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storiografìa

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Definizione

sf. [sec. XVI; da storia+ -grafia]. Narrazione di avvenimenti storici condotta in base a specifici criteri metodologici. È pertanto possibile prendere in esame le opere storiche di vari periodi e, considerandole nel loro insieme, tracciare la linea evolutiva dello sviluppo della storiografia.

Storiografia: il mondo antico

Le prime manifestazioni storiografiche dei popoli di cultura greco-romano-cristiana possono considerarsi i poemi omerici, nei quali il mito sostanzia una realtà storica e una concezione morale e civile della vita. Ma solo con Erodoto (sec. VI-V a. C.) si ha un'opera storica compiuta, fondata su testimonianze ed esperienze dirette, relativa a tutto il mondo mediterraneo e intesa a spiegare e a esaltare la supremazia dei Greci sui Persiani (i “barbari”). Ben più matura e complessa l'opera di Tucidide (sec. V a. C.), in cui la storia dell'affermazione di Atene su Sparta è esposta col sostegno di una salda coscienza politica, educata dalla filosofia, dall'esperienza, dalla conoscenza non acritica delle fonti. Del magistero di Tucidide, il più grande storico greco, profittò Senofonte (sec. V-IV a. C.), ma con risultati di gran lunga inferiori. Dopo di lui, la storiografia ellenistica è in generale caratterizzata dal prevalere del moralismoretorico: la sola eccezione è l'opera di Polibio (sec. II a. C.), lo storico dell'unificazione romana del Mediterraneo, che egli si sforza di spiegare nelle sue ragioni politiche e morali. Con Polibio la storiografia greca confluisce in quella romana ancora rudimentale e limitata a nuda annalistica, fatta a scopi pratici a cura di senatori e sacerdoti. Sola eccezione, le Origines di M. Porcio Catone (sec. III-II a. C.). Sotto l'influsso greco, ma con vigorosi segni di originalità, in età repubblicana Roma ebbe alcuni tra i suoi storici più insigni: C. Giulio Cesare (sec. I a. C.), protagonista e insieme storico e interprete lucidissimo di eventi della portata di una conquista della Gallia e di una guerra civile; Sallustio (sec. I a. C.), lo storico della guerra di Giugurta e della congiura di Catilina, turbato dai profondi problemi politici e morali suscitati dalla crisi del regime aristocratico; e tra la fine dell'età repubblicana e l'età augustea, Tito Livio (sec. I a. C.-I d. C.). I suoi libri Ab Urbe condita raccolgono quasi tutto il patrimonio di tradizioni e di memorie storiche dell'età repubblicana, ordinato, sia pure con scarso senso critico, dall'idea della continuità e dell'ininterrotto progresso della res romana, sentiti in termini di epopea. In età imperiale, tra molti minori, spiccano due forti personalità d'opposizione: Giuseppe Flavio (sec. I), storico del popolo ebraico e delle sue ribellioni alla dominazione romana, e Cornelio Tacito (sec. I-II), amaro censore di un regime politico senza libertà qual è quello istaurato dal principato, che egli racconta con sicurezza d'informazione ma con accenti di condanna e in una prospettiva di cupo pessimismo. Pure tra il sec. I e il II fiorirono i due più famosi biografi dell'antichità: Plutarco, di lingua greca, e Svetonio. Dopo Tacito, la figura di maggior rilievo della storiografia romana è Ammiano Marcellino (sec. IV). Ma già al suo tempo era nata una storiografia cristiana, profondamente diversa da quella grecoromana nei suoi principi ispiratori, nella sua prospettiva e nella sua finalità. All'incertezza degli storici pagani di fronte al problema del “senso” delle vicende umane, se le determini un fato, una necessità ineluttabile, o la mera sorte, o una superiore intelligenza succede la fede nella divina provvidenza; alla prospettiva particolaristica succede la concezione universalistica dell'intera umanità redenta; alla visione puramente terrena succede quella d'un fine ultraterreno, al quale la vita umana è ordinata. Questi principi, elaborati dai Padri della Chiesa, soprattutto da Sant'Agostino (sec. IV-V), animano l'opera dei primi autori cristiani, da Eusebio di Cesarea (sec. III-IV), di lingua greca, autore della prima storia ecclesiastica, a Paolo Orosio (sec. IV-V), discepolo di Agostino, che diede la prima interpretazione della storia precristiana dal punto di vista cristiano, come momento del contrasto metafisico tra la Città terrena e la Città di Dio, tra il mondo dell'empietà e quello della pietà cristiana: lo stesso Impero romano, in questa prospettiva, è visto come costituito per predisporre provvidenzialmente l'avvento dell'unità cristiana del mondo, della chiesa.

Storiografia: il Medioevo

Ma, su questo terreno ideologico comune, la successiva storiografia medievale comprende opere qualitativamente differenziatissime tra loro. Tra il sec. V e l'XI, in tempi, per l'Occidente, di depressione (o crisi) culturale, appaiono storici come Procopio di Cesarea (sec. VI), di lingua greca, che, riallacciandosi alla tradizione classica, narra con ricchezza e rigore d'informazione la riconquista e la restaurazione imperiale di Giustiniano e inizia la grande tradizione storiografica bizantina, destinata a durare ininterrotta sino alla fine dell'Impero d'Oriente (nella seconda metà del sec. XV) e illustrata da autori quali Michele Psello, Anna Comnena, Niceforo Gregoras, Dukas, Giorgio Frantzes. Allo stesso sec. VI appartengono Cassiodoro e Jordanes, storici dei Goti, cui seguono Gregorio di Tours, storico dei Franchi, Isidoro di Siviglia, storico di Goti, Vandali e Svevi; nel sec. VII il Venerabile Beda, storico degli Angli; nell'VIII Paolo Diacono, storico dei Longobardi; nel IX Eginardo, biografo di Carlo Magno e i numerosi scrittori di storia carolingia; nel X Widukind di Corvey e Liutprando di Cremona, storici dell'Impero sotto la dinastia di Sassonia. È caratteristica comune di queste opere altomedievali lo sforzo di inserire la storia particolare nella storia universale intesa come storia cristiana; sforzo che tuttavia raramente approda a valide sintesi e che si riduce più spesso alla larga immissione nell'esposizione di miracoli, prodigi, riferimenti alle Sacre Scritture ed esempi e discorsi edificanti. Parallelamente appaiono vite di santi, di vescovi e di papi, di cui l'esempio più notevole è il Liber pontificalis Ecclesiae Romanae, iniziato nel sec. VI o VII e continuato sino al sec. XV. A un livello concettuale molto più modesto stanno gli innumerevoli annali o cronache locali, che per lo più si limitano a registrare cronologicamente i fatti che gli autori, per lo più ecclesiastici, giudicano rilevanti. La rinascita religiosa e civile del sec. XI si riflette sulla storiografia con una progressiva rivalutazione dell'attività umana in tutte le sue forme. Oggetti di studio sono le grandi lotte tra il Papato e l'Impero per la supremazia (donde una storiografia curialistica e una imperialistica), la politica degli imperatori svevi in rapporto al Papato e ai Comuni, le crociate. Permane, talvolta anzi si accentua, l'idea che la storia umana si svolga per epoche o fasi spirituali, desunte dalle Scritture e corrispondenti alla nascita, alla crescita e al compimento dell'umanità con l'avvento del giudizio finale (successione delle quattro monarchie, ultima la romana, ancora in corso; successione delle età di Adamo, di Mosè, di Cristo; o delle età del Padre, del Figlio e dello Spirito, secondo Gioacchino da Fiore). Ma nella storiografia più sensibile ai progressi culturali e alla concreta realtà l'armatura teologica e gli intenti morali tendono a cedere il posto a una visione razionale delle vicende umane. Dopo la grande cronaca universale di Ottone di Frisinga (sec. XII), legato a Barbarossa, si sviluppa con crescente rigoglio quella storiografia locale, soprattutto cittadina, che è la più ricca e significativa del Medioevo. In latino o nelle lingue nazionali, essa rispecchia il travaglio di una società in profonda trasformazione politica, economica, culturale; società estremamente differenziata, eppure intimamente unitaria grazie alla comune matrice romano-germanica e cristiana, che può già dirsi europea, sempre più individuata di fronte al mondo bizantino e musulmano.

Storiografia: l’età moderna

Non è possibile un esame, anche sommario, dell'immensa storiografia locale. Fu essa comunque il tramite verso una storiografia moderna, della quale è protagonista l'uomo, artefice e responsabile delle sue sorti. Mediatrice la cultura umanistica italiana, che arricchì la ricerca storica degli strumenti filologici (Lorenzo Valla) e, inseguendo il suo mito di restaurazione della classicità grecoromana, sfatò molte immaginazioni medievali (sia pure creandone di proprie); nel sec. XVI apparvero i primi grandi storici moderni, Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini, storici essenzialmente politici, ma con interessi umani amplissimi, che trascendono largamente l'orizzonte fiorentino o italiano delle loro opere. Pressoché contemporaneamente gli storici italiani Paolo Emilio, Polidoro Virgilio, Lucio Marineo componevano storie nazionali di Francia, Inghilterra e Spagna, mentre in Germania, tra autori ancora legati a modi medievali, emergevano il Beato Renano e l'erudito Peutinger. Nei sec. XVI-XVII la storiografia è stimolata dallo scontro tra protestanti e cattolici, in particolare la storiografia ecclesiastica, rappresentata dai protestanti centuriatori di Magdeburgo e, da parte cattolica, da Baronio e, sul finire del secolo, da J. B. Bossuet. Ma il XVII è anche il secolo della ricerca erudita, della raccolta di fonti (in prevalenza medievali), della nascita della paleografia e della diplomatica, dei primi importanti scritti di metodologia, iniziati a fine Cinquecento da J. Bodin. Il maggior contributo fu dato dalla Francia (benedettini di San Mauro, con J. Mabillon; gesuiti, con J. Bolland e continuatori; J. Bongars, C. Du Cange, A. Duchesne e continuatori ecc.); ma anche la Germania (promotore G. W. Leibniz) e l'Italia (C. Baronio, F. Ughelli, A. Pagi, i due grandi storici del Concilio di TrentoP. Sarpi e P. Sforza Pallavicino) approfondirono e ampliarono la conoscenza del loro passato. Nel sec. XVIII, mentre il filone erudito continuava e aveva il suo più insigne rappresentante in L. A. Muratori (Rerum italicarum scriptores) si sviluppò la storiografia dell'illuminismo, aspramente polemica nei confronti di tutte le civiltà del passato in quanto incapaci di realizzare una condizione umana “secondo ragione”, una società universale libera, egualitaria, progressiva nel senso della felicità. Caposcuola Voltaire, per cui la storia abbraccia tutta la cultura di tutti i popoli, cultura in continuo progresso verso l'età della ragione trionfante sui miti, le religioni, le “tenebre” che ne ostacolano l'avvento. All'area illuministica francese appartengono Montesquieu e N. de Condorcet; all'inglese, D. Hume, W. Robertson, E. Gibbon; alla tedesca, la scuola di Gottinga (J. C. Gatterer, L. A. Schlözer ecc.), M. I. Schmidt e F. Schiller, nonché lo storico dell'arte antica J. Winckelmann; all'italiana, P. Giannone. Ma in Italia, al modello storiografico illuministico si oppone quello proposto da G. B. Vico con la Scienza Nuova, particolarmente influente sulla cultura storica e giuridica napoletana.

Storiografia: romanticismo e positivismo

Nel sec. XIX, la storiografia romantica si presenta anzitutto come rivalutazione, talvolta passionale e poetica, del patrimonio delle tradizioni nazionali (privilegiando il Medioevo, l'età della fede) e come presa di coscienza, anche in sede politica, del valore delle nazioni, in polemica con l'illuminismo razionalistico e cosmopolita e in sintonia con nuove aspirazioni popolari e nazionali. Ma queste posizioni, sostanzialmente soggettive, acquistano oggettività e rigore scientifico alla luce dell'idea, precorsa da Vico e fondamentale nella filosofia idealistica, della storia come svolgimento dello spirito, in cui si risolve tutta la realtà (storicismo) e dei momenti storici particolari come momenti di tale svolgimento. Gli storici romantici fusero per la prima volta erudizione e pensiero filosofico, valorizzando i risultati della ricerca erudita seicentesca e settecentesca ed estendendola con grandi iniziative, soprattutto in Germania (Monumenta Germaniae historica), ma anche in Francia, in Inghilterra, in Italia. In questa direzione operano i maggiori storici romantici, da B. G. Niebuhr a T. Mommsen, da A. S. Thierry a N. D. Fustel de Coulanges, da C. Troya a C. Balbo a L. Tosti, nei quali lo scrupolo di documentare ogni asserzione è molto più severo che in molti altri, pur valorosi, ma spesso dominati dalle rispettive ideologie politiche. Reagendo a talune degenerazioni soggettivistiche, pragmatiche e metafisiche di certa produzione romantica si svilupparono in diverse direzioni: una storiografia diplomatica (L. von Ranke), una filologica (largamente rappresentata in Italia da E. Pais, G. De Sanctis, M. Amari, P. Villari ecc.), una positivistica (M. T. Buckle, H. Taine, J. K. Lamprecht, K. Breysig). Accomuna questi indirizzi il culto dei fatti, l'aspirazione all'oggettività di tipo scientifico, la diffidenza verso la filosofia. Ciononostante, il positivismo storiografico mutuò molto dal romanticismo, sia nei principi (fondamentale quello dello sviluppo, detto positivisticamente evoluzione), sia nel metodo (rigorosa critica delle fonti), sia nell'aspirazione a una visione unitaria (la cosiddetta storia sociale, che unifica la storia di tutte le attività umane particolari), mentre mutuò dall'illuminismo una concezione ottimistica del progresso, promosso dalle scienze, verso una sempre migliore condizione umana.

Storiografia: idealismo e materialismo storico

E in clima culturale positivistico, ma con incisivi influssi romantici e idealistici (hegeliani), nacque il materialismo storico o dialettico di K. Marx, che ha informato una parte notevole della storiografia moderna e contemporanea. A quest'ultima appartiene una grande varietà di indirizzi, dei quali si segnalano qui solo alcuni particolarmente significativi. La storiografia idealistica, d'ispirazione vichiana e hegeliana, è rappresentata dall'attività storica e filosofica di B. Croce, influentissima sulla cultura italiana (e non solo italiana) del Novecento.

Storiografia: la storiografia del '900

Non idealisti, ma come questi polemici nei confronti del positivismo e del materialismo in nome di posizioni spiritualistiche differenziate – anche profondamente –, A. Omodeo, F. Chabod, N. Rodolico, R. Morghen. L'indirizzo economico-giuridico (G. Volpe, R. Caggese) confluisce nel marxismo, ben vivo nella storiografia italiana da A. Labriola, E. Ciccotti, G. Salvemini ad A. Gramsci, a D. Cantimori e ai numerosi contemporanei. Va notato che alcune istanze marxiste economiche, sociologiche e metodologiche sono largamente accolte anche da autori non marxisti. Alle storie della cultura (J. K. Lamprecht, F. Arens, W. Dilthey), dello spirito dei popoli (W. Goetz), delle idee (F. Meinecke), tendono a succedere storie sociali (H. Pirenne, M. Rostovzef, J. Huizinga, G. M. Trevelyan, M. Bloch) o totali (F. Braudel, J. Le Goff, A. Toynbee, H. Robinson), che sintetizzino i risultati delle ricerche storiche speciali sui diversi campi dell'attività umana e quelli della ricerca sociologica. Sulla storiografia sociale o totale attualmente coltivata con più ampi sussidi documentari e tecnici e con quelli della sociologia e della statistica influiva più o meno direttamente il marxismo, che ha ispirato nella sua forma ortodossa la copiosa produzione storiografica sovietica (Kovalëv e Maškin per l'antichità, Grekov, Jacubovskij, Rutenburg, Skaskin per il Medioevo e i primi tempi dell'età moderna, A. S. Erusalimskij per l'età moderna ecc.). Tra le tendenze storiografiche del sec. XX va segnalato il ruolo svolto dalla rivista Annales d'Histoire Economique et Socialefondata nel 1929 da M. Bloch e L. Febvre. Caratteristica essenziale di questa rivista è stata il superamento dell'histoire bataille e dell'histoire événementielle, contestualmente a un profondo rinnovamento metodologico in grado di utilizzare una pluralità di scienze (interdisciplinarità) per la ricostruzione del passato. Nel secondo dopoguerra (1948), la rivista cambiava nome: Annales. Economies. Sociétés. Civilisation, evidenziando anche nel titolo il carattere “totale” della ricerca storica e il rapporto imprescindibile con le altre scienze sociali, mentre con F. Braudel si venivano meglio precisando gli approdi della “scuola” delle Annales: “strutture” e “lunga durata”. Il superamento della storia événementielle apriva la strada alla storia quantitativa che proprio nella lunga durata trovava il miglior fondamento (P. Chaunu, E. Le Roy Ladurie, F. Furet) e aveva un notevole sviluppo oltre oceano nella “new economic history” nella quale le quantificazioni dei fenomeni e le loro serializzazioni vengono correlate con le teorie economiche. Proprio la pretesa di fondare una “storia scientifica” ha però prodotto una reazione in parte della storiografia contemporanea che contesta la possibilità di ricondurre la storia a leggi generali, necessarie e prevedibili, prescindendo da tutte le variabili soggettive che concorrono al processo storico (valori, mentalità ecc.). In questo contesto tendono a riprendere vigore non solo gli interessi per la storia politica, sottovalutati dalla storiografia strutturalista, ma anche il valore della narrazione (L. Stone, The past and present).

Bibliografia

B. Croce, Teoria e storia della storiografia, Bari, 1948; idem, Storiografia e idealità morale, Bari, 1950; Autori Vari, La storiografia italiana negli ultimi vent'anni, Milano, 1970; E. Fueter, Storia della storiografia moderna, Milano-Napoli, 1970; D. Cantimori, Storici e storia, Torino, 1971.

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