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Campània

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regione dell'Italia meridionale, 13.590 km², 5.811.390 ab. (stima 2007), 426 ab./km², capoluogo di regione: Napoli. Comuni: 551. Province: Avellino, Benevento, Caserta, Napoli, Salerno. Confini: Lazio (NW), Molise (N), Puglia (NE), Basilicata (E), mar Tirreno (S e W, 469,7 km di costa).

Generalità

"Per la cartina geografica e tabella della divisione amministrativa vedi il lemma del 5° volume e dell’Aggiornamento 1995." "Per la cartina fisico-politica e la divisione amministrativa vedi vol. V, pag. 279" La Campania è una regione che si presenta – storicamente e geograficamente – con una doppia identità. Da un lato, c'è la montagna interna (cioè sostanzialmente le province di Avellino e Benevento e gran parte di quella di Salerno, più il massiccio del Matese, in provincia di Caserta), che rientra nell'area geografica dell'Appennino Meridionale, presentando caratteristiche fisiche, demografiche ed economiche simili a quelle dell'Abruzzo, del Molise e della Basilicata. Dall'altro, la fascia costiera e la pianura dal Volturno fino alla piana del Sele (che pure occupano solo il 15% del territorio regionale), rappresentano un unicum nel panorama geografico italiano, presentandosi come un'area intensamente urbanizzata (la più densamente popolata d'Italia), inframmezzata, però, da colture intensive, stabilimenti industriali e anche località turistiche d'importanza mondiale. Al centro di quest'area sorge Napoli. Per lungo tempo capitale del più grande stato italiano e una delle maggiori città d'Europa, Napoli fu per molti secoli il punto di interscambio fra il Mezzogiorno continentale e il resto del mondo; e anche dopo che lo sviluppo delle comunicazioni, il potenziamento dell'asse adriatico e la crescita di Bari e di altre città hanno ridimensionato il suo ruolo egemone, conserva, tuttavia – pur tra problemi e lacune strutturali –, l'aspetto e la fierezza di una grande capitale. La conurbazione napoletana, estesa fra le aree vulcaniche dei Campi Flegrei e del Vesuvio, e affacciata su di un golfo di rara bellezza, è il centro della regione, non solo in senso geografico, ma anche demografico, storico e funzionale.Il termine Campania, usato in età classica a designare la fascia costiera tirrenica a S del Lazio, cadde in disuso nel Medioevo, pur conservandosi vivo nell'uso letterario, e fu ripreso nel sec. XIX (con l'Unità d'Italia) come nome ufficiale di una regione, i cui confini interni, se si escludono alcuni tratti corrispondenti al corso del Garigliano, del Volturno, dell'Ofanto e del Calore, sono quasi interamente convenzionali. La Campania vive una serie di contraddizioni non facilmente spiegabili soprattutto all'osservatore esterno: dotata di una buona base industriale, presenta una crisi occupazionale fortissima che si riflette sul reddito, uno fra i più bassi d'Italia; nonostante questo, è fra le poche regioni in cui il saldo naturale è positivo. L'agricoltura, specializzata e potenzialmente molto ricca, è fra le meno meccanizzate e con una estensione media delle aziende fra le più basse. Caratterizzata da alti tassi di disoccupazione nelle aree rurali è la regione dove più alto è il ricorso a manodopera agricola stagionale extracomunitaria. Rimane, comunque, una regione simbolo dell'Italia, particolarmente apprezzata dai turisti stranieri ed emblema di un'arte di vivere a torto o a ragione attribuita all'intera Italia.

Territorio: morfologia

Il territorio regionale può essere diviso in due zone ben delineate, che si estendono in direzione NW-SE parallelamente alla costa. All'interno si elevano i rilievi dell'Appennino Campano e dell'Appennino Lucano, separati dalla sella di Conza e dall'alta valle del Sele; lungo la costa si dispongono alcuni gruppi montuosi e collinari isolati, d'origine vulcanica o sedimentaria, separati da poco estese ma fertili pianure alluvionali; a queste due fasce parallele se ne può aggiungere una terza, discontinua e assai meno vasta, costituita da splendide isole costiere di natura vulcanica (Ischia, Procida, Vivara, Nisida) o calcarea (Capri), che rappresentano il naturale prolungamento dei rilievi preappenninici, rispettivamente vulcanici (Campi Flegrei) e calcarei (monti Lattari). L'Appennino è formato in Campania da una successione irregolare di gruppi montuosi intervallati da conche intermontane; i principali, costituiti in prevalenza da formazioni rocciose mesozoiche e cenozoiche, sono il Matese, il Taburno (1393 m), il Camposauro (1388 m), i monti Picentini (monte Cervialto, 1809 m), l'Alburno (1742 m) e il Cervati (1899 m). A essi succede, procedendo verso la costa tirrenica, una fascia di basse colline, spesso terrazzate, e di ripiani fluviali che preludono ai bassopiani costieri formati dai depositi alluvionali del Garigliano, del Volturno, del Sarno e del Sele. Fra queste pianure sono interposti alcuni gruppi montuosi preappenninici, che si ergono isolati, quali l'apparato vulcanico, inattivo, di Roccamonfina (monte Santa Croce, 1005 m), la regione vulcanica dei Campi Flegrei, il sistema vulcanico formato dal cono del Vesuvio (1281 m) e dal monte Somma (1132 m) e i rilievi calcarei del Massico, dei monti Lattari e del Cilento. La costa, il cui andamento rispecchia chiaramente la successione e la disposizione delle pianure e dei rilievi costieri, si presenta articolata in tre grandi aggetti peninsulari (Campi Flegrei, Lattari, Cilento), i quali, insieme con le isole antistanti, delimitano i golfi di Napoli e Salerno. I principali fiumi sono il Garigliano, al confine con il Lazio, il Volturno e il Sele, tributari del Tirreno e dal regime pressoché costante; i corsi d'acqua minori, confluenti anch'essi nel Tirreno, hanno, invece, regime torrentizio e così pure quei fiumi che nascono in territorio campano e scendono all'Adriatico, quali il Fortore, il Carapelle e l'Ofanto.I maggiori laghi della Campania sono quello del Matese, bacino naturale carsico ampliato da una diga, e i laghi costieri di Patria e del Fusaro, presso Napoli. Sempre vicino al capoluogo si trova il lago di Averno, di origine vulcanica, che occupa un antico cratere.

Territorio: clima

La regione presenta differenze tra le condizioni climatiche riscontrabili lungo la costa e quelle delle zone interne. Queste ultime, che sono caratterizzate da catene montuose, risentono di un clima invernale rigido e umido. Al contrario, le coste hanno un clima più dolce, dovuto al mare, che è una continua fonte di calore.Le temperature massime nel mese di gennaio raggiungono, lungo la fascia costiera, gli 11-13 °C e i 5-8 °C, all'interno. "Per la cartina delle precipitazioni vedi vol. V, pag. 280" "Per le precipitazioni vedi cartina al lemma del 5° volume." Le aree più piovose sono quelle dell'altopiano del Matese e del Partenio, dove si superano i 2000 mm di precipitazioni annue; quelle meno piovose si riscontrano in alcune zone interne del Beneventano e dell'Irpinia, con 500-600 mm annui di pioggia. Durante l'estate le temperature massime oscillano tra i 28 °C e i 31 °C, lungo la costa, e tra i 25 °C e i 28 °C, nelle località interne. Non mancano microclimi particolari, come la pianura casertana e l'alta valle dell'Irno, caratterizzate da un clima estivo più torrido, con temperature che raggiungono anche i 36-38 °C. La neve è rarissima sulle coste e poco abbondante anche sulle montagne, salvo che nel Matese.

Territorio: demografia

"Per la popolazione vedi cartina e grafico vol. V, pag. 280" "Per la demografia vedi cartina e grafici al lemma del 5° volume e cartina a pag. 136 dell'Aggiornamento 1990." La Campania, dopo la Lombardia, è la regione più popolata dell'intero territorio nazionale, mentre è al primo posto per quanto riguarda la densità, con un valore più che doppio rispetto alla media italiana. Il saldo migratorio si è ridotto in maniera considerevole, ma le emigrazioni si mantengono superiori ai rientri, nonostante l'aumento di questi ultimi. Per quanto riguarda i movimenti di popolazione nell'ambito della regione, le aree interne continuano a perdere abitanti, diretti perlopiù verso i comuni della costa o dell'immediato entroterra. La popolazione si addensa principalmente lungo la fascia costiera, dove città e paesi si susseguono senza soluzione di continuità. Le zone interne, poste alla periferia della conurbazione napoletana, caratterizzata da una forte attrazione demografica, sono poco abitate; le densità minime si registrano nei massicci montuosi del Matese e del Cilento.Sin dalla fine dell'Ottocento la Campania si contraddistinse per i forti flussi di emigrati. A lasciare le proprie case fu, soprattutto all'inizio, la popolazione agricola diretta nel continente americano; una seconda grande ondata si diresse, negli anni Cinquanta e Sessanta del sec. XX, verso le regioni (Liguria, Lombardia, Piemonte) del cosiddetto “triangolo industriale”. Alla fine del Novecento il movimento migratorio, diretto soprattutto verso il Lazio e il Norditalia, si è molto ridotto ed è equilibrato dall'immigrazione straniera (proveniente specialmente dal Marocco); l'incidenza degli stranieri sulla popolazione residente era, nel 2002, dell'1%.Fra le regioni meridionali la Campania è quella dove sono meno presenti minoranze etniche. L'unico centro albanese è Greci, in provincia di Avellino, presso il confine con la Puglia, frutto della massiccia immigrazione albanese dei sec. XV-XVI.

Territorio: struttura urbana e vie di comunicazione

La consistenza demografica della conurbazione napoletana è l'eredità di un sito particolarmente adatto, per clima, disponibilità d'acqua, facilità di accesso al mare e fertilità, nonostante il pericolo sismico e vulcanico, all'insediamento umano.Dal Cinquecento fino agli anni Venti del sec. XX, Napoli fu costantemente la maggiore città d'Italia; e anche all'inizio del sec. XXI, se si considerano le intere aree metropolitane, il polo urbano di Napoli-Caserta-Salerno contende a Milano il primato nazionale. La schiacciante supremazia di Napoli – città che svolge un ruolo di metropoli sovraregionale, fornendo servizi sofisticati anche alle altre regioni meridionali – fa sì che la rete viaria campana sia fortemente polarizzata su di essa e che anche centri importanti e popolosi, come Caserta, Pozzuoli, Torre del Greco e Castellammare di Stabia, siano ormai fortemente integrati nella conurbazione napoletana. Diverso è il caso di Salerno, che, anche facendo ormai parte dell'area metropolitana partenopea, ha saputo conservare una sua forte autonomia funzionale, che anzi è andata accentuandosi, e verso cui gravita tutta la parte meridionale della regione.Al di sotto di Napoli e Salerno, funzioni urbane di un certo rango sono svolte solo da Avellino (polo di riferimento dell'area montuosa dell'Irpinia) e Benevento (polo di riferimento dell'area del Volturno), mentre le zone montane più interne fanno capo, per i servizi meno rari, a città minori, come Ariano Irpino, Sala Consilina e Vallo della Lucania.La Campania dispone di un'articolata rete autostradale, che raggiunge tutti i capoluoghi di provincia e i centri maggiori, e che ha come assi principali l'Autostrada del Sole (A1), con il suo prolungamento verso la Calabria (A3), e la Napoli-Canosa (A16). L'altissima densità di popolazione della conurbazione napoletana determina, tuttavia, una costante congestione del traffico, che neanche la costruzione della bretella autostradale A30, che unisce i due rami dell'Autostrada del Sole, tagliando fuori Napoli, è riuscita ad alleviare.L'area metropolitana di Napoli è però attrezzata con un'ampia rete di ferrovie locali, percorse da treni molto frequenti, e questo rende possibile la mobilità da e verso il capoluogo e fra i vari centri urbani. Per quanto riguarda le ferrovie a lunga percorrenza, Napoli è collegata con il Norditalia dalla linea ad alta velocità. A scala più ridotta l'asse fondamentale è però Roma-Napoli-Salerno-Reggio di Calabria, da cui si dipartono linee che, attraversando l'Appennino, raggiungono il Molise, la Puglia e la Basilicata.Il principale porto commerciale della regione è quello di Napoli, seguito da quello di Salerno; per quanto riguarda il numero di passeggeri imbarcati e sbarcati, Napoli si colloca al primo posto in Italia, ma ciò si deve esclusivamente all'intensissimo traffico locale con le isole (infatti, tra i primi porti italiani per movimento passeggeri ci sono anche Capri e Ischia). Il traffico aereo fa capo all'aeroporto di Napoli-Capodichino.

Territorio: ambiente

La Campania, dal punto di vista paesaggistico, conserva alcuni angoli tra i più belli del mondo. La costa ha golfi, insenature e promontori che si susseguono in un quadro di grande pregio, mentre l'interno è in grado di offrire panorami molto caratteristici. La Campania, terra geologicamente instabile, è stata più volte colpita nel corso della sua storia da rovinose calamità naturali: eruzioni del Vesuvio (e, in tempi storici, anche quelle dei Campi Flegrei e del monte Epomeo, sull'isola di Ischia), ma soprattutto terremoti, data l'elevata sismicità della montagna interna, come quelli del 1930, del 1962 e del 23 novembre del 1980, che causò la morte di oltre 3000 persone e distrusse interi centri abitati. Meno tragico, ma ugualmente in grado di compromettere la stabilità degli edifici, è il fenomeno del bradisismo, che a Pozzuoli nel 1970 e nel 1988 provocò un innalzamento del suolo di oltre un metro. Accanto a questi fenomeni, che si possono definire naturali e in certa misura imprevedibili, la Campania presenta gravi problemi di dissesto idrogeologico, che, favorito dall'abusivismo edilizio, dagli incendi boschivi e dal problema delle discariche, provoca spesso frane e alluvioni rovinose, la più grave delle quali si verificò nel maggio del 1998 in una zona compresa tra Avellino, Nola e Sarno, centro quest'ultimo che riportò i danni più gravi e il maggior numero di vittime. La difesa del territorio è affidata a diversi parchi regionali e riserve naturali statali, oltre che al Parco Nazionale del Vesuvio e al Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano (dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO), che portano al 24% la quota di superficie protetta della Campania. Fra i parchi regionali il più esteso è quello dei Monti Picentini, le cui cime appenniniche sono di natura calcareo-dolomitica, come quelle del Parco del Matese, al confine con il Molise, che presenta interessanti fenomeni carsici. Caratteristico è il paesaggio della Riserva Naturale Cratere degli Astroni, un'area craterica flegrea vicino a Pozzuoli.Le aree marine protette istituite non sono sufficienti a difendere il mare dalla minaccia di metalli pesanti, idrocarburi e pesticidi, che minacciano la sua salute; altri dati hanno confermato la scadente qualità delle acque e la presenza d'inquinanti presso la foce del fiume Sarno. Anche in alcuni tratti di costa che non sono interessati da carichi antropici o industriali, sono state accertate presenze d'inquinamento. Operazioni di monitoraggio, promosse dal Ministero dell'ambiente, sono in atto per tenere sotto stretta osservazione la situazione dei sedimenti e per valutare l'efficacia delle azioni intraprese a tutela della salute, dell'ecosistema marino e di quello umano.A salvaguardia del territorio e a promozione delle infrastrutture e dei servizi necessari soprattutto nelle zone più isolate, sono state istituite numerose comunità montane, caratterizzate da ampi comprensori. Fra queste, va citata la Comunità Montana Penisola Amalfitana, che comprende alcuni fra i comuni più belli della Costiera Amalfitana, inserita dall'UNESCO nell'elenco dei siti patrimonio dell'umanità.

Economia: generalità

"Per l'economia e l'istruzione vedi tabelle, cartine e istogrammi al lemma del 5° volume e istogrammi al lemma degli Aggiornamenti 1990 e 1995." "Per l'economia e l'istruzione vedi tabelle, cartine e istogrammi vol. V, pag. 281" In età preunitaria, quando Napoli era la capitale di un vasto regno, molti grandi proprietari terrieri vi investirono o spesero i redditi provenienti dai loro latifondi sparsi in tutto il Mezzogiorno; e questo flusso finanziario, unito alle rendite fiscali, consentì di mantenere in modo più o meno precario una numerosa popolazione urbana. Dopo l'Unità d'Italia, questo supporto economico venne a cessare, mentre la nascente industrializzazione campana soccombeva di fronte alla concorrenza delle più agguerrite fabbriche del Nord. Il drenaggio delle risorse di tutto il Mezzogiorno venne, però, in gran parte sostituito da cospicui investimenti pubblici e dallo sviluppo della pubblica amministrazione. Poté così mantenersi la tradizionale tripartizione geografico-economica della Campania: la montagna interna, che viveva di una povera agricoltura di sussistenza, in condizioni arretrate, e che, dalla fine dell'Ottocento, si spopolò per l'emigrazione; le fertilissime pianure costiere, dedite a un'agricoltura ricca e produttiva, accompagnata da attività marittime e commerciali, ma sovrappopolate; e la città di Napoli, dove coesistevano una ristretta cerchia di agiati, uno strato un po' più ampio di persone dal reddito fisso, o comunque sicuro, e una vasta plebe povera e precaria.Le condizioni della Campania sono naturalmente cambiate, per il generale innalzamento del tenore di vita; ma il sistema economico si presenta ancora debole e non equilibrato. Scarse sono le risorse locali che vengono reinvestite, e per garantire l'efficienza e l'ampliamento dell'apparato produttivo si deve ricorrere a investimenti dall'esterno, ancora in prevalenza dal settore pubblico. Il reddito per abitante è pari a circa i due terzi della media nazionale. L'occupazione ha fatto registrare dal 1970 un continuo decremento delle unità lavorative nel settore agricolo, parzialmente assorbito da una costante terziarizzazione. Gli addetti all'agricoltura sono il 6,3% degli occupati, quelli dell'industria solo il 24,7%.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

L'agricoltura campana ha il suo principale punto di forza nelle colture specializzate, che hanno ampi sbocchi commerciali. Nella zona costiera prevalgono gli ortaggi (soprattutto pomodori, patate, primizie), frutta (agrumi, albicocche, prugne e così via), uva da vino e da tavola, e olive; le province interne di Avellino e Benevento, benché siano fra le “più agricole” d'Italia, danno redditi assai bassi, essendo caratterizzate da una stentata cerealicoltura (frumento, mais) di montagna e collina. Buono è l'andamento commerciale dell'uva da tavola e da vinificazione, con conseguenti discreti incrementi delle produzioni, specie di quelle contraddistinte da riconosciuti marchi di origine e denominazione. Il comparto enologico offre un buon contributo allo sviluppo di molte aree, specie interne, per l'accresciuta competitività nel rapporto tra qualità e prezzo dei prodotti campani e per la loro affermazione sui mercati esteri. Degno di nota è l'allevamento bufalino, legato all'attività di caseifici che producono la famosa mozzarella di bufala DOP, mentre importanza minore, rispetto all'agricoltura, hanno l'allevamento di bovini, ovini e suini, lo sfruttamento forestale e la pesca.

Economia: industria

Anche per quanto riguarda l'industria, la regione evidenzia il marcato squilibrio che la contraddistingue: le imprese sono, infatti, concentrate quasi esclusivamente nel Napoletano, e, in misura minore, nelle aree a esso più prossime del Salernitano e del Casertano. Quest'ultimo, con una forte crescita dell'industria elettromeccanica e di quella elettronica, negli anni Settanta del Novecento perse i caratteri di zona essenzialmente agricola. Accanto all'industrializzazione nei comparti di base (siderurgia, entrata in crisi fino a portare nel 1990 alla cessazione della produzione a Bagnoli, meccanica pesante, cantieristica navale, industria petrolifera e del cemento) e a quella legata all'agricoltura (produzione alimentare, pelli e cuoio nell'area di Solofra), nonché ai settori tradizionali (come calzature e abbigliamento, complessivamente quasi la metà degli addetti), si è registrato un notevole sviluppo dei comparti chimico e soprattutto meccanico, elettronico e dei mezzi di trasporto, dovuto a grandi gruppi italiani del Nord. In complesso la regione si caratterizza come una delle più industrializzate del Meridione, con primato assoluto dell'area metropolitana di Napoli, malgrado il settore sia ancora lontano dal fornire un apporto all'economia regionale paragonabile a quello di molte realtà dell'Italia settentrionale. Ha cominciato a crescere il comparto della cantieristica e anche quello del software applicato ai servizi.

Economia: servizi

Il terziario – che vede anche una cospicua presenza della pubblica amministrazione – è sostenuto principalmente dal turismo, anche se il commercio, soprattutto al dettaglio, mantiene il suo importante ruolo di segmento trainante a elevato livello occupazionale.La Campania si colloca al primo posto nel Mezzogiorno per numero di presenze sia negli esercizi alberghieri sia negli esercizi extra-alberghieri (più di un settimo del totale nazionale). La bellezza dei paesaggi, i resti delle antiche città di Pompei ed Ercolano, i fenomeni vulcanici, le grotte marine e l'importanza storica e artistica di Napoli costituiscono un forte richiamo per i turisti di tutto il mondo. Le zone più visitate sono le coste tra Napoli e Salerno e le isole del Golfo. Tra i luoghi di particolare interesse paesaggistico e ambientale si possono annoverare Capri, Ischia (che è un grande polo termale), Procida, Sorrento, Amalfi, Ravello e Positano. I tesori artistici sono disseminati in tutta la regione, con testimonianze di ogni epoca storica a partire dall'età greco-romana.

Economia: distretti industriali

Sono presenti in Campania diverse aree a forte specializzazione industriale, anche se non tutte sono classificate come distretti produttivi. Una delle più antiche e consolidate è quella di Solofra, vicino ad Avellino, che è con Santa Croce sull'Arno (Pisa) e la valle del Chiampo (Vicenza) uno dei tre poli italiani della concia delle pelli. La piana del Sarno, fra Napoli e Salerno, è la seconda area italiana (dopo la provincia di Parma) per la lavorazione e la conservazione del pomodoro ed è anche sede di numerosi pastifici (fra cui sono particolarmente noti e antichi quelli di Gragnano). Nella piana a N di Napoli, fino al confine con il Lazio, e in quella del Sele numerosi piccoli caseifici producono gran parte della mozzarella di bufala italiana (il resto viene prodotto in Lazio).Torre del Greco è il principale centro italiano di lavorazione del corallo; Marcianise è specializzata nell'oreficeria. Nelle province di Napoli, Caserta e Benevento alcune zone presentano una forte concentrazione di imprese operanti nel settore tessile e in quello dell'abbigliamento.

Preistoria

I reperti più antichi della regione provengono dall'isola di Capri, dove è stato rinvenuto un giacimento del Paleolitico inferiore, attribuibile a una fase dell'Acheuleano medio-superiore. Nella zona di Marina di Camerota, in tre località costiere, Cala d'Arconte, Capo Grosso e Cala Bianca, sono conservati depositi con industrie riferite a due distinte fasi dell'Acheuleano. In numerose grotte costiere sono presenti depositi con industrie musteriane. In quella del Poggio e nella grotta Taddeo sono stati rinvenuti alcuni denti, un astragalo e un frammento di femore neandertaliani. Una mandibola frammentaria, appartenente a un bambino neandertaliano di ca. 3-4 anni di età, è stata rinvenuta nel Riparo del Molare. Industrie del Paleolitico superiore sono note, fra l'altro, nella grotta di Castelcivita, nei dintorni di Palinuro (in superficie e in numerose grotte costiere), e nella grotta La Porta, a ca. 40 km da Salerno. A Capri, la grotta delle Felci ha restituito notevoli prodotti ceramici neolitici. L'Età del Rame è rappresentata dalla facies culturale del Gaudo; alcuni importanti abitati dell'antica e media Età del Bronzo, come Palma Campania e La Starza (dove è documentata una ricca stratigrafia, con materiali che vanno dal Neolitico alla tarda Età del Bronzo), presentano evidenti tracce di una fine improvvisa, dovuta a una periodica attività vulcanica. Alla fase iniziale della media Età del Bronzo vanno anche riferiti i resti di edifici e complessi artigianali di Buccino e le fasi di massima fioritura dell'abitato sorto sull'isola di Vivara, dove recenti campagne di scavo hanno permesso di recuperare grandi quantità di ceramiche egee. Alla facies culturale appenninica si data, infine, la stipe rinvenuta nella grotta di Pertosa. Nell'Età del Ferro, in cui predomina il rito funerario dell'inumazione, è possibile distinguere alcune necropoli a incinerazione (Capua, Pontecagnano, Sala Consilina), i cui materiali mostrano parentele con quelli della facies culturale villanoviana.

Storia

Abitata dagli Opici, dal sec. IX a. C. la Campania fu meta di coloni greci. Prima tra le fondazioni greche in Italia, Cuma affermò il proprio dominio sulla costa vesuviana (sec. VII-VI a. C.), fondandovi la città di Parthenope (poi Palaeapolis) e nel sec. V Neapolis. Tra i Cumani e gli Etruschi, che nel sec. VI a. C. fondarono Capua, si accese la lotta per il controllo delle rotte tirreniche, che si risolse a favore dei primi nel 474 a. C. Nel sec. V a. C. la regione assistette alle invasioni sannite e, nella parte meridionale, lucane. Con la vittoria sui Sanniti, si inaugurò nel sec. IV a. C. l'influenza romana sulla Campania, sancita verso la fine del secolo con la costruzione della via Appia. Dalla fine del sec. II a. C., soprattutto nella zona di Baia e Miseno, la Campania diventò meta di villeggiatura delle famiglie nobili romane e, dopo la guerra sociale (90-88 a. C.), accolse molte colonie e ca. 50.000 legionari. La romanizzazione della Campania, inclusa con il Lazio nella I regione, si compì con Augusto. Tranne poche città (tra cui Pozzuoli, il cui porto fu base per l'espansione romana in Oriente), in età imperiale la Campania andò incontro a una lenta decadenza. Nel 79 la tremenda eruzione del Vesuvio cancellò Pompei ed Ercolano. Napoli rimase un importante centro di cultura ellenistica, ma il suo peso politico fu pressoché irrilevante. La Campania non fu immune dalle invasioni barbariche e venne pesantemente coinvolta nella guerra gotica. In epoca altomedievale il suo territorio fu diviso fra i tre ducati longobardi di Benevento, Salerno e Capua, i tre ducati bizantini di Napoli, Amalfi e Gaeta, e le due signorie monasteriali di Montecassino e San Vincenzo al Volturno. I Normanni (sec. XI) spostarono il fulcro politico ed economico del Mezzogiorno in Sicilia, attribuendo le funzioni amministrative e di controllo all'aristocrazia feudale. Gli Svevi, subentrati ai Normanni dopo un trentennio di gravi disordini politici, con Federico II, nel 1220, costituirono uno stato che per ordinamenti e concezioni fu uno dei più moderni del tempo. Dopo la morte di Federico II (1250), lotte sanguinose infransero il sogno di dominio dei suoi eredi. Nelle battaglie di Benevento (1266) e di Tagliacozzo (1268), Manfredi e Corradino furono sconfitti da Carlo d'Angiò, che portò la capitale da Palermo a Napoli nel 1282. Con gli Angioini la Campania conobbe un periodo di ripresa, ma anche di esasperato fiscalismo. L'apertura del lungo ciclo di conflitti contro gli Aragonesi e la lotta politico-dinastica apertasi nel 1343 con Giovanna I ebbero effetti devastanti sull'economia della regione. Napoli, in particolare, divenne rifugio di fitte schiere di contadini, con un conseguente aggravamento delle condizioni igieniche delle abitazioni e della città nel suo complesso. Passata sotto il dominio degli Aragonesi, nel sec. XV la regione fu sottoposta a una profonda ristrutturazione amministrativa (contrastata dai baroni, con la congiura del 1485), in seguito alla quale Napoli diventò il più importante centro politico ed economico del Meridione.La discesa di Carlo VIII (1495) e l'intervento di Ferdinando d'Aragona fecero della Campania il teatro di continue battaglie, finché la Spagna, con la conquista di Napoli (1503), si impossessò del regno, affidandone il governo a un viceré. Nella prima metà del Cinquecento, attraverso l'azione di Pedro de Toledo, l'imperatore Carlo V attuò una politica accentratrice, rivolta alla liquidazione di ogni residuo autonomistico della Campania, le cui sorti furono sempre più strettamente legate alla Spagna. Proprio nel momento di maggiore crisi dell'identità politica e amministrativa, Napoli consolidò tuttavia il ruolo di capitale del Meridione, diventando nel contempo la cassa di risonanza delle sue contraddizioni. Nella seconda metà del Cinquecento la regione godette di un qualche miglioramento economico, ma a partire dal 1585, in concomitanza con la crisi agraria, vennero drammaticamente alla luce le carenze della sua struttura economica e amministrativa.La situazione andò via via peggiorando, soprattutto per la politica fiscale predatoria attuata dalla Spagna, impegnata nella costosa guerra dei Trent'anni. Nel sec. XVII la crisi causò molte rivolte, tra cui la più clamorosa fu quella di Masaniello (1647), che investì tutto il viceregno. In questa rivolta si fusero cause economiche e politiche, legate alla rifeudalizzazione in atto nel Meridione e al rafforzamento del potere baronale; nelle campagne, la rivolta ebbe, infatti, come bersaglio i simboli del feudalesimo. Uscita vittoriosa dallo scontro, l'aristocrazia feudale mostrò, tuttavia, la sua incapacità di controllo del territorio; nella seconda metà del Seicento, favorito dalle politiche di Madrid, un “ceto civile”, costituito da funzionari pubblici, uomini di legge, borghesi e intellettuali, prese il sopravvento, assumendo un rilevante ruolo politico e amministrativo. Passato agli austriaci nel 1707, in seguito alle lotte dinastiche spagnole, il vicereame tornò agli spagnoli nel 1734. Con Carlo III di Borbone si inaugurò nel Mezzogiorno d'Italia una stagione di moderate riforme. Nel 1759, a Carlo, chiamato sul trono di Spagna, successe, a soli otto anni d'età, Ferdinando I di Borbone; nello stesso anno, la diffusione di parassiti azzerò la produzione agricola della regione. Assunti i pieni poteri nel 1767, Ferdinando lasciò la cura del governo alla moglie Maria Carolina d'Asburgo-Lorena, assecondandone la linea reazionaria; si sbriciolò così quell'architettura riformistica delineatasi con Carlo III e proseguita con la reggenza di Bernardo Tanucci (che governò dal 1759 al 1767, durante la minorità di Ferdinando I), basata sulla rinascita del potere locale contro i baroni e la nobiltà feudale. Si sviluppò nel contempo l'intenso lavorio intellettuale delle università e delle logge massoniche, dal cui contesto venne il principale apporto all'insurrezione giacobina del 1799 e alla breve stagione della Repubblica Napoletana. La profonda scissione tra borghesi e intellettuali da un lato e contadini e sottoproletariato urbano dall'altro, favorì, però, la reazione sanfedista del cardinale Ruffo e il ritorno sul trono di Ferdinando. Nel 1806, l'anno dopo la costituzione del Regno d'Italia da parte di Napoleone, Giuseppe Bonaparte venne nominato re delle Due Sicilie; gli successe nel 1808 Gioacchino Murat. La principale riforma adottata dai francesi riguardò l'abolizione della feudalità (1806); altre riforme contribuirono a formare un nuovo ceto urbano di funzionari (nobili e borghesi) e un primo nucleo di borghesia provinciale. Da questo ceto e dalle file dell'esercito, all'indomani della Restaurazione (1815), nacque la Carboneria, che in Campania trovò ampia diffusione e animò numerosi moti (1820, 1828, 1848), ottenendo anche da Ferdinando II una Costituzione, che ebbe però breve vita.La spedizione dei Mille vide la Campania accogliere trionfalmente Garibaldi, la cui vittoria nella battaglia del Volturno (ottobre 1860) segnò la fine della dinastia borbonica. Dopo un breve periodo di sviluppo, favorito dall'esportazione dei prodotti agricoli, nell'ultimo quarto dell'Ottocento sulla regione di riaffacciò la crisi economica, che fu accompagnata da una massiccia emigrazione. Alla miseria dell'entroterra, nei primi anni del Novecento fece riscontro lo sviluppo della zona costiera e soprattutto di Napoli, che, con l'insediamento dell'impianto siderurgico di Bagnoli (1905), diventò la più vasta concentrazione operaia del Mezzogiorno. Abbastanza marginale fu nella regione il fenomeno fascista, testimoniato anche dallo scarso ruolo politico rivestito durante il ventennio dai gerarchi campani. Il secondo conflitto mondiale interessò la Campania soprattutto a partire dal 1943 e coinvolse pesantemente Napoli e Salerno, che dal 1944 fu la sede del governo di Pietro Badoglio. Ridotta in uno stato disastroso dagli eventi bellici, la Campania si riprese in parte, negli anni Cinquanta, grazie agli investimenti della Cassa per il Mezzogiorno, ma notevoli problemi economici e sociali continuarono a condizionarne la vicenda; tra questi, di estrema gravità si rivelò, soprattutto dopo il devastante terremoto che colpì la regione, e in particolare l'Irpinia, nel 1980, il fenomeno della criminalità organizzata.

Archeologia

La Campania è una delle regioni italiane più ricche di testimonianze archeologiche, che documentano le varie fasi di sviluppo della sua civiltà dalla preistoria alle colonizzazioni succedutesi dei Greci, degli Etruschi e dei Romani. Il passaggio di questi popoli è attestato in vari centri, specialmente in quelli che furono sepolti dall'eruzione del Vesuvio nel 79 (in particolare Ercolano e Pompei, dove meglio si sono conservate le testimonianze). Le vestigia dell'arte classica sono documentate in numerosi altri centri, quali Paestum (che, oltre ai celebri monumenti architettonici, nel 1968 e nel 1972 ha rivelato importanti opere di pittura greca dei sec. V e III a. C.), Napoli, Capua, Cuma, Stabia, Baia, Nola ecc.

Arte

Nell'ambito dell'arte paleocristiana spicca il complesso della “città santa” di Cimitile, che comprende quattro piccole basiliche (fine sec. IV), tra cui quella di San Felice in Pincis, absidata con quadriportico, cui si innesta la “basilica nova”, fondata da san Paolino di Nola, a tre navate con abside triconca. Nella pittura, i mosaici del battistero di San Giovanni in Fiore, nel duomo di Napoli, e quelli della volta della cappella di Santa Matrona, nella chiesa di San Prisco, a Santa Maria Capua Vetere, documentano un'interpretazione provinciale dei motivi classici. Durante la dominazione longobarda (sec. VII-XI) l'attività edilizia, certo intensa, è però scarsamente documentata. Del periodo più antico, corrispondente alla fondazione delle abbazie di San Vincenzo al Volturno, in Molise, e di San Pietro, a Benevento, e al rifacimento di Montecassino (sec. VIII), l'edificio superstite più interessante è la chiesa di Santa Sofia, a Benevento (completata nel 762), dall'inconsueta pianta stellare. Per trovare nuove testimonianze architettoniche bisogna arrivare alle tre chiese a pianta basilicale di San Giovanni a Corte, San Salvatore Maggiore a Corte e San Michele a Corte, a Capua (sec. X), che si riallacciano alla tradizione paleocristiana. Più autonoma la pittura, che negli affreschi della chiesa di Santa Sofia, a Benevento (sec. VIII), e in quelli della cripta dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno, in Molise (sec. VIII-IX), caratterizzati da una grande vivacità di movimento, attesta la presenza di un gusto estraneo alla tradizione locale e vicino alle forme della pittura carolingia. Assai ricca fu la fioritura artistica nel periodo compreso tra l'invasione normanna e il regno di Federico II (sec. XI-XIII). Nell'architettura divenne dominante la tradizione basilicale in edifici a tre navate su colonne di spoglio, con atrio e tre absidi semicircolari, il cui prototipo fu la chiesa abbaziale di Montecassino, nel rifacimento dell'abate Desiderio; da questa dipendono, infatti, la basilica del monastero benedettino di Sant'Angelo in Formis (pure ricostruita da Desiderio, 1073), nei pressi di Capua, il duomo di Salerno (eretto da Roberto il Guiscardo nel 1076-85), quello di Sessa Aurunca (sec. XII), quello di Ravello, le cattedrali di San Michele, a Casertavecchia, e dell'Assunta, a Carinola, e tutte le maggiori chiese fino al sec. XIII. All'impianto basilicale e all'esibizione di colonne, portali classici e frammenti antichi si unirono, soprattutto in un secondo tempo, apporti arabo-normanni di origine sicula, come gli archetti intrecciati e gli archi a ferro di cavallo, che si diffusero soprattutto dalla Costiera Amalfitana (chiostri del duomo e dell'ex convento dei Cappuccini, ad Amalfi; di San Domenico, a Salerno; di San Francesco d'Assisi, a Sorrento; cortile di villa Rufolo, a Ravello). Dalla basilica di Sant'Angelo in Formis deriva il modello dei campanili locali, che nel sec. XIII si arricchirono di terminazioni a torricine cilindriche cupolate, di derivazione siciliana (campanili di Casertavecchia, Amalfi, Gaeta). L'influenza musulmana, sovrapposta a quella bizantino-cassinese, è evidente anche nelle decorazioni musive e a tarsie marmoree di pulpiti, amboni e pavimenti. La decorazione plastica è, invece, decisamente classicheggiante, sia per l'imitazione dei modelli tardoromani, sia per l'influenza del classicismo ottoniano-bizantino, sia, dalla seconda metà del sec. XII, per i legami con il classicismo provenzale (paliotto in avorio del duomo di Salerno; amboni del duomo di Salerno; porta bronzea del duomo di Benevento; plutei della basilica di Santa Restituta, a Napoli; sculture del duomo di Sessa Aurunca). Ma la tendenza classicheggiante campana culminò nel classicismo federiciano della prima metà del Duecento (sculture del Museo Provinciale Campano di Capua). L'influenza bizantina si manifestò esclusivamente nel campo della pittura; ne fu centro, dal sec. XI, Montecassino. Gli affreschi delle lunette nell'atrio della basilica di Sant'Angelo in Formis sono opera di un artista bizantino, mentre l'imponente decorazione pittorica dell'interno, eseguita da maestranze locali, traduce l'aulico linguaggio bizantino in forme popolareggianti (seconda metà sec. XI). Nelle porte bronzee, dapprima eseguite a Bisanzio (abbazia di Montecassino; duomo di Amalfi), poi in Italia, su schemi bizantini (porta del duomo di Ravello, di Barisano da Trani, 1179), si affermò, alla fine, un autonomo linguaggio classicheggiante (porta del duomo di Benevento, prima metà sec. XIII). L'avvento della dinastia angioina e il diffondersi degli ordini francescano e domenicano aprirono la strada alle influenze gotiche italiane e francesi, mentre l'attività artistica si accentrò sempre di più a Napoli.A partire dal Trecento, la Campania divenne una provincia artistica del capoluogo, dove maestranze francesi importarono lo stile gotico della Francia meridionale, presto diffuso anche dagli architetti locali (San Lorenzo Maggiore, dopo il 1270-75; il duomo, 1294-99; Santa Chiara, 1310-24; Santa Maria Donnaregina, 1307-16; San Pietro a Maiella, 1313-16).Nella prima metà del Trecento lavorarono a Napoli pittori romani e toscani, tra cui P. Cavallini, S. Martini e Giotto; anche nella scultura dominarono i toscani. Nel Quattrocento si diffusero in architettura forme gotiche di provenienza catalana, evidenti soprattutto nell'architettura civile. Forma gotica ha il Castel Nuovo, nella cui ricostruzione intervenne nel 1450-51 il catalano G. Sagrera, su incarico di Alfonso I d'Aragona; l'ingresso del castello è di forme rinascimentali, che si affermarono intorno al 1480 con l'arrivo di artisti come Giuliano da Maiano (distrutta villa di Poggioreale; Porta Capuana, ca. 1485; Cappella Pontano, 1498), Benedetto da Maiano, Fra' Giocondo, Francesco di Giorgio Martini e A. Rossellino. Un vero museo della scultura rinascimentale dell'ultimo Quattrocento è la chiesa di Sant'Anna dei Lombardi (o di Monteoliveto, 1411). Nello stesso periodo sorsero palazzi signorili di tipo toscano, con facciata a bugnato e cortili a portici (palazzi Cuomo, Santangelo e Sanseverino). La pittura napoletana del Quattrocento è di derivazione fiamminga, attraverso esempi provenzali, catalani e spagnoli (A. de Baena, Bermejo). La prima metà del sec. XVI fu il periodo delle grandi imprese urbanistiche del viceré spagnolo Pedro de Toledo (via Toledo). Nel secondo Cinquecento si affermò il classicismo tardomanieristico, che dominò fino al 1620 ca. (G. A. Dosio: certosa di San Martino, 1580-1623, e chiesa dei Girolamini, 1592-1619; D. Fontana: Palazzo Reale, 1600-02; G. C. Fontana: Palazzo degli Studi, sede del Museo Archeologico Nazionale, 1586; F. Grimaldi: San Paolo Maggiore, 1583-1630). Seguì la grande stagione del barocco, di cui fu protagonista il lombardo C. Fanzago, autore del chiostro della certosa di San Martino, della guglia di San Gennaro e della chiesa di Santa Teresa, a Chiaia. Suo contemporaneo fu F. A. Picchiatti (guglia di San Domenico, 1658), mentre segnarono il passaggio al rococò F. Sanfelice, D. A. Vaccaro e, soprattutto, F. Solimena. Nella pittura, dopo un debole avvio manieristico, i modelli di Caravaggio (a Napoli nel 1606 e nel 1609) e degli emiliani (Reni, Domenichino e Lanfranco, nella cappella di San Gennaro, nel duomo, e nella certosa di San Martino) costituirono le premesse della fiorente scuola pittorica napoletana, cui impresse dalla seconda metà del sec. XVII un profondo segno F. Solimena. Per quel che riguarda la scultura, dopo un lungo periodo di dipendenza dal manierismo fiorentino (P. Bernini e il Naccherino), si affermò l'eclettismo di C. Fanzago. Molto più tardo (1749-66) è il celebre complesso della decorazione scultorea della cappella Sansevero, cui collaborarono F. Queirolo, G. Sammartino, P. Persico, F. Celebrano e A. Corradini. Sotto Carlo III di Borbone, Napoli, tornata capitale autonoma, si arricchì di grandiosi edifici pubblici: l'albergo dei Poveri, del Fuga (dal 1751); la reggia di Capodimonte, di G. A. Medrano (dal 1738); il Foro Carolino (1757) del Vanvitelli. A questi si devono anche il Palazzo Reale e il Parco Reale di Caserta (1752-74). Nel 1738 venne fondata a Napoli dallo stesso re un'arazzeria, che operò fino al 1798, realizzando alcune serie notevoli; la produzione fu esemplata dapprima su arazzi della fabbrica medicea, poi su modelli francesi. Nel clima rococò si colloca anche la nota produzione delle ceramiche e delle porcellane di Capodimonte, con la fondazione nel 1739 della Real Fabbrica. Caratteristica del Settecento napoletano è anche la produzione delle statuine da presepe. Con la Restaurazione, in architettura, alla tradizione vanvitelliana degli ultimi vent'anni del Settecento si sostituì quella neoclassica, fondata sul recupero delle norme vitruviane e sull'uso di un repertorio classico semplice nelle strutture e nelle cromie (chiesa di San Francesco di Paola, di P. Bianchi, 1817-46, esemplata sul Pantheon di Roma; Teatro San Carlo, 1816; villa Floridiana, di A. Niccolini, 1817-19). Il superamento dello stile neoclassico avvenne con la scelta di un'architettura eclettica grazie soprattutto a E. Alvino, il quale propose uno stile per ogni tipologia costruttiva: il romanico e il gotico per l'edilizia religiosa (facciata neogotica del duomo di Napoli, rifatta su suo progetto); il rinascimentale per l'edilizia pubblica e privata; l'architettura moderna in ferro per stazioni ferroviarie, chioschi, passaggi pedonali ecc. Ma su tutti prevalse lo stile neorinascimentale, che meglio rispondeva all'esigenza di nascondere il degrado delle abitazioni che sorgevano a ridosso delle strade più importanti. Un periodo di intensa attività edilizia, sia pure in forme eclettiche, si avviò dopo l'epidemia di colera del 1884: si procedette a operazioni di risanamento ambientale (quartieri Porto, Pendino, Mercato) e alla demolizione di intere zone per costruire nuovi quartieri caratterizzati da ampie piazze collegate da una più agile rete viaria. Tali interventi, in realtà, aggravarono i problemi della concentrazione demografica, incoraggiando di fatto la speculazione edilizia. In ambito pittorico, all'inizio dell'Ottocento, ai canoni accademici della tradizione neoclassica si oppose la Scuola di Posillipo, costituita da vedutisti e paesisti in gran parte allievi dell'olandese A. S. Pitloo, insegnante di paesaggio all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Del gruppo fecero parte, tra gli altri, G. Smargiassi, S. Fergola, C. Carelli e G. Gigante, personalità dominante della scuola e autore di una versione autenticamente romantica del paesaggio meridionale. Ma i veri rinnovatori della pittura napoletana dell'Ottocento furono Filippo e Giuseppe Palizzi, che a contatto con la pittura francese di J. Corot e G. Courbet tentarono di pervenire a un più intenso verismo. Sulla scia palizziana della ricerca del reale si posero D. Morelli e B. Celentano. Contro il naturalismo dei Palizzi e l'arte del Morelli tentò di reagire la Scuola di Resina, formata da F. Rossano, M. De Gregorio, G. De Nittis e il fiorentino A. Cecioni, legato ai macchiaioli toscani. Alla fine del secolo furono due stranieri, H. von Marées e A. von Hildebrandt, a introdurre una ventata di novità e modernità nell'arte napoletana; A. Dohrn affidò loro la decorazione della Stazione Zoologica, fondata a Napoli nel 1874: il primo affrescò la sala di riposo (ora biblioteca), mentre il secondo vi eseguì gli stucchi. Agli inizi del sec. XX a Napoli furono realizzati interessanti edifici liberty (Galleria Umberto I, di E. Rocco; albergo Santa Lucia, di L. Comencini), soprattutto per opera di artisti settentrionali; questo stile fu prescelto anche per la periferia residenziale di Napoli (San Giorgio, Bellavista, Torre del Greco), dove si adeguò a forme di compromesso con altri linguaggi artistici. Alle formule dell'Art Nouveau si rifece anche l'architetto E. Basile il quale avrebbe dato l'impulso decisivo alla diffusione del liberty a Napoli. In pittura è degna di nota la cosiddetta “secessione dei ventitré” (E. Curcio, E. Viti, R. Nocella ed E. Pansini), movimento antiaccademico legato, anche per l'analoga situazione storica, alle più note secessioni viennese e monacense. I contenuti della tradizione pittorica locale, ancora di impronta naturalistica, furono i protagonisti di questo nuovo linguaggio pittorico caratterizzato, però, da un uso più spregiudicato e libero del colore contro l'accademismo dominante. Durante la prima guerra mondiale l'attività artistica subì un forte rallentamento. Un primo segno di ripresa si ebbe solo nel 1919 con la mostra d'arte alla Floridiana, che servì soprattutto per riannodare i rapporti con le altre regioni d'Italia e con Roma in particolare. Il novecentismo e la retorica littoria cominciarono a prendere il sopravvento con il gruppo degli “ostinati” (Brancaccio, Galante, Fabbricatore, Girosi), appoggiati dal potere fascista. A tale clima propagandistico si opposero E. Persico e L. Cosenza, che nel 1929 progettò il mercato del pesce a Napoli e nel 1934 la villa Oro a Posillipo. Nel secondo dopoguerra si colse un primo tentativo di rinnovamento con il Gruppo Sud (R. Lippi, A. De Stefano, G. Tatafiore e R. De Fusco), che, dopo il 1950, confluì nell'arte informale. Il problema del caos urbanistico generato dall'anarchia edilizia nel capoluogo partenopeo fu affrontato dal Piano Regolatore Generale del 1972 con una strategia fondata sul potenziamento delle infrastrutture e sulla realizzazione di grandi opere. Il centro direzionale della zona di Poggioreale (progettato dall'architetto giapponese K. Tange), che è il prodotto più macroscopico dell'ideologia infrastrutturale, ha rivelato tuttavia, al momento stesso del suo nascere, la totale estraneità rispetto all'identità specifica della metropoli napoletana. Nel corso degli anni Ottanta, inoltre, tale centro si è popolato di edifici per il terziario (quelli progettati da R. Piano e N. Pagliara; le torri gemelle dell'Enel; il Palazzo di Giustizia e la Caserma dei Vigili del Fuoco), oltre che di una serie di assi attrezzati, pedonali e veicolari, ben lontani dai caratteri propri della città mediterranea.

Cultura: generalità

Il panorama culturale della regione ha come fulcro Napoli e non potrebbe essere altrimenti, poiché la città è stata a lungo capitale: durante i regni degli Angioini, degli Aragonesi e dei Borbone. Tanto che all'estero è ancora invalsa l'idea che tutto quanto è tipicamente napoletano sia, al contempo, tipicamente italiano. La realtà della Campania, in effetti, è più sfaccettata e il prorompente mondo napoletano ne è l'aspetto universalmente più noto, ma non l'unico; di grande rilievo è infatti anche il ruolo che in essa ricopre la tradizione popolare, assurta in svariati casi al rango di vera e propria arte. Tuttavia è Napoli che vanta i più importanti primati: l'università, fondata da Federico II già nella seconda metà del sec. XIII, può essere ritenuta la più prestigiosa del Mezzogiorno, segnalandosi per esempio nell'ambito dell'archeologia; istituti di cultura noti a livello internazionale sono, fra gli altri, quello di Studi storici, fondato da Benedetto Croce, e quello di Studi filosofici, che documentano una tradizione speculativa e intellettuale assai viva; la tradizione musicale ebbe nel sec. XVIII, nel conservatorio annesso alla chiesa della Pietà de' Turchini, una fucina di compositori (ne fu allievo, fra gli altri, A. Scarlatti), che fece di Napoli uno dei centri più importanti quanto a composizioni barocche in diretta concorrenza con Venezia, e agli inizi del terzo millennio annovera solisti e gruppi anche di fama europea; la canzone napoletana, ricca di passione e capace di mescolare influssi italiani con altri di ascendenza spagnola, è, di quelle italiane, fra le più note al mondo, celebrata un tempo da S. Di Giacomo e R. Murolo e oggi dalle composizioni di P. Daniele, di T. De Sio, E. Bennato. Il teatro nobile ha da sempre nel San Carlo una delle più importanti sale del Mezzogiorno, ma è certamente quello popolare il più autenticamente napoletano, portato a dignità d'arte dalla ben nota famiglia De Filippo che ha annoverato attori e noti scrittori. Lo stesso cinema italiano deve molto a Napoli: dapprima con Totò e i suoi innumerevoli film, e poi con i tantissimi attori e registi fra i quali si ricorda M. Troisi; figura contemporanea di spicco nell'ambito della regia teatrale e cinematografica è M. Martone. I tesori d'arte della città sono stati oggetto, dagli anni Novanta del sec. XX, di riscoperta e valorizzazione attraverso manifestazioni di richiamo internazionale (Napoli Museo Aperto), che hanno reso la città la quarta meta turistica della nazione. Questa vitalità ha contagiato alcune delle province: soprattutto Salerno, che un tempo fu famosa per una scuola di medicina; Caserta, la cui Reggia borbonica funge da scenografia a concerti e spettacoli; e Benevento, promotrice, grazie all'industriale G. Alberti, del premio di letteratura Strega legato al locale celebre liquore. Cultura, in Campania, è il dialetto, che in alcune realtà regionali e manifestazioni artistiche contende all'italiano il titolo di prima lingua ufficiale e che conferisce una cadenza inconfondibile alla parlata italiana di tutti gli abitanti. E cultura è il numero di beni nella regione dichiarati dall'UNESCO patrimonio dell'umanità: il centro storico di Napoli (dal 1995); la Reggia di Caserta con il parco, l'acquedotto Vanvitelli e il complesso di San Leucio (dal 1997); le aree archeologiche di Pompei, Ercolano e Torre Annunziata (dal 1997).

Cultura: tradizioni

La fortissima cultura popolare locale si esprime attraverso manifestazioni, sacre e profane, e un folclore assai variegato, di cui sono parte integrante le sceneggiate, il rito del caffè al bar, le serenate con il mandolino, la tarantella, i fuochi d'artificio qui meglio noti come “botti”. Elemento comune a tutte queste espressioni tipiche di un mondo al quale hanno ampiamente attinto letteratura e cinema, sono la passionalità, la malinconia, il linguaggio colorito e quasi teatrale, la mimica, il canto, la danza e la superstizione, che ancora oggi si incarnano in personaggi caratteristici come il pazzariello, il venditore ambulante, lo scugnizzo e anche in alcune maschere del Carnevale come il famosissimo Pulcinella. Tra le regioni meridionali, la Campania è proprio quella in cui il Carnevale ha mantenuto meglio i motivi e le rappresentazioni di tipo popolare. Dimostrazioni eloquenti in tal senso sono i riti che si svolgono in molti centri dell'avellinese, come Bellizzi Irpino (dove si mette in scena la Canzone di Zeza) e Montemarano, piccolo paese in cui balli e canti carnevaleschi hanno inizio il 17 gennaio.Molto sentiti sono anche i riti pasquali. Il venerdì santo ad Amalfi, Procida, Sessa Aurunca e Sorrento si svolgono le processioni del Cristo morto.L'apoteosi della spiritualità campana si registra però nell'ambito dei riti in onore di San Gennaro, patrono della città di Napoli (festeggiato nei mesi di maggio, settembre e dicembre), nel corso dei quali avviene l'evento miracoloso della liquefazione del sangue del santo. Tra le altre manifestazioni religiose vanno ricordate la Sagra dei Gigli a Nola, durante la quale sono portati in processione san Paolino e 8 gigli rappresentati da colonne di legno a forma piramidale ricoperte di cartapesta, e la cosiddetta ’Ndrezzata (intrecciata), a Barano d'Ischia, sorta di ballo in cui vengono mimati gli antichi scontri fra cristiani e saraceni. Il folclore della Campania si manifesta anche nelle numerose feste agrarie del periodo estivo, tra le quali figurano le celebrazioni del 14 agosto a Fontanarosa in onore della Madonna della Misericordia e i rituali dedicati a san Rocco (16 agosto) presso il piccolo paese di Foglianise, dove si svolge una lunga sfilata di carri rivestiti di grano e foglie intrecciate. Nel capoluogo campano grande importanza riveste ancora adesso la festa di Santa Maria di Piedigrotta (7 e 8 settembre), caratterizzata da spettacoli pirotecnici e processioni sul mare. In Campania si contano numerosi santuari (alcuni dei quali di origine molto antica), che rappresentano importanti luoghi di culto e meta di pellegrinaggi, come quello alla Madonna dell'Arco a Sant'Anastasia con le compagnie di battenti o fujenti, e ancora al santuario di Montevergine a Mercogliano e al santuario di Santa Filomena a Mugnano del Cardinale, entrambi presso Avellino. La Regata delle Repubbliche Marinare ad Amalfi (ogni 4 anni, in alternanza con le altre antiche Repubbliche Marinare) è una delle feste di carattere profano più interessanti tipiche della regione. Un discorso a parte va riservato alla superstizione: il napoletano è notoriamente considerato un tenace credente nell'esistenza del malocchio e un convinto praticante di scongiuri (numerosi sono gli oggetti usati come talismani e portafortuna); alla cabala e alla smorfia si fa tuttora ricorso per il popolarissimo gioco del lotto. Il folclore napoletano, e campano in genere, è oggetto di studi e numerose sono le pubblicazioni in cui si raccolgono documenti di letteratura popolare. Le tradizioni artigianali sono vive in molte zone e alcune di esse hanno una fama che supera i confini regionali. La produzione della pasta di grano duro, per esempio, in alcuni laboratori sul golfo di Napoli (e in molte case anche dell'entroterra) avviene ancora a mano con antichissime trafile in bronzo; di eccezionale valore è nel capoluogo la tradizione dei presepi con statuine fatte di terracotta e riccamente decorate e con addobbi presepiali (grotte, mercati, ambienti, attrezzi) di sapiente fattura; le ceramiche di Vietri sul Mare e del Beneventano si affiancano alla famosa porcellana d'arte di Capodimonte; il corallo si lavora soprattutto a Torre del Greco; la “carta a mano” viene prodotta ad Amalfi fin dal sec. XIII; fra i tessuti raffinati sono quelli di San Leucio; e ancora da ricordare sono i merletti di Procida e i legni intarsiati di Sorrento.

Cultura: enogastronomia

Simbolo della cucina italiana nel mondo è la pizza, un cibo povero la cui popolarità non conosce confini e crisi. Tutta la gastronomia campana nasce utilizzando materie prime di qualità, che si combinano per creare in molti casi piatti piuttosto elaborati: basti considerare la minestra maritata, il sartù (timballo di riso cotto al forno con polpettine, prosciutto, salame, uova e mozzarella) e il gattò (dal francese gateau, altro ricco timballo che è però a base di patate). Regina incontrastata è la pasta, che nelle province dell'interno viene presentata con ricette particolari, come i mezz'anelli lardiati (maccheroni con pezzi di lardo e guanciale in bianco, formaggio e un po' di vino) e gli schiaffoni (grossi maccheroni fatti a mano e conditi con ragù di carne). Tra i secondi prevalgono le ricette a base di pesce (zuppa, impepata di cozze, fritto di calamari e gamberi, polipetti affogati), mentre la carne è maggiormente consumata nelle province interne (tipica è la braciola di manzo farcita di uva passa e pinoli e cotta nel pomodoro). Vastissimo è il panorama dei formaggi, in prevalenza freschi: oltre alla mozzarella merita ricordare i burielli, le scamorze, il provolone, le provole, il caciocavallo e il caso peruto (caprino morbido e piccante di Sessa Aurunca). Tra i dolci, oltre alla famosa pastiera napoletana, figurano i ministeriali (cioccolatini ripieni con crema di ricotta, zucchero, cioccolato fuso e rum), gli struffoli (pezzetti di pasta dolce, fritti e guarniti con miele e confettini variopinti), e ancora sfogliatelle, mostaccioli, taralli, zeppole, babà. Citiamo, infine, il torrone di Benevento e le particolarissime melanzane alla cioccolata, che si preparano a Maiori il 15 di agosto. Già nell'antica Roma fra i vini migliori si consideravano quelli campani, oggi prodotti infatti da vitigni anche antichi. Vino DOCG della Campania è il taurasi; fra quelli DOC si segnalano l'aglianico del Taburno, il capri, il falerno del Massico, il greco di Tufo, l'ischia, il solopaca, il taburno e il vesuvio. Vanto della regione sono, infine, due liquori: lo Strega di Benevento, che nel nome ricorda una leggenda locale, e il limoncello, ottenuto dai limoni della Penisola Sorrentina e della Costiera Amalfitana. Prodotti con il marchio DOP sono: la mozzarella di bufala campana, il caciocavallo silano, il pomodoro San Marzano dell'Agro Sarnese-Nocerino, gli oli d'oliva Cilento, Colline Salernitane e Penisola Sorrentina. Alle castagne di Montella e alle nocciole di Giffoni è stato riconosciuto il marchio IGP.

Per la geografia

F. Milone, L'Italia nell'economia delle sue regioni, Torino, 1955; M. De Martini, La Campania. Economia montana e foreste, Napoli, 1959; A. Sestini, Il Paesaggio, Milano, 1963; D. Ruocco, Campania. La regione nei suoi lineamenti geografici, Napoli, 1964; idem, La geografia industriale della Campania, Napoli, 1964; M. Mantone, L. Sbordone, Città e organizzazione del territorio in Campania, Napoli, 1983.

Per la storia

V. Epifanio, Campania, Torino, 1925; E. Migliorini, Campania, Napoli, 1960; P. Ottone, Campania, in Italia sotto inchiesta, Firenze, 1965; F. Quilici, Campania, in Italia vista dal cielo, Milano, 1970; W. Jahannowsky, M. Merolla, Materiali di età arcaica della Campania, Napoli, 1983.

Per l'arte

R. U. Montini, Profilo storico dell'arte in Campania, Napoli, 1952; M. Rotili, L'arte nel Sannio, Benevento, 1952; A. Venditti, Architettura neoclassica a Napoli, Napoli, 1961; R. Lattuada, Barocco a Napoli e in Campania, Napoli, 1988.

Media

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Collegamenti