parlamento, su proposta del governo, approvava il contratto di prima assunzione, che prevedeva l'assunzione di giovani di età inferiore ai 26 anni con la possibilità di licenziarli entro i primi due anni. Questa misura provocava la protesta di studenti e sindacati in tutto il Paese fino al ritiro da parte del premier del discusso provvedimento. Nel maggio 2007 si svolgevano le elezioni presidenziali che vedevano competere Nicolas Sarkozy, precedente ministro dell'interno e candidato del centro-destra, e Sègolene Royal, prima donna a correre per la presidenza della Repubblica, candidata dai socialisti. Al ballottaggio vinceva Sarkozy con il 53% dei voti, mentre la Royal otteneva il 46,9%. Successivamente Sarkozy nominava François Fillon premier. Nel giugno dello stesso anno si svolgevano le elezioni legislative vinte dall'UMP. Nel febbraio 2008 il Parlamento ratificava il Trattato europeo e in luglio approvava una riforma costituzionale che limitava a due i mandati presidenziali e rafforzava i poteri al parlamento. Nel 2010, nonostante le critiche da parte della Unione Europea il presidente Sarkozy decideva di chiudere i campi nomadi abitati dai Rom e di rimpatriare molti di loro in Romania. Il primo turno delle elezioni presidenziali del maggio del 2012 vedeva il successo di Marine Le Pen e il testa a testa tra Sarkozy e il candidato socialista F. Hollande, che vinceva il ballottaggio diventando, dopo diciassette anni, il secondo presidente socialista. Nelle successive elezioni di giugno per il rinnovo dell'Assemblea nazionale il Partito socialista raggiungeva la maggioranza assoluta con 300 seggi su 577. Diventava premier Jean-Marc Ayrault, fino a marzo del 2014, quando veniva sostituito da Manuel Valls (Partito socialista). Nel 2013 la Francia decideva di intervenire nella guerra civile del Mali, contro i ribelli islamici, inviando un contingente di soldati. A seguito delle dichiarazioni del ministro dell'economia A. Montebourg che criticavano la politica economica del paese, nell'agosto del 2014 venivano annunciate le dimissioni del governo guidato da Valls, che veniva comunque incaricato dal presidente Hollande di formare un nuovo esecutivo. Nel gennaio del 2015 Parigi veniva sconvolta da una serie di attentati di stampo islamista, tra cui quello all'interno del giornale satirico Charlie Hebdo. Nel novembre dello stesso anno che la capitale viene nuovamente colpita da terroristi legati allo Stato Islamico, che con una serie di attacchi causavano la morte di oltre 100 persone.

Cultura: generalità

Descrivere quello che è stato nel corso dei secoli il contributo della Francia all'evoluzione della storia della cultura e dell'arte in tutte le sue espressioni sembra un proposito immane, tanto è grande il numero di opere francesi, nei campi della letteratura, della pittura, del pensiero scientifico e filosofico, politico ed esistenziale, dell'architettura, del teatro e del cinema, divenuti assoluti punti di riferimento per l'arte mondiale. Per quanto riguarda la letteratura, sul suolo francese sono apparse in ogni epoca opere che rappresentano capisaldi di genere o capolavori unici e inimitabili di valore universale. Basta pensare all'opera epico-umoristica di Rabelais (Gargantua et Pantagruel) o quella intimistica e filosofica di Montaigne (Essais), nel cui filone si inseriranno due secoli più tardi l'ironia di Voltaire e l'impegno politico e pedagogico di Rousseau; al teatro di Molière, Corneille e Racine; al grande romanzo storico di Hugo e Stendhal e alla Comédie humaine di Balzac; alle opere “maledette”, sia in prosa sia in poesia, di Flaubert e Baudelaire; fino ad arrivare, nel primo Novecento al monumentale ciclo di romanzi À la recherche du temps perdu di Proust, che segna il definitivo dissolversi dell'oggettiva realtà spazio-temporale a favore dell'affermazione dell'individuo, del ricordo, dell'inconscio. Anche la pittura paga un debito ai grandi artisti d'Oltralpe, soprattutto a partire dall'Ottocento, al realismo di Manet e all'impressionismo di Monet, Sisley e Renoir; alle rappresentazioni vivide e dinamiche della realtà parigina date da Edgar Degas e da Toulouse-Lautrec, al realismo coloristico ed esotico di Cézanne e Gaugin. Per quanto riguarda il XX secolo, l'influsso della pittura francese è legato soprattutto alle esperienze innovative e d'avanguardia dei pittori fauvisti e cubisti, al dadaismo di Marcel Duchamp e al conseguente surrealismo. La storia della filosofia e della scienza universale non può permettersi di prescindere da autori francesi quali Cartesio, il cui dubbio metodico si trova a fondamento della filosofia moderna; o gli illuministi (Rousseau, Montesquieu, D'Holbach), le cui riflessioni politiche stanno alla base delle costituzioni dei moderni Stati liberali e democratici; mentre l'Enciclopédie voluta e diretta da Diderot e D'Alembert segna l'inizio di un modo laico ed egualitario di organizzare il sapere. Più recentemente, correnti di pensiero come l'esistenzialismo di Sartre, lo strutturalismo di Levi-Strauss e Foucault, il decostruzionismo di Derrida hanno costituito una delle cifre più importanti della vita culturale europea del secolo scorso. Per quanto riguarda l'architettura, il territorio francese è ricco di capolavori architettonici risalenti alle più varie tendenze ed epoche della storia, tuttavia gli stili di cui il Paese è considerato il simbolo mondiale sono il gotico delle cattedrali (Reims, Chartres e Amiens le più famose, dichiarate patrimonio dell'umanità dall'UNESCO rispettivamente nel 1991, 1979 e 1981, oltre alla cattedrale di Notre-Dame e alla Ste-Chapelle di Parigi, di epoca più tarda) e lo stile neoclassico, cifra distintiva della Parigi napoleonica e imperiale e della grandeur francese in senso lato. Il Paese custodisce ben 37 siti iscritti nella lista UNESCO dei patrimoni culturali dell'umanità, che vanno dai siti preistorici come quelli della valle di Vézère, con le preziose pitture rupestri delle grotte di Lascaux (1979), alle vestigia romane di Arles e Orange (1981), al sorprendente sistema di vie d'acqua navigabili del Canal du Midi (1996), alle fortificazioni di Carcassonne (1997) e Vauban (2008) fino al paesaggio ricamato di vigneti della Borgogna e ai luoghi d'origine dello champagne, entrambi inseriti nel 2015. Per quanto riguarda la giovane arte cinematografica, essa è legata fin dalla nascita al nome dei leggendari fratelli Lumière, a cui seguirono, tra le varie celebrità d'Oltralpe, i pionieri del muto Méliès e Linder, il surrealista Cocteau, e, a partire dal secondo dopoguerra, il comico Jaques Tati, i registi della nouvelle vague (Truffaut, Godard, Chabrol), oltre ad alcuni attori facenti parte del firmamento dei divi. E a conforto di queste osservazioni giova citare il Festival internazionale del cinema di Cannes (secondo per importanza soltanto alla cerimonia hollywoodiana degli Oscar) che si tiene ogni primavera richiamando nella cittadina mediterranea le più celebri star del circuito cinematografico internazionale. Vantando una tradizione culturale così prestigiosa, è normale che il popolo francese difenda con estremo zelo il proprio genius loci. A cominciare dalla lingua. I Francesi hanno infatti fama di essere uno dei popoli più conservativi a livello linguistico, e proverbiale è la resistenza che la lingua francese oppone alla pervasività dell'inglese. Del resto la Francia vanta un passato prestigioso anche per quanto riguarda la tradizione scolastica, essendo Parigi la sede della Sorbona, uno dei più antichi centri universitari del continente (fondata nel 1257). Per quanto riguarda le tradizioni, il fatto di avere alle spalle una storia unitaria plurisecolare ha in parte penalizzato questo aspetto, favorendo semmai l'uniformazione dei costumi e la perdita dei caratteri folcloristici più particolari. Tuttavia non si può dire che la Francia manchi di tradizioni indigene nazionali la cui fama è ormai diffusa in tutto il mondo. Tra queste merita una citazione il genere musicale della chanson française, che, risalente all'epoca dei trovatori medievali, ha raggiunto fama mondiale a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, con le interpretazioni della cantante Edith Piaf. Altre forme di intrattenimento musicale che hanno acquisito grande lustro nella loro versione francese sono il genere del varietà e della rivista, rappresentati nei locali parigini nei primi anni del XX secolo (Moulin Rouge). La menzione è d'obbligo anche per la cultura gastronomica. Assurta a dignità quasi scientifica fin dal XIX secolo (i trattati di Carême, leggendario pasticciere al servizio dei maggiori sovrani d'Europa, e soprattutto di Auguste Escoffier, costituiscono tuttora la bibbia dei cuochi d'Oltralpe), la haute cuisine francese è ammirata ed esportata in tutto il mondo.

Cultura: tradizioni

La sopravvivenza di antichi usi e costumi in Francia, che possiamo dividere dal punto di vista del folclore in tre grandi zone (il Settentrione, di lingua d'oïl, il Mezzogiorno, di lingua d'oc, e la Bretagna, di lingua celtica, alle quali va aggiunta un'isola etnica arcaica, quella basca, a cavallo dei Pirenei), è ormai limitata ad aree molto ristrette. La precoce unificazione nazionale del Paese ha infatti penalizzato le manifestazioni indigene e le culture regionali. Accanto alle feste, come il carnevale, ormai assimilato a tutti i carnevali d'Europa, restano molto sentite le grandi celebrazioni religiose, come la ricorrenza dei morti e il Natale. La più importante tra le feste civili è indubbiamente la celebrazione del 14 luglio. Un breve accenno va riservato alla musica, essendo ricchissimo il folclore in questo campo. La Francia è tradizionalmente considerata la culla della ballata (canzone narrativa) romanza, che poi si diffuse nella Penisola Iberica e in Italia (tramite il Piemonte). Alcune vecchie ballate si sono conservate in Canada, presso i discendenti dei coloni francesi. Tra i canti religiosi si segnalano i noëls (canzoni di Natale). Anche la danza e le canzoni da ballo hanno una grande tradizione; i balli più noti sono: contre danse, estampie, basse danse, bourrée, branle, ronde, cotillon, quadrille, farandole, gigue, lanciers. Particolare menzione merita il sant, la danza dei baschi francesi. Tra gli strumenti musicali si possono citare la ghironda (vièle à roue), ancora in uso; il violino; l'épinette des Vosges, sorta di dulcimer; il galoubet, flauto a tre fori che si accompagna con il tamburo (Francia pirenaica e mediterranea) o con il tambourin de Gascogne o de Béarn (detto anche toun-toun), strumento a sei corde della famiglia delle cetre, che si suona con una bacchetta (questa coppia di strumenti esiste anche presso i Baschi); infine le zampogne: la cabrette o musette o cornemuse dell'Auvergne, usata anche con la ghironda per accompagnare la bourrée; e il biniou bretone, suonato insieme alla bombarde (oboe) o anche in complessi formati da biniou, bombarde e tamburi (kevrenn o bagadou); il biniou era in regresso per l'introduzione della cornamusa scozzese (che si suona da sola), ma ora si sta assistendo a livello popolare a un consistente revival di questo strumento. Notevole è anche il patrimonio di fiabe, proverbi, aneddoti. Tra i vari personaggi, il gigante Gargantua, che anche Rabelais scelse a protagonista della propria narrazione, e Cappuccetto Rosso, della cui storia i francesi diffondono numerose versioni, anche molto diverse da quella di C. Perrault assurta a fama internazionale. Ma il personaggio più amato dai francesi non appartiene al folclore, avendo origine storica. Si tratta infatti di Giovanna d'Arco, la pulzella d'Orleans, la ragazza sedicenne le cui gesta, in gran parte leggendarie, sono il simbolo dell'indipendenza nazionale francese difesa contro gli inglesi nella cruenta guerra dei cent'anni. Per quanto riguarda le singole regioni, le tracce più vive del folclore indigeno si possono rintracciare in Bretagna, Borgogna e Provenza. Infatti gli antichi costumi bretoni sono da tempo caduti in disuso, ma vengono rispolverati in occasione dei Pardons. Sono questi tra le più celebri ricorrenze della cultura bretone, e sono legate all'usanza di concedere indulgenze (pardons) in occasione della festività del patrono. Tali celebrazioni prevedono processioni solenni, accompagnate da canti tradizionali, stendardi, reliquie e immagini di santi, alle quali seguono giochi e danze profane. Il folclore borgognone è invece molto legato all'economia rurale e vinicola della zona, e consiste dunque essenzialmente nelle varie feste dei vini organizzate dalle confraternite agricole della zona. Nella sera di Pentecoste si celebra la festa detta delle Trois glorieuses, di origine celtica, con l'accensione simultanea di fuochi sulle alture della regione, accompagnate da spettacoli di vario genere. Notevolmente sviluppato è anche il folclore provenzale, con i costumi tradizionali femminili ancora indossati in alcuni villaggi nei giorni festivi. Tra le manifestazioni popolari va segnalata la Fête-Dieu di Aix-en-Provence, una processione che riunisce i più eterogenei elementi di sacro e profano, nel corso della quale sfilano le une accanto alle altre statue e riproduzioni di crociati, ebrei, ninfe, santi, satiri, magi ecc. Una certa importanza a livello nazionale riveste l'artigianato, diviso in due grandi settori, quello legato alle necessità quotidiane e alla religione (strumenti di lavoro, arte sacra popolare, indumenti ornamentali) e quello fiorito nel grand siècle, per la produzione di oggetti di uso ornamentale per la corte e la nobiltà: profumi, maioliche e porcellane di Sèvres, oreficeria, mobilio (basti citare l'ebanista A.-Ch. Boulle), tappezzeria, arazzi (Parigi, Arras, Aubusson, Beauvais, Valenciennes, Lilla e, su tutte le manifatture, quella reale dei Gobelins). § La cucina francese è una delle più conosciute e apprezzate a livello mondiale e vanta una plurisecolare tradizione. Già nel Medioevo vigeva l'usanza, ereditata dai Galli, di consumare cacciagione bollita o arrostita, accompagnata da uova e condimenti a base di aglio e senape; ma è in epoca rinascimentale che la cucina francese compì il vero salto di qualità, dovuto in parte all'influsso della cucina italiana, approdata oltralpe grazie ad alcuni trattati e soprattutto all'opera di Caterina de' Medici, consorte del sovrano Enrico II, che arrivò dall'Italia portandosi appresso i cuochi della corte fiorentina. Nei secoli seguenti la cucina nazionale si raffinò sempre più; vennero pubblicati numerosi trattati relativi all'arte pasticcera, alla preparazione di conserve e marmellate, alla cottura dei cibi. Nel 1826 apparve la famosa Physiologie du goût di Anthelme Brillat-Savarin, che attribuì dignità letteraria alla filosofia del piacere della tavola, unita all'equazione tra buona tavola e buona salute. Nel XX sec. la diffusione dei ristoranti, la semplificazione delle ricette e l'approdo dei cuochi d'oltralpe sulla ribalta internazionale sancì la definitiva consacrazione della cuisine française. Più recentemente si segnala la corrente della nouvelle cuisine, teorizzata intorno agli anni Settanta del secolo scorso, i cui canoni di attenzione al dettaglio e alla cura nella presentazione dei cibi sono seguiti nei più prestigiosi ristoranti di tutto il mondo. A questo punto non resta che dare un rapido sguardo ai principali prodotti enologici e gastronomici del Paese. Protagonista della gastronomia francese è senza dubbio il pane, venduto nelle numerose boulangeries nella caratteristica forma della baguette. Tipici sono anche i formaggi, ricavati da latte di capra, pecora o mucca e prodotti in centinaia di varietà. Tra i più celebri si ricordano il Roquefort, di latte di pecora, il Camembert e il Brie, tra i formaggi a pasta tenera, e, tra quelli a pasta dura, prodotti con latte di mucca, il Beaufort e la Mimolette. Per quanto riguarda i salumi, essi possono essere di maiale, manzo, vitello, pollo, coniglio e oca. Tra le produzioni tipiche delle varie zone rientrano le salsicce, cotte e crude, di maiale ma anche di pollo, vitello (boudin blanc), o di sangue di maiale (boudin noir); ma soprattutto i pâté. Tra le varie qualità molto rinomati sono i pâté de foie gras, ottenuti dal fegato di anatre e oche appositamente ingrassate. La cucina francese comprende inoltre numerose specialità regionali che godono di fama internazionale. Tra queste i piatti a base di pesce, sia d'acqua dolce, sia, soprattutto, di mare (la zuppa bouillabaisse, le ostriche, moules, e i numerosi frutti di mare tipici delle zone bretone e normanna, aragoste, ricci, gamberetti, capesante ecc.); le torte salate; gli arrosti (boeuf bourguignon, coq-au-vin), le entrecôtes; le lumache di Borgogna; le omelettes; i numerosi piatti a base di patate, cipolle, funghi e altre cruditées. Per quanto riguarda i dolci, nelle numerose pâtisseries sono disponibili le tarte-au-pommes, i famosi croissant e pains-au-chocolat, anche se i dolci nazionali sono sicuramente le crêpe, sia nella versione tradizionale beurre-sucre, sia nelle numerosissime appetitose varianti. Per quando riguarda invece il patrimonio enologico, i prestigiosi vini nazionali AOC (appellation d’origine contrôlée) vengono prodotti soprattutto nella regione del Bordeaux, rinomata per l'omonimo vino rosso corposo ma anche per il bianco di Sauternes, prestigioso vino da dessert; della Languedoc; della Valle della Loira (dove le uve più diffuse sono Muscadet, Cabernet Franc e Chenin Blanc). Vini molto rinomati sono prodotti anche in Alsazia (soprattutto bianchi), e in Borgogna, dove la produzione vinicola risale all'epoca dei monaci cluniacensi e include vini bianchi (Chardonnay) e rossi (tra cui le molte varietà di Beaujolais). La regione della Champagne è inoltre celeberrima per la produzione dell'omonimo vino spumante, condotta secondo il metodo ideato nel secolo XVII da Dom Pérignon. Tra le altre bevande alcoliche consumate Oltralpe meritano una menzione la birra (bière), le cui produzioni più rinomate si collocano in Alsazia e nel dipartimento del Nord (bière brune, bière blanche); il sidro (cidre), liquore di mele di origine bretone; il pastis, liquore aromatizzato all'anice diffuso soprattutto nel sud; i brandy delle regioni di Cognac, Armagnac e Calvados.

Cultura: letteratura. Dalle origini a Villon

La cultura latina importata dai Romani che occuparono la Provenza nel sec. II a. C. fiorì assai rapidamente a Marsiglia, a Nîmes, a Narbonne, a Lione e si estese poi a tutta la Gallia con il diffondersi del cristianesimo. Le classi colte, i letterati, i funzionari impararono e usarono il latino colto. Il popolo parlò il latino volgare, usato dai soldati, con i quali era più facile fraternizzare e avere commerci. La lingua francese nacque direttamente dal latino volgare e se fino al sec. XII parlando di letteratura di Francia ci si deve riferire alla letteratura scritta in latino, si può tuttavia osservare che i primi documenti linguistici affrancati dal latino e redatti in lingua romanza sono del sec. IX. Si fa qui riferimento al glossario di Reichenau, ai giuramenti di Strasburgo (marzo 842), scritti anche in tedesco, e ad alcuni componimenti liturgici, come la Cantilène de Sainte Eulalie. Della fine del sec. X o inizio dell'XI sono invece una Vie de Saint Léger e una Vie de Saint Alexis.. Le prime vere manifestazioni letterarie medievali sono autentici gioielli: le Chansons de geste (sec. XI) diffuse dai jongleurs (giullari). Dapprima i versi non sono rimati, ma si avvalgono delle assonanze (solo con il sec. XIV invece si trovano le rime); le gesta non sono più una pura tradizione orale, ma vengono scritte e lette. Se ne distinguono tre cicli: Gesta dei re di , Gesta Narbonensi, Gesta di Doon de Mayence. La Chanson de Roland (Canzone di Orlando, originariamente Chansun de Rollant), la più celebre, fa parte del primo ciclo. Le altre canzoni di gesta si intrecciano presto con il ciclo brettone, con la poesia cortese. Le figure di Tristano e di Isotta, di Lancillotto e di Ginevra si affiancano a quelle dei paladini di Francia e alle battaglie per la fede. Mentre con la canzone di gesta c'era la pretesa di restare ancorati a una realtà storica, con l'amore cortese, il roman, nel quale alla poesia si alterna la prosa, accomuna la fantasia e l'invenzione alla storia, e trova il suo più alto cantore in Chrétien de Troyes (1130/35-ca. 1183). Un posto a sé merita Marie de France (sec. XII), traduttrice di 15 lais (dei 20 conosciuti), brevissime novelle in versi cantate dai bardi gallesi da cui derivarono i romanzi della Tavola Rotonda. Il suo Lai dou chevrefoil (Lai del caprifoglio), che ci ha conservato in pochi versi l'ormai immortale storia di Tristano e di Isotta, è un piccolo capolavoro, e di altrettanto valore è anche il suo libretto di favole, l'Ysopet. È questo un periodo in cui poeti e narratori, cercando ovunque soggetti da cantare, si rifacevano tanto all'età classica quanto alle tradizioni più vicine, componendo in versi e in prosa. Paride ed Elena diventano gli eroi di molti cantari fioriti insieme ad altre delicate storie d'amore. Tra essi il cantare Floire et Blanchefleur, la deliziosa cantafavolaAucassin et Nicolette, delicata storia d'amore di origine orientale, e Jean de Paris, simbolica esaltazione dell'eroe francese impersonata da un giovane principe. Spesso in queste storie è evidente l'influsso provenzale. Nel Mezzogiorno della Francia, infatti, a cominciare dalla fine del sec. XI si era sviluppata una poesia raffinata che non aveva influito soltanto sul Nord del Paese, ma anche sulla cultura italiana, fino a Petrarca compreso. Espressione di una civiltà colta, che conservò il latino per le scienze e la vita politica, la cultura provenzale creò una lingua più duttile, più armoniosa, per cantare i propri sentimenti d'amore, lingua che non è da identificare con il provenzale di oggi, ma con il limousin che ebbe in Tolosa il suo centro e nel salut d'amour (epistola senza regole), nella tençon (disputa tra poeti su un problema galante), nella sirvente (canzone satirica), nella ballade, nella chanson courtoise e nella sotte chanson (parodia della canzone cortese) i suoi generi, e nei trovatori i suoi cantori più alti; tra questi: Guglielmo IX duca d'Aquitania, Arnaldo Daniello, Peire Vidal, Jaufré Rudel, Bernard de Ventadorn e Bertran de Born. Un accenno si è fatto alle opere ispirate all'antichità classica e va detto che in questa rievocazione si distinsero i chierici. Con il nome di letteratura dei chierici, cioè delle persone che facevano professione di cultura, è nota per l'appunto la rievocazione di un mondo classico che diede origine al “ciclo antico”. Esso si assunse il compito di portare a conoscenza del pubblico personaggi, avventure, scienze, mito di Roma, della Grecia, di Bisanzio, tutto ricreando sulla misura degli eroi francesi. Così nei sec. XII e XIII si diffusero in Francia il Roman d'Alexandre in ventimila dodecasillabi, il Roman d'Énéas, adattato da Virgilio, il Roman de Thèbes, in diecimila ottosillabi, e il Roman de Troie, il più famoso, in trentamila ottosillabi rimati, di Benoît de Sainte-Maure. È una poesia dotta, allegorica, che trova però il suo capolavoro solo nel Roman de la rose. L'opera è divisa in due parti: la prima parte, di Guillaume de Lorris, è ispirata all'Ars Amatoria di Ovidio ed è una specie di codice d'amore; la seconda, di Jean de Meung, è una summa delle conoscenze del tempo. Alla letteratura, allo spirito cavalleresco, alla poesia allegorica si oppone la letteratura borghese, o l'esprit gaulois, che abbandonando la sacralità dei temi religiosi e del cuore si dedica a temi profani, vivaci, satirici, beffeggiatori. Marie de France con il suo Ysopet si rifece alle favole antiche, altri si riallacciarono alla tradizione popolare con favole di animali, che rispecchiano la vita dell'uomo, ma senza più perseguire uno scopo morale. Ne nacque una specie di ciclo che va sotto il nome di Roman de Renart, monumento favolistico in cui confluiscono ventisette branche, dove l'unità è data dal nome dei personaggi e dallo spirito satirico della vita sociale ch'essi incarnano. Alle favole si aggiungono più tardi i fabliaux, o favolelli, racconti in versi destinati a far ridere. Sono scherzi pieni di gioia, di vena burlesca, a volte con scopi morali. Sono piccoli quadri comici che anticipano di oltre un secolo la farsa e di cui si conoscono ca. 150 esempi. Tra i loro autori alcuni sono illustri, come Rutebeuf (m. ca. 1285), precursore di Villon, e Adam de la Halle, certamente tra i maggiori autori del teatro profano medievale. Questo anche in Francia nacque come rappresentazione religiosa e la sua prima forma fu il dramma liturgico, iniziato con l'interpolazione nei testi sacri di tropi, poi di canti in latino, poi di frasi recitate in romanzo. Lo scopo è di prolungare gli uffici divini, poi di rappresentare passi della storia sacra. Il Jeu d'Adam risale al sec. XII e fu una delle prime rappresentazioni effettuate fuori della Chiesa. Esso segnò la transizione tra il dramma liturgico e il mystère, che è filtrato attraverso i miracles, brevi narrazioni dei sec. XIII e XIV, prima in latino, poi in romanzo, dove Vergine e Santi, intervenendo nelle cose umane, riportavano ordine e gioia. Celebre il Miracle de Théophile di Rutebeuf. Il mistero, lunghissimo, veniva recitato in più riprese, quasi sempre nel pomeriggio della domenica, e vi figuravano a volte fino a 500 personaggi i cui interpreti venivano forniti dalle confraternite religiose. Oltre ai due cicli dell'Antico e Nuovo Testamento, un terzo ciclo dei misteri riguardava i Santi e un quarto era di soggetto profano. Nel Medioevo con il teatro religioso fiorirono anche altri generi. Già nel sec. XIII i giullari recitavano monologhi e Adam de la Halle nel 1262 fece rappresentare ad Arras una commedia satirica, Jeu de la feuillée, e nel 1285 ca. a Napoli la commedia pastorale Jeu de Robin et Marion. Due secoli dopo con il Jeu du Prince des Sots et Mère Sotte di P. Gringore, una sotie, si ha la premessa della commedia politica, mentre anonima è la prima grande farsa francese: La farce de maistre Pathélin che è del 1464 o 1470, storia del beffeggiatore beffato, che precorre la commedia d'intrigo e di costume. È rapida, essenziale, di stile incisivo e delinea già i caratteri. Con la farsa vanno infine ricordate le moralités, genere didattico e allegorico, fatto a edificazione dell'ascoltatore, i monologhi, brevi recitazioni satiriche, e i sermons joyeux che “aprivano” le rappresentazioni dei miracoli e dei misteri, parodie comiche dei sermoni, tanto più irriverenti e seguite per il fatto che il sermone godette per tutto il Medioevo di grandissima popolarità, procurando fama a molti predicatori, da san Bernardo (1091-1153) a Menot (1440-1518). Prima di tornare ai temi più schiettamente letterari, un cenno va riservato agli storici, ai memorialisti. In origine anche la storia è scritta in latino, poi in versi e solamente dal sec. XIII ci è tramandata in prosa. La prima opera così redatta, l'Histoire de Baudoin, è andata perduta. Ci sono rimaste invece la Conquête de Costantinople di Geoffroy de Villehardouin (ca. 1150-1213), il Livre des saintes paroles et des bons faits de notre saint roi Louis scritta da Jean Sire di Joinville (1225-1317), sulla vita e le imprese di Luigi IX. Con Jean Froissart (ca. 1337-ca. 1405) e le sue Chroniques si ha una storia vivace della Francia del Nord, delle Fiandre e dell'Inghilterra dalla metà del 1300 ai primi del 1400 e una rievocazione della cavalleria. Con Philippe de Commynes (ca. 1445-1511) e i suoi Mémoires non si ha solo la storia della rivalità tra Luigi XI e Carlo il Temerario o il racconto della spedizione di Carlo VIII in Italia, ma la prima opera di storia che rievoca gli avvenimenti in chiave critica. Con questa concezione si va già oltre il Medioevo, mentre legati ai sentimenti del tempo restano ancora i lirici, per la forma, per il rigore con cui si rispettano i generi, e basterà citare Guillaume de Machaut (ca. 1302-77), Eustache Deschampe (1346-ca. 1406), colorito nelle sue poesie satiriche che nulla e nessuno risparmiarono, dalla Chiesa, allo Stato, alle donne, Alain Chartier (ca. 1385-1430/1440), Charles d'Orléans (1391-1475), autore di liriche, canzoni, ballate di gusto squisito, anticipatore, per la finezza del verso, di Marot, ma tutto contratto ancora nella simbologia di uso, mentre su tutti, quasi a riassumere non solo un secolo, ma un evo, sta un grande poeta: François Villon (ca. 1431-dopo il 1463). Animo inquieto, tormentato, spirito ribelle a tutto e forse alla sua stessa coscienza che di tanto in tanto gli dettava parole di schietto pentimento per la vita dissoluta da lui condotta, Villon, amante dei piaceri, della taverna, delle donne, fatalmente trascinato a liti, fu anche omicida. Di lui ci resta un componimento: il Lais (detto Le Petit testament), un genere alla moda, di modesto valore, e il Testament (detto Le Grand testament), un'opera assai più complessa, in cui inserì numerose ballate, di struggente malinconia e di una bellezza cristallina come la Ballade des dames du temps jadis e l'Epitaphe Villon (detto la Ballade des pendus), straziante di angoscia, placata alfine nel cristiano spirito di rassegnazione che si libera dal rimpianto della giovinezza perduta. Villon non supera il suo tempo, lo rappresenta, per personalità, per sentimento, per voglia di essere tutto e tutti, per vigore, per slancio, per espressione di quella cultura che dal mondo dei chierici, eredi e padroni delle scuole fondate da Carlo Magno, si era trasferita nelle università che, a cominciare dal sec. XIII, specie la parigina Sorbona, avevano influenzato ogni genere letterario con i loro corsi gratuiti di teologia, di diritto, di grammatica, di retorica, di dialettica, seguiti spesso anche da quegli studenti poveri che nei collegi annessi alle università avevano trovato, come Villon, il loro rifugio.

Cultura: letteratura. Il Cinquecento

Dopo Villon si entra in pieno Rinascimento. La parola è recente, nasce nel sec. XIX, ma essa sta a indicare con precisione quel movimento che ebbe inizio, in Francia, con il sec. XVI e che durò fino ai primi anni del XVII. Per la Francia si parla di avvento del Rinascimento con l'incoronazione di Francesco I (1515) e lo si conclude con la morte di Enrico IV (1610). D'accordo tutti sul secondo termine, mentre per il primo si vorrebbe anticiparlo ai fermenti innovatori già avvertibili nei sec. XII e XIII. In realtà non si può parlare di Rinascimento prima di un contatto con la cultura italiana e ciò avvenne nel periodo noto come quello delle guerre d'Italia (1494-1519). Il Rinascimento italiano, quando Carlo VIII, Luigi XII e Francesco I, l'uno dopo l'altro, con il loro seguito aristocratico entrarono nelle corti italiane, era in pieno splendore. I messaggi di Dante, di Giotto, di Petrarca erano stati raccolti. Le corti di Firenze, Mantova, Roma, Ferrara, Napoli accoglievano artisti come Brunelleschi, Masaccio, Leonardo, L. B. Alberti, Michelangelo, Machiavelli, Ariosto, mentre nasceva l'arte della stampa, mentre studiosi greci rivelavano e diffondevano opere manoscritte dell'antichità. In quest'epoca di grande fermento culturale, Francesco I e sua sorella Margherita di Navarra, entrambi amanti e protettori delle arti, recitarono una parte importante. Nacque a Parigi la tipografia reale, che diventerà la Tipografia Nazionale, nacquero la Biblioteca e il Collegio Reale. Intanto la Riforma sconvolse gli animi: la rottura di Lutero con la Chiesa diventava la rottura degli spiriti liberi contro il monopolismo spirituale della Chiesa e l'insegnamento della Scolastica e, mentre gli umanisti studiavano le opere antiche, i riformati, Calvino in testa, si dedicavano alla divulgazione e alla libera interpretazione della Bibbia. Gli umanisti tuttavia divennero sospetti alla Sorbona, perché la Sorbona era il regno della Scolastica e gli umanisti volgevano i loro studi all'antichità pagana, riprovevole come lo studio dei testi sacri a opera dei riformatori, che pretendevano di interpretarli senza la mediazione della Chiesa. E in questa lotta, in questo dissidio tra dotti, l'insegnamento e l'università persero di prestigio mentre si affermava il prestigio delle corti di Francia, che cominciò con Francesco I, ben lieto di chiamare attorno a sé poeti e artisti, come aveva visto fare in Italia. Il primo grande poeta di corte è Clement Marot (1497-1554). Spirito indipendente e contestatore, Marot si attirò l'odio del clero perché simpatizzava per la Riforma. Fu persino sospettato di aver partecipato all'affaire des placards, di aver preso parte cioè alla redazione di quei manifesti ingiuriosi per la religione cattolica che nella notte tra il 17 e il 18 ottobre 1534 vennero affissi persino sulla porta della camera del re. Erede dei grandi retori (Jean Molinet, Guillaume Cretin, Jean Lemaire de Belges, Pierre Gringore) e del proprio padre Jean, Clement Marot scrisse versi raffinati, colti, eleganti, ma di respiro breve, e forse le sue cose migliori restano le due epistole rivolte al re. Comunque sia, Marot fu certamente il più grande tra i suoi contemporanei che pure vanno ricordati, come la già citata Margherita di Navarra, Mellin de Saint-Gelais, i lionesi Maurice Scève e Louise Labé che segnano la transizione verso la Pléiade, mentre nella letteratura di Francia si inseriva l'opera straordinaria di François Rabelais (1494-1553), monaco, medico, umanista, che con il suo Gargantua et Pantagruel (1532) componeva un'opera piena di inventiva, di vigore, di dottrina, di satira, di filosofia rimasta unica. La Pléiade faceva invece capo a un poeta finissimo, Pierre Ronsard (1524-85). Essa raccolse un gruppo di sette poeti (Dorat, Baïf, Belleau, Jodelle, Du Bellay, Pontus de Tyard, oltre allo stesso Ronsard) che si ripromisero di rinnovare la poesia francese. Du Bellay ne scrisse il manifesto con la Défense et illustration de la langue française, Ronsard la illustrò con una lirica personale. Poeta della natura, nelle Odes e nelle Élégies ha cantato l'amore con una dolcezza e un sentimento squisiti nelle Amours à Marie e soprattutto in quelle a Héléne ed è rimasto, senza dubbio, il più suadente cantore di Francia. Rinnovata la poesia, anche il teatro si preparava con fermenti nuovi, cui la Pléiade non fu estranea, al Grand Siècle, con opere come l'Eugène e la Cléopâtre (1552) di Jodelle, l'Antigone di Baïf, le tragedie di Garnier e le commedie di Larivey e di Turnebe, con una folla di scrittori e poeti, di dotti e moralisti, tra i quali La Boetie (1530-63), Du Bartas (1544-90), Pierre Charron (1541-1603) e Brantôme (ca. 1540-1614). Il secolo si concludeva e si riconosceva nello splendore di Montaigne (1533-92), che nel 1580 pubblicò la prima edizione dei suoi Saggi (per giungere alla quinta, ampliata, nel 1588), un livre de chevet, disamina filosofica in cui l'uomo esamina se stesso per giungere a sospendere ogni giudizio essendo instabile, per tempo e luogo, il concetto di bene e di male. Le guerre religiose sono finite con la conversione di Enrico IV entrato a Parigi nel 1594 e l'anonima Satyre Ménippée pubblicata nello stesso anno, capolavoro dei pamphlets per spirito e compostezza, offriva il braccio al nuovo re e seppelliva la Lega Cattolica nel ridicolo.

Cultura: letteratura. Il Seicento

Il nuovo secolo si apre con un riformatore della lingua poetica: François de Malherbe (1555-1628), che biasima i poeti della Pléiade per i troppi neologismi latini cui avevano fatto ricorso, per i troppi prestiti italiani e spagnoli, per non aver sufficientemente curato la forma, invocando una drastica epurazione della lingua e l'adozione di regole precise nella versificazione. Lo ascoltarono subito Maynard (1582-1646) e Racan (1589-1670), lo avversarono altri e Boileau (1636-1711) lo perfezionò. Guez de Balzac (ca. 1595-1654) portò nella prosa la stessa riforma proposta per la poesia. Si andò così affermando, con una certa lentezza, lo spirito classico che trionfò nella seconda metà del secolo. Su questo secolo pieno di fermenti vigilò un nume tutelare, Luigi XIV, amante delle lettere, che si occupò sia degli scrittori, concedendo loro pensioni, sia delle Accademie, finanziandole (l'Académie française era nata nel 1634 per volere di Richelieu con il primo compito di preparare un dizionario e un codice di retorica e di poetica). Alla sua corte Corneille, Molière, Racine, Boileau, Lulli e molti altri erano di casa. Non c'era protocollo per gli artisti, che potevano vedere il re e parlargli senza difficoltà. Questo “Sole”, cui si scaldarono tutti gli uomini di genio, condizionò un po' le arti, che divennero per lo più mondane. Se alla corte di Enrico IV e di Luigi XIII non si poteva parlare di una letteratura e di una lingua preziose, proprio per reazione nacquero dei salotti dove si coltivavano le belle maniere e il bel parlare (Hôtel de Rambouillet, Salon de M.lle de Scudéry), dove non si tennero a battesimo grandi artisti e il cui influsso cessò poco dopo la metà del secolo, ma che a loro volta stimolarono una reazione salutare, aprendo la strada alle grandi opere in cui la forma contribuì a dare misura e incisività all'arte e al pensiero. La prima reazione fu quella degli scrittori burleschi. Sono da ricordare Ch. Sorel(ca. 1600-74) con il suo Berger extravagant, gustosa satira della letteratura pastorale, e P. Scarron (1610-60) con il vivacissimo Roman comique. Una seconda reazione fu di tono realista: A. Furetière (1619-88) trascurò le corti, i poeti preziosi, le belle maniere per parlare della gente di città, del borghese medio nel suo Roman bourgeois.. Alla base di queste reazioni vi era già il rigorismo di Cartesio (1596-1650), che nel 1637 aveva pubblicato il Discours de la Méthode. Scienziato e filosofo, egli introdusse nella filosofia il metodo matematico, diventando il fondatore del ragionamento scientifico moderno con le sue quattro regole essenziali: ammettere per vero solo ciò che con ogni evidenza lo è; procedere sistematicamente nel superare le difficoltà; procedere dal semplice al complesso; ricapitolare ogni problema affrontato. La Scolastica con il suo autoritarismo era battuta in breccia. Il pensiero di Cartesio e il suo razionalismo dominarono tutto il sec. XVII. La sua opera principale apparve inoltre come il primo capolavoro di stile filosofico, scritto in francese e non in latino, non più a uso dei dotti, com'era costume dei filosofi, ma di tutti gli uomini di buon senso, ivi inclusi i letterati, che appresero da lui a parlare con rigorosa precisione. Il suo esempio fu seguito da tutti coloro che si occuparono di teologia e di filosofia a cominciare da Pascal (1623-62), altro grande pensatore del secolo. Anch'egli amava la matematica e la geometria e Cartesio ne ammirò il genio precoce. Ben presto Pascal fu attirato dai problemi dell'uomo e dell'anima. La sua religione era però permeata di giansenismo e quando si ritirò a Port-Royal des Champs, presso la famosa abbazia che richiamava attorno a sé uomini di altissimo ingegno come il “grande” Arnauld, Nicole, Lancelot e che aveva accolto la dottrina della grazia professata da Giansenio, tanto da attirarsi i fulmini della Chiesa ed esserne annientata dal re nel giro di mezzo secolo, Pascal entrò nella polemica. Scrisse, con il nome di Louis de Montalte, le Provinciales, attaccando con enorme successo i gesuiti. Ma la sua opera più importante, tutto il suo altissimo impegno venne profuso nelle Pensées, che lasciò inedite alla morte, analisi della grandezza e miseria dell'uomo, invito alla fede cristiana come unica fonte di salvezza data l'insufficienza della ragione. Accanto alla grandezza e sottigliezza dei due filosofi, per importanza e influsso sui secoli futuri stanno i grandi autori di opere teatrali, gli evocatori dei grandi miti dell'uomo e dei temi religiosi e storici come Corneille e Racine e i pittori e fustigatori dei costumi come Molière. Prima di Corneille, il teatro propone pastorali, tragiche commedie, commedie e tragedie, tutte create senza il rispetto di alcuna norma. I nomi più noti sono quelli di A. Hardy (ca. 1570-ca. 1632) e di J. Mairet (1604-86) che nel 1634 fece rappresentare Sophonisbe, la prima tragedia rispettosa delle regole aristoteliche di unità di tempo, di luogo e di azione. Corneille (1606-84) non ebbe in altrettanto ossequio le regole di Aristotele. Nell'opera di Corneille vivono solo i grandi temi (spesso tratti dalla storia romana) e le grandi anime: Le Cid (1636 o 1637), Horace e Cinna (entrambe del 1640), Polyeucte (1642), capolavoro dell'arte corneilliana e stupenda esaltazione del cristianesimo e dell'amore coniugale, La mort de Pompée (1643), Rodogune (1644), Nicomède (1651). E mentre ancora Corneille divideva i successi di teatro con Ph. Quinault (1635-88) appariva sulla scena il suo più grande rivale: Racine (1639-99), che dapprima sembra imitarlo ma che con Andromaque (1667), suo primo capolavoro, stabilisce nettamente la sua personalità. Racine rispetta le regole, le trasforma anzi in strumenti della propria perfezione e le passioni dell'anima non sono soggette al dominio della ragione come in Corneille, ma liberate dalla sensibilità, dalla passionalità. Il dramma del sentimento è una profonda analisi psicologica. L'uomo è visto nel momento più alto della sua vita, in cui le passioni dominano. Dopo Andromaque, Racine trionfò con Bérénice (1670), Bajazet (1672), Mithridate (1673) e con Iphigénie (1674), mentre con Phèdre (1677), indiscutibilmente il suo capolavoro, ebbe il primo insuccesso, montato contro di lui da una cabala di nemici del suo genio, e si allontanò dal teatro. Divenuto storiografo del re, su invito scrisse solo due altre opere: Esther (1689) e Athalie (1691). In una sola opera Racine, che pur aveva accettato il lungo duello con Corneille, volle cimentarsi nel genere di Molière: nei Plaideurs (1668), commedia satirica sui magistrati e il mondo delle liti giudiziarie, dove tuttavia il ricordo delle Vespe di Aristofane è ben presente. Ma se a Racine non manca la vivacità, il sarcasmo, certamente nella commedia Molière (1622-73) mantiene il primato assoluto. Autore e uomo di teatro, Molière lasciava spesso la corte per viaggiare con la sua compagnia. Recitò, scrisse 32 opere, farse e commedie di intrigo, di carattere, di costume. Molte sono capolavori come Les précieuses ridicules (1659), Le tartuffe (1664), Le misanthrope (1666), L'avare (1668), Le bourgeois gentilhomme (1670), Les femmes savantes (1672). Il suo stile è pieno di vivacità: con lui entrò in teatro il popolo, con il suo parlare colorito, sapido, impertinente, ed entrarono le esperienze del teatro latino, italiano, spagnolo. Da Plauto ai suoi contemporanei, come Cyrano de Bergerac, Molière utilizzò e ricreò tutto. La sua commedia è uno studio psicologico, da cui prende vigore l'immediatezza della sua satira. Certamente il sec. XVII si identifica con questi grandi uomini, ma altri autori hanno contribuito a consacrarne la grandezza nei generi minori. Non si può dimenticare La Fontaine (1621-95) con le sue favole, che sono commedie in miniatura, non scritte allo scopo unico di trarne una morale, ma per il gusto di raccontare, per fare entrare in un microcosmo tutta la società e vederla vivere senza condannarla, solo per sottolinearne il comportamento con il sorriso superiore del saggio. Né si può trascurare Boileau (1636-1711), autore di Satires (1666-1711) su temi morali e letterari, di Épîtres, una delle quali dedicata a Racine per consolarlo dell'insuccesso della Phèdre, e soprattutto dell'Art poétique (1674), codice dei grandi principi ispiratori dei testi classici, tesi che gli sarà cara nella Querelle des anciens et des modernes, dove intervenne in difesa degli antichi che stavano per essere considerati addirittura inferiori ai grandi autori del presente. Le tesi a favore dei moderni misero in evidenza come Aristotele venisse superato dal razionalismo cartesiano, che proclamava il diritto della ragione contro l'autoritarismo, e che i moderni avevano più conoscenze degli antichi, i quali rappresentavano l'infanzia del mondo. Perrault (1628-1703) sostenne tali tesi nel suo poema Le Siècle de Louis le Grand che lesse all'Accademia il 27 gennaio 1687. Ne nacque una polemica che contro Perrault scatenò Boileau e tutti gli scrittori classici. Ma i moderni, nel ribattere che la natura può sempre produrre geni e che la tecnica va perfezionandosi con il tempo, ebbero infine la meglio sugli antichi, che a sostegno della loro fede indicavano il giudizio del tempo. La pace tra Perrault e Boileau significò maggior libertà per gli autori e più ampi spazi per l'arte che si manifestava in ogni genere con autori d'eccezione, come Bossuet (1627-1704), difensore della tradizione cattolica e insuperabile autore di prediche e di orazioni funebri, come La Rochefoucault (1613-80), che ha lasciato con le sue Maximes (1665) un'analisi pessimista ma acutissima delle azioni dell'uomo. Per non parlare di generi come la corrispondenza, in cui eccelse Madame de Sévigné (1626-96), o dei memorialisti, dove imperano nomi come il cardinale de Retz (1613-79) e il duca di Saint-Simon (1675-1755), personalissimi creatori di ritratti (il primo) ed evocatori della vita di corte e di tutti i suoi (odiati) intrighi (il secondo). Mentre Madame de La Fayette (1634-93) ha lasciato il primo romanzo psicologico di taglio classico della letteratura francese (La princesse de Clèves, 1678), la pittura di costume e di carattere ha trovato in La Bruyère (1645-96) il suo maggior osservatore, con i Caractères pubblicati nel 1688 e ripubblicati più volte con continue aggiunte. Dal canto suo Fénelon (1651-1715), assetato di riforme religiose e politiche, per le prime appoggia il quietismo, non accorgendosi di volgere all'eresia dei riformati trovando in sé un colloquio diretto con Dio al di fuori delle pratiche religiose e delle mediazioni della Chiesa, e per le seconde, pur condividendo il principio dell'assolutismo monarchico, vorrebbe tutte quelle innovazioni tali da garantire la rinascita del Paese ormai in uno stato deplorevole per la situazione economica e gli abusi della nobiltà. Ma se nobili sono i suoi intenti e numerose le sue opere politiche, il meglio del suo pensiero va cercato nell'opera di educatore, in quelle Aventures de Télémaque (1699) con cui vuole formare un principe leale, coraggioso, timorato di Dio e giusto (tale egli fece il suo allievo duca di Borgogna), mentre alle donne nel Traité sur l'éducation des filles (1687), assegna il compito di madri di famiglia e di buone cristiane.

Cultura: letteratura. Il Settecento e l'Illuminismo

Ci si è intanto ormai affrancati dal sec. XVII, in cui la corte, con la morte di Luigi XIV, non è più il centro della cultura e delle arti e in cui si affermeranno soprattutto la scienza e la filosofia, non più volta all'indagine metafisica, ma socio-politica. È questo un secolo in cui si vuole imparare, apprendere tutto e di tutto. La premessa a questa tendenza è anticipata dal Dictionnaire pubblicato da Bayle tra il 1695 e il 1697. Si tratta del primo esempio di enciclopedia: in esso tradizioni e credenze non vi hanno più credito così come viene contestato il principio di autorità. Sulla stessa linea si trova Fontenelle (1657-1757): con la sua Histoire des Oracles (1687) le profezie cristiane sembrano essere riportate al livello degli oracoli antichi, tanto esse non rispondono allo spirito di analisi e di credibilità. L'interesse alla conoscenza divenne uno stimolo alla pubblicazione di opere scientifiche, e lo spirito scientifico entrò in politica e in religione, in storia e in filosofia. La cultura divenne l'orgoglio dei borghesi e non solo dei sovrani. Gli uomini d'ingegno non frequentavano più solo le corti, ma i salotti e i caffè dove si leggevano i giornali e si conversava; con i sovrani si intrattenevano intensi rapporti epistolari: era il trionfo dello spirito. Montesquieu (1689-1755) con le anonime Lettres persanes (1721) diverte tutta Parigi, mostrando la città con gli occhi di due stranieri che si scambiano notizie e opinioni per lettera, e si occupa di problemi politici studiando (o criticando) l'evoluzione dei governi a cominciare da quello di Luigi XIV, di filosofia della storia con le Considérations sur les causes de la grandeur des Romains et de leur décadence (1734), e infine di filosofia sociale con l'Esprit des lois (1748) in cui, esaminate le tre forme di governo (repubblica, monarchia, dispotismo) la scelta va a una monarchia moderata dove lo spirito di tolleranza sia garanzia di libertà. Il suo influsso fu grande e giunse fino alle soglie della Rivoluzione che nacque, prima ancora che dalle condizioni politico-sociali, dalla presa di coscienza della dignità dell'uomo, proprio grazie alle opere che il secolo andava proponendo. Mentre Buffon (1707-88) con la poderosa Histoire naturelle (44 volumi), cui dedicò quasi quarant'anni di attività (1749-88), introduceva le scienze dell'osservazione nel mondo delle lettere, e in filosofia testimoniava la sua fiducia nell'uomo e nel progresso, Voltaire (1694-1778) grazie al suo spirito, alla sua vivacità, alla sua dialettica, alla sua cultura polemica signoreggiava non solo in Francia ma in Europa, non risparmiando alcuna autorità temporale o spirituale. Pubblicava opere di teatro (Oedipe, 1718; Zaïre, 1732; ecc.), componeva poemi (Henriade, 1728), scriveva di filosofia (Lettres anglaises, 1733; Traité sur la tolérance, 1763; Dictionnaire philosophique, 1764) e di storia (Charles XII, 1731; Le Siècle de Louis XIV, 1751; Essais sur les mœurs, 1756). Voltaire è il combattente della ragione chiamata a supremo giudice di ogni azione dell'uomo. Fautore di un governo illuminato, inondò la Francia di pamphlets, lottando contro ogni abuso, in difesa degli innocenti. Si batté per Calas, per Sirven, per la Barre, per Lally, per tutti coloro che dovevano essere salvati o riabilitati. Se non fu un grande filosofo, certamente fu per la cultura un innovatore. Egli vedeva la storia non più come una cronologia di imprese militari e di vicende diplomatiche, ma come una storia della civiltà, vista attraverso l'analisi, non la registrazione dei fatti. Al suo fianco, amico-nemico, un altro grande combattente per la libertà e il progresso, per la dignità dell'uomo e lo sviluppo delle arti: J.-J. Rousseau (1712-78). Egli divenne celebre con due scritti brevi: Discours sur les sciences et les arts (1750) e Discours sur l'origine et les fondements de l'inegalité parmi les hommes (1755), manifesti della sua concezione filosofica basata sul principio che l'uomo è buono e la società lo corrompe, ciò che rende necessario ricostituire una società su basi nuove per ridare all'uomo la vita di cui ha diritto. Altrettanto successo ebbero le opere successive: La nouvelle Héloïse (1756-61), delicata trasposizione in romanzo del suo amore per M.me d'Houdetot; Le contrat social (1762), in cui a sostegno della democrazia totale negava il diritto alla proprietà e sosteneva il principio che quando una minoranza della comunità è investita della volontà di tutti deve agire per tutti, e infine l'Émile ou de l'Éducation (1762), in cui l'educazione è formulata nel libero sviluppo del fanciullo ammaestrato da una natura non inerte, ma indagata. Rousseau fu certo colui che più di ogni altro contribuì con le sue idee a far maturare la Rivoluzione. Con lui va ricordato soprattutto Diderot (1713-84), fondatore e animatore dell'Encyclopédie, cui si dedicò per oltre vent'anni. Lavoratore instancabile, Diderot scrisse di tutto: filosofia, critica teatrale, critica d'arte, narrativa. Per la sua Lettre sur les aveugles à l'usage de ceux qui voient (1749) fu imprigionato. Scrisse Le Neveu de Rameau (1762) anche per combattere i nemici dell'Encyclopédie, ma il libro uscì postumo (1823). Innovatore in tutto, fu il precursore, con le sue critiche, del teatro borghese e in narrativa, specie con l'argomento della Religieuse (1760), anticipò, con altre opere, il Manzoni della Signora di Monza e Flaubert, mentre in filosofia (si veda anche il suo Rêve de d'Alembert) fu il sostenitore del metodo sperimentale e pur giungendo al materialismo lo superò con intuizioni evoluzionistiche. Accanto a lui, fluttuanti attorno alla grande impresa dell'Encyclopédie, cui Diderot volle dare il carattere di un dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, vi erano d'Alembert (1717-83) che fino al 1759 diresse la sezione scientifica, e meno impegnati, ma preziosi collaboratori: Condillac (1715-80), Daubenton (1716-1800), Helvetius (1715-71), d'Holbac (1723-89), Marmontel (1723-99), Quesnay (1694-1774) e, per qualche articolo, Voltaire, Rousseau, Montesquieu. Nell'impegno di un secolo che cercava di scuotere i cuori, attaccandoli con la ragione, la voce di narratori e di poeti squisiti giungeva sommessa. Tale è il caso di un Bernardin de Saint-Pierre (1737-1814), discepolo di Rousseau, che con il suo Paul et Virginie (1787) esaltò sentimento e natura. Tale quello di Chenier (1762-94), certamente il poeta più schietto di tutto il secolo. Nello spirito antico egli cantò i temi nazionali del suo tempo (Le serment du Jeu de Paume, 1791; Hymne aux Suisses de Châteauvieux, 1792), mentre nei Jambes espresse la sua protesta contro il Terrore che lo condusse al patibolo. A questa poesia di esaltazione e di protesta fa da contrasto l'opera di Beaumarchais (1732-99), che alla vigilia della Rivoluzione pubblicò due capolavori: Le barbier de Séville (1775) e Le mariage de Figaro (1784), commedie d'intrigo. Alla commedia di analisi sull'amore tenero di Marivaux (1688-1763), nel cui capolavoro Le jeu de l'amour et du hasard (1730) si esalta la sottigliezza del cuore femminile, Beaumarchais sostituì il gioco ironico dello spirito, l'impertinenza, l'audacia della parola e dell'azione. Intanto la Rivoluzione rimetteva in auge un'arte antica: l'oratoria, in cui primeggiarono tribuni come Mirabeau (1749-1791), Danton (1759-94), Robespierre (1758-94), vittime essi stessi di quella violenza purificatrice tante volte esaltata.

Cultura: letteratura. Romanticismo e Naturalismo

Un secolo non fecondo di opere narrative, anche se non si vogliono dimenticare romanzi come Manon Lescaut (1731) dell'abate Prévost, lo stesso Candide (1759) di Voltaire o Le paysan parvenu (1735-36) di Marivaux o Les liaisons dangereuses (1782) di Laclos, che ha preparato tuttavia la strada alla più grossa rivoluzione letteraria dell'epoca moderna: il Romanticismo, il quale ha avuto un momento di meditazione con Chateaubriand (1768-1848), neoclassico d'ispirazione e per espressione ma, come M.me de Staël, sostenitore dell'individualismo, componente essenziale del Romanticismo. Egli pubblicò le Génie du Christianisme (1802) e rinnovò il cristianesimo trasformandolo in un fatto estetico in cui trionfava il sentimento del cuore, mentre Atala e René, opere entrambe isolate in seguito dal contesto del Génie, precorrevano con gli omonimi protagonisti l'eroina e l'eroe romantici. Al Romanticismo Chateaubriand non oppose che un ostacolo, se stesso, ancora rispettoso delle regole, ma pronto a tirarsi da parte affinché risplendesse quello spirito moderno che M.me de Staël (1766-1817) propose con slancio sia attraverso i suoi romanzi Delphine (1802) e Corinne ou l'Italie (1807), sia con il suo saggio De l'Allemagne (1810), parallelo tra la letteratura romantica nata in Germania e la letteratura classica del Sud. Le teorie romantiche, che rivendicavano all'autore piena libertà, che esaltavano l'immaginazione e la sensibilità, che lo facevano arbitro della morale, imponendogli il diritto della passione, e si innestavano agevolmente sulle concezioni rousseauiane, trovarono eco immediata nelle Premières méditations di Lamartine (1790-1869), nei primi Poèmes di A. de Vigny (1797-1863), cui fece da conferma il dramma Chatterton (1835). Si formarono subito dei cenacoli e tacitamente i nuovi poeti riconobbero in Victor Hugo (1802-85) il loro maestro. Fu lui a chiarire per tutti i concetti del Romanticismo nella famosa Préface del Cromwell (1827); fu lui, con l'aiuto di tutti i fedelissimi, a vincere la battaglia romantica la sera del 25 febbraio 1830 in cui trionfò il suo dramma Hernani. E questo non fece che confermare le teorie da lui già annunciate nella prefazione delle Odes et ballades (1826), raccolta che, con tutta la sua opera poetica successiva – da Les orientales (1829) alla seconda parte della Légende des siècles (1877) –, lo ha consacrato come il più grande poeta di Francia, per la potenza dell'ispirazione e dell'immaginazione, per la facilità e la limpidezza del verso, l'uso del ritmo, della rima, per il calore e la vivacità della frase, la proprietà del vocabolario e la profondità del sentimento. Alla poesia alternò il teatro, storico, melodrammatico, tragicomico, epico, e la narrativa (Notre-Dame de Paris, Les Miserables, Quatre-Vingt-treize ecc.), colmando ogni scritto di una vita traboccante di furore, tale da mettere in ombra anche opere di autori più sottili come A. de Musset (1810-57) cui si devono drammi e commedie di squisita fattura (Lorenzaccio, 1834; On ne badine pas avec l'amour, 1834). Intanto, nel mondo romantico, Alexandre Dumas padre (1802-70) aveva un momento di fulgore in teatro con Henri III et sa cour (1829) e con Antony (1831) ma la sua fama è legata ai romanzi d'appendice. Tutta la Francia, ministri in testa, leggeva avidamente dalle colonne dei giornali le avventure dei suoi moschettieri, intramontabili e inalterabili eroi di altrettante inalterabili imprese che si ripetevano a ogni nuovo romanzo. E mentre il teatro, dopo la fiammata romantica, riposò sulle opere minori di E. Scribe (1791-1861), E. Labiche (1815-88), di H. Meilhac (1831-97) e L. Halévy (1833-1908), di V. Sardou (1831-1908) e di Dumas figlio (1824-95) che con la sua Dame aux camélias (1852) fece piangere tutta la Francia come il padre l'aveva fatta divertire, il romanzo divenne il vero protagonista del sec. XIX. Se nelle storie d'appendice ebbero successo, con Dumas, scrittori come E. Sue (1804-57), P. de Kock (1793-1871), opere ben più profonde prepararono la grande fioritura della narrativa francese e si fa riferimento in particolare all'Adolphe (1816) di Benjamin Constant (1767-1830) e a La confession d'un enfant du siècle di de Musset, che fecero da premessa ai capolavori romantici di Stendhal (1783-1842): Le rouge et le noir (1830) e La chartreuse de Parme (1839), di analisi psicologica, ma dove la passione e l'azione sono gli anelli di congiunzione di ogni sentimento. E del tutto romantici sono i due racconti di P. Merimée (1803-70) Colombe (1840) e Carmen (1845), che ancor oggi assicurano la gloria al loro autore. Un discorso a sé va fatto per George Sand (1804-76), romantica all'inizio, poi narratrice di impegno politico-sociale e infine di disimpegno, nel gusto di narrare per narrare. Così, mentre Stendhal resta il più grande narratore romantico, il più fecondo del secolo è indubbiamente Honoré de Balzac (1799-1850) che, pur cresciuto fianco a fianco con i capiscuola del nuovo movimento, appare più che un precursore del realismo un realista vero e proprio. Sainte-Beuve (1804-69), il maggior critico di Francia, anche se ne biasimava lo stile ne capì la grandezza. L'opera colossale di Balzac, raccolta sotto il titolo generale Comédie Humaine, comprende autentici capolavori come Eugénie Grandet (1833), Le père Goriot (1835), La cousine Bette (1846), Le cousin Pons (1847). Lo scrittore ha lasciato una galleria di caratteri: vero creatore d'anime, ha indagato la passione totale, dominante dell'uomo, la passione che conduce alla catastrofe e ce ne ha lasciato quadri titanici (la morte di Goriot, la follia di Claës nella Recherche de l'Absolu). La vita parigina dal 1820 al 1850 è analizzata con la meticolosità dello scienziato. E se con Balzac il realismo prese l'avvio, con G. Flaubert (1821-80) esso non solo trionfò ma trovò il suo maestro e superatore. Indagatore per eccellenza, rigoroso analizzatore di ogni fatto, di ogni sentimento, Flaubert pubblicò nel 1857 il suo primo capolavoro: Madame Bovary. La storia semplice di una donna che cercando l'amore negatole dal matrimonio si perde in squallidi piaceri e che al prenderne coscienza si uccide sconvolse la Francia che gridò allo scandalo. Assolto dal processo per immoralità che ne seguì, Flaubert pubblicò, nella seconda e definitiva redazione, un altro capolavoro, l'Éducation sentimentale (1869). Al realismo di Flaubert si sovrappose poi il Naturalismo, assetato di rigore scientifico, che ebbe il torto di scrivere a tesi, a dimostrazione delle teorie che ne stavano alla base. Mentre i fratelli Goncourt davano alla loro opera il valore di una realtà che avrebbe potuto essere, É. Zola (1840-1902) diede vita al romanzo “naturalistico” nel senso di ricavare dalla narrazione i principi di una logica sociale derivati dalle esperienze e dalla vita dei personaggi. Per realizzare la sua teoria scrisse il ciclo dei Rougon-Macquart che investì delle proprie tendenze politiche radicali e socialiste e dove seguì le vicende di cinque generazioni di una famiglia. Aderirono al movimento naturalista G. de Maupassant (1850-93), che passò presto a una sua indipendenza di narratore oggettivo e distaccato dalle cose, e in parte A. Daudet (1840-97) con Sapho, ma più incline alla descrizione di piccole realtà quotidiane (da Petit-Chose al ciclo di Tartarin), mentre sta a sé per elementi naturalisti e simbolisti J.-K. Huysmans (1848-1907), con polemici interessi di scrittore cattolico.

Cultura: letteratura. Le altre espressioni dell'Ottocento

L'Ottocento francese ha molte figure degne di nota per le lotte religiose e politiche e per attività scientifica. Si ricordano Lamennais (1782-1854) e le polemiche religiose, Michelet (1798-1874) e Quinet (1803-75) e l'opposizione al Secondo Impero, Tocqueville (1805-59) e le sue affermazioni liberali, Renan (1823-92) e la storia religiosa, Fustel de Coulanges (1830-89) e la storia antica e medievale. Le scuole, i movimenti non erano limitati tuttavia alla prosa. La poesia dal Romanticismo in poi cercò nuove formule e se Baudelaire (1821-67) sta a sé e ci offre una poesia altissima con Les fleurs du mal (1857), tormentato lamento di un'anima, costituisce tuttavia un punto di congiungimento tra parnassiani, cantori di temi tratti dalla scienza o di motivi ispirati alla credenza umana, senza personale partecipazione, tra cui eccellono, oltre a Th. Gautier, Leconte de l'Isle (1818-94) e J.-M. de Heredia (1842-1905), e simbolisti, che cercano di penetrare con la loro poesia nell'animo del lettore per trasfondervi la sensibilità del poeta invitando a considerare le cose dal loro interno per comprenderne il più profondo significato. Poesia piena di fascino, attuata nella ricerca musicale di una frase legata alla suggestione del verso non più vincolato soltanto alla rima, ma all'assonanza, al ritmo della respirazione, al gioco più sapiente e seducente dell'immagine. Vi si distinguono poeti come P. Verlaine (1844-96) e J.-A. Rimbaud (1854-91), di cui lo stesso Verlaine riunì l'opera nella raccolta Les illuminations (1886), e S. Mallarmé (1842-98), l'autore di Après-midi d'un Faune (1876), caposcuola e teorico del movimento, e il P. Valéry (1871-1945) del Cimetière marin (1922). Altri autori che hanno arricchito il panorama letterario dell'Ottocento meritano almeno una citazione: J.-P. Béranger (1780-1857), E. Fromentin (1820-76), J. Laforgue (1860-87), Gérard de Nerval (1808-55), Villiers de l'Isle-Adam (1838-89).

Cultura: letteratura. Il Novecento

Il Novecento respira un clima borghese. Accanto ad A. France (1844-1924), scettico e razionalista, che fece accettare alla buona borghesia di Francia il suo bonario socialismo vestito dalla prosa erudita dei suoi romanzi, delle sue rievocazioni storiche, domina il cattolico M. Barrès (1862-1923) con il suo razionalismo progressista. Ma la vera contestazione irrompe con Ch. Péguy (1873-1914). Individualista feroce (scrive, stampa e diffonde i suoi Cahiers de la quinzaine), con il suo affresco drammatico Jeanne d'Arc vuol rigenerare l'umanità proponendole un socialismo inteso soprattutto come rivoluzione interiore. Convertito, fa della religione una mistica di nazionalismo e riscrive il dramma su Giovanna d'Arco che chiamò La tapisserie de Sainte Geneviève et de Jeanne d'Arc (1913). Il suo credo fu la fede della presenza di Dio nel mondo. La sua poesia divenne una delle voci più pure del cristianesimo (Le porche du mystère de la deuxième vertu, 1911; La tapisserie de Notre-Dame, 1913). La Chiesa lo guardò con sospetto. La guerra risolse il problema per tutti. Péguy era stanco; temeva che la Francia fosse finita, corrotta dal piacere, dal danaro, dalla politica e partì per il fronte convinto che la morte lo avrebbe colto, come avvenne infatti, con una pallottola in fronte. Intanto il Simbolismo con la sua carica innovatrice si sovrappose agli ultimi neoclassici. Nacquero nuove scuole, la più importante delle quali fu il versilibrisme, strettamente imparentato con il Simbolismo, di cui condivideva le tesi. La parola di P. Claudel (1868-1955), certamente uno dei maggiori drammaturghi di Francia, ne è il più alto esempio. Il verso con Claudel è libero, ritmato dalle pause della respirazione. Anch'egli un convertito come Péguy, ne continuò in certo senso l'opera. Ma con un rigore di adesione alla Chiesa, ai suoi dogmi, al suo insegnamento che lo hanno reso a questa scomodo per ragioni opposte agli interrogativi suscitati da Péguy. Claudel ridiede alla Francia la potenza del dramma greco (Le repos du septième jour, 1896), alla Chiesa la freschezza del miracolo e dell'esaltazione di una maternità spirituale più alta di quella della carne (La jeune fille Violaine, 1892), al teatro moderno l'opera completa, totale (Le soulier de satin, 1929). L'influenza spirituale di Claudel sugli scrittori del suo tempo fu enorme: Jacques Rivière fu convertito da lui; Péguy, James e Gide lo subirono. Soprattutto Gide (1869-1951), che al suo rigorismo morale oppose un anticonformismo lucido, che trasferiva tutte le inquietudini del pensiero, del sentimento, della carne in un'ansia emblematica di vita, espressa nella sua vasta opera: da Les nourritures terrestres (1897) al Retour de l'enfant prodigue (1909), al suo libro di ricordi Si le grain ne meurt (1926), al famosissimo Journal (1939-49). In questo conflitto tra cattolici e laici si inserirono autori e opere di profondo significato. Alain-Fournier (1886-1914) scrisse Le grand Meaulnes (1913), Tristan Tzara (1896-1963) fondò la scuola dada, Apollinaire (1880-1918) respinse ogni forma e regola retorica. Il messaggio futurista fu raccolto da lui con entusiasmo e nacque il Surrealismo; la parola è inventata dallo stesso Apollinaire. La realtà del subconscio trovò vasta eco in molti poeti: Bréton, Aragon, Artaud, Éluard. Sfociò in teatro con Supervielle (1884-1960), con Audiberti, con Ionesco e con Giraudoux. Nell'orbita surrealista si sono mossi anche Cocteau, Saint-John Perse, Jouve, Max Jacob, Reverdy. E mentre i poeti sceglievano la strada della libera fantasia, dell'assurdo, reso logico solo dalla sensibilità personalistica, la prosa restava ancorata a temi più reali. Il giovanissimo Radiguet (1903-23), con il Diable au corps (1923) si rivelava un autore classico e con il Bal du comte d'Orgel (postumo, 1924) affrontava il tema psicologico con un'acutezza insospettabile in un autore di vent'anni. Dietro di lui c'è il più grande romanziere francese del secolo: Marcel Proust (1871-1922), che non solo ha rinnovato la formula del romanzo, ma ha opposto alla realtà del presente la realtà del ricordo. La vera vita è rivissuta nell'evocazione del passato. Nella sua straordinaria opera À la recherche du temps perdu (1913-27) tutte le sensazioni dell'animo riaffiorano nell'analisi chiarificatrice del passato. Arte che resta unica, che si chiude e si isola nella propria perfezione, mentre fiorisce una letteratura critica che stimola la creazione di scrittori come Roger Martin du Gard (1881-1958), autore con i suoi Thibault di un vero affresco del tempo, di Jules Romains (1885-1972) e di inquieti cattolici come G. Bernanos (1888-1948), sempre al limite della rottura con la Chiesa, infaticabile campione della libertà, vagheggiatore di una più alta civiltà cristiana, autore di libri di denuncia come Les grands cimetières sous la lune (1938) e di opere di altissimo impegno come Les dialogues des carmélites (1948), e come F. Mauriac (1885-1970), anch'egli rigorosamente libero nello spirito, sostenitore a oltranza di tutte le idee impegnate nella difesa o nella conquista della libertà, autore di romanzi densi, tormentosi come Thérèse Desqueyroux (1927), o di storie di struggente poesia, come Le Nœud de vipères (1932). Pari impegno, nella letteratura politica, o meglio nel senso, nella tecnica, nella psicologia dell'azione rivoluzionaria ha espresso A. Malraux (1901-76) nei suoi romanzi Les conquérants (1928), La condition humaine (1933), esaltazione dell'azione individuale vista come potere di dominio sulla morte. E mentre H. Bergson (1859-1941) sovverte il concetto filosofico sostituendo al razionalismo della ragione il valore dell'intuizione, J. Giono (1895-1970), innocente in mezzo a tanti scontri di idee, a tanti problemi suscitati in un mondo che crede di risolverli buttando milioni di uomini a massacrarsi sui campi di battaglia, canta la sua Provenza natale, e Colette (1873-1954) rivela una feconda vena di narratrice. Ma i due romanzi destinati a restare come classici del nostro tempo sono dovuti ad Albert Camus (1913-1960), che pubblicò L'étranger nel 1942 e La peste nel 1947, storia il primo di un uomo estraneo a sé e agli altri e che dall'indifferenza matura alla rivolta, il secondo allegoria di una guerra assurda che appestò prima le menti e i cuori che non il mondo. Come lui interprete del disgregarsi dei valori tradizionali, Sartre (1905-80), nell'evoluzione dialettica della sua filosofia che dal concetto positivo della libertà intesa come creatività dell'azione giunge a considerare il problema del condizionamento sociale, espresse il suo pensiero esistenzialista in romanzi e drammi: La nausée (1938), Le mur (1939), Les mouches (1943), Les mains sales (1948), oltre che in opere di saggistica. Vicino a lui Simone de Beauvoir (1908-86), narratrice esistenzialista, che ha ottenuto il suo maggior successo con Les mandarins (1954). Se la Resistenza contribuì a dare alla nuova poesia una chiarezza di intenti volti a sollecitare la fratellanza umana (Aragon, Éluard), il dopoguerra esacerbò il senso dell'incomunicabilità e portò al fenomeno dell'école du regard di A. Robbe-Grillet, tesa a negare la “vecchia” psicologia e a esprimere poeticamente solo ciò che si vede. La reazione in narrativa riportò alla ribalta il moralista cattolico M. Jouhandeau (1888-1979) e il romanzo storico di Aragon (1897-1982), rivelando in teatro lo sconvolgente S. Beckett (1906-89) che alla perfezione formale e al valore della parola di H. de Montherlant (1896-1972), autore di La reine morte (1942) e di Le maître de Santiago (1947), o al rifiuto del passato espresso da J. Anouilh (1910-87) in Le voyageur sans bagage (1937), oppose En attendant Godot (1953) e Oh! Les beaux jours (1961), drammi dell'assurdo, dove la pena dell'uomo, colpevole di essere nato, giunge al silenzio assoluto davanti al silenzio del “niente”. Con questi autori cominciò a delinearsi nel panorama letterario francese un radicale mutamento (imposto dall'affermarsi delle nuove scienze umane) che provocò un completo rimescolamento dei generi tradizionali. Tra i fattori che contribuirono alla trasformazione vanno segnalate le esperienze di L.-F. Céline (1894-1961), G. Bataille (1897-1962), H. Michaux (1899-1984), R. Queneau (1903-76), M. Blanchot (n. 1907). Dalla rottura operata da tali precursori derivarono sia gli sviluppi del cosiddetto “teatro dell'assurdo”, interpretati da A. Adamov (1908-70), R. Dubillard (n. 1923), F. P. Billetdoux (1927-91), sia le più isolate ricerche teatrali di J. Genet (1910-86) e F. Arrabal (n. 1932). Nella narrativa, accanto a “tradizionalisti” peraltro d'ispirazione eterogenea, come J. Green (1900-98), L. Estang (1911-92), A. Lanoux (1913-83), R. Peyrefitte (1907-2000), H. Troyat (n. 1911), A. Dhôtel (1900-91), F. Sagan (n. 1935), M. Yourcenar (1903-87), C. (1915-97) e J. Roy (1907-2000), R. Gary (1914-80), altri autori mirarono a esprimere il senso di un nuovo rapporto con il reale: B. Vian (1920-59), J. Gracq (n. 1910), A. Pieyre de Mandiargues (1909-91), P. Klossowski (1905-2001), J. Cayrol (n. 1911), M. Duras (1914-96). Altri ancora si ricollegarono alle proposte linguistico-formali elaborate dai teorici del Nouveau Roman: sulle orme di Robbe-Grillet (n. 1922), N. Sarraute (1902-99), C. Simon (n. 1913) e M. Butor (n. 1926) si mossero i collaboratori della rivista Tel Quel, animata da Ph. Sollers, e qualificati sperimentatori come J.-M.-G. Le Clézio (n. 1940). Il romanzo contemporaneo è caratterizzato da un'estrema eterogeneità di stili e contenuti. L'Olocausto e gli orrori dell'ultimo conflitto mondiale costituiscono lo sfondo di Horsita (1999), romanzo di L. Nobécourt (n. 1968), mentre F. Depla (n. 1948) focalizza il suo interesse sulla figura di Hitler (La vraie vie de Adolf Hitler, 1999).

Cultura: letteratura. Le tendenze contemporanee

Il gusto per le ricostruzioni storiche è alla base delle opere di M. Gallo (n. 1932), autore di una biografia di Napoleone (Napoléon), suddivisa in quattro volumi pubblicati separatamente tra il 1997 e il 1998. L'egittologo Ch. Jacq (n. 1947), laureatosi in archeologia alla Sorbona, è autore di interessanti saggi (L’Egypte des Grands Pharaons, 1981) e di romanzi ambientati nell'Antico Egitto, tra cui si ricordano L’affaire Toutankhamon (1992), i 5 volumi di Ramsès (1993-96), Le Pharaon noir (1997) e Néfer le silencieux (2000). Il filone erotico-sentimentale annovera tra gli autori principali S. Filippini (n. 1950), che in Un Amour de Paul (2000) segue le orme tracciate da Pasolini in Teorema, A. Jardin (n. 1965), autore di Autobiographie d’un amour (1999) in cui si descrivono triangoli sentimentali e crisi matrimoniali, ed E. Fontenaille (n. 1960) che nei suoi romanzi privilegia l'uso dell'immaginario freudiano. Tra gli autori più interessanti si ricordano A. Boudard (1925-2000), M. Desbiolles (n. 1959), che ha pubblicato il romanzo Anchise (1999), e C. Angot (n. 1959), quest'ultima forse la più provocatoria scrittrice contemporanea, come si evince da L’inceste (1999), racconto della breve relazione omosessuale dell'autrice con una donna matura e del suo rapporto incestuoso con il padre. Il cinico e pessimista M. Houellbecq (n. 1958) è senza dubbio uno degli scrittori più innovativi della fine degli anni Novanta, anche se i suoi romanzi hanno suscitato accese polemiche per via della componente erotica, spesso morbosa (Le sens du combat, 1996; Interventions, 1998). A partire dalla metà degli anni Ottanta c'è stato il rilancio del polar, ovvero il genere poliziesco, al quale si rifecero molti scrittori come trampolino di lancio. Questo originale sviluppo del genere, inaugurato da J.-P. Manchette (1942-95) ha avuto rappresentanti notevoli in J. Vautrin (n. 1933) e F. H. Fajardie (n. 1947). La finzione si lega qui all'ambientazione reale (le periferie povere, le grandi metropoli asfissiate dal traffico) e spesso trae ispirazione dalle cronache, il tutto descritto con uno sguardo pieno di umanità verso i personaggi. Si ricordano ancora J. C. Izzo (1945-2000), che ha pubblicato una trilogia il cui protagonista è il detective Fabio Montale (Total Khéops, 1995; Chourmo, 1996; Solea, 2000), e Léo Malet. Un'originale sintesi è stata rappresentata da D. Pennac (n. 1944) e dalla sua quadrilogia incentrata sul personaggio di Benjamin Malaussène (da Au Bonheur des ogres fino a Monsieur Malaussène) che conobbe un successo mondiale, riportando così in auge un quartiere dimenticato di Parigi (Belleville) e il gusto per una narrazione piena di umorismo in un linguaggio colorito. Altri esempi si possono trovare in D. Daeninckx (n. 1949), T. Benacquista (La commedia des ratés, 1991), S. Quadruppani (n. 1952; Rue de la cloche, 1992), D'Ormesson (n. 1925) e Ph. Sollers (n. 1936) e D. Picouly (n. 1948), autore del romanzo storico L’enfant léopard (1999). P. Labro (n. 1936) si è distinto come regista di film polizieschi negli anni Settanta e Ottanta e in seguito come romanziere. Nelle sue opere, principalmente nell'autobiografia Quinze anz, un début à Paris (1994) e in Manuella (1999), viene narrato il difficile passaggio dall'infanzia all'adolescenza, con una notevole attenzione alle implicazioni psicologiche spesso dolorose che tale fase comporta. Al di là del genere noir meritano di essere menzionati: J. Echenoz (n. 1947), vincitore del premio Goncourt del 1999 con il romanzo Je m’en vais (1999); N. Avril (n. 1939); A. Ernaux (n. 1940), che esordì negli anni Settanta ma trovò il successo con la trilogia La place (1982), Une femme (1988) e Passion simple (1992); Ch. Clerc (n. 1942); J. M. Laclavetine (n. 1954), autore del romanzo Première ligne (1999) ambientato nel mondo dell'editoria. Va inoltre segnalato il successo che, a partire dal 1994 hanno riscosso in ambito internazionale le opere di M. Houellebecq (n. 1958). La realtà metropolitana in tutte le sue sfaccettature è indagata da J. M. Gourio nei dodici volumi di Nouvelles bréves de comptoir (1987-2000), racconti ispirati da conversazioni reali ascoltate dall'autore nei bar e nei bistrot parigini, scritti con un linguaggio colloquiale, disadorno e privo di affettazione, lo stesso utilizzato da P. Djian (n. 1949) in Vers chez les blancs (2000). La ricerca autobiografica è la linea che accomuna il lavoro di J. Roubaud (n. 1932), con Le grand incendie de Londres (1989) e La boucle (1993), e H. Guibert (1955-92), che rinunzia anche nel sottotitolo alla definizione di “romanzo”: nelle opere À l'ami qui ne m'a pas sauvé la vie (1990) e L'homme au chapeau rouge (1992) del romanzo sono rimaste le chiavi di lettura, ma non quelle narrative; l'effetto è quello di una verità terrificante e spesso crudele, come la realtà. Di adozione francese sono M. Benabou (n. 1939), nato in Marocco da genitori di origine ebraica, A. Maalouf (n. 1949), i cui romanzi a sfondo storico trasmettono un senso profondo di tolleranza e rispetto per ogni cultura e tradizione, e T. Ben Jelloun (n. 1944), che, oltre a descrivere la solitudine e l'emarginazione dei nordafricani in Francia, affronta il problema del razzismo, stabilendo connessioni con la fine degli imperi coloniali. I problemi degli immigrati e le difficili condizioni di vita nei sobborghi delle grandi metropoli sono indagati anche dalla sociologa A. Villechaise-Dupont (n. 1971) nel lungo saggio Les gens des grands ensembles (2000). Per quanto riguarda la poesia, emersero nuove tendenze che prescindevano dai consacrati maestri dell'avanguardia quali R. Char (1907-88), P. Emmanuel (1916-84) e Y. Bonnefois (n. 1923): ai superstiti cultori del filone lirico si affiancò così la nutrita schiera dei ricercatori raccolti attorno alla già citata rivista Tel Quel e a Change, dediti a esercizi di esasperata tensione espressiva. Della generazione successiva il critico e poeta J. M. Maulpoix (n. 1952) ha sottolineato come non esista in poesia un'ideologia, un programma o un modello espressivo dominante. I poeti desiderano sperimentare le infinite possibilità offerte dalla parola: i loro versi rifiutano di piegarsi a qualsiasi tipo di schema metrico, confluendo spesso nella prosa – come accade nei componimenti di G. Macé (n. 1946) – o abbandonandosi alle suggestioni musicali, tipiche delle opere di M. Messagier (n. 1949). Il disprezzo per il sentimentalismo e la ricerca della bellezza negli oggetti d'uso quotidiano sono le caratteristiche dominanti della poesia di F. De Cornière (n. 1950), G. Noiret (n. 1948) e J. L. Giovannoni (n. 1950). Una descrizione fredda, obiettiva, quasi scientifica della realtà caratterizzò certa poesia francese; le migliori prove le ha date il già citato J. Roubaud, con Quelque chose noir (1986), lavoro improntato a una forte e costante presenza della morte, gli echi della quale si trovano anche nelle Proses du fils (1993) di Y. Charnet (n. 1962): in alcune situazioni tragiche la poesia diviene l'unica strada percorribile per arrivare a un racconto di se stessi. Infine si ricorda C. Prigent (n. 1945), fondatore della rivista letteraria TXT assieme a J. L. Steinmetz (n. 1940); Prigent sostiene l'importanza della dedizione totale del poeta alla sua arte e la necessità di giungere a un rinnovamento attraverso la scrittura.

Cultura: letteratura. La critica contemporanea

Riflessi ancora più puntuali del rinnovamento culturale contemporaneo si avvertono nelle varie correnti della critica. Per quanto concerne il ricordato influsso esercitato dalle scienze umane (e dal metodo strutturalista che ne è derivato), si pensi alla funzione paradigmatica di autori quali l'etnologo C. Lévi-Strauss (n. 1908), lo psicanalista J. Lacan (1901-81), i filosofi M. Foucault (1926-84) e L. Althusser (1918-90). Se la lezione esistenzialista di Sartre e di G. Bachelard (1884-1962) restò valida per studiosi come G. Poulet (1902-91) e J.-P. Richard (n. 1922), la “scuola” dello strutturalismo condizionò in varia misura le successive e originali tendenze critiche: a titolo esemplificativo si possono citare i nomi di L. Goldmann (1913-70), R. Barthes (1915-80), J. Starobinski (n. 1920) e i critici riuniti intorno alla rivista Communications (Brémond, Genette), impegnati a sondare le estreme possibilità del linguaggio. In poesia, il Manifeste froid (1973) di J.-C. Bailly, Y. Buni, S. Sautreau e A. Velter, mirarono a rendere con freddo realismo l'attualità, mentre in prosa la Littérature au magnétophone presentò colloqui con autori famosi, realizzati da un intervistatore responsabile della forma letteraria e della presentazione tramite una pre- o postfazione. Tra gli scrittori politici, emersero i “nuovi filosofi” postmarxisti che riesaminarono i concetti dello Stato alla luce di altri sistemi filosofici: nietzschianismo, con G. Deleuze (1925-95), J.-F. Lyotard (1924-98); situazionismo, con J. Baudrillard (n. 1929), e specialmente rousseauismo, con J.-P. Dollé (n. 1939), A. Glucksman (n. 1937) e B.-H. Lévy (n. 1948). Alla vita letteraria del Paese vanno ormai collegate le grandi correnti filosofiche e storiche che hanno prodotto dei saggisti-scrittori ormai accessibili al largo pubblico. In campo filosofico, vanno ricordati J. Derrida (n. 1930), P. Ricoeur (n. 1913), G. Deleuze (1925-95), E. Levinas (1905-95),J. Baudrillard (n. 1929). Tra gli storici, una particolare notorietà hanno raggiunto G. Duby (1919-96) e J. Le Goff (n. 1924).

Cultura: arte. Dal periodo franco al romanico

La conversione dei Franchi al cattolicesimo e il diffondersi degli ordini monastici determinarono in Francia un risveglio artistico e culturale che trovò la sua piena affermazione con la rinascenza carolingia (metà del sec. VIII-metà del IX). In territorio franco-occidentale sorse la prima grande chiesa carolingia, l'abbaziale di Saint-Denis (754-775), fornita probabilmente di un corpo occidentale (Westwerk) formato da due torri scalarie e da una torre centrale con la loggia per accogliere il sovrano. Il Westwerk, che è l'elemento più originale dell'architettura carolingia, caratterizzava anche la chiesa abbaziale di Centula (Saint-Riquier, 790-799) e le cattedrali di Reims (816-862) e Auxerre (875-887). Due cori contrapposti, sul modello paleocristiano, avevano la cattedrale di Besançon (inizi sec. IX) e l'abbaziale di Saint-Remi a Reims (consacrata nell'852). All'ampliamento del coro si collega lo sviluppo delle cripte, anulari (Saint-Denis), a gallerie (Saint-Médard di Soissons) o a navate (Saint-Germain di Auxerre, Saint-Philibert di Grandlieu). Le cripte e i corpi occidentali, con le loro volte a botte e a crociera, rappresentano le premesse per la ripresa delle costruzioni monumentali a volta, il cui esempio più importante (anche perché si tratta dell'unica chiesa carolingia conservatasi in territorio francese) è la chiesa di Germigny-des-Prés (fondata nell'806 ca.), a pianta centrale, con influssi spagnoli negli archi a ferro di cavallo. Della pittura carolingia restano gli affreschi della cripta di Auxerre (ca. 841-861); della scultura in bronzo il trono di Dagoberto (Parigi, Louvre), che proviene però da una fonderia di Aquisgrana, e la statuetta equestre forse di Carlo Magno, pure al Louvre. Importante manifestazione artistica dell'epoca fu la miniatura, che ebbe i suoi centri maggiori a Reims e a Tours. Grande sviluppo ebbero la lavorazione dell'avorio (su modelli bizantini) e l'oreficeria (tesoro di Conques; legatura del Salterio di Carlo il Calvo, ca. 860, Parigi, Bibliothèque Nationale). Tra la metà del sec. IX e la metà del sec. X, a causa delle invasioni normanne, l'attività artistica rallentò, ma alla fine del sec. X, con il diffondersi del movimento di riforma del monachesimo, iniziò una fase di rinnovamento che si concluse alla fine del secolo successivo con la piena maturità dello stile romanico. Questo presenta in Francia una grande varietà di caratterizzazioni regionali. Le più importanti furono quelle normanna (Jumièges, Caen), con matronei, copertura lignea, sistema di pilastri a fascio e colonne alternati; poitevina (Saint-Savin di Poitiers), con chiese “a sala” senza luce diretta; aquitanica (Angoulême, Saint-Front a Périgueux), a una sola navata coperta da cupole; provenzale (Arles, Saint-Gilles), con navate altissime voltate a botte e senza galleria; alverniate (Clermont-Ferrand), derivante dalle chiese di pellegrinaggio situate sulla via di Santiago de Compostela (Saint-Martial di Limoges, Saint-Sernin di Tolosa , Sainte-Foy di Conques, tutte con matronei, volte a botte e semibotte, absidi con cappelle radiali). In Borgogna si differenziarono tre gruppi: quello derivato da Cluny III, con volte a botte acuta (Autun); quello di Vézelay, con volte a crociera; quello delle chiese cistercensi (Fontenay), caratterizzate dall'assenza della decorazione e dalla pianta a T. In scultura le scuole principali furono quella della Linguadoca (Moissac, Souillac, Cahors, Conques) e quella borgognona (Cluny), in parte influenzata dalla precedente (Autun, Vézelay), ma fiorenti furono anche quelle del Poitou e del Saintonge (Saintes, Aulnay, Angoulême, Poitiers). Più tarda (risalente alla seconda metà del sec. XII) è la scuola provenzale, di ispirazione classicheggiante (chiostro di Saint-Trophime ad Arles, facciata di Saint-Gilles-du-Gard). Per la pittura si ricordano gli affreschi di Saint-Chef (Isère), che sono tra i più antichi (1087-1114); di Saint-Savin-sur-Gartempe e di alcune chiese di Poitiers, nel Poitou; di Nohant-Vicq, Brinay e Palluau nel Berry; di Tavant, Montoire, Poncé nella zona della Loira.

Cultura: arte. Il gotico

Verso la metà del sec. XII comparve nella zona dell'Île-de-France lo stile gotico, che unì in un sistema organico elementi comparsi isolatamente in numerose chiese romaniche, come l'arco acuto, l'arco rampante o la volta a nervature. Al 1140 risale la ricostruzione del coro di Saint-Denis. Le successive cattedrali protogotiche a matronei e volte esapartite di Sens, Noyon, Senlis, Notre-Dame di Parigi , Laon segnarono altrettante tappe nello sviluppo dello stile, che risulta pienamente maturo nelle cattedrali di Chartres (dal 1194), Reims (dal 1211), Amiens (dal 1220), Bourges, e pienamente concluso nella Sainte-Chapelle di Parigi (1242-48) ad ambiente unico con pareti interamente vetrate, nella cattedrale di Beauvais (dal 1248) e in Saint-Urbain di Troyes (1261-77). Lo stile dell'Île-de-France venne imitato in tutta la Francia (Rouen, Le Mans, Narbona, Clermont-Ferrand, Limoges, Tours, Bayonne, Tolosa, Bordeaux ecc.) e nel resto d'Europa. Varianti regionali si riconoscono in Borgogna (Digione) e nella Champagne (Nevers), mentre nell'Angiò (Angers) e nel Mezzogiorno (cattedrale di Albi, dal 1282; Giacobini di Tolosa; Carpentras, Avignone, Montpellier) si manifestano tendenze già tardogotiche (spazi interni unitari, navate uniche con cappelle, esterni a blocco compatto). Dopo il rallentamento dell'attività edilizia dovuto alla guerra dei Cent'anni si affermò lo stile gotico tardo (ca. 1400-1550), che in Francia prese il nome di flamboyant (Abbeville, Louviers, Saint-Maclou di Rouen, Troyes, Brou). Nell'architettura militare il periodo gotico sviluppò le premesse del romanico nei castelli e nelle città fortificate con alte cortine regolari intervallate da torri (Carcassonne, Avignone, Angers, Aigues-Mortes, Gisors, Châteaudun). Nel Trecento i castelli cominciarono a diventare veri palazzi residenziali (Palazzo dei Papi ad Avignone). Le città si arricchirono di cospicui esempi di architettura civile, sia pubblica, come i palazzi di città, spesso con tipici beffrois (Saint-Omer, Saint-Quentin, Compiègne, Arras), gli ospedali (Angers, Tonnerre, Beaune), i ponti (Avignone, Cahors, Montauban), sia privata (palazzo di Jacques Coeur a Bourges). La scultura gotica contrappose allo spirito visionario dei maestri romanici un vivo naturalismo e una nuova umanità, fino a raggiungere verso la metà del Duecento un pieno equilibrio tra realismo e idealismo (transetti di Chartres, facciata occidentale di Reims). Nel Trecento la fine delle grandi imprese costruttive delle cattedrali limitò il campo della scultura alle statue isolate e ai sepolcri (tombe reali di Saint-Denis; tombe dei duchi di Borgogna nella certosa di Champmol). L'arte delle vetrate policrome, alle quali l'architettura gotica affidò una funzione preminente nei confronti degli altri elementi decorativi, fornì esempi stupendi nella cattedrale di Chartres, nella Sainte-Chapelle di Parigi (sec. XIII) e in molte altre cattedrali, esercitando un forte influsso sull'arte della miniatura.

Cultura: arte. Il gotico internazionale

In pittura, due scuole condussero, a partire dalla metà del Trecento, allo stile gotico internazionale. Ad Avignone, dove i papi avevano introdotto l'arte senese (Simone Martini vi fu attivo tra il 1339 e il 1344, Matteo Giovannetti tra il 1343 e il 1353), si formò una scuola italianizzante che ebbe conseguenze europee, dalla Catalogna alla Boemia. A Parigi (dalla metà del Duecento sede della corte e dell'università) e nei centri dei ducati di Borgogna e di Berry (Digione, Bourges, dove ebbe sede la corte del duca di Berry, Angers, Poitiers) prevalse invece l'influsso dei Paesi Bassi, al punto che si parla di una scuola franco-fiamminga. Si trattò in realtà dell'operosità di artisti fiamminghi in Francia, che portarono le conquiste di una superiore civiltà artistica. Tra essi si ricordano i pittori M. Broederlam, J. Malouel, H. Bellechose; lo scultore Claus Sluter, autore dei Profeti della certosa di Champmol e del corteggio funebre del Museo di Digione, opere di grande realismo drammatico; i miniatori Jacquemart de Hesdin, autore delle Petites Heures de Jean de Berry (1390) e delle Très Belles Heures de Notre-Dame (1409), André Beauneveu, autore del Salterio di Jean de Berry (1380-85), e soprattutto i fratelli de Limbourg, con i quali non solo la miniatura francese toccò un vertice ineguagliabile, ma la pittura europea segnò nel suo sviluppo una tappa importantissima. Le immagini del capolavoro dei de Limbourg, le Très Riches Heures de Jean de Berry (Chantilly, Museo Condé), mostrano negli aperti orizzonti e nella profondità del paesaggio la prima assimilazione in Francia della lezione italiana. Il gotico internazionale, come del resto quello precedente, si rifletté anche su tutte le arti decorative, invadendo il campo dell'intaglio su legno e su pietra, dei ferri battuti e lavorati, dell'oreficeria. Importantissima nell'ambito della cultura internazionale fu la produzione degli arazzi, maturata sul finire del Trecento. Scarse sono le notizie di questa specialità nel corso del sec. XIV, e per averne una testimonianza occorre arrivare al paramento detto dell'Apocalisse, già nel tesoro della cattedrale di Angers e ora nel Musée des Tapisseries. Quest'opera famosissima, di dimensioni enormi (un rotolo di oltre 5 m di altezza per 150 di lunghezza), illustra le vicende dell'Apocalisse di San Giovanni, alternate con pannelli raffiguranti i vescovi delle sette chiese d'Asia. Eseguito per Luigi I d'Angiò da Nicolas Bataille (ca. 1380) allo scopo di ornare le sale e la cappella del castello di Angers, è di stile brillante e vivace e presuppone una lunga tradizione precedente. Gli sviluppi della pittura fiamminga dal decorativismo gotico-internazionale al nuovo umanesimo di J. van Eyck ebbero un'eco profonda in Francia e gradatamente si diffusero scuole locali autonome, dominate da artisti che seppero mediare gli influssi fiamminghi con la tradizione francese e la conoscenza dell'arte italiana. I maggiori centri della nuova pittura quattrocentesca furono la Provenza (Maestro dell'Annunciazione di Aix, Maestro della Pietà d'Avignone, Enguerrand Charonton, Nicolas Froment), Amiens e Valenciennes in Piccardia, più legate alle Fiandre (S. Marmion, J. Bellegambe) e la valle della Loira, dove si era insediata la corte (J. Fouquet, J. Bourdichon, Maestro di Moulins).

Cultura: arte. Il Rinascimento e il secolo di Luigi XIV

Per quanto riguarda l'architettura, solo con le campagne d'Italia dei Valois venne accolto in Francia il linguaggio rinascimentale, sia pure nella versione lombarda. In un primo momento i capomastri francesi combinarono strutture gotiche con elementi decorativi milanesi e pavesi (ala di Luigi XII a Blois; Gaillon) o tentarono di adeguarsi ai criteri di simmetria e coerenza strutturale italiani (ala di Francesco I a Blois, ca. 1515-25; Chambord, 1519; castelli di Chenonceaux e di Azay-le-Rideau, costruiti per committenti borghesi). All'ibrido “rinascimento della Loira” seguì, con il ritorno di Francesco I dalla cattività di Madrid e lo stabilirsi della corte a Fontainebleau (1526-28), la rapida assimilazione del Manierismo e del Classicismo italiani a opera di architetti francesi di formazione romana, che crearono uno stile classico francese (P. Lescot: ricostruzione del Louvre, 1546; Ph. Delorme: castello di Anet, ca. 1542-52). In pittura la presenza a Fontainebleau dei manieristi Rosso Fiorentino, Primaticcio e Niccolò Dell'Abate diede origine a una scuola che ebbe importanza determinante nello sviluppo del Manierismo europeo. Si diffusero il nudo femminile (J. Cousin padre, A. Caron) e il ritratto aulico (F. Clouet, Corneille de Lyon). Analogo rapporto intercorre tra i modelli del Manierismo italiano in scultura e le opere degli scultori francesi J. Goujon, P. Bontemps, G. Pilon. L'eredità del Manierismo restò viva non soltanto nel periodo delle guerre di religione (1562-98), nelle opere del Du Cerceau (Charleval, 1583) e degli architetti che diffusero in provincia il nuovo linguaggio (H. Sambin a Digione, N. Bachelier a Tolosa), ma anche sotto Enrico IV e Maria de' Medici, allorché una nuova generazione di architetti (J.-C. Métezeau, S. de Brosse) eresse per iniziativa reale castelli e palazzi (Lussemburgo) e attuò le prime sistemazioni urbanistiche (Place des Vosges a Parigi, 1605-12). Solo con Luigi XIII, attraverso un rinnovato influsso di idee italiane, prese forma uno stile francese classico e barocco insieme, i cui maggiori rappresentanti furonoJ. Lemercier (chiesa della Sorbona, 1635-42), F. Mansart (ala di Gaston d'Orléans di Blois, dal 1635) e L. Le Vau (castello di Vaux-le-Vicomte, 1657; Collège des Quatre Nations, 1661). Sotto Luigi XIV, che si assicurò il monopolio della produzione artistica con l'istituzione dell'Accademia di pittura e scultura (1648), l'Accademia di architettura, l'Accademia di Francia a Roma (1666) e la creazione del centro della manifattura reale dei Gobelins (1662), gli architetti Le Vau, C. Perrault, A. Le Nôtre, F. Blondel, L. Bruand, J. H. Mansart si adeguarono alla solenne e aperta magnificenza voluta dal re Sole. Le tendenze barocche di Le Vau vennero disciplinate e depurate nel dignitoso ed elegante classicismo di C. Perrault, che lavorò al Louvre e a Versailles, costruì l'Osservatorio (1668-71) e l'Arco di Trionfo nel Faubourg Saint-Antoine. Le Nôtre diresse la sistemazione del parco di Versailles, con straordinari effetti d'acqua e di vegetazione; Blondel fu incaricato dal re per il piano regolatore di Parigi; Bruand realizzò il freddo e rigoroso Hôtel des Invalides (1671-76). L'annessa chiesa del Dôme fu compiuta solo nel 1705, su progetto di J. H. Mansart, massimo esponente della grande manière francese del secondo Seicento e protagonista delle maggiori imprese architettoniche e urbanistiche del regno di Luigi XIV (Galleria degli Specchi a Versailles, Place Vendôme e Place des Victoires a Parigi).

Cultura: arte. Il Settecento

La reazione al classicismo cominciò ad avvertirsi negli ultimi anni del regno di Luigi XIV e durante la Reggenza. Mentre gli esterni conservavano un'impostazione classicheggiante (J. Aubert, Robert de Cotte, J. Lepautre, G. Boffrand), nelle piante e nell'arredamento degli interni andò affermandosi il rococò, mosso e aggraziato, che incontrò il massimo favore sotto Luigi XV (G. M. Oppenord, J.-A. Meissonnier). Per quel che riguarda la pittura, sotto Enrico IV e Maria de' Medici continuò il Manierismo nella seconda scuola di Fontainebleau (M. Fréminet, A. Dubois, T. Dubreuil), influenzata dai fiamminghi italianizzanti. Analoghe persistenze manieristiche erano rappresentate nel ducato indipendente di Lorena dagli incisori J. Callot e T. Bellange. Un altro filone fu quello del caravaggismo, rappresentato a Parigi da J. Valentin e N. Regnier (e in maniera più mediata da Ph. de Champaigne e dai Le Nain), ma accolto soprattutto in provincia (N. Tournier a Tolosa, G. de la Tour in Lorena). Il primo maestro del Barocco francese fu S. Vouet, legato al gusto della contemporanea pittura italiana e della grande decorazione. Negli stessi anni, a Roma, N. Poussin e C. Gellée (Lorrain) elaboravano i modelli del classicismo francese della seconda metà del secolo, imposto da Ch. Lebrun come modo unico di espressione in conformità con le tendenze accentratrici di Luigi XIV. Con la fine della dittatura artistica di Lebrun (1690) si accese la querelle tra i seguaci di Poussin, legati alla tradizione classica, e i fautori di una maggiore libertà pittorica. H. Rigaud, N. de Largillière, A. Coypel, J. Jouvenet segnarono la transizione fra lo stile di Luigi XIV e le nuove tendenze, precocemente realizzate dal pittore di origine fiamminga A. Watteau, che impose uno stile pittorico brillante e il gusto dei soggetti erotici e di costume (le Fêtes galantes). Lo seguirono J.-B. Pater, N. Lancret, J.-H. Fragonard, F. Boucher, Van Loo, J.-M. Nattier, J.-B. Oudry, C.-J. Vernet, J.-B. Greuze, J.-B.-S. Chardin, che si espressero nei generi (paesaggio, natura morta, ritratto ecc.) e nelle tecniche (pittura da cavalletto, incisione, disegno, pastello) graditi al nuovo pubblico borghese. Dal 1737 l'istituzione dei Salons biennali rispecchiò la crisi del mecenatismo aristocratico e l'instaurarsi del nuovo rapporto, di tipo moderno, tra gli artisti e il pubblico borghese attraverso le esposizioni e i mercanti. Anche la scultura seguì un'analoga evoluzione, dal tardo Manierismo del Francheville al primo Barocco di influenza italiana (J. Sarrazin) e fiamminga, al trionfo del Classicismo accademico degli scultori di Versailles (F. Girardon, C. A. Coysevox), al rococò (i Coustou, i Lemoyne ecc.). Tra il 1750 e il 1760 si delineò una reazione al gusto rococò, che in un primo momento si manifestò in architettura con forme semplici e aggraziate, in una nuova interpretazione classica. Nacque il Neoclassicismo, forse per influenza del palladianesimo inglese (A.-J. Gabriel nel Petit Trianon di Versailles, 1761-62; J.-G. Soufflot in Sainte-Geneviève, poi Panthéon, 1753-92) espresso poi in maniera ben più radicale che nello stile Luigi XVI dagli architetti “rivoluzionari” nati tra il 1730 e il 1740: V.-N. Louis, J. Gondoin, J.-F. Chalgrin, A.-T. Brongniart, E.-L. Boullée e soprattutto C.-N. Ledoux (saline di Arc-et-Senans, Barrières di Parigi, Rotonda de la Villette). In pittura il Neoclassicismo rivoluzionario è rappresentato da J.-L. David.

Cultura: arte. L'Ottocento

Con l'Impero e la Restaurazione il Neoclassicismo acquistò carattere accademico e di “ricostruzione” (Vaudoyer, B. Vignon, P.-F.-L. Fontaine, Ch. Percier), aprendo la strada all'affermarsi del Neogotico (E.-E. Viollet-le-Duc), del neorinascimento e infine dell'eclettismo del Secondo Impero (Opéra, di J.-L.-Ch. Garnier, 1861-74). Sotto Napoleone III, tra il 1853 e il 1869, il prefetto G.-E. Haussmann conferì a Parigi il suo volto attuale. In quegli anni si formò la raggiera dell'Étoile, si ricostruirono interi quartieri, tra cui la Cité, se ne sventrarono altri, si costruirono i grandi boulevards che collegano scenograficamente un monumento all'altro. Parigi acquistò una fisionomia coerente, ma la concezione di Haussmann, a cui va peraltro il merito di aver realizzato il primo tentativo di pianificare razionalmente l'espansione di una grande città, restò legata a una tradizionale politica magniloquente, e la sua pianificazione si sovrappose all'organismo della città senza risolverne le più intime esigenze. Nel clima tradizionalista dell'architettura francese dei sec. XIX e XX appare del tutto isolata l'opera di alcuni architetti e ingegneri che valorizzarono le possibilità di nuovi materiali come l'acciaio, il ferro, il vetro (sala di lettura della Biblioteca Nazionale, di H. Labrouste, 1858-68; Tour Eiffel, 1889) e il cemento armato (casa di rue Franklin, di A. Perret, 1905; progetto per la città industriale di T. Garnier, 1901-04). Anche la scultura, come l'architettura strettamente legata alla committenza borghese, non riuscì a rinnovarsi realmente se non con le più recenti avanguardie: il tardo Romanticismo del Secondo Impero (J.-B. Carpeaux, A. Rodin) rappresentò pressoché l'unica alternativa all'accademismo ufficiale. Ben più vario e vitale il panorama della pittura. Sin dal 1830 i romantici E. Delacroix e J.-L.-Th. Géricault si opposero alla tradizione accademica rappresentata da J.-A.-D. Ingres; contemporaneamente H. Daumier e P. Gavarni svilupparono la caricatura di contenuto politico e sociale.J.-B. C. Corot , innovatore rispetto al paesaggismo storico e neoclassico, segnò il superamento del vedutismo tradizionale e preparò il Naturalismo en plein air dei pittori della Scuola di Barbizon: Th. Rousseau, che portò nella sua opera la lezione di Constable in una pittura costruita con profondi effetti di controluce, J. Dupré, Ch.-F. Daubigny, C. Troyon, che si richiamò agli olandesi del Seicento. Nel complesso panorama della pittura francese prima della grande rivoluzione dell'Impressionismo si inserì l'importante personalità di G. Courbet, che si oppose, con il realismo per quei tempi provocatorio della sua pittura, sia al sentimentalismo dei romantici, sia all'accademismo dei classicisti, sia alla superficialità degli eclettici. A partire dalla seconda metà dell'Ottocento iniziò dunque a Parigi la più felice stagione della pittura francese ed europea. L'Impressionismo segnò con É. Manet, C. Monet, C. Pissarro, P.-A. Renoir, A. Sisley, B. Morisot una netta rottura con la tradizione, proponendo su basi nuove il rapporto pittore-natura. La fioritura pittorica proseguì con H.-G.-E. Degas, che espose insieme agli impressionisti, pur senza accettarne la denominazione; P. Cézanne, riconosciuto oggi come l'iniziatore della pittura moderna; P. Gauguin, le cui semplificazioni formali preludono al Simbolismo; H. Rousseau il doganiere, la cui pittura ingenuamente arcaicizzante è ricca di intensa poesia; i neoimpressionisti P. Signac e G.-P. Seurat.

Cultura: arte. Il Novecento

Nel sec. XX Parigi continuò la sua funzione di direttrice del gusto. Vi ebbero origine infatti i movimenti propulsori di tutta l'arte contemporanea: il Fauvismo (rappresentato da H.-É. Matisse, A. Marquet, M. de Vlaminck, A. Derain, R. Dufy, G. Rouault, passato poi ad altre ricerche) e il Cubismo, la cui nascita e il cui sviluppo sono legati all'arte di G. Braque e soprattutto di P. Picasso. Al Cubismo aderirono A. Gleizes, J. Metzinger, lo spagnolo J. Gris, F. Léger, R. Delaunay, che tese alla scomposizione dei colori anziché dei volumi (Cubismo orfico), seguito da F. Picabia, uno degli animatori del dadaismo. Il Cubismo rinnovò anche la scultura, che nel periodo precedente aveva registrato solamente alcune altissime opere di Renoir e Degas, oltre all'esperienza di Rodin, vagheggiatore di una nuova armonia classica. Anche Matisse fu scultore e la sua opera si collega all'esperienza impressionista. Ma il rinnovamento vero si dovette al romeno C. Brâncusi, che ricercò forme di purissima astrazione, e a Picasso, che adeguò alla scultura la nuova sintassi cubista, partendo dall'arte esotica e primitiva. Altri scultori cubisti furono H. Laurens, A. Archipenko e J. Lipchitz, parigini di cultura e di adozione. Negli anni che seguirono la nascita del Cubismo, Parigi continuò a essere il centro di raccolta più vivo delle forze della nuova pittura mondiale, accogliendo maestri di ogni nazionalità: M. Chagall, C. Soutine, A. Modigliani, G. Severini, G. De Chirico. Accanto alle tendenze di punta fiorirono le ricerche meno appariscenti ma non meno apprezzabili dei nabis e di M. Utrillo. Si faceva intanto strada anche a Parigi, che doveva diventarne centro vitale, l'Astrattismo assoluto, promosso tuttavia in prevalenza da artisti stranieri. Nell'ultimo dopoguerra si affermavano le nuove tendenze “informali” di J. Dubuffet, J. Fautrier, H. Hartung, H. Michaux. Per quanto riguarda l'architettura, invece, cominciò la sua attività in Francia, nel periodo tra le due guerre, Le Corbusier, uno dei maestri dello stile funzionale, le cui opere (tra le più famose la Unité d’habitation a Marsiglia, completata nel 1952, e la cappella di Ronchamp, del 1955) rimasero isolate per decenni nel panorama architettonico francese. Tra i grandi progetti avviati in questo periodo si segnala l'avvio alla costruzione del quartiere parigino ultramoderno della Défense, voluto dal presidente de Gaulle negli anni Sessanta e appaltato alla triade di architetti J. De Mailly, R. Camelot e B. Zehrfuss. Negli ultimi decenni del secolo invece la lezione lecorbusieriana riemerse nell'attenzione per l'armonia e la funzionalità degli spazi urbani, il gusto per l'esibizione degli elementi strutturali e la commistione tra componenti industriali e tecnologie all'avanguardia. Questi nuovi caratteri architettonici sono visibili negli edifici pubblici delle grandi città (soprattutto Parigi), realizzati da architetti contemporanei come J. Nouvel (Institut du Monde Arabe di Parigi, 1986; Teatro dell'Opéra di Lione, 1993; centro commerciale di Lilla, 1994); D. Perrault (Biblioteca Nazionale di Parigi, 1995); e C. de Portzamparc. Numerosi appalti per la realizzazione della nuova veste architettonica parigina sono stati vinti anche da architetti stranieri, è il caso di R. Piano e R. Rogers, artefici del Centre Pompidou di Beaubourg (1977), o dell'americano I. Ming Pei, autore della piramide di vetro del Louvre.

Cultura: musica. Dalle origini all'Ars antiqua

Le prime testimonianze sulle espressioni musicali nella regione francese risalgono a epoche antichissime, ma solo con lo svilupparsi del canto gallicano iniziò a delinearsi un'autonomia rispetto alla tradizione romana. Quando, verso la fine del sec. VIII, Pipino il Breve e poi Carlo Magno imposero il rito romano, il canto gallicano si perse, salvo forse riproporsi come componente delle successive espressioni nate nei monasteri di Metz e, a partire dal sec. IX, nelle abbazie benedettine (Saint-Amand, Saint-Martial di Limoges, Jumièges ecc.). Qui si svilupparono le direttrici che avrebbero determinato in buona parte lo sviluppo della musica nel Medioevo, prime fra tutte la pratica del tropo e della sequenza. Dal tropo ebbero origine il conductus (inizialmente solo melodico e con ricchi melismi, poi anche polifonico), molte esperienze trobadoriche e soprattutto il tropo dialogato che, cantato a Saint-Martial durante il mattutino di Pasqua, si pose come tappa d'inizio di una rapida evoluzione verso il genere del dramma liturgico, frequente a Reims, Beauvais, Saint-Martial e in seguito trasformato nella sacra rappresentazione e arricchito di elementi profani e parodistici. Dalla sequenza, anch'essa individuata per la massima parte a Saint-Martial, derivarono molte esperienze profane: la cantilene, composta in onore di santi o eroi, a carattere sostanzialmente lirico melodico; il lai, diffuso verso il sec. XII da Gautier de Dargiese e Gautier de Coincy e poi ripreso e perfezionato da G. Dufay; il planh (compianto) in forma assai variabile. Sempre da Saint-Martial uscì il versus (precursore diretto dei vers), che con la chanson costituì la base formale delle esperienze dei trovatori francesi, tramandate nei versi (in tutto ca. 130 lavori) e solo approssimativamente nella musica. L'arte dei trovieri (sec. XIII) si espresse nella Francia settentrionale in schemi formali più differenziati (rotrouenge, rondeau, virelai, ballade), che costituirono il fondamento di molti generi musicali fino al Rinascimento e delle elaborazioni polifoniche di Adam de la Halle, G. Binchois, G. de Machaut, G. Dufay. Nell'ambito della musica rappresentativa di natura esclusivamente profana, particolare importanza ebbe il Jeu de Robin et Marion (ca. 1285) di Adam de la Halle, delicato divertimento pastorale. Parallelamente si svilupparono i primi tentativi di polifonia sacra, anch'essi germinati a Saint-Martial. Dall'organum melismatico, praticato in tale abbazia fin dal sec. X, ebbero origine a Parigi le esperienze della cosiddetta Scuola di Notre-Dame (dal 1150 ca.), per opera di Magister Albertus e di Léonin, mitico autore del fondamentale Magnus Liber Organi. Alla scuola appartenne anche Pérotin che, tenendo presenti le contemporanee soluzioni inglesi, creò la scrittura a tre e quattro parti (tripla e quadrupla), dotata ormai di notevole solidità di concezione e di relativa indipendenza tra le voci. Egli perfezionò inoltre la clausola, elaborando su di essa la nuova forma del mottetto, inizialmente caratterizzato dal fatto di avere un ritmo e un testo differenti (in latino o in volgare) per ogni voce. Con Pérotin, furono noti autori di mottetti il già citato Adam de la Halle, Franco di Parigi e, verso la fine del sec. XIII, Pierre de la Croix (Petrus de Cruce), ultimo esponente della cosiddetta Ars antiqua.

Cultura: musica. Dall'Ars nova alla riforma di Lulli

Agli inizi del sec. XIV fu attivo all'Università di Parigi Francone da Colonia, al quale va ascritto il merito di aver ideato una notazione musicale mensurale (ca. 1260) che ebbe risonanza europea e che, con il famoso trattato di Filippo di Vitry, segnò praticamente la nascita dell'Ars nova. Sviluppatasi soprattutto alla corte papale di Avignone, ricca di scambi con le esperienze italiane, la nuova corrente ebbe il suo maggiore e geniale esponente francese in Guillaume de Machaut, autore di composizioni caratterizzate da una notevole libertà ritmica, da un uso meno vincolato e più fantasioso della polifonia, da nuove e più variate soluzioni armoniche e, infine, dal gusto spiccato per le forme profane come la ballade, il rondeau, il virelai, già tramontate con i trovieri ma da lui rinnovate e vivificate. Negli stessi anni si ebbe una notevole evoluzione della chasse, terreno prediletto dalla scuola manieristica che seguì Machaut, importante per avere aperto la strada alla cosiddetta scuola borgognona (dal nome di Filippo il Buono, duca di Borgogna, alla cui corte essa si formò). Di questa gli esponenti più significativi furono G. Dufay e G. Binchois, cui si attribuisce la creazione della chanson francese, nuovo genere di canzone polifonica che tenne conto anche delle acquisizioni di F. Landini in Italia e di J. Dunstable in Inghilterra. Eredi e continuatori della scuola borgognona furono prima J. Ockeghem, poi il grande J. Després. Nel sec. XVI, nel crescente splendore della corte parigina, operarono Claudin de Sermisy e soprattutto C. Jannequin, massimi esponenti di un nuovo genere di chanson, la chanson parisienne, che godette fama universale (anche grazie al contemporaneo diffondersi della stampa musicale), fu largamente imitata e solo alla fine del secolo fu soppiantata dal nuovo gusto per le danze e le arie omofone: vaudeville (da cui nacque poi l'air de cour), bergerette, chansonnette. Con il diffondersi delle nuove danze venne costituendosi un notevolissimo repertorio di musiche liutistiche, soprattutto sullo schema dell'air de cour, mentre crebbe rapidamente anche una rigogliosa corrente di organisti (Titelouze, Costeley), sulla quale si innestò, nel secolo successivo, la grande tradizione classica francese per strumenti a tastiera. Prima di passare alla musica del Seicento è da segnalare l'esordio del balletto rappresentativo, che avvenne con il Balet comique de la Royne, realizzato nel 1581 dall'impresario, coreografo e compositore piemontese Baltazarini. Il teatro musicale francese nacque però più propriamente con G. B. Lulli, fiorentino di nascita, aggiornato sull'operismo veneziano e sul contemporaneo grande momento del teatro francese di Corneille, Racine, Molière. Nel settore operistico la presenza di Lulli fu determinante, accanto a quella di M.-A. Charpentier (discepolo a Roma di Carissimi), M. R. de Lalande, A. Campra, F. Couperin, che operarono efficacemente anche nell'ambito della musica sacra. Sempre alla corte del re Sole si sviluppò una valida tradizione puramente strumentale. Il re ebbe al suo servizio il famoso complesso dei 24 violons du roi, costituito da grandi virtuosi, esecutori di quelle “sinfonie” che, con le grandi ouvertures teatrali di Lulli, diedero origine al concerto (J. Aubert, J.-M. Leclair) e alla sonata (F. Couperin, Senaillé) francesi. Dalla ricca tradizione liutistica del secolo precedente derivò il gusto per la successione di danze di identica tonalità, genere prontamente individuato con il nome di suite française e ampiamente adottato nella musica per clavicembalo di d'Anglebert, Lebègue, d'Andrieu, de Grigny, Gigault. Su tutti primeggiò Couperin, che portò la musica per tastiera a un posto di assoluta preminenza in Europa.

Cultura: musica. Il Settecento

Nella prima metà del Settecento J.-Ph. Rameau rappresentò la sintesi della grande musica barocca di Francia. Le sue tragedie liriche (Hippolyte et Aricie, Les Indes galantes, Castor et Pollux) si innestarono sui modelli di Lulli, rinnovandone gli splendori della rappresentazione scenica e amplificando l'impegno della struttura musicale e la portata espressiva. Fondamentale fu anche il suo apporto nella musica strumentale e nella teoria musicale. Dopo Rameau, la musica francese non riuscì a esprimere per lungo tempo un linguaggio autonomo. L'opera venne eclissata dal nuovo operismo buffo italiano, che fu importato a Parigi dalla compagnia del Babini (fra l'altro con memorabili rappresentazioni della Serva padrona di Pergolesi) e sostenuto anche da J.-J. Rousseau e dagli enciclopedisti, in contrapposizione ai nostalgici del vecchio stile nazionale. Ne derivò la cosiddetta “polemica dei buffi”, da cui nacque l'opéra-comique, coltivata da Rousseau, da F.-A. Philidor e A.-E.-M. Grétry. Nei successivi anni operarono a Parigi molti dei maggiori compositori del tempo (C.-W. Gluck, N. Piccinni, G. Spontini, L. Cherubini, G. Rossini, V. Bellini, G. Donizetti, J. Meyerbeer tra gli operisti; F. Chopin e F. Liszt tra i pianisti-compositori), mentre la musica francese fu rappresentata da figure di rilievo minore come E.-N. Méhul, F.-A. Boïeldieu, D. Auber, J. F. E. Halevy, A. Ch. Adam, Ch.-L.-A. Thomas. Tenacemente incompresa in patria rimase la novità rivoluzionaria del linguaggio di H. Berlioz, il musicista francese più rappresentativo della prima metà dell'Ottocento. In quel periodo la vita musicale fu vivacissima: funzionavano teatri d'opera di grande prestigio; ai Concerts du Conservatoire (fondati da F.-A. Habeneck nel 1828) erano eseguiti i maggiori capolavori della letteratura sinfonica; la pratica musicale era diffusa nelle case borghesi.

Cultura: musica. La nascita della scuola nazionale

Grande prestigio ebbero anche istituti musicali come il Conservatorio di Parigi (diretto a lungo da Cherubini) e l'École Niedermeyer (derivata da quella fondata nel 1817 da A.-É. Choron), dai quali uscirono i musicisti che nella seconda metà dell'Ottocento rinnovarono la tradizione musicale nazionale. Nel campo operistico si espressero con un linguaggio originale Ch. Gounod, C. Saint-Saëns, G. Bizet e in parte anche J. Massenet; in quello operettistico e buffo dominarono J. Offenbach e Hervé; J. Offenbach e Hervé; nel balletto L. Delibes; nel settore strumentale diedero importanti contributi C.-A. Franck, ancora C. Saint-Saëns ed É. Lalo, finalmente tenendo conto dell'opera di Berlioz e anche del sinfonismo romantico germanico. Franck diede inoltre vita alla breve stagione dell'organo romantico e riprese in parte il filone della musica sacra, rimasto trascurato per oltre un secolo; nello stesso periodo penetrarono in Francia le soluzioni operistiche wagneriane, trovando pronta eco nei lavori di A.-E. Chabrier e V. d'Indy. Vicina al verismo e al sentimentalismo fu l'opera di G. Charpentier, mentre in un crepuscolare tardoromanticismo si collocarono M.-E.-H. F. Duparc, P. Dukas, E. Chausson e, in parte, anche G. Fauré, sebbene il suo stile prefigurasse dolcezze impressionistiche. Mentre tutta una cerchia di compositori, stretta attorno alla Schola Cantorum (istituto musicale fondato nel 1894) e al suo fondatore V. d'Indy, tentava un recupero dei valori polifonici e genericamente accademici (G. Pierné, G. Lekeu, G. Ropartz), C. Debussy sviluppava il nuovo gusto musicale impressionista, desunto dalle parallele esperienze pittoriche e profondamente imbevuto di richiami esotici, di scale esatonali, di timbri delicati e soffusi, alla ricerca di una suggestione particolare, vicina al gusto decadente della contemporanea letteratura europea. Il momento più felice di questa nuova poetica, alla quale aderì anche M. Ravel, seppure su posizioni più mediate ed essenziali, fu l'opera Pelléas et Mélisande, poi ampiamente imitata.

Cultura: musica. Il Novecento

La contestazione delle sofisticate e intellettualistiche esperienze dell'Impressionismo, già in germe con l'arrivo a Parigi dei Ballets Russes di Djagilev e della musica di Stravinskij, si accese dopo la fine della prima guerra mondiale per opera del Gruppo dei Sei (G. Auric, F. Poulenc, D. Milhaud, A. Honegger, G. Tailleferre, L. E. Durey), di E. Satie e H. Sauguet. Dopo una felicissima stagione il gruppo però si sciolse e rimasero i contributi personali dei suoi componenti più prestigiosi. Negli anni tra le due guerre sono ancora da ricordare A. Roussel e J. Ibert,, in equilibrio tra formalismo neoclassico e Impressionismo. Negli anni Trenta alla vita musicale diede un ulteriore scossone il gruppo Jeune France, formato da A. Jolivet, D. Lesur, O. Messiaen e Y. Baudrier e aperto alle più nuove esperienze. Messiaen, l'esponente dotato di maggiore personalità, seppe crearsi un linguaggio autonomo e soprattutto una valida scuola dalla quale uscì fra gli altri P. Boulez, con opere che tuttavia usano linguaggi molto diversi. Si faccia riferimento, per esempio, alla Turangalîla del primo o alla Pli selon pli del secondo. Attivi in quello stesso tempo erano anche i moderati C. Delvincourt, J. R. Françai, J. Rivière e H. Barraud. Importanza crescente acquisì anche la scuola di composizione di Nadia Boulanger, mentre le tecniche dodecafoniche elaborate dalla Scuola di Vienna trovavano in Francia uno strenuo difensore in R. Leibowitz; dalla collaborazione tra il suo allievo P. Schaeffer e P. Boulez iniziarono, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, i primi esperimenti di musica concreta e nacquero i fondamenti della musica elettronica. Nella musica d'avanguardia, che conosce un periodo di grande vivacità, P. Boulez occupa una posizione di assoluta preminenza ed è presente con le sue composizioni in tutte le rassegne di musica contemporanea. Inoltre Boulez ha fondato (1976), e diretto fino al 1992, l'IRCAM: importante istituzione musicale dove si è formata una nuova generazione di compositori, tra i quali emergono G. Grisey, T. Murail, H. Dufourt.

Cultura: danza

Le origini del balletto francese possono farsi risalire al sec. XIII, quando apparvero le prime danze figurate (come le caroles), seguite più tardi dagli entremets, azioni cantate, danzate e mimate eseguite presso le corti da attori improvvisati. Successivamente la scuola e l'opera di trattatisti e maestri italiani (P. Diobono e il Baltazarini) portarono alla nascita del ballet de cour (esemplato dal Balet comique de la Royne, 1581), e quindi alla nascita del balletto classico codificato dall'Académie Royale de Danse (fondata nel 1661) e poi elaborato soprattutto nell'ambito della scuola annessa all'Académie Royale de Musique (fondata nel 1669), oggi Opéra de Paris. Fin dal sec. XVII l'attività si concentrò massimamente all'Opéra, anche se le presenze di J.-G. Noverre a Lione e di J. Dauberval a Bordeaux nel sec. XVIII testimoniano dell'espandersi della passione per il balletto oltre la capitale, mettendo in evidenza quei caratteri aristocratici – di cui è massima espressione la danse noble – che leggi inderogabili e modi e toni esclusivi severamente tramandati contraddistinsero dando vita al cosiddetto “stile francese”. All'Opéra lavorarono Ch.-L. Beauchamps, iniziatore della comédie-ballet; G. B. Lulli, fautore dello “stile elevato” e creatore della tragédie-ballet; L. Pécourt, Blondy, G. Vestris. Il balletto vide il trionfo del virtuosismo italiano inserito nella tradizione francese, salutò l'affermazione di quello stile aérien che avrebbe trovato nel romanticismo della Taglioni la sua più alta espressione, consacrò le sue grandi ballerine (la Prévost, la Sallé, la Camargo, la Guimard). Contro il virtuosismo esibizionistico e il fiorire di opere coreografiche prevalentemente visive e spettacolari insorsero i critici, i coreografi, gli enciclopedisti: J.-G. Noverre nelle sue Lettres (1760) condannò tali eccessi e auspicò drastiche riforme. Nacque così il ballet d'action (sebbene già realizzato sul piano teatrale dall'italiano G. Angiolini); si affermarono J. Dauberval, maestro del balletto comico (La fille mal gardée, 1789, considerato il primo esempio di balletto démi-caractère) e Gardel le Jeune, ottimo danseur noble e grande maestro di danza. Nel frattempo grandi coreografi e maestri francesi – Ch.-L. Didelot, Antoine-Théodore Bournonville – portarono all'estero lo style noble del balletto francese, il primo conferendo al balletto russo autonomia espressiva, il secondo continuando in Danimarca l'opera di V. Galeotti che, grazie al genio di suo figlio August, porterà infine alla creazione di un balletto nazionale danese. Sempre Parigi e l'Opéra furono testimoni del trionfo del balletto romantico e di fiammeggianti confronti tra primedonne (Taglioni, la Elssler, la Grisi, la Cerrito, la Fuoco), ma questa brillante stagione si esaurì intorno al 1850. Seguirono lunghi decenni di decadenza, durante i quali ballerini e coreografi come J. Pérrot e M. Petipa lasciarono il Paese per lavorare all'estero. Coppélia di A. Saint-Léon (1870) è l'unico titolo significativo di quel periodo, insieme a Sylvia di L. Mérante (1876) che inaugurò il nuovo Palais Garnier. Al principio del sec. XX, con i Ballets Russes di Djagilev, Parigi torna al centro dell'evoluzione e della riforma del balletto, volute da M. Fokin e realizzate con varietà di modi, accenti e radicalità, da altri elementi di spicco della “rivoluzione” djagileviana, quali Nijinskij, Massine, Nijinska, Balanchine, Lifar. Quest'ultimo ha dominato a lungo l'Opéra (1929-44, 1947-58) assimilando all'esperienza rinnovatrice djagileviana la sostanza della tradizione classica. Sempre a Parigi hanno avuto il loro centro alcune delle esperienze più significative del Novecento coreografico: le stagioni dei Ballets Suedois, quelle dei Ballets des Champs-Élysées e dei Ballets de Paris, e personalità come Roland Petit, Maurice Béjart, Janine Charrat hanno dato lustro alla tradizione d'oltralpe. A partire dagli anni Sessanta è dilagato l'interesse per il Modernismo, culminato con l'invio di Merce Cunningham all'Opéra e con la nomina di Carolyn Carlson a chorégraphe étoile (1973). Gli anni Ottanta hanno visto l'esplosione della nouvelle danse, largamente sostenuta dal governo, e l'affermazione di una nuova costellazione di autori (Maguy Marin, Jean Claude Gallotta, Philippe Decoufflé, Regine Chopinot, Jean Gaudin, Angelin Preljocaj) insieme a quella di una nuova generazione di interpreti, messasi in luce negli anni della direzione di Rudolf Nureev all'Opéra (1983-89).

Cultura: vita teatrale

Come in tutta l'Europa occidentale, il teatro francese del Medioevo nacque in chiesa, o meglio nacque quando il dramma liturgico, prima rappresentato nel tempio, fu trasferito sul sagrato e quindi sulla piazza del mercato, assorbendo in questo processo elementi tratti dal folclore e dalla tradizione dei menestrelli. Il controllo delle rappresentazioni passò così dal clero alle corporazioni di mestiere e la lingua nazionale sostituì sempre di più quella latina. Nel dramma sacro si inserirono episodi, spesso buffoneschi, tratti dalla vita quotidiana e si svilupparono i primi generi comici, la farce e la sotie, affidati a gruppi di buontemponi (le sociétés joyeuses) o di studenti (come i parigini enfants sans souci). Nel 1402 si formò la Confrérie de la Passion, corporazione di attori dilettanti che ottenne per lungo tempo il monopolio del teatro a Parigi, finché nel 1548 fu obbligata con legge a eliminare dal proprio repertorio i drammi di argomento religioso, troppo inficiati da inserimenti profani. Ebbe così inizio la storia autonoma del teatro secolare francese, che fu inevitabilmente anche teatro professionale. Le prime compagnie nacquero in provincia e solo all'epoca di Richelieu approdarono stabilmente a Parigi, che divenne la capitale del teatro. Sede degli spettacoli era l'Hôtel de Bourgogne, che apparteneva all'ancora potentissima Confrérie de la Passion e che per qualche tempo conservò la struttura a scene simultanee del teatro medievale. Dal 1595 furono però legalmente autorizzati anche i teatri delle fiere e, pagando uno scotto alla Confrérie, si aprì un altro edificio teatrale, l'Hôtel d'Argent. Nel frattempo cominciarono ad arrivare dall'Italia, per soggiorni sempre più lunghi, le compagnie di comici dell'arte e la corte si aprì agli attori, li pagò, li utilizzò per balli e feste. A metà del sec. XVII Parigi disponeva di tre teatri: l'Hôtel de Bourgogne, sede della tragedia; il Marais, specializzato nelle vistose pièces à machines; il Palais-Royal, dove la compagnia di Molière si alternava ai comici italiani. Il monopolio della Confrérie cessò nel 1680 e gli si sostituì quello della neonata Comédie-Française, che ammise come unica alternativa la Comédie-Italienne, cioè le compagnie italiane di comici dell'arte che si insediavano in Francia sempre più stabilmente e cominciavano a recitare anche in francese. Per tutto il Settecento il teatro a Parigi si svolse soltanto in queste sedi; gli indistruttibili teatri delle fiere, che cominciavano a stabilizzarsi sul Boulevard du Temple, potevano accogliere tutto, cioè canti, danze e spettacoli mimici, ma non il teatro parlato. Con l'emergere delle classi medie si determinò una svolta nei repertori. Alla tragedia e alla commedia si affiancò sempre più invadente la comédie larmoyante, preannuncio del dramma borghese. Il monopolio della Comédie terminò con la Rivoluzione, che fu anche e soprattutto l'epoca dei grandi spettacoli allegorici di piazza e delle quérelles tra attori fedeli al vecchio regime e attori fautori del nuovo. Assai vario è il panorama teatrale dell'Ottocento. La Comédie divenne in misura preponderante la custode del repertorio classico, mentre i teatri, che dopo gli sventramenti di Haussmann furono chiamati del boulevard, svilupparono i nuovi generi: il vaudeville e il dramma per la borghesia, la farsa e il mélo per il proletariato, più, naturalmente, l'operetta e l'opera. Il teatro, a eccezione della Comédie, non viveva più delle sovvenzioni del potere: era diventato un'impresa commerciale, sorretta dagli incassi al botteghino come in parte è ancor oggi. Le reazioni a questa situazione, al carattere commerciale del teatro boulevardiere al conservatorismo della Comédie, hanno fatto la storia della scena francese dal 1887 al 1939, qualificata dall'azione del Théâtre Libre di Antoine, dall'Œuvre di Lugné-Poe, del Vieux Colombier di Copeau, dei teatri del Cartel. Dopo la prima guerra mondiale alcune importanti iniziative hanno fortemente modificato il quadro nazionale: provvisto di sovvenzioni statali, si è costituito il Théâtre National Populaire; hanno acquistato importanza e varato il repertorio più interessante i minuscoli teatri d'avanguardia; ha ritrovato autonomia la provincia, per secoli mera incubatrice di talenti destinati a sbocciare nella capitale o mercato per lo sfruttamento di successi parigini e ora centro propulsore di vita teatrale autonoma, grazie al nuovo assetto del teatro pubblico, orientatosi, dalla fine degli anni Sessanta, verso il decentramento dell'attività. In sintonia con il nuovo orientamento operano i centres dramatiques, che equivalgono pressappoco ai nostri teatri stabili, le troupes permanentes, che hanno sede in città di provincia, le maisons de la culture e i centres d'animation culturelle. È cambiato anche il panorama dei teatri nazionali sovvenzionati: alla Comédie-Française e all'Odéon si sono aggiunti altri teatri fra i quali citiamo il Théâtre de l'Est Parisien, il Théâtre National di Strasburgo, il Théâtre de la Cité di Villeurbanne: quest'ultimo dal 1972 è la sede del Théâtre National Populaire.

Cultura: cinema

Alle origini scientifiche, industriali, artistiche del cinema c'è ripetutamente la Francia. I fratelli Lumière inventarono il cinématographe presentandolo il 28 dicembre 1895; G. Méliès ne fece uno spettacolo, superando le cronache dal vero e aprendogli lo spazio della fantasia senza limiti (Le voyage dans la lune, 1902); É. Cohl creò il disegno animato (1908) con il personaggio di Fantôche; Ch. Pathé e L. Gaumont posero le basi dell'industria, il primo servendosi del realismo popolare e “nero” di F. Zecca e del talento del comico M. Linder lanciato su piano internazionale, il secondo valendosi dei serials di L. Feuillade (Fantômas, 1913-14). Più che il film d'art (1908), teatrale e letterario, prevalsero fino al 1914, dominando i mercati mondiali, le comiche e i film polizieschi a puntate; ma con la guerra il primato passò agli Stati Uniti. Il periodo bellico fu tuttavia occupato, anche sulla spinta dei modelli statunitensi, da una proficua meditazione intellettuale sulla “settima arte” (R. Canudo, L. Delluc e altri), che diede i suoi frutti negli anni Venti con il movimento impressionista e d'avanguardia. Al caposcuola Delluc, prematuramente scomparso nel 1924, si affiancarono G. Dulac, M. L'Herbier, A. Gance, J. Epstein, D. Kirsanoff, ciascuno recando un contributo alle innovazioni tecniche e di linguaggio e alle ricerche di cinema puro, dalle quali presero le mosse anche J. Feyder, R. Clair e J. Renoir, che segnarono il passaggio dal muto al sonoro (specialmente Clair, i cui capolavori stanno a cavallo tra i due periodi) e influirono sul decennio successivo. Mentre lo spagnolo L. Buñuel rappresentò con L'âge d'or (1930) il culmine surrealista dell'avanguardia, J. Vigo caratterizzò i primi anni Trenta con un vigore polemico sconosciuto ai francesi (Zéro de conduite, 1933). Ma nonostante Clair (Sotto i tetti di Parigi, Il milione, A noi la libertà), Vigo (anch'egli morto prematuramente, nel 1934, finendo L'Atalante) e Renoir (La chienne, Toni), la prima metà del decennio registrò una grave crisi economica e il crollo sia della Pathé sia della Gaumont. Clair lasciava allora la Francia per la Gran Bretagna, Feyder vi rientrava invece dagli Stati Uniti. In coincidenza o meno con la nuova politica del Fronte Popolare, si manifestò un forte risveglio del cinema nazionale, sontuosamente illustrato dallo stesso Feyder (La kermesse eroica, 1935), dal Realismo sociale di Renoir (La grande illusione, 1937), dall'Eclettismo populista e romantico di J. Duvivier (Il bandito della Casbah, 1937), dal Verismo lirico di M. Carné, che nel 1939, in Alba tragica, suggellò il cupo pessimismo alimentato dalla caduta del Fronte e dall'imminenza della guerra. Emigrati negli Stati Uniti Clair, Renoir e Duvivier, durante il conflitto Carné e il suo sceneggiatore J. Prévert chiusero con Les enfants du paradis (1943-45) un periodo che era stato, pur con i suoi limiti, tra i più compatti nella storia di questo cinema. Nel dopoguerra, infatti, si assistette piuttosto a una diaspora di personalità che a una loro coesione. Scartata troppo presto l'ipotesi “resistenziale” e neorealistica che veniva dall'Italia (echeggiata quasi soltanto nella Bataille du rail di R. Clément nel 1946), accolti i reduci (Il silenzio è d'oro di Clair, 1947), il cinema francese fece leva sui nomi nuovi usciti dalla guerra, da Cl. Autant-Lara a J. Becker, da H.-G. Clouzot a R. Bresson, recuperando l'eleganza di un J. Cocteau ma respingendo ai margini i progressisti come J. Grémillon, L. Daquin, J.-P. Le Chanois. Vero è che Il diavolo in corpo (1947, Autant-Lara) suscitò scandalo, che A. Cayatte con Giustizia è fatta o J. Delannoy con Dio ha bisogno degli uomini sembrarono, nel 1950, porre dubbi sulla legge o la religione, che Clouzot riempì di dinamite le sue storie criminali (Vite vendute, 1953), ma è anche più vero che, in un modo o nell'altro, si favorì in codeste singole carriere l'accademismo che non preoccupa. Talché, per intima coerenza, meglio si resero evidenti le personalità di un Becker (Casco d'oro, 1952), di un Bresson (Un condannato a morte è fuggito, 1956) o del comico J. Tati (Le vacanze di Monsieur Hulot, 1953), mentre una nota aggressiva e sincera venne portata, almeno all'inizio, dal pansessualismo incarnato in una diva quale B. Bardot (Et Dieu créa la femme, 1956, di R. Vadim). Con il 1959-60 la nouvelle vague, preparata dalla teoria della caméra-stylo di A. Astruc, dal lavoro critico di A. Bazin, dalle polemiche iconoclastiche sostenute dai Cahiers du Cinéma, sembrò far piazza pulita del campo: i giovani guastatori F. Truffaut (I quattrocento colpi, 1959), J.-L. Godard (Fino all'ultimo respiro, 1960), Cl. Chabrol, L. Malle ecc., attaccarono i bastioni del “cinema di papà” con l'irriverenza di figli in rivolta, mentre il meno giovane A. Resnais (Hiroshima mon amour, 1959) contestava il vecchio linguaggio e, unendosi ad A. Robbe-Grillet per L'anno scorso a Marienbad (1961), sconvolgeva ogni nozione spazio-temporale in una sorta di nichilistico antifilm. Si configurò così un cinema di rottura (Godard, Resnais), importante per la rivoluzione linguistica arrecata alla Francia e al mondo cancellando gli schemi strutturali del passato, entrando in contatto nuovo con la realtà e riscoprendo, prima e dopo il 1968, il valore determinante della politica, ma anche un cinema d'autore, frantumato nelle varie e troppo divergenti individualità. Qui emersero autori che toccarono la maturità all'interno del proprio amore per il fatto filmico (Effetto notte, 1973, di Truffaut) e si svolsero carriere improntate indifferentemente all'austerità (E. Rohmer) o al cinismo (Chabrol), mentre l'anziano Bresson, fedelissimo a se stesso, si inseriva con la propria avanguardia personale (Mouchette, 1967) e il tenace e un po' patetico Tati (Monsieur Hulot nel caos del traffico, 1971) recitava l'allegra rivolta privata contro la società dei consumi. Effettuati all'infuori del sistema, gli attacchi mossi a questo da J.-L. Godard vennero ormai emarginati, anche quando si avvalsero di attori di fama (Crepa padrone, tutto va bene, 1972, firmato con J.-P. Gorin), in un cinema di tipo sotterraneo; apparve invece affidata agli stranieri la contestazione filosofica (Il fascino discreto della borghesia, 1972, di Buñuel) o viscerale (La grande abbuffata, 1973, di M. Ferreri), mentre il cinema dell'integrazione al potere continuava a offrire un'immagine confortevole della realtà, come nei film di Cl. Lelouch. Si affermarono comunque nuove personalità: Ph. Garrel (La cicatrice intérieure, 1971; Voyage au jardin des morts, 1978; L'enfant secret, 1982); J. Eustache (La maman et la putain, 1973); R. Allio (Les Camisards, 1971; Moi, Pierre Rivière..., 1976); P. Vecchiali (Femmes femmes, 1974; Corpo a cuore, 1979; En haut des marches, 1983; Encore, 1988); B. Tavernier (Il giudice e l'assassino, 1976; La morte in diretta, 1979; Una domenica in campagna, 1984); nel frattempo Marguerite Duras guidava la pattuglia del cinema al femminile, d'altronde accresciuta negli ultimi tempi. A partire dagli anni Ottanta si è assistito a un certo ricambio all'interno dei nomi di punta del cinema transalpino. Accanto alla riconferma di grandi registi quali Rohmer (Il raggio verde, Leone d'oro a Venezia nel 1986; Racconto d’autunno, quarto e ultimo episodio della tetralogia “Racconti delle quattro stagioni”, 1998), L. Malle (Arrivederci ragazzi, Leone d'oro nel 1987), Cl. Chabrol (Un affare di donne, 1988; Madame Bovary, 1991; La cerimonia, 1995; Rien ne va plus, 1997) e all'affermazione definitiva di cineasti di grande livello, come B. Tavernier (A mezzanotte circa, 1988; La vita e niente altro, 1989; Daddy Nostalgie, 1990; L'esca, 1994; Capitan Conan, 1996), C. Serreau (La crisi, 1992), P. Chéreau (La regina Margot, 1994), C. Miller (L'accompagnatrice, 1992), C. Sautet (Un cuore in inverno, 1992; Nelly e Mr Arnaud, 1996), C. Collard (Notti selvagge, 1992), Y. Angel (Il colonnello Chabert, 1994), M. Pialat (Sotto il sole di Satana, vincitore della Palma d'oro a Cannes nel 1987; Van Gogh, 1991), A. Cavalier (Un etrange voyage, 1980; Thérèse, 1986), J.-P. Rappeneau (Cyrano, 1989; L'Ussaro sul tetto, 1995), ecco apparire all'orizzonte una nuova generazione di registi-autori che hanno imposto all'attenzione internazionale il cinema francese: L. Besson (Subway, 1985; Le grand bleu, 1988; Nikita, 1990; Léon, 1995; Quinto elemento, 1997; Giovanna d'Arco, 1999), J.-J. Beineix (Diva, 1981; Betty Blue, 1987), L. Carax (Rosso sangue, 1987; Pola X, 1999), Poiré (I visitatori, 1993), X. Beauvois (N'oublie pas que tu vas mourir, 1995), M. Kassowitz (L’odio, 1995, L’ordre et la morale, 2011), O. Assayas (L'eau froide, 1994, Irma Vep, 1996), J. Doillon (La vendetta di una donna, 1990, Ponette, 1996), P. Leconte (Ridicule, 1996, L’uomo del treno, 2002, La bottega dei suicidi, 2012), R. Guediguian (Marius et Jeannette, 1997), E. Zonka (La vita sognata degli angeli, 1998), B. Dumont (L'umanità, 1999), J.-P. Jeunet (Delicatessen, 1990, Il favoloso mondo di Amélie, 2001, Una lunga domenica di passioni, 2004, L’esplosivo piano di Bazil, 2009). Nei primi anni del nuovo secolo il cinema francese conferma il proprio dinamismo e la capacità di produrre opere di spessore psicologico e drammaticamente attuali, un esempio su tutti, Il Profeta di J. Audiard (2009, vincitore del Gran Prix speciale della Giuria a Cannes e candidato agli Oscar 2010), accanto a pellicole d'intrattenimento, ma non prive di spessore, che in alcuni casi si rivelano campioni d'incasso al botteghino come Giù al nord (D. Boon, 2008) o Quasi amici (O. Nakache, E. Toledano, 2011). Recentemente, quattro film francesi si sono aggiudicati la Palma d'Oro a Cannes: Il Pianista (produzione franco-polacca, R. Polanski, 2002), La Classe (L. Cantet, 2008, candidato agli Oscar 2009), La vita di Adele (produzione franco-tunisina A. Kechiche, 2013), Dheepan (J. Audiard, 2015).

Bibliografia

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