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Nàpoli (città)

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capoluogo della provincia omonima e della regione Campania, 17 m s.m., 117,27 km², 973.132 ab. secondo una stima del 2007 (napoletani), patrono: san Gennaro (19 settembre).

Generalità

Città situata sulla sponda settentrionale del golfo omonimo e disposta scenograficamente ad anfiteatro intorno a due ampie insenature falcate. L'abitato occupa a W le ultime propaggini dei Campi Flegrei, a NE si spinge nella pianura che si apre tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, mentre a SE si prolunga sulla costa ai piedi del Vesuvio, saldandosi senza soluzione di continuità ai grandi comuni litoranei e del retroterra, in uno dei paesaggi più intensamente urbanizzati d'Italia. Capitale storica del Mezzogiorno e fino agli anni Venti del Novecento la più grande città italiana, Napoli è il centro di una vasta area che si estende anche al di fuori dei confini regionali. Il centro storico della città è stato dichiarato nel 1995 patrimonio dell'umanità dall'UNESCO. Napoli ha conservato un notevole prestigio culturale, come sede di istituzioni museali e teatrali, di un'antica università (adesso sdoppiata) e di altre istituzioni, sempre a livello universitario, specializzate in particolari settori di studio (orientalistico e marittimo). Importante è l'osservatorio astronomico, situato a Capodimonte. Un notevole rilancio la città l'ha avuto anche grazie al vertice dei Sette Grandi (G 7) che vi si è tenuto nel luglio 1994. In quell'occasione, infatti, Napoli ha subito una profonda risistemazione che ne ha rivalutato le notevoli bellezze artistiche (come la Piazza del Plebiscito, restaurata, e di fatto restituita alla fruizione degli abitanti e dei visitatori), rilanciandone il flusso turistico. È sede vescovile.

Urbanistica

Il nucleo originario della città sorse probabilmente sull'isolotto di Megaride, su cui fu poi eretto Castel dell'Ovo, e alla base della collina di Pizzofalcone, estendendosi poi, in età greca e in età romana repubblicana, più a NE, dove l'abitato ebbe una regolare struttura a scacchiera con lunghe strade ortogonali, ricalcate attualmente dai tracciati delle vie San Biagio dei Librai, dei Tribunali e della Sapienza. L'abitato si estese già in età romana imperiale oltre l'originaria cinta muraria, espandendosi ulteriormente in epoca medievale e perdendo la regolarità dello schema urbanistico romano anche per la necessità di adattamento alla topografia della zona. Divenuta la città capitale di un vasto regno, sotto gli Angioini e gli Aragonesi ebbe luogo una cospicua espansione edilizia, che interessò successivamente le aree intorno al nucleo romano. All'epoca del viceré spagnolo don Pedro de Toledo, si svilupparono nella zona a SW della cinta muraria, fra la costa di Santa Lucia e la base del colle di Sant'Elmo, i cosiddetti quartieri spagnoli, con struttura regolare e strette vie chiuse da alti fabbricati. A quell'epoca risale pure l'apertura dell'ampia via Toledo (ora via Roma), che divenne ben presto la maggior arteria cittadina, sostituendo in questa funzione l'odierna via dei Tribunali, cioè l'antico decumanus maximus della città romana. Nel sec. XVIII l'abitato si estese ancora ampiamente alla base della collina di Capodimonte intorno all'Albergo dei Poveri e sulle pendici del colle di Capodichino. Vennero intanto costruite le regge di Capodimonte e di Portici e il Teatro San Carlo e aperte nuove arterie, quali gli odierni corso Garibaldi e via del Duomo. Un vasto rinnovamento urbanistico ed edilizio ebbe luogo all'indomani dell'epidemia di colera del 1884: buona parte dei quartieri più antichi fu abbattuta, dando origine a nuove importanti direttrici urbane, come l'ampio corso Umberto I con le sue diramazioni delle vie Sanfelice e Depretis. Con l'inizio del sec. XX, migliorate le condizioni igienico-sanitarie e potenziate le attività industriali e portuali, lo sviluppo demografico e urbanistico assunse un ritmo più veloce; l'abitato si estese rapidamente in pochi decenni sul ripiano del Vomero e sulle pendici collinari da Posillipo a Capodichino, mentre a SW sorse il quartiere di Fuorigrotta, collegato al centro urbano dalla metropolitana e da tre gallerie sotto la collina di Posillipo. Nel 1925 il comune di Napoli incorporò il territorio dei soppressi comuni di San Pietro a Patierno, Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio, nel 1926 il territorio dei comuni di Secondigliano, Chiaiano e Uniti, Pianura e Soccavo, e l'anno successivo l'isola di Nisida, staccata dal comune di Pozzuoli. Lo sviluppo edilizio più recente si è attuato in varie direzioni, specialmente a W da Fuorigrotta verso Bagnoli e Pozzuoli, a NNE verso i centri di Pianura, Chiaiano e Guantai, a NE nell'area di espansione industriale di Secondigliano-Casoria, a E e a SE con l'ampliamento di Ponticelli e dei quartieri industriali di Barra e di San Giovanni a Teduccio. Dal punto di vista urbanistico, appaiono purtroppo evidenti gli effetti dell'assenza di un piano regolatore proprio nella fase di maggiore dinamismo, tradottosi largamente negli eccessi di un'edilizia privata sottratta a ogni controllo e comunque in interventi non coordinati dal punto di vista sia funzionale, sia territoriale. Nel 1962, fu istituita una commissione per il piano regolatore, che impostò correttamente il lavoro in un'ottica comprensoriale, individuando un insieme di ben 96 comuni (addirittura oltre l'intera provincia) interessati dallo sviluppo dell'area metropolitana. In effetti, Napoli andò già allora esercitando un'attrazione di tipo monopolare, concentrando in sé le attività economiche e trasformando i comuni del suo hinterland in “dormitori” svuotati di ogni identità urbana. Ciò determinò problemi gestionali (a cominciare dal traffico) e sociali di enorme portata, destinati ad aggravarsi fino all'esito attuale. Solo nel 1972 venne approvato un piano urbanistico generale, preceduto da due varianti relative alla grande viabilità e alla localizzazione di un centro direzionale nella zona di Poggioreale, mediante la riconversione di aree industriali dismesse. La sua pratica attuazione ricevette purtroppo impulso da eventi calamitosi quali i terremoti del novembre del 1980 e del febbraio del 1981, che, facendo precipitare la già esistente situazione di degrado del patrimonio architettonico nel centro storico, dettero l'avvio a un processo di ristrutturazione sostenuto da ingenti risorse pubbliche. Pur interpretato, ancora una volta, in senso più edilizio che urbanistico, tale processo ha accelerato la tendenza al decentramento, soprattutto verso i quartieri e i comuni della “cintura” occidentale e settentrionale (Pianura e Piscinola-Secondigliano, Quarto e Marano). Sono poi nelle previsioni o in fase di realizzazione altri progetti, specie infrastrutturali: il citato centro direzionale di Poggioreale, la metropolitana collinare, le aree di parcheggio e la valorizzazione delle preesistenze ambientali. All'indomani delle elezioni amministrative del dicembre 1993 è stata scelta la strada dell'approvazione di una serie di varianti al piano regolatore della città, di volta in volta definite sulla base delle esigenze ritenute più impellenti. I primi obiettivi individuati sono stati la cosiddetta variante di salvaguardia, il progetto Bagnoli (variante per la zona occidentale), la proposta di variante per la zona orientale e la proposta di variante per il centro storico. I diversi progetti sono stati inquadrati in un testo di riferimento generale, cui è stato dato il titolo di Indirizzi per la pianificazione urbanistica, che di fatto costituisce la sintesi della filosofia urbanistica scelta dall'amministrazione municipale della città partenopea e che ha ottenuto il parere favorevole della giunta e del consiglio comunale nel 1994. Per quanto riguarda il complesso delle varianti, il progetto più importante è quello che interessa l'ex area industriale di Bagnoli, dove l'Italsider aveva creato un grande polo siderurgico che terminò definitivamente la sua attività nel 1990-91. La variante per Bagnoli è stata approvata in via definitiva nel 1996 (gennaio): essa interessa complessivamente l'area che va da Fuorigrotta ad Agnano. Lo scopo principale del progetto è quello di recuperare la valenza ambientale e naturalistica dell'ex area industriale (gli impianti si svilupparono in una piana che si affaccia sul golfo di Pozzuoli, sotto la collina di Posillipo e di fronte all'isola di Nisida), garantendone la tutela e la salvaguardia. Si tratta, in totale, di circa 330 ettari che verranno per la maggior parte destinati a verde pubblico e privato, dando vita al grande parco del settore orientale della città. Alla base del progetto c'è l'intenzione di recuperare il rapporto con il mare, liberando la spiaggia dalle molte costruzioni che la occupano, ed è in questa prospettiva che è stata approvata la costruzione di strutture per attività turistiche e di un approdo con settecento posti barca, nonché la riapertura dell'istmo artificiale che collega Nisida alla terraferma. Il più grande dei pontili industriali esistenti non verrà abbattuto e diventerà una passeggiata a mare. Una parte dell'area di Bagnoli è stata inoltre riservata alla creazione di una Città della Scienza, la cui prima sezione è stata inaugurata nell'ottobre 1996.

Popolazione

All'atto dell'unità d'Italia (1861), Napoli era la maggiore città del Paese, con circa 440.000 ab.; nell'ultima parte del secolo, tuttavia, la popolazione crebbe in misura (25%, per 547.000 ab. al censimento del 1901) nettamente inferiore ad altre grandi città (per esempio Milano: +155%, ovvero da 192.000 a 490.000 ab., nello stesso periodo). Ciò fu dovuto, sostanzialmente, all'inevitabile difficoltà di competere con centri già economicamente più avanzati, ma soprattutto situati in posizione favorevole rispetto al “cuore” europeo della rivoluzione industriale. Le misure adottate, all'inizio del Novecento, in favore delle attività produttive napoletane e le nuove tendenze dei movimenti migratori (per cui Napoli divenne meta intermedia o finale di ingenti flussi provenienti dalla Campania e dall'intero Mezzogiorno) manifestarono i loro effetti attraverso incrementi di popolazione ben più rapidi: +22% al 1911 (668.000 ab.) e ancora +15% al 1921 (770.000 ab.). Le restrizioni degli spostamenti interni, nel periodo fascista, frenarono nuovamente la crescita fino agli anni Trenta (865.000 ab. nel 1936), ma nel secondo dopoguerra essa riesplose, facendo toccare al comune prima il traguardo del milione di abitanti (1951) e poi la punta massima di 1.227.000 abitanti (1971). La limitata disponibilità di spazio determinò una fortissima intensificazione della densità abitativa, che nel centro storico (ovvero la città ottocentesca) raggiunse punte di 50.000 ab./km². E se questa parte centrale dell'area urbana aveva cominciato a perdere popolazione già dagli anni Cinquanta del Novecento, dimezzando la propria incidenza demografica (dal 50% al 26% del totale comunale) nel periodo 1951-81, dagli anni Settanta fu l'intero aggregato a manifestare sintomi sempre più marcati di decentramento residenziale: -1,2% nel decennio 1970-80, ma ben -12,8% nel successivo, per cui, al censimento del 1991, la popolazione del comune tornò quasi ai livelli del 1951. Napoli è da tempo molto urbanizzata e respinge abitanti dal degradato centro storico: così la popolazione, secondo la stima Istat del 2001, ha proseguito nel decremento lento e costante registrato già a partire dagli anni Ottanta. Anche la popolazione della provincia (3.059.196 ab. nel 2001) registra un leggero calo, ma la dinamica demografica non è uguale per tutti i comuni: infatti, mentre i centri delle zone più interne vedono diminuire ancora il numero degli abitanti, quelli della parte costiera presentano aumenti di popolazione ed estesa urbanizzazione. La zona partenopea, in particolare, rimane un'area di forte addensamento umano, come testimonia il dato della densità della provincia di Napoli (2612 ab./km²), con tutti i problemi connessi, primo fra tutti quello del traffico, che è forse più grave rispetto a qualunque altra zona d'Italia.

Storia

Le circostanze in cui la città nacque sono oscure e controverse. Forse vi fu un primo insediamento di Greci (Parthenope) nel sec. IX a. C., sull'isoletta di Megaride e nella costa antistante. Nel sec. VII-VI a. C. vi si insediarono coloni greci di Cuma, che fondarono Neapolis (“città nuova”); la città già esistente venne chiamata Palaepolis (“città vecchia”). Nel sec. IV a C. Napoli si legò a Roma come città federata e tale rimase nelle guerre contro Pirro e Annibale. La sua fedeltà non fu ricambiata: degradata a municipio nel 90 a. C., nell'82 fu devastata dai partigiani di Silla e subì la crescente fortuna della vicina Pozzuoli. Segnalatasi come raffinato centro di cultura ellenistica, con il processo di romanizzazione promosso dall'imperatore Claudio fu ulteriormente degradata a colonia. Alla caduta dell'impero romano fu contesa tra Goti e Bizantini, i quali la conquistarono tra il 536 e il 553. Trasformata poco dopo dai vescovi in un ducato autonomo da Bisanzio, riuscì a mantenersi indipendente fino al 1139, quando fu conquistata da Ruggero II d'Altavilla. Con i Normanni la città prosperò, godendo di un'ampia autonomia amministrativa. Passata agli Svevi dopo una strenua resistenza, venne privata di tutti i privilegi da Federico II, che però la dotò di una prestigiosa università (1224), rimasta a lungo l'unica del Mezzogiorno. Passata a Carlo I d'Angiò con la sconfitta di Manfredi a Benevento (1266), dopo i Vespri siciliani (1282) fu capitale del regno angioino. Grazie a questo ruolo, soprattutto con Roberto il Saggio, divenne centro politico e culturale di livello internazionale, ma fu anche oppressa da un gravoso fiscalismo e segnata da profondi squilibri sociali. Agli Angioini subentrò, dopo un lungo assedio (1442), Alfonso V d'Aragona, con il quale la città visse il periodo più splendido, raddoppiando la popolazione e attirando mercanti italiani e stranieri, funzionari, letterati, esuli bizantini ed ebrei. La dinastia aragonese fu tuttavia impopolare quanto quella angioina, soprattutto per l'invadenza di elementi catalani in tutti i settori della vita cittadina, e non conquistò con la sua magnificenza il popolo, ridotto in condizioni sempre più miserabili. La sua fine, annunciata dal breve dominio di Carlo VIII di Francia (1495), fu accolta con indifferenza, quando Consalvo di Cordova prese possesso della città in nome di Ferdinando il Cattolico (1503), dando inizio alla dominazione spagnola. La città ebbe da allora una notevole espansione, soprattutto in seguito all'immigrazione di genti dalle campagne, ma vide anche momenti assai tristi: l'assedio del visconte di Lautrec, Odet de Foix (1528), l'insurrezione di Masaniello contro il viceré Ponce de Léon (1647), il diffondersi di una pestilenza (1656) che dimezzò la popolazione e la congiura del principe di Macchia (1701). Nel corso della guerra di successione spagnola, il vicereame di Napoli passò agli Austriaci (1707-34) nella persona di Carlo VI d'Austria, ma nel 1734 Carlo III di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna, cacciò gli Austriaci e la città, di nuovo capitale di un regno apparentemente autonomo, ebbe un periodo di straordinario splendore, si arricchì di monumenti, vide fiorire le lettere e le arti e poté godere della politica riformistica e illuminata di Carlo III e del suo successore Ferdinando IV e della loro alleanza con la nobiltà locale. Venne riformata l'università, istituita la cattedra di economia politica e fondata l'Accademia Ercolanense. Furono costituiti la Biblioteca detta poi nazionale e il Museo, l'Accademia delle Scienze, l'Officina dei Papiri e il Collegio Militare. Dappertutto furono attuate audaci riforme politico-sociali. Gli avvenimenti legati alla Rivoluzione francese ebbero vasta ripercussione anche nel Regno di Napoli: Ferdinando IV partecipò alla coalizione antifrancese del 1798 e mandò un suo esercito al comando dell'austriaco Mack contro Championnet: le truppe francesi ebbero però la meglio e il 24 gennaio 1799 fu costituita la Repubblica Napoletana o Partenopea che resistette solo cinque mesi e fu abbattuta dalle truppe del cardinale Ruffo. Il 16 febbraio 1806 la Francia reagì agli atteggiamenti antifrancesi di Ferdinando IV con l'occupazione della città: il re dovette riparare in Sicilia e a Napoli si insediarono Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi (1808), che realizzarono molte e radicali riforme (abolizione della feudalità, introduzione dei codici napoleonici ecc.) e si assicurarono la collaborazione preziosa e convinta di numerosi uomini politici come Cuoco, Gallo, Delfico e altri. Nel 1815, con la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna, Ferdinando IV rientrò in città assumendo poco dopo (22 dicembre 1816) il titolo di Ferdinando I re delle Due Sicilie. Sconvolta dalla rivoluzione carbonara del 1820-21 Napoli ottenne da Ferdinando II, succeduto a Francesco I (1830), la Costituzione. Malgrado la politica retriva dei suoi governanti, la città vide un continuo progresso nel campo delle arti, delle lettere e della tecnica (da Napoli salpò infatti il primo battello italiano a vapore e a Napoli fu inaugurata nel 1839 la prima ferrovia della penisola, la Napoli-Portici). I moti del 1848, in seguito ai quali la Costituzione fu revocata, prepararono la liquidazione dei Borbone: il 7 settembre 1860 Garibaldi entrò in città e un plebiscito popolare ne sancì l'annessione al stato sabaudo. Ulteriore prova di eroismo dette la popolazione napoletana nel corso della seconda guerra mondiale quando, dopo più di centoventi bombardamenti aerei, durante le “quattro giornate di Napoli” (28 settembre-1º ottobre 1943), costrinse il presidio tedesco alla capitolazione. La città subì gravi danni dal terremoto del 1980.

Arte

L'impianto ortogonale dell'antica città si conserva chiaramente nel tessuto urbano dell'attuale centro storico, lungo l'asse principale di via Tribunali. A parte qualche tratto delle mura greche i monumenti finora identificati sono di età romana. Così i due teatri, oggi inglobati in edifici moderni, il tempio dei Dioscuri sotto la chiesa di San Paolo Maggiore, il Macellum e l'Aerarium sotto la chiesa di San Lorenzo Maggiore e le terme. Del periodo paleocristiano rimangono le catacombe di San Gennaro (sec. II); la basilica di San Gennaro extra moenia (sec. V); l'abside di San Giorgio Maggiore (sec. IV-V); resti della basilica di Santa Restituta (sec. IV), attualmente incorporata nel duomo, e soprattutto il battistero di Giovanni in Fonte (sec. V), pure annesso al duomo, di forma quadrata, con frammenti di mosaici nella cupola. Poco o nulla sopravvive delle epoche altomedievale e romanica (Castel dell'Ovo, sec. XII). Dopo la conquista angioina (1266) Napoli divenne la capitale del regno e il più importante centro artistico dell'Italia meridionale. Maestranze francesi vi importarono lo stile gotico della Francia meridionale, diffuso ben presto anche dagli architetti locali (San Lorenzo Maggiore, dopo il 1270-75, con navata unica e abside con cappelle radiali; il duomo, dedicato all'Assunta, 1294-99, a tre navate con cappelle laterali; Santa Chiara, 1310-24, con atrio e aula unica; Santa Maria Donnaregina, 1307-16, ad aula unica con abside poligonale; San Pietro a Maiella, 1313-16). Nella prima metà del Trecento lavorarono a Napoli pittori romani e toscani: Cavallini (affreschi della chiesa Santa Maria Donnaregina), Simone Martini (San Ludovico da Tolosa incorona Roberto d’Angiò, già a San Lorenzo e ora alla Galleria di Capodimonte), Giotto (affreschi perduti della chiesa di Santa Chiara e di Castel Nuovo). Anche nella scultura dominarono i toscani (monumenti sepolcrali di Tino di Camaino e di G. e P. Bertini a San Lorenzo, Santa Chiara e Santa Maria Donnaregina). Nel Quattrocento si diffusero in architettura forme gotiche di provenienza catalana (pilastri ottagonali, archi scemi, finestre quadripartite), evidenti soprattutto nell'architettura civile (palazzo Penna, 1407). Forma gotica ha il Castel Nuovo, nella cui ricostruzione intervenne nel 1450-51 il catalano G. Sagrera su incarico di Alfonso I d'Aragona; l'ingresso del castello però, in forma di arco trionfale (1453-58), forse su disegno di Francesco Laurana, è di forme rinascimentali, che, introdotte a Napoli nel 1428 (sepolcro del cardinale Brancaccio nella chiesa di Sant'Angelo a Nilo, eseguito a Pisa da Donatello e Michelozzo), si affermarono solo intorno al 1480, con l'arrivo di artisti come Giuliano da Maiano (distrutta villa di Poggioreale; Porta Capuana, ca. 1485; Cappella Pontano, 1498), Benedetto da Maiano, Fra' Giocondo, F. di Giorgio Martini e A. Rossellino. Un vero museo della scultura rinascimentale dell'ultimo Quattrocento è la chiesa di Sant'Anna dei Lombardi (o di Monteoliveto, 1411). Nello stesso periodo sorsero palazzi signorili di tipo toscano, con facciata a bugnato e cortili a portici (palazzi Cuomo, Santangelo e Sanseverino). La pittura napoletana del Quattrocento è di derivazione fiamminga, attraverso esempi provenzali, catalani e spagnoli (A. de Baena, Bermejo). La prima metà del sec. XVI fu il periodo delle grandi imprese urbanistiche del viceré spagnolo don Pedro de Toledo (via Toledo). Nel secondo Cinquecento si affermò il classicismo tardomanieristico, che dominò fino al 1620 ca. (G. A. Dosio: certosa di Santa Martino, 1580-1623, e chiesa dei Girolamini, 1592-1619; Domenico Fontana: Palazzo Reale, 1600-02; G. C. Fontana: Palazzo degli Studi, sede del Museo Archeologico Nazionale, 1586; F. Grimaldi: San Paolo Maggiore, 1583-1630). Seguì la grande stagione del barocco napoletano, di cui fu protagonista il lombardo Cosimo Fanzago, autore del chiostro della certosa di San Martino, della guglia di San Gennaro e della chiesa di Santa Teresa a Chiaia. Suo contemporaneo fu F. A. Picchiatti (guglia di San Domenico, 1658), mentre F. Solimena (San Nicola della Carità), F. Sanfelice (Nunziatella) e D. A. Vaccaro (chiostro di Santa Chiara) segnarono il passaggio al rococò. Sotto Carlo III di Borbone Napoli, tornata capitale autonoma, si arricchì di grandiosi edifici pubblici: l'albergo dei Poveri, del Fuga (dal 1751); la reggia di Capodimonte, di G. A. Medrano (dal 1738); il Foro Carolino (1757) del Vanvitelli. Nel 1738 fu fondata a Napoli dallo stesso re un'arazzeria che lavorò fino al 1798, realizzando alcune serie notevoli. La produzione fu esemplata dapprima su arazzi della fabbrica medicea (Allegoria degli Elementi), poi su modelli francesi, come per la serie di Storie di Don Chisciotte (1758-79), composta di numerosissimi pezzi, destinata a Caserta e ora divisa tra il Quirinale e il Museo di Capodimonte. Nella Storia di Psiche (1783-86) la composizione risente già del gusto neoclassico. In pittura, dopo un debole avvio manieristico, i modelli di Caravaggio (a Napoli nel 1606 e nel 1609) e dei bolognesi (Reni, Domenichino e Lanfranco nella cappella di San Gennaro nel duomo e alla certosa di San Martino) furono le premesse della fiorente scuola pittorica napoletana, destinata ad avere una lunga e feconda stagione. Per quel che riguarda la scultura, dopo un lungo periodo di dipendenza dal manierismo fiorentino (Pietro Bernini e il Naccherino) si affermò l'eclettismo di Cosimo Fanzago. Molto più tardo (1749-66) è il celebre complesso della decorazione scultorea della cappella Sansevero, cui collaborarono F. Queirolo, G. Sammartino, P. Persico, F. Celebrano e A. Corradini. Con la Restaurazione sorsero a Napoli notevoli architetture neoclassiche (San Francesco di Paola, di P. Bianchi, 1817-46; Teatro San Carlo, 1816, e la villa Floridiana, 1817-19, di A. Niccolini), ma un nuovo periodo di intensa attività edilizia, sia pure in forme eclettiche, si ebbe solo dopo il colera del 1884. A Napoli furono realizzati, inoltre, agli inizi del sec. XX, interessanti edifici liberty (Galleria Umberto I , di E. Rocco; albergo Santa Lucia, di L. Comencini), soprattutto per opera di artisti settentrionali. Nel clima rococò si colloca la nota produzione delle ceramiche e delle porcellane di Capodimonte, con la fondazione nel 1739, da parte di Carlo III di Borbone, della Real Fabbrica. A tale proposito va ricordato che Napoli fu un importante centro ceramico attivo fin dal sec. XIII. Notevoli furono le manifatture di maioliche fiorite nel Seicento (di P. Brandi) e nel Settecento (dei Carpaccio e dei Nigritta). Tipiche di questa produzione furono le mattonelle smaltate per decorazione pavimentale, i cui temi sono ispirati alle nature morte della tradizione pittorica napoletana (chiostro di Santa Chiara). Caratteristica del Settecento napoletano è anche la produzione delle statuine da presepe.

Musei

Il Palazzo Reale di Capodimonte fatto erigere da Carlo III di Borbone ospitò dal 1759 fino agli inizi dell'Ottocento raccolte di arte e antichità che in seguito furono trasferite nel Palazzo degli Studi, dove rimasero fino all'ultimo dopoguerra, quando fu attuata una nuova sistemazione (1948-57): le antichità rimasero in questo plazzo (sede del Museo Archeologico Nazionale), la pinacoteca e le altre raccolte tornarono nella sede originaria moderamente attrezzata (Museo e Gallerie Nazionali di Capodimonte). Napoli è sede inoltre della Galleria d'Arte Moderna, allestita nel palazzo dell'Accademia di Belle Arti (scuola napoletana dell'Ottocento; artisti francesi dell'Ottocento); del Museo Civico Filangieri (sculture, armi, ceramiche, porcellane, tessuti, dipinti di scuola napoletana del Seicento ecc.); del Museo Nazionale della Ceramica “Duca di Martina”, nella villa Floridiana; e infine del Museo Nazionale di San Martino, nella certosa di San Martino, che è diviso in una sezione storica (carrozze; statuette di presepe del Sette-Ottocento; documenti storici), una sezione artistica (pittori napoletani dal sec. XV al XIX e documenti relativi alla certosa) e una sezione monumentale, comprendente la chiesa e il convento, vero museo dell'arte napoletana del periodo barocco. Importanti sono inoltre il Museo dell'Opera di Santa Chiara, il Museo Cappella Sansevero, con il famoso Cristo velato di G. Sammartino (1753), e l'Orto Botanico, che ospita il Museo di Paleobotanica ed Etnobotanica.

Biblioteche

La biblioteca più importante della città e del mezzogiorno è la Biblioteca Nazionale. Sono inoltre da ricordare la dispersa Biblioteca Aragonese; la Biblioteca Oratoriana dei Gerolamini, aperta al pubblico nel 1585 (comprendente tra l'altro la collezione privata di letteratura antica, filosofia e storia appartenuta a Giuseppe Valletta); la Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Maiella, fondata da S. Mattei nel 1791; la Biblioteca della Fondazione Benedetto Croce, costituita originariamente dalla biblioteca privata del filosofo (circa 70.000 volumi); la Biblioteca della Società Napoletana di Storia Patria, fondata nel 1875; la Biblioteca Universitaria, che trae origine da quella fondata nel 1224 da Federico II per lo Studio napoletano, ricostituita nel 1615 e definitivamente destinata all'università nel 1816, dopo che le fu annessa anche la biblioteca di Gioacchino Murat; la Biblioteca di Storia dell'Arte “Bruno Molajoli”, inaugurata nel 1993, con l'annessa fototeca (circa 150.000 negativi). L'Archivio di Stato (denominazione assunta nel 1875) nella sua forma moderna fu istituito da Murat. Diviso in cinque sezioni principali (Diplomatica con atti a partire dagli Angioini; Politica, Amministrativa e Finanziaria; Giustizia, con atti a partire dagli Aragonesi; Guerra; Marina), ha subito nel corso della seconda guerra mondiale la distruzione dei suoi fondi più antichi e preziosi a opera delle truppe naziste.

Spettacolo

In epoca romana esistevano due teatri (dove si esibì Nerone e Claudio fece rappresentare un suo testo). In seguito la vita teatrale napoletana fu quasi inesistente per oltre un millennio, sino all'avvento della dinastia aragonese che, dalla fine del sec. XV, applaudì feste e trionfi, ma anche elaborati spettacoli su testi del Sannazaro e le farse in dialetto di A. Caracciolo, mentre a corte e nei palazzi nobiliari attori dilettanti recitavano le commedie erudite di Della Porta e di altri autori. Nel 1575 si costituì la prima compagnia locale di comici dell'arte, che dal 1592 poté disporre di un teatro permanente, la Stanza della Commedia. A essa altre se ne aggiunsero nel sec. XVII, tra cui particolarmente importanti la Stanza di San Giovanni dei Fiorentini (1618) e quella di San Bartolomeo (1621). Vi operavano le compagnie dell'arte e vi si esibivano spesso attori provenienti dalla Spagna. Nel Settecento, il Teatro dei Fiorentini e il Nuovo (aperto nel 1723) ospitarono l'opera buffa, in piena fioritura, mentre l'opera seria trovò la sua sede ufficiale al San Carlo (inaugurato nel 1737 e ricostruito dopo un incendio nel 1816), anche le opere di A. Scarlatti e G. Pergolesi vewnnero soprattutto rappresentate al San Bartolomeo. Nel 1770 iniziò la sua attività il nuovo teatro San Carlino, destinato a essere, sino al 1884, la “casa di Pulcinella” e il più popolare teatro partenopeo. Nel secolo successivo acquistò importanza il San Carlo, grazie soprattutto all'impresario Barbaja (che scritturò G. Rossini e G. Donizetti), affiancato dal Teatro del Fondo (1779), poi Mercadante, per l'opera comica, e dal Nuovo per l'opera buffa in dialetto. Per la prosa il teatro più prestigioso fu il Fiorentini, che ebbe a lungo una compagnia stabile d'alto livello, mentre per il pubblico popolare c'erano il San Carlino con Pulcinella e, dal 1880, il San Ferdinando (inaugurato nel 1790) con i drammoni popolari della compagnia di Federico Stella. Queste le sale più importanti, ma il panorama della scena partenopea agli albori del Novecento deve essere completato da altri teatri di prosa (il Politeama e il Sannazaro), dagli innumerevoli teatrini popolari che ospitavano gruppi dialettali, operette, spettacoli di varietà, sceneggiate, e dai numerosi café-chantants, tra i quali prestigiosi l'Eden e il Salone Margherita. Molti di questi teatri andarono distrutti durante la seconda guerra mondiale; alcuni sono stati ricostruiti (tra essi il San Ferdinando, fatto riedificare da Eduardo De Filippo nel 1954), ma la città non ha riacquistato il prestigio di un tempo. L'attività musicale si svolge soprattutto nelle sedi del Teatro San Carlo e dell'Associazione Scarlatti.

Teatro dialettale

Il teatro napoletano non ha fino al Cinquecento una storia scritta, pur risalendo a tempo immemorabile le farse degli istrioni nelle piazze e nelle taverne. La prima data certa è il 1514, quando A. Caracciolo fece rappresentare la Farsa de lo cito alla corte aragonese. Pressappoco contemporanee sono le cosiddette: “farse cavaiole (probabilmente d'origine salernitana), che vennero raccolte e rielaborate verso la fine del secolo da Vincenzo Braca. Nel 1575 si formò la prima compagnia di comici dell'arte napoletani e nel 1632 comparve per la prima volta in un documento scritto la maschera di Pulcinella (interpretata da Silvio Fiorillo, famoso anche come Capitan Matamoros), che ebbe numerosi concorrenti nella stessa area napoletana. Fra Cinquecento e Seicento nascono le commedie erudite di Giambattista Della Porta, fitte di personaggi che si esprimono in vernacolo, e del 1695 è La nascita del Verbo umanato di Andrea Perrucci, una pastorale sacra tuttora rappresentata in occasione del Natale col titolo La cantata dei pastori, in cui alcuni personaggi si esprimono in napoletano. Il secolo d'oro del teatro napoletano fu però il Settecento, con i librettisti che inventarono l'opera buffa, inizialmente in dialetto poi in lingua italiana; con un notevole commediografo, Pietro Trinchera, autore di La gnoccolara e di La monaca fauzza; con i popolarissimi copioni di Francesco Cerlone e, soprattutto, con l'apertura (1770) del nuovo teatro San Carlino che per 114 anni fu al centro della scena dialettale cittadina. Qui dominò Pulcinella, importato da Roma e divenuto la tipica maschera napoletana, e qui ebbe inizio la tradizione degli autori-attori che caratterizzò questo teatro per oltre due secoli: la dinastia dei Cammarano e poi Pasquale Altavilla, Salvatore Petito e, più grande di tutti, suo figlio Antonio, creatori di farse che finirono man mano per assumere significati più profondi e per diventare espressione delle miserie e delle speranze della plebe partenopea. Antonio Petito morì nel 1876 e nei favori del pubblico gli succedette un altro attore-autore, Eduardo Scarpetta, che adattò ai gusti e al linguaggio della piccola borghesia locale farse e vaudevilles francesi (ma firmò almeno un testo originale, Miseria e nobiltà, tutt'altro che trascurabile) accentrandoli sul personaggio di Don Felice Sciosciammocca già utilizzato da A. Petito. Il suo enorme successo suscitò reazioni di vario genere: dai drammoni lacrimosi recitati dalla compagnia di Federico Stella ai vari tentativi di “teatro d'arte” patrocinati in genere dall'attore Gennaro Pantalena con copioni di Salvatore Di Giacomo (Assunta Spina, ’O Mese Mariano), Diego Petriccione (’O quatto ’e maggio), Libero Bovio (So’ ddiece anne), Roberto Bracco (Uocchie cunzacrate), Ernesto Murolo (O Giovannino o la morte) ecc. La fine del secolo fu anche il periodo di maggior affermazione della canzone napoletana (sovente opera di poeti e musicisti di rilievo) e del café-chantant con le canzoni di Pasquariello e della Fougez e le macchiette di Maldacea e di Raffaele Viviani. Quest'ultimo, passato poi alla prosa, continuò la tradizione degli attori-autori con una serie di copioni del tutto avulsi dagli schemi della drammaturgia borghese che, passando senza soluzione di continuità dal tragico al grottesco, offrono un quadro multiforme della realtà napoletana, con risultati spesso di grande suggestione poetica. Un posto di primo piano occupano infine i De Filippo: Eduardo, Peppino e Titina. Figli naturali di Scarpetta, cominciarono la carriera nei varietà di periferia e formarono negli anni Trenta del Novecento una compagnia del Teatro Umoristico, imponendosi subito come attori straordinari a una critica che catalogò generalmente come meri pretesti commedie quali Chi è più felice di me? e Natale in casa Cupiello di Eduardo o Un povero ragazzo di Peppino. Si separarono nel 1945, Peppino per affrontare un repertorio tutto farsesco (ma tra queste farse è notevole Quelle giornate in collaborazione con Maria Scarpetta) con occasionali incursioni nel repertorio classico (Molière e Machiavelli), Eduardo per imporsi definitivamente come autore di primissimo piano e come accorato testimone di un'endemica crisi dei valori. L'insieme delle sue opere (da Napoli milionaria, 1945, a Gli esami non finiscono mai, 1974) costituisce il più significativo corpus drammaturgico del nostro dopoguerra. Il panorama può essere completato dai numerosi attori napoletani che illustrarono l'epoca migliore del varietà e della rivista italiana, da Totò ai De Rege e a Nino Taranto (poi alla testa di una compagnia di prosa che presentò un notevole testo di Giuseppe Marotta, Il califfo Esposito), e da un genere popolaresco, la sceneggiata, nata verso la fine dell'Ottocento, che partendo da una canzone di successo racconta movimentati scontri tra la virtù e il vizio, con finali invariabilmente consolatori.

Economia

Dopo aver basato la propria economia sulle attività commerciali, portuali e soprattutto sulle rendite che le derivavano dall'essere la capitale di un vasto regno, Napoli diede l'avvio in età borbonica (inizi sec. XIX) a un moderno processo di industrializzazione, soprattutto nei settori tessile, meccanico e cantieristico. Ma, dopo l'unificazione dell'Italia e l'abolizione delle barriere doganali, tale processo si trovò drasticamente frenato dalla concorrenza dell'industria del Nord. Nel Novecento, grazie agli interventi statali, l'economia napoletana fu potenziata con vari impianti industriali operanti nei settori siderurgico (Bagnoli), chimico, metalmeccanico, alimentare, tessile, vetrario, dell'abbigliamento e dei materiali da costruzione. Si formarono così ai margini della metropoli, tre grandi aree di espansione industriale: la prima fu quella di Bagnoli-Coroglio; la seconda comprese i sobborghi di San Giovanni a Teduccio, Barra e Poggioreale; la più recente ha riguardato i sobborghi di Miano, Capodichino e Secondigliano. Ma il comparto manifatturiero, nel quale coesistevano grandi imprese pubbliche e piccole unità artigianali, disperse nel tessuto abitativo, cominciò a entrare in crisi già negli anni Settanta del sec. XX. Gli anni Ottanta videro consolidarsi la tendenza alla deindustrializzazione, culminata nella chiusura (1990-91) dello stabilimento siderurgico di Bagnoli. L'industria, anche se in minor misura rispetto al passato, continua a detenere un ruolo importante nell'economia, soprattutto con i settori metalmeccanico, chimico, aeronautico, elettromeccanico e alimentare (dolci, conserve e torrefazione del caffè). Il processo di terziarizzazione, invece, ha ricevuto nuovi impulsi dalla realizzazione del centro direzionale di Poggioreale, ma soprattutto dai programmi di decentramento di alcune fondamentali funzioni commerciali e di trasporto: la “città annonaria” a Volla, l'interporto a Nola-Marigliano e lo scalo ferroviario a Maddaloni. Molto importante per l'economia è anche il movimento turistico, favorito dalle bellezze della città, dalla presenza nei dintorni di attrattive eccezionali (Capri, Ercolano, Pompei e la Costiera Amalfitana) e dal porto (commerciale e passeggeri), che, progressivamente attrezzato e ampliato fino a occupare tutto l'arco litoraneo fra il centro storico e San Giovanni a Teduccio, ha fatto registrare una crescita dei traffici tale da determinarne la sua progressiva saturazione. Anche l'aeroporto di Capodichino, il sesto d'Italia per volume di traffico, raggiunto ormai dall'espansione urbana, attende una nuova localizzazione. Le intense attività commerciali sono affiancate da manifestazioni fieristiche, ospitate dal vasto complesso della Mostra d'Oltremare. Altre risorse provengono inoltre dall'agricoltura, che produce soprattutto ortaggi, frutta (le famose albicocche vesuviane), agrumi, olive e uva (lacrima Christi), e dall'artigianato della ceramica, della porcellana, dell'oro, del vetro, della pelle e del cuoio e della lavorazione di vari metalli (ferro, bronzo e ottone); tipica è l'arte del presepio che, con piccole botteghe, caratterizza le vie del quartiere di San Gregorio Armeno.

Curiosità

Tra le principali manifestazioni si ricordano la Festa di San Gennaro (settembre), la Fiera del Presepio (dicembre), la Fiera del Libro “Galassia Gutemberg” (febbraio), la Borsa Mediterranea del Turismo (aprile), il Neapolis Festival (primavera-estate) e il Pasta Show (ottobre). La città ha dato i natali, tra gli altri, ai pittori Luca Giordano (1634-1705) e Francesco Clemente (1952); agli scrittori Federico De Roberto (1861-1927); al poeta Salvatore Di Giacomo (1860-1934); ai musicisti Domenico Scarlatti (1685-1757), Ruggero Leoncavallo (1857-1919), Roberto Murolo (1912-2003), Renato Carosone (1920-2001) e Roberto De Simone (1933); al tenore Enrico Caruso (1873-1921); al direttore d'orchestra Riccardo Muti (1941); all'attore e commediografo Eduardo De Filippo (1900-1984); all'etnologo Ernesto De Martino (1908-1965); ai registi cinematografici Francesco Rosi (1922) e Gabriele Salvatores (1952); al politico e giurista Francesco De Martino (1907-2002).

Bibliografia

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Media

Napoli.Napoli.

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