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Itàlia (geografia e storia)

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(Repubblica Italiana). Stato dell'Europa meridionale (302.073 km²). Capitale: Roma. Divisione amministrativa: regioni (20). Popolazione: 60.795.612 ab. (stima 2014), 59.433.744 ab. (censimento 2011). Lingua: italiano (ufficiale), minoranze tedesche, francesi, slovene. Religione: cattolici in maggioranza (85,7% nel 2008), ortodossi 100.000, protestanti 400.000, testimoni di Geova 236.000, valdesi 25.000, mormoni, ebrei 30.000. Secondo una stima del 2004 i musulmani, prevalentemente sunniti, sarebbero circa un milione, di cui solo il 3% costituito da cittadini italiani, i non religiosi/atei ca. 10 milioni. Unità monetaria: euro (100 centesimi). Indice di sviluppo umano: 0,872 (26° posto). Confini: Francia (W), Svizzera (NW), Austria (NE), Slovenia e mare Adriatico (E), mar Ionio, mar Mediterraneo e canale di Sicilia (S), Mar Ligure, mar Tirreno e mar di Sardegna (W). Membro di: Consiglio d'Europa, EBRD, NATO, OCDE, ONU, OSCE, UE, WTO.

Generalità

Con la sua conformazione fisica molto ben definita anche se estremamente frastagliata e complessa, l'Italia si identifica nella più centrale delle tre grandi penisole che si protendono dalla massa continentale europea verso il Mediterraneo. I suoi confini politici, infatti, corrispondono in gran parte ai suoi confini naturali: l'arco alpino a N, e il mare lungo le coste. In questa unità ben delineata si integrano anche le grandi isole vicine, la Sicilia e la Sardegna, escludendo la Corsica, politicamente francese, nonché l'arcipelago di Malta, Stato indipendente. Infatti la “regione italiana”, dal punto di vista geologico, non coincide perfettamente con l'entità statuale, che invece comprende anche le isole Pelagie (Lampedusa e Linosa) come estremità più meridionale. Nonostante la sua unità morfologica, l'Italia è nata come stato unitario soltanto nel 1861, definendo poi successivamente la propria configurazione territoriale (e naturalmente il proprio percorso storico) soprattutto attraverso le vicende legate alle due guerre mondiali.Che la storia e la conformazione geografica siano strettamente legate nella formazione di un Paese come l'Italia è dimostrato da vari fattori. Tra le Alpi e la Sicilia c'è una distanza di circa 1200 km; le coste siciliane distano solo 150 km da quelle africane, mentre il confine più settentrionale si trova alla latitudine di Berna. Questo significa diversità di ambienti e di situazioni geografiche. Altro aspetto caratteristico della geografia naturale dell'Italia è come si colloca nel Mediterraneo. La penisola frammenta lo spazio marittimo in mari più piccoli (il Ligure, il Tirreno, l'Adriatico, lo Ionio, quelli che lo storico Fernand P. Braudel definì “mari stretti”), suscitando nel tempo forme di gravitazione politica ed economica particolari. Venezia, per esempio, ha avuto una storia strettamente legata all'Adriatico, così come Genova al Tirreno. Allo stesso modo, la dorsale appenninica che corre lungo la penisola ha ulteriormente diviso il territorio e le varie popolazioni. La storia dell'Italia, in effetti, è un susseguirsi di unioni e divisioni, e perciò è ricca di entità territoriali distinte; l'unificazione politica, anche se realizzata secondo un disegno di dettato naturale, è il risultato di un processo politico e culturale iniziato dall'età romana, quando Roma “latinizzò” la penisola. Dalla comune lingua latina, poi, vennero a crearsi le varie parlate. Queste, gradualmente, divennero dialetti o lingue vere e proprie grazie all'apporto notevole dato dai popoli che, in varie forme, soprattutto invasioni, abitarono la penisola, dai longobardi, ai normanni, agli spagnoli e ai francesi in epoche più recenti. La cosiddetta lingua italiana, quella che si fa nascere da Dante, è stata per secoli solo la lingua dei letterati. Si dice che sia stata la televisione, arrivata in Italia nel 1954, a far parlare nello stesso modo tutti gli italiani.In ogni caso, è senz'altro da far risalire all'espansione dell'Impero romano la fase in cui iniziò quella trasmissione culturale tra Mediterraneo ed Europa centrale che, anche se a fasi alterne, è stata estremamente significativa per la storia del continente. Già nel Settecento, con la riscoperta delle antichità e dell'archeologia, l'Italia divenne meta imprescindibile di tutti quegli artisti e intellettuali che con il Grand Tour, toccando città come Venezia, Firenze, Roma e Napoli, percorrevano la penisola con l'animo dell'esploratore alla ricerca e alla scoperta della bellezza e delle radici di saperi e valori culturali condivisi. Solo dopo la seconda guerra mondiale, che ha profondamente cambiato il volto dell'Europa, nascerà di nuovo l'esigenza negli abitanti del vecchio continente di ritrovare delle radici comuni. In questo l'Italia sarà uno dei Paesi promotori: insieme a Belgio, Olanda, Lussemburgo, Germania occidentale e Francia darà vita nel 1957 alla Comunità Economica Europea, primo nucleo della futura Unione Europea, nata nel 1999.

Lo Stato: ordinamento

L'ordinamento dello Stato italiano è disciplinato nella seconda parte della Costituzione (promulgata il 27 dicembre 1947), che attua, attraverso l'organizzazione e la struttura dello Stato, i diritti riconosciuti e garantiti ai cittadini in precedenza. L'orientamento costituzionale si fonda sul principio della divisione dei poteri fra lo Stato centrale e gli enti autonomi locali. La Costituzione, infatti, da un lato ha raccolto il principio della separazione dei poteri fra gli organi costituzionali dello Stato; dall'altro ha voluto ulteriormente frazionare il potere fra lo Stato centrale e gli enti autonomi territoriali, pur nei limiti di garanzia dell'unità e indivisibilità della Repubblica (art. 5 della Costituzione). Il potere centrale è suddiviso negli organi costituzionali, quegli organi cioè che esercitano una funzione costituzionale, le cui manifestazioni sono atti di potere, e che non hanno alcun organo sovraordinato. Essi sono: il Parlamento, formato dalla Camera dei deputati e dal Senato della Repubblica, che esercita la funzione legislativa (eletto a suffragio universale e diretto, dura in carica 5 anni; il 29 novembre 1999 è stato introdotto il diritto di voto per i cittadini italiani residenti all'estero); il presidente della Repubblica, eletto dal Parlamento in seduta congiunta, che rimane in carica 7 anni ed esercita funzioni composite in ordine agli altri organi costituzionali; egli infatti, fra l'altro, promulga le leggi e può entro certi limiti sciogliere il Parlamento, nomina il presidente del Consiglio dei ministri, e i ministri stessi, e ne emana gli atti; inoltre presiede sia il Consiglio superiore della magistratura, sia il Consiglio superiore della difesa; il governo, costituito dal presidente del Consiglio e dal Consiglio dei ministri, che esercita la funzione esecutivo-amministrativa e guida materialmente la nazione secondo un determinato indirizzo politico, sotto un controllo che è espresso dal voto di fiducia o sfiducia del Parlamento. Sia il presidente del Consiglio sia i ministri sono nominati dal presidente della Repubblica; la Magistratura, che costituisce un ordine autonomo, soggetto soltanto alla legge per l'esercizio della funzione giurisdizionale; la Corte Costituzionale, composta da 15 giudici che restano in carica 9 anni ed esercitano fondamentalmente una funzione giurisdizionale, avendo il compito di garantire il rispetto della Costituzione da parte degli organi dello Stato e da parte degli enti autonomi locali (in particolare le Regioni). Essa infatti giudica della legittimità costituzionale delle leggi e degli atti aventi forza di legge dello Stato e delle Regioni; dei conflitti fra i vari poteri dello Stato e fra lo Stato e le Regioni; delle accuse promosse contro il presidente della Repubblica e i ministri, per ogni reato commesso nell'esercizio delle loro funzioni; il presidente della Repubblica per alto tradimento e attentato alla Costituzione, in quanto la Costituzione (art. 90) lo dichiara non responsabile per gli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per i due reati sopra esposti. La sua responsabilità è assunta dal ministro che controfirma l'atto.

Lo Stato: autonomie locali

I Comuni, le Province, le Città metropolitane e le Regioni sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione; sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze. In particolare, le venti Regioni sono gli enti cui è stata riconosciuta la più ampia sfera di autonomia. Esse sono state innanzi tutto suddistinte in regioni a statuto ordinario, ossia regioni che hanno alla base del proprio ordinamento uno statuto, approvato e modificato dal Consiglio regionale con legge approvata a maggioranza assoluta dai suoi componenti, con due deliberazioni successive adottate a intervallo non minore di due mesi (art. 123 della Costituzione); e regioni a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta, Friuli-Venezia Giulia), alle quali è stata riconosciuta una sfera di autonomia ancora più ampia e i cui rispettivi statuti vengono approvati con legge costituzionale. Le Regioni esercitano funzioni legislative e amministrative. La competenza legislativa delle Regioni è di tipo residuale in quanto, ai sensi dell'articolo 117 della Costituzione “spetta alle Regioni la potestà legislativa in riferimento a ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato”. Lo stesso articolo 117 della Costituzione prevede alcune materie di legislazione concorrente (per esempio rapporti internazionali e con l'Unione Europea delle Regioni; commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro) in cui allo Stato spetta determinare i principi generali entro cui la Regione eserciterà la sua potestà legislativa. Le Regioni svolgono poi le funzioni amministrative inerenti alla propria attività legislativa e godono di autonomia finanziaria. I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale. Fanno eccezione le province di Trento e Bolzano, che godono di poteri legislativi in base a quanto stabilito dallo statuto speciale del Trentino-Alto Adige. I Consigli regionali sono legittimati a redarre il nuovo statuto regionale, decidendo autonomamente la forma di governo, il sistema elettorale, i principi di organizzazione e di gestione amministrativa e, come i Consigli provinciali e comunali, vengono eletti a suffragio universale dalle popolazioni comprese nelle rispettive circoscrizioni. La vita degli enti locali è stata profondamente trasformata dalla legge 8 giugno 1990, n. 142, che ha colmato gravi lacune del passato dettando, per taluni aspetti, una nuova disciplina per Regioni, Province e Comuni. Nel 2000 l'approvazione del testo unico sugli enti locali (decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267) e, nel 2001, la riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione repubblicana (legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3) hanno portato all'ampliamento delle competenze delle cosiddette autonomie locali. Sono state potenziate le funzioni del potere esecutivo delle Regioni (i presidenti guidano la Giunta e possono sciogliere il Consiglio) e anche quelle del potere legislativo; i Consigli regionali sono legittimati a modificare lo statuto regionale decidendo forma di governo, sistema elettorale e gestione amministrativa. Allo Stato rimane riservata la competenza legislativa esclusiva su alcune materie (politica estera, difesa, moneta, leggi elettorali statali, ordine pubblico e sicurezza, norme generali sull'istruzione, previdenza e tutela dell'ambiente), mentre per tutte le restanti materie la competenza amministrativa è passata alle Regioni. Per quanto riguarda la struttura amministrativa italiana, la suddivisione territoriale è cambiata nel 1992 con la creazione di otto nuove province (Biella, Crotone, Lecco, Lodi, Prato, Rimini, Verbano-Cusio-Ossola e Vibo Valentia). Nel 2005 vengono create 4 province in Sardegna: Olbia-Tempio, Ogliastra, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias. Infine, con la legge dello Stato 11 giugno 2004, n. 146, sono state istituite altre tre province: Monza e Brianza, Fermo, Barletta-Andria-Trani. Queste successive riforme all'assetto amministrativo del territorio hanno portato il numero complessivo delle province italiane a 110. In attesa della modifica del titolo V della Costituzione che cancellerà definitivamente le province, con la legge n. 56 (7-IV-2014) è prevista l'abolizione progressiva (a scadenza mandato) delle cariche elettive delle province e un ridimensionamento delle loro competenze. A partire dal 1°-I-2015 sono state istituite 10 “città metropolitane” (Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Reggio di Calabria dal 2016, Roma, Torino, Venezia), che hanno assorbito le rispettive province godendo di particolari poteri e autonomie amministrative. Le precedenti normative sull'accorpamento delle province sono state dichiarate incostituzionali dalla Consulta.

Stato: istruzione

L'insegnamento prescolare è impartito nelle scuole materne ai bambini dai 3 ai 6 anni. L'iscrizione è gratuita e la frequenza facoltativa; l'organizzazione di tale scuola è ancora affidata in genere allo Stato, a enti privati o ai comuni . L'istruzione primaria si svolge nelle scuole elementari, è obbligatoria e gratuita ed è della durata di 5 anni suddivisi in due cicli, il primo biennale, il secondo triennale con promozioni interne senza esami. Esistono scuole elementari speciali per minorati fisici (ciechi, sordomuti), scuole all'aperto ecc. L'istruzione secondaria è distinta in due gradi, il primo costituito dalla scuola media unica, triennale, obbligatoria, che ha unificato (legge n. 1859 del 1962) i cinque tipi precedenti differenziati nei programmi e nelle possibilità di prosecuzione. Il secondo grado della scuola secondaria comprende diversi "ordini", classico, scientifico, magistrale, tecnico, artistico, professionale, con diploma finale di maturità o di abilitazione (esame di Stato) per l'accesso a qualunque facoltà universitaria. Gli indirizzi classico, scientifico e magistrale si svolgono rispettivamente al ginnasio-liceo classico (ginnasio biennale, liceo triennale), nel liceo scientifico (quinquennale) e nell'istituto magistrale (quadriennale). L'istruzione tecnica è impartita negli istituti tecnici (quinquennali), distinti in agrari, industriali, nautici, commerciali, per geometri, per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere, per il turismo e femminili. L'istruzione professionale viene svolta negli istituti professionali, di varia durata (due o tre anni), l'istruzione artistica negli istituti d'arte (triennali o quadriennali), nei licei artistici (quadriennali), nelle accademie di belle arti, nei conservatori di musica, nell'Accademia nazionale di arte drammatica e in quella di danza. Con la legge delega 30-7-1973, n. 477 è stata introdotta l'amministrazione collegiale della scuola. Negli anni Novanta, in Italia si è dato l'avvio a una ristrutturazione del sistema scolastico che va dalla riforma della scuola elementare all'istituzione del corso di laurea per la formazione degli insegnanti della scuola primaria nel 1990, dall'abolizione degli esami di riparazione nel 1994 alla delega al governo per l'introduzione di norme in favore dell'autonomia scolastica nel 1995, dalla riforma degli esami di maturità all'istituzione del servizio nazionale per la qualità dell'istruzione nel 1997, dallo statuto degli studenti della scuola secondaria superiore all'innalzamento dell'obbligo scolastico nel 1998, e si giunge infine al regolamento per l'attuazione dei principi dell'autonomia scolastica nel 1999 e alle leggi (poi "congelate") sul riordino dei cicli di istruzione e sulla parità tra scuole statali e private nel 2000. Al fine di migliorare la qualità del livello di istruzione dei giovani, adeguandolo agli standard europei, e di prevenire e contrastare la dispersione scolastica potenziando le capacità di scelta degli alunni, la legge n. 9 del 20 gennaio 1999, a decorrere dall'anno scolastico 1999-2000, ha elevato l'obbligo di istruzione da otto a dieci anni. La stessa legge, dopo aver ribadito la gratuità dell'istruzione obbligatoria, ha stabilito che l'obbligo di istruzione abbia durata novennale e che, mediante programmazione da definire nel quadro del riordino stesso, sarà introdotto l'obbligo di istruzione e formazione fino al diciottesimo anno di età. All'obbligo scolastico si adempie frequentando le scuole elementari, medie e il primo anno delle scuole secondarie superiori. Al termine della scuola secondaria, gli studenti sostengono l'esame di Stato disciplinato dalla già citata legge n. 425 del 10 dicembre 1997. L'istruzione superiore è svolta nelle università e negli istituti superiori, organismi autonomi dal punto di vista amministrativo e didattico. Agli inizi degli anni Novanta sono stati affiancati ai corsi di Laurea, dei corsi di studi intermedi, della durata di 2 o 3 anni, con lo scopo di preparare nuove figure professionali. Nel 1999, con decreto del ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica n. 509 del 3 novembre, è stato previsto il rilascio, da parte delle Università, di titoli di primo e secondo livello, corrispondenti, rispettivamente, alla laurea (i cui corsi hanno una durata di tre anni) e alla laurea specialistica (corsi di ulteriori due anni dopo la laurea). Maggiori sedi universitarie: Bari (1923), Bologna (ca. 1088), Catania (1434), Ferrara (1391), Firenze (1321), Genova (1471), Milano (1923; Politecnico, 1863), Napoli (1224), Padova (1222), Palermo (1777), Pavia (1361), Perugia (1200), Pisa (1343), Roma (1303), Torino (1405), Venezia (1949). Tali città sono sedi di università statali; vi sono inoltre università private: l'Università Cattolica del Sacro Cuore (Milano, 1920), l'Università Commerciale L. Bocconi (Milano, 1902), l'Università di Urbino (1506), l'Università per stranieri di Perugia (1925), la Libera Università internazionale degli studi sociali di Roma (1966). Per attenuare il sovraffollamento nelle sedi universitarie principali, alcuni istituti hanno aperto corsi in centri minori. A statuto speciale è la Scuola Normale Superiore di Pisa (1813).

Rapporto tra Stato e religioni

Il 18 febbraio 1984 è stato stipulato tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede un nuovo concordato (il precedente risaliva al 1929) che disciplina i rapporti tra Stato e Chiesa. La Costituzione italiana, che garantisce a tutti i culti libertà e uguaglianza davanti alla legge, in considerazione dell'adesione della grande maggioranza dei cittadini alla Chiesa cattolica, privilegia quest'ultima di una condizione di favore, riconoscendo la validità civile del matrimonio religioso e l'insegnamento della dottrina cattolica nelle scuole (anche se a frequenza facoltativa), pur sancendo la separazione tra Stato e Chiesa. Lo Stato italiano ha anche sottoscritto sei intese con altrettante confessioni religiose per regolamentare diverse materie, come il riconoscimento di istituzioni scolastiche, le festività previste dai diversi culti e così via. Le intese sono state sottoscritte con la Tavola Valdese (1984), l'Unione delle chiese cristiane avventiste del 7° giorno (1986), le Assemblee di Dio in Italia (1986), l'Unione delle comunità ebraiche (1987), l'Unione cristiana evangelica battista in Italia (1993), la Chiesa evangelica luterana in Italia (1993). Rimangono ancora da regolamentare i rapporti tra lo Stato e le religioni in più forte crescita: islamismo, buddismo, cristianesimo ortodosso e testimoni di Geova.

Territorio: geologia, l’era paleozoica

L'attuale assetto geologico della penisola italiana è il risultato di una serie di eventi tettonico-sedimentari succedutisi dal Paleozoico a oggi; fenomeni di subduzione, collisione e rotazione di zolle (o placche) litosferiche sono i principali responsabili dell'assetto geologico del territorio italiano. Da un punto di vista geologico l'Italia può essere considerata come uno dei settori più giovani del pianeta; infatti nella regione mediterranea la collisione tra la zolla africana e quella eurasiatica, iniziata nell'Eocene, ha avuto luogo in modo diacrono (tratti diversi dei margini continentali sono venuti a contatto in tempi diversi) e quindi ha causato lo smembramento dei margini stessi e la conseguente formazione di numerose microzolle in movimento sia l'una rispetto all'altra, sia rispetto alle due grandi masse continentali. Da questa complessa situazione è risultata in un passato (geologicamente) recente, ed è tuttora in corso, un'intensa attività endogena con fenomeni di subduzione, rotazione e formazione di nuovi fondali oceanici, che sono all'origine della sismicità e del vulcanismo che caratterizzano quest'area. Rocce molto antiche, a testimonianza della storia prepaleozoica dell'area italiana, sono scarse e vengono segnalate, non sempre con certa attribuzione, nel settore alpino occidentale, nell'Arco Calabro-Peloritano e nel blocco sardo-corso. Si tratta di rocce altamente metamorfosate la cui natura originaria, a causa delle molteplici trasformazioni che hanno subito, è quasi impossibile da determinare; inoltre, la mancanza in esse di organismi fossili limita la possibilità di attribuzioni cronologiche certe. Il Paleozoico, per contro, è molto ben documentato in diversi settori (Sardegna, Alpi, area sudalpina, Arco Calabro-Peloritano e, in piccoli lembi, nell'Appennino). Al termine del Precambriano (590 milioni di anni fa) l'area, solidale con la placca africana, ha subito gli effetti deformativi e metamorfici del lungo ciclo orogenetico baikaliano e degli eventi tardorogenici a esso connessi. Si sono originate in questo periodo (Cambriano, Ordoviciano) discordanze stratigrafiche (discordanza sarda, discordanza sarrabese) e intrusioni granitoidi (Sudalpino e Sardegna). Durante il Siluriano e il Devoniano (438-360 milioni di anni fa) l'area è stata, per la maggior parte, interessata da una sedimentazione marina in facies terrigena o carbonatica, di ambiente da neritico a pelagico, che ha portato alla costruzione di prismi sedimentari ai margini dei blocchi continentali Laurenzia e Gondwana. Durante il Carbonifero inferiore (330 milioni di anni fa), con la deposizione del flyschercinico, si assiste a un radicale cambiamento della sedimentazione, preludio all'acme orogenetica che porterà alla formazione della catena ercinica. Secondo diversi autori, la sedimentazione in questo periodo è stata fortemente controllata da un'intensa tettonica trascorrente, che successivamente (Permo-Carbonifero), con la deformazione dei prismi sedimentari del Paleozoico superiore, interposti tra i due blocchi continentali Laurenzia e Gondwana, ha portato alla formazione della catena ercinica. In effetti, secondo alcuni autori, le ercinidi del settore europeo-mediterraneo sono il risultato di una trascorrenza destra fra il blocco africano e quello nordeuropeo che, durante il Paleozoico inferiore, determinando la formazione di aulacogeni, rift e stretti bacini oceanici (effetti estensivi), ha fortemente controllato la sedimentazione. Durante il Paleozoico superiore, invece, questo movimento trascorrente ha portato alla deformazione dei sedimenti depositatisi durante l'intervallo precedente, determinando, in seguito agli effetti compressivi della trascorrenza fra il blocco nordeuropeo e quello africano, la formazione di fasce intensamente tettonizzate. Questa deformazione è avvenuta in un regime esclusivamente ensialico, che ha interessato, cioè, settori caratterizzati da sola litosfera continentale. È con questo meccanismo che si sono formati i segmenti ercinici del blocco sardo-corso, della Carnia e del settore calabro-peloritano, che poi furono interessati, più o meno intensamente, dai processi attivi durante il ciclo alpino. La serie di continue collisioni oblique verificatasi tra il blocco del Laurenzia e quello del Gondwana, lungo la zona di trascorrenza destra che li separava, ha portato, in seguito alla deformazione dei prismi sedimentari interposti, all'unione dei due blocchi continentali in un unico supercontinente (la Pangea).

Territorio: geologia, dal Permiano al Neogene

A partire dal Permiano (286 milioni di anni fa) inizia il cosiddetto “ciclo alpino”, che ha portato nel Terziario alla formazione della catena alpina. Con il Permiano comincia lo smembramento della Pangea con l'allontanamento reciproco del blocco europeo rispetto a quello africano e con la conseguente formazione dell'oceano Tetide, che costituì il bacino di sedimentazione di tutti quei depositi che oggi, trasformati in rocce, caratterizzano la maggior parte del territorio italiano. È, infatti, in seguito alla deformazione del prisma sedimentario europeo che si è originata, in massima parte, la catena a falde di ricoprimento delle Alpi. Questa deformazione è stata determinata dal processo di convergenza litosferica, iniziatosi nel Cretaceo superiore (97 milioni di anni fa) e protrattosi in pieno Terziario, tra il blocco europeo e quello africano; tale convergenza ha innescato un processo di subduzione che ha portato, con la consunzione totale della crosta oceanica tetidea, alla collisione dei due blocchi continentali europeo e africano. La collisione, verificatasi nell'Eocene (55-38 milioni di anni fa) ha provocato la deformazione della maggior parte del prisma sedimentario europeo (fase mesoalpina), determinando la messa in posto delle principali falde alpine con la conseguente formazione di una catena montuosa: le Alpi. Durante la fase postcollisionale, in regime ensialico, l'edificio alpino ha continuato la sua tettogenesi con la messa in posto delle falde Elvetidi e la conseguente deformazione del Bacino della Molassa (fase neoalpina, Miocene). Queste falde sono state quindi ricoperte dai terreni che si erano accumulati nel bacino piemontese-ligure e che erano stati spinti verso N dalla deriva del continente africano. Questi terreni, unitamente alle rocce basaltiche che costituivano il fondo del bacino, formano le Pennidi (così chiamate dalle Alpi Pennine dove sono molto estese). In seguito alla collisione tra Africa ed Europa, nell'area mediterranea sono mutati gli equilibri del sistema litosfera-astenosfera e si sono innescati nuovi processi che hanno portato l'area italiana all'attuale assetto. Nel settore geologico algero-provenzale, un processo di rotazione di blocchi litosferici (sfenocasma ligure) ha portato alla formazione di nuova crosta oceanica e alla rotazione di ca. 35º in senso antiorario del blocco sardo-corso che è così passato da una posizione di continuità con l'area europeo-provenzale all'attuale posizione di isolamento all'interno dell'area mediterranea. Tale posizione fu raggiunta nel Miocene inferiore (24 milioni di anni fa) e da allora risulta stazionaria. Contemporaneamente all'azione dello sfenocasma ligure venne attivato, in fase postcollisionale, un nuovo processo di subduzione a E del blocco sardo-corso, con l'associata formazione di un arco vulcanico (vulcanismo calcalcalino sardo). Tale processo, avvenuto quindi in regime ensialico (subduzione di tipo A), ha portato alla subduzione della litosfera continentale africana al di sotto della litosfera continentale europea. Questo regime geodinamico ha provocato la deformazione del prisma sedimentario africano, determinando la strutturazione di una nuova catena montuosa: gli Appennini, originatisi in diverse fasi tettoniche, coinvolgendo settori paleogeografici molto diversi fra loro e determinando strutture convergenti verso l'avampaese africano-adriatico. Durante le fasi traslative, che hanno dato origine alla catena appenninica, è stato inserito nel sistema orogenico africano-adriatico un segmento di catena alpina (Arco Calabro-Peloritano). Questo segmento, già strutturato nelle fasi deformative eoalpina e mesoalpina, era collocato, prima della sua traslazione nella posizione attuale, in prossimità del blocco sardo-corso. È opinione molto diffusa che alla strutturazione della catena appenninica nelle fasi posttortoniane abbia contribuito in maniera rilevante l'apertura del bacino tirrenico. Questo nuovo elemento geodinamico ha indotto nell'area tirrenica un forte assottigliamento crostale, consentendo la risalita dal mantello di magmi basaltici a composizione tholeitica; processi analoghi si hanno attualmente in aree in via di oceanizzazione. Nel settore tirrenico si sono avuti diversi momenti di oceanizzazione: durante il Messiniano (6,5-5,1 milioni di anni fa), dando origine al vulcanismo dei vulcani sottomarini Magnaghi e Vavilov, e durante il Pliocene superiore (2 milioni di anni fa), determinando il vulcanismo tholeitico del vulcano sottomarino Marsili. Questi episodi, molto ben documentati nel bacino tirrenico, corrispondono ad altrettanti momenti tettogenetici dell'Appennino, sia come fasi compressive sul fronte delle falde appenniniche, in compressione verso l'avampaese africano-adriatico, sia come episodi distensivi, nel retropaese tirrenico. Questi ultimi sono anche all'origine della formazione di nuovi bacini sedimentari, sia marini (ciclo neogenico toscano) sia continentali (conche intrappenniniche), che hanno determinato l'evoluzione tettonico-sedimentaria recente della catena appenninica. Alla tettonica estensionale indotta nell'area dagli episodi di oceanizzazione del bacino tirrenico è legato l'intenso vulcanismo che ha interessato, sin dal Pliocene superiore, il margine tirrenico della catena appenninica; i vulcani ancora attivi in Italia testimoniano l'intensa attività geodinamica che il pianeta esplica nell'area mediterranea. In particolare l'attività vulcanica delle isole Eolie è, secondo alcuni autori, associata ai processi geodinamici che coinvolgono l'Arco Calabro-Peloritano; in questo settore dell'area mediterranea sarebbe in atto una subduzione litosferica, dal mar Ionio verso il mar Tirreno, responsabile oltre che del vulcanismo delle isole Eolie anche dei terremoti profondi che si registrano nell'area tirrenica centromeridionale. L'elevata sismicità del territorio italiano è, anch'essa, indice dell'attuale intensa attività geodinamica dell'area mediterranea. Si tratta, in massima parte, di terremoti superficiali, con ipocentro fra i 10 e i 15 km di profondità, distribuiti, principalmente, in maniera più o meno omogenea, lungo l'asse della catena appenninico-sudalpina. Tale sismicità è riconducibile a disequilibri nel sistema litosfera-astenosfera, indotti nell'area mediterranea dalle fasi tettogenetiche che, durante il Neogene (24-2 milioni di anni fa), hanno dato origine alle catene circummediterranee.

Territorio: morfologia

Così come si è venuto delineando dopo le vicende geologiche, il territorio italiano si presenta montuoso, vario, frammentato, povero di legami unitari. Esso è interessato infatti da due catene montuose, le Alpi e gli Appennini, che ne formano le strutture portanti e che gli conferiscono un elevato grado di montuosità. Soltanto il 23,2% del territorio nazionale è formato da pianure o superfici pianeggianti, mentre il 41,6% è occupato da zone collinari e il 35,2% da montagne. In tal senso l'Italia ha la sua espressione fisica più caratteristica nel paesaggio collinare, specie nelle regioni centrali, che sono state lo sfondo delle antiche civiltà nate sul territorio italiano e che ospitano le forme più tipicamente italiane di antropizzazione, di quel rapporto tra natura e cultura così come si è delineato nei secoli passati. A partire dal sec. XIX e in particolare dalla formazione dello Stato unitario l'area che ospita le attività più significative dal punto di vista economico e la culla stessa dell'Italia moderna è la Pianura Padana, la più vasta e continua delle superfici pianeggianti del territorio italiano, che prosegue verso E nella pianura veneta, sua appendice compresa tra l'Adriatico e le Alpi Orientali. A grandi linee si riconoscono in essa un'alta e una bassa pianura. La prima è formata dai grandi conoidi allo sbocco delle valli, nei quali si inseriscono, lungo il pedemonte alpino, gli apparati morenici dei ghiacciai pleistocenici; i conoidi, incisi e terrazzati in epoche postpleistoceniche, rappresentano le sezioni più elevate della pianura. Sono costituiti da terreni ciottolosi e ghiaiosi, materiali grossolani depositati per primi dai fiumi, ciò che spiega l'aspetto vegetale piuttosto povero di gran parte dell'alta pianura, occupata originariamente da macchie arbustive (brughiere, magredi ecc.). Dove questi suoli finiscono si ha il passaggio verso la bassa pianura, area di sedimentazione con coltri fini. La fascia di passaggio tra le due aree corrisponde alla linea delle risorgive, una direttrice importante nella geografia padana, soprattutto ben marcata dalla parte alpina, mentre il fenomeno è meno vistoso sul lato appenninico. Come l'alta, anche la bassa pianura, in origine area di inondazioni, è stata progressivamente conquistata dall'uomo; sono state bonificate le zone paludose e rinforzati gli argini dei fiumi che, nei tratti finali presso la costa adriatica, scorrono pensili. La parte più depressa della pianura è indicata dal corso del Po, sensibilmente spostato verso sud, che con pendenza debolissima fluisce verso la costa. Questa, come tutte le coste basse, dove non c'è soluzione di continuità morfologica tra fondi marini e terra emersa, è orlata da lagune che l'uomo in alcuni casi ha difeso (come quella di Venezia) deviando il corso dei fiumi ed eliminando quindi gli apporti detritici, e in altri casi ha contribuito a prosciugare (è il caso delle valli di Comacchio) o addirittura a cancellare.

Territorio: morfologia dell’Italia settentrionale

L'arco alpino che orla a N la Pianura Padana rientra nel territorio italiano con il versante meridionale, tranne alcune appendici (la più estesa è il Canton Ticino). Dal punto di vista strutturale gran parte di questo versante è costituito dalle cosiddette Alpi Meridionali, la grande fascia prevalentemente formata da rocce sedimentarie calcaree che si estende a S della linea tettonica della Valtellina e che verso E comprende la stessa area dolomitica oltre che le Prealpi Venete. Delle principali subcatene in cui si divide comunemente l'arco alpino, rientrano in tutto o in parte nei confini italiani, da SE a W, le Alpi Liguri, Marittime, Cozie, Graie, Pennine, Lepontine, Orobie, Retiche, Dolomitiche, Carniche, Giulie.Orograficamente si presentano in genere molto movimentate e varie per la presenza di fratture e piegamenti. Nella fascia più meridionale, dove dominano le morfologie carsiche, specie nelle Prealpi Venete, i rilievi non sono molto elevati e superano di poco i 2000 m. Più internamente i 3000 m sono superati dalle cime maggiori delle Dolomiti (Marmolada, 3342 m) e delle Alpi Orobie (pizzo di Coca, 3052 m). Tra queste due aree montagnose si eleva il massiccio granitico dell'Adamello (3554 m), grande etmolite che frappone le sue morfologie glaciali entro una più varia successione di forme montuose. Morfologie glaciali si trovano anche nelle aree prealpine, solcate nel Pleistocene dai grandi ghiacciai emanati da bacini alpini più interni. Oggi alcuni degli antichi solchi sono occupati da laghi (Maggiore, di Como, di Garda, d'Iseo e altri minori) sbarrati dai depositi morenici sul lato della pianura. Con le sue vallate che si aprono verso la pianura, la fascia delle Alpi Meridionali rappresenta la parte più agevole e popolata dell'area alpina. I solchi maggiori che incidono le Alpi Meridionali sono quelli corrispondenti al lago di Como, che continua poi longitudinalmente nel solco della Valtellina, le valli orobiche, la valle dell'Adige (una delle maggiori valli alpine, dal tipico andamento trasversale) e, nella sezione orientale, le valli del Piave e del Brenta. Esse hanno funzionato da vie di penetrazione e di arroccamento e rappresentano linee fondamentali nella geografia dell'area alpina. Le altre aree morfo-strutturali delle Alpi sono quella pennidica e quella austroalpina. La prima comprende tutte le Alpi Occidentali a partire dai primi rilievi della pianura piemontese (mancano qui le Prealpi vere e proprie) e si stende verso l'interno e verso N fino a comprendere i massicci del Monte Rosa (4637 m) e i gruppi posti alla destra orografica della Valtellina. Resta escluso invece il Monte Bianco (4807 m), massiccio granitico che si considera “esterno”. Nell'area pennidica dominano le formazioni scistose e perciò si hanno morfologie rapidamente degradabili, legate al glacialismo. Elemento di spicco nell'area pennidica è rappresentato dalla massa ofiolitica del Monviso (3841 m), con la sua gugliata piramide che domina la sezione occidentale dell'arco alpino. Tra le valli che penetrano nell'area pennidica la principale è quella d'Aosta, solco trasversale che incide per intero le masse gneissiche della catena fino a incrociare il solco tettonico rappresentato dalle opposte valli di Ferret e di Veny, che separa il Monte Bianco dall'area pennidica. A questa strutturazione si deve il notevole sviluppo della Valle d'Aosta, che rende accessibile la sezione più interna della catena, con un grande vantaggio per le comunicazioni una volta realizzato il traforo del massiccio del Bianco.L'area austroalpina rientra nel territorio italiano con una porzione limitata rappresentata dalla parte superiore del bacino dell'Adige: vi predominano le formazioni granitiche e porfiritiche che però lasciano scoperte ampie aree sedimentarie. Anche qui prevalgono le forme glaciali, che hanno come primo riferimento le valli (dell'Adige, dell'Isarco) confluenti nel solco trasversale atesino. Complessivamente, riguardando l'area alpina, si nota come essa sia aspra ed elevata nella sezione occidentale, dove oltre tutto lo spartiacque è più vicino alla Pianura Padana, e come sia più aperta e ampia nella sezione orientale. In rapporto a ciò si spiegano il diverso sviluppo vallivo tra le varie parti dell'arco alpino e la diversa consistenza della fascia prealpina e collinare, che è ampia e distesa nel tratto veneto, ma passando dalla sezione centrale a quella occidentale si restringe via via. A S la Pianura Padana è delimitata dalla vasta fascia collinare appenninica, che si estende dalle Langhe fin quasi allo scoglio miocenico di San Marino in Romagna. Questa fascia, di terreni perlopiù arenaceo-marnoso-argillosi del Cenozoico recente, è solcata da valli che giungono sino allo spartiacque appenninico, ma la morfologia non è mai aspra, proprio per la facile degradabilità delle formazioni rocciose. Lo spartiacque, facilmente superabile, è dominato da rilievi non più alti di 2000 m, se si eccettuano il monte Cimone (2165 m) e poche altre cime appenniniche (monte Prato, monte Cusna, Alpe di Succiso).

Territorio: morfologia dell’Italia peninsulare e insulare

La configurazione dell'Italia peninsulare è impostata sulla catena appenninica, con la sua caratteristica asimmetria e il suo sviluppo a grandi archi. Appennino Ligure, Tosco-Emiliano, Umbro-Marchigiano, Abruzzese, Sannita (o Campano), Lucano, Calabro sono, da N a S, le denominazioni più comuni delle sezioni in cui viene divisa la catena.La parte settentrionale forma un arco che dalla Liguria, attraverso l'Appennino Tosco-Emiliano, continua fino all'Italia centrale, presentando un versante molto ampio sul lato tirrenico; all'interno di quest'arco si trova un'area preappenninica, corrispondente al cosiddetto Antiappennino Toscano, che prosegue verso S in quello Romano o Laziale. Si tratta di una zona formata da rilievi marginali, calcarei, come le Alpi Apuane, o da rilievi vulcanici come il monte Amiata (1738 m), il più settentrionale degli apparati endogeni della fascia tirrenica tosco-laziale-campana. L'Appennino vero e proprio ha anche in questo arco una morfologia mai aspra, data la costituzione geologica di terreni arenaceo-argillosi recenti. Elemento tipico è la serie di solchi longitudinali nei quali si inscrivono la valle del Tevere e l'alta valle dell'Arno, che poi svolge il suo corso in una spaziosa pianura. La sezione appenninica centrale, tra Marche e Abruzzo, è caratterizzata dai massicci calcarei (i più alti dei quali sono il Gran Sasso d'Italia, 2912 m, e la Maiella, 2795 m) che si elevano in vicinanza della costa adriatica, tra una serie di conche o aree depressionarie, risultato di una tettonica tormentata e non ancora assestata. Con il loro aspetto dolomitico, dirupato, essi dominano le sottostanti addolcite dorsali di argille plioceniche che si distendono verso l'Adriatico, perpendicolari alla costa. Verso il Tirreno il rilievo è meno coordinato e rotto in una serie di bacini fluviali che convergono verso il corso del Tevere, il quale tende alla costa aprendosi la strada tra le superfici vulcaniche, molto estese, della regione laziale. La sezione meridionale dell'Appennino si riavvicina al Tirreno con i massicci calcarei campani, ai quali presso la costa si giustappone l'area vulcanica intorno al golfo di Napoli (Vesuvio, 1281 m). Sul lato adriatico invece il rilievo appenninico si spegne, attraverso le dorsali delle Murge, nel tavolato calcareo pugliese, che si corruga a N formando la caratteristica penisola garganica. Sul versante ionico riappaiono le formazioni argillose, che costituiscono gli ammanti periferici intorno ai massicci calcarei, il più meridionale dei quali è il Pollino (2248 m). Con questo monte inizia la zona del massiccio calabro-peloritano, cioè una zolla di terreni granitici, antichi, la cui morfologia, che dipende dai recenti sollevamenti, è impostata su linee mature che scendono però a gradini verso la costa. Al di là dello stretto di Messina, dopo l'appendice granitica dei Peloritani, riappaiono le forme carsiche nelle Madonie e nel resto dell'isola riprendono le morfologie argillose, se si esclude l'area vulcanica etnea. L'Etna (3323 m) è tra i più grandi vulcani attivi del continente.Nella Sardegna le forme sono legate per larga parte alle vecchie strutture granitiche, come quelle calabre, dominanti nelle sezioni orientale e settentrionale; in quella occidentale (monti del Gennargentu) il rilievo è formato dagli espandimenti vulcanici recenti. Nel complesso predominano le linee aperte, con rilievi isolati, indice di paesaggi antichi. Data la conformazione montuosa della sezione peninsulare, l'Italia ha coste prevalentemente rocciose o con brevi strisce sabbiose lungo le scarpate collinari; coste basse si trovano soltanto in corrispondenza delle poche pianure alluvionali che si aprono verso la costa: la pianura toscana, quella laziale, quella campana; non mancano tratti portuosi, però in questo caso l'entroterra è angusto e frammentato. La costa bassa più estesa è quella dell'alto Adriatico, margine dell'entroterra più grande e unitario del territorio italiano; ma essa è naturalmente la meno ricca di porti, se si esclude Trieste, che però fa parte della regione istriana. Complessivamente le coste si sviluppano per 7375,3 km, comprese le isole. Tra queste, oltre alle maggiori – Sicilia e Sardegna(a sua volta interessata dalla presenza di numerose isole più piccole tra cui le più importanti sono l'Asinara, Sant'Antioco e San Pietro) – si trovano nel mare Adriatico le Tremiti, nel mar Tirreno l'Arcipelago Toscano, le isole Ponziane, Partenopee, Eolie (con i vulcani attivi di Stromboli e Vulcano), Egadi, e Ustica; nel mar di Sicilia Pantelleria e le Pelagie.

Territorio: idrografia

Orograficamente frammentata, l'Italia ha un'idrografia centrata su fiumi numerosi ma in genere, a parte il Po, modesti per quanto riguarda lo sviluppo del bacino e la portata. Il principale è il Po (652 km), che raccoglie le acque del più esteso e unitario bacino del Paese, quello compreso per 74.970 km² tra le Alpi e gli Appennini. Nell'area padano-veneta bacini autonomi formano l'Adige (410 km), che al tempo delle grandi glaciazioni quaternarie confluiva nel Po, il Bacchiglione, il Brenta, il Piave, la Livenza, il Tagliamento, il Reno e i fiumi veneti e romagnoli minori. La rete idrografica imperniata sul Po è formata da fiumi alpini e fiumi appenninici, tra loro diversi per regime e sviluppo del bacino. I fiumi alpini (Dora Baltea, Ticino, Adda, Oglio e altri minori) hanno un bacino complessivamente più esteso e idrograficamente reso complesso dalla presenza dei grandi laghi prealpini, che occupano gli invasi degli antichi ghiacciai pleistocenici, quali il Lago Maggiore (212,2 km²; bacino del Ticino), il lago di Como (145,9 km²; bacino dell'Adda), il lago d'Iseo (65,3 km²; bacino dell'Oglio) e il lago di Garda (370 km²; bacino del Sarca-Mincio). In generale gli immissari dei laghi hanno regime alpino, legato cioè all'alimentazione nivale e glaciale; ma i laghi fungono da regolatori e rendono più costante la portata degli emissari, i quali però sono soggetti al ritmo delle precipitazioni stagionali, prevalentemente autunnali e primaverili. Nella regolazione delle acque agiscono anche le opere erette dall'uomo a scopo irriguo o per la produzione di energia elettrica. Regime nettamente determinato dalle precipitazioni, con portate estive debolissime ed elevate in autunno e primavera, hanno gli affluenti appenninici (i principali sono il Tanaro, lungo 276 km, che è però in parte anche alimentato dalle Alpi, il Trebbia, il Taro, il Secchia, il Panaro): da ciò i loro ampi greti che si aprono verso la pianura. Tutti gli affluenti del Po hanno un corso orientato verso E, a causa della doppia pendenza verso il Po e verso il mare. Adige e fiumi veneti hanno un regime misto, alpino nella parte superiore del loro corso, prealpino, cioè legato all'alimentazione nivale e alle precipitazioni stagionali, nella parte mediana: ciò in misura più spiccata procedendo verso E. Alcuni dei fiumi veneti vennero deviati dal loro corso dal governo della Serenissima per evitare l'interramento della laguna di Venezia dove sarebbero sfociati naturalmente. L'idrografia della penisola ha i suoi fiumi maggiori nell'Arno e nel Tevere, morfologicamente impostati nei solchi longitudinali dell'Appennino. L'Arno (241 km), che in epoche remote, attraverso la val di Chiana, si immetteva nel Tevere, svolge ora il suo corso in modo capriccioso, formando la grande ansa (Valdarno) che termina a Firenze, superata la quale fa il suo ingresso nella pianura che si amplia verso la costa a S della Versilia. Il regime dell'Arno è appenninico, con portate massime concentrate tra l'autunno e l'inverno, minime estive. Uguale regime ha il corso superiore del Tevere (405 km), che per un lungo tratto non ha una grande portata; si arricchisce notevolmente dopo l'apporto della Nera, con il suo affluente Velino che scendono dagli alti massicci dell'Appennino Centrale e hanno anche una buona alimentazione nivale, in primavera, e sono comunque relativamente ricchi di acque. Sul lato adriatico i fiumi hanno sviluppi modesti (il principale è l'Aterno-Pescara, 145 km) e i loro corsi, perpendicolari alla costa, si succedono regolari e tra loro paralleli. Anche nell'Italia centrale un importante elemento idrografico è rappresentato dai laghi; tra questi il maggiore è il Trasimeno (128 km²), che occupa una depressione ai margini della val di Chiana (un tempo anch'essa lago), ma caratteristici sono i laghi vulcanici del Lazio (di Bolsena, 114,5 km², di Bracciano e altri ), che occupano l'area di antiche caldere, ben indicati dalla loro forma circolare. Nell'Italia meridionale i fiumi maggiori sono quelli campani (il Volturno, 175 km e il Sele) e quelli della Basilicata e della Calabria che sfociano nel golfo di Taranto (Basento, 149 km, Bradano, Sinni e altri), mentre un'idrografia vera e propria manca in gran parte della regione pugliese, date le sue strutture carsiche. I fiumi dell'Italia meridionale alternano una grande povertà delle portate estive con forti e improvvise piene del periodo invernale, com'è proprio del regime delle precipitazioni dell'area mediterranea; espressione caratteristica di questa mediterraneità dell'idrografia meridionale sono le fiumare, con i loro ampi greti ghiaiosi. Si tratta di corsi a regime torrentizio, male incanalati e soggetti a piene rapide e tumultuose; trasportano grandi quantità di detriti che, specialmente in Basilicata, sono strappati a versanti già intaccati dall'erosione a calanchi. Uguali caratteri ha l'idrografia nelle isole (Simeto, 113 km, Tirso); in generale, in tutta l'area meridionale, alla povertà estiva di risorse idriche si è cercato di porre rimedio con la costruzione di dighe che, oltre a tesaurizzare le acque, servono anche a regolare un regime dagli squilibri stagionali così forti (laghi artificiali Omodeo in Sardegna, Ampollino in Calabria e altri).

Territorio: clima

L'Italia presenta climaticamente una notevole varietà di situazioni, che dipendono dalla sua movimentata orografia, dal suo notevole sviluppo latitudinale, dalla presenza dei mari da un lato e di un arco montagnoso come le Alpi dall'altro, dalla sua centralità rispetto alle correnti umide occidentali da un parte e a quelle di aria fredda e secca provenienti da NE, dall'altra. La mediterraneità è comunque il carattere fondamentale del suo clima, carattere che si riassume in quella solarità, in quella mitezza dell'aria, in quella luminosità del cielo che fanno anche da sfondo a molte opere letterarie pur non essendo sempre confermate dalla realtà. Caratteristiche della mediterraneità sono una forte propensione alla concentrazione delle precipitazioni in periodi limitati dell'anno e una relativa frequenza dei fenomeni temporaleschi. In ogni caso le condizioni variano sensibilmente passando dalle coste alle zone montuose dell'Italia peninsulare, come pure passando da S a N del Paese, dove la Pianura Padana ha un clima temperato continentale dagli aspetti peculiari; senza contare le Alpi, dove si incontrano tutte le condizioni climatiche, alle varie altitudini, tipiche del passaggio dalle latitudini temperate a quelle polari. Le masse d'aria che regolano il clima dell'Italia sono fondamentalmente quelle continentali provenienti da NE, quelle marittime tropicali da SW e quelle marittime polari che alimentano le correnti occidentali. A esse si connettono le diverse situazioni bariche e venti caratteristici come la bora, il Föhn, il maestrale, il libeccio, lo scirocco. Gli influssi delle masse d'aria variano secondo le stagioni e secondo la latitudine. Così le masse di aria continentali provenienti da NE si manifestano soprattutto nell'Italia settentrionale e d'inverno, quando si elevano le pressioni sulle superfici continentali, mentre nel bacino mediterraneo si formano aree depressionarie. La tipica situazione invernale dell'Italia è rappresentata da cielo sereno e basse temperature nel Nord (nella Pianura Padana spesso si hanno formazioni nebbiose) e tempo perturbato con temperature non rigide al Sud. D'estate si hanno invece alte pressioni nel bacino mediterraneo (condizione anticiclonica) e quindi bel tempo stabile, lunghi periodi di siccità in tutto il Sud. In questa stagione sono frequenti le manifestazioni temporalesche al Nord, soggetto agli influssi d'aria fresca occidentali, soprattutto sui rilievi alpini o nelle aree, come quelle a S dei laghi prealpini, di contatto fra masse d'aria calda e umida e aria più fredda proveniente dalle vette. A queste condizioni generali delle stagioni solstiziali succedono situazioni intermedie nelle stagioni di trapasso, primavera e autunno. Nel Nord queste sono di regola le stagioni più piovose, mentre nel Sud si ha un prolungamento delle rispettive condizioni invernali ed estive, secondo i caratteri propri del clima subtropicale mediterraneo, con tutte le conseguenze che ciò comporta anche per l'agricoltura. La mediterraneità si fa via via più accentuata scendendo verso S. Queste condizioni generali del meccanismo climatico stagionale influenzano in certa misura il regime e la distribuzione delle temperature, accentuando o mitigando le tipiche situazioni locali legate all'altitudine, alla vicinanza o meno al mare, all'esposizione ecc. Le temperature più basse si hanno, d'inverno, con lo spirare dei venti continentali da NE. Si registrano le punte minime nelle Alpi Orientali, dove il termometro scende fino a -20 ºC nelle vallate. Nella Pianura Padana i valori inferiori allo zero sono frequenti, e ciò si verifica soprattutto quando si stabilisce la cosiddetta "inversione termica" con mari di nebbie basse e persistenti: a Milano-Linate le temperature medie minime del mese più freddo, gennaio, sono di -1,8 ºC, che si abbassano a Torino (-3,5 ºC), in posizione più continentale, e aumentano a Venezia (-0,4 ºC). Eccezionalmente elevate sono peraltro le temperature invernali nella Riviera Ligure, che raggiungono medie giornaliere di 10 ºC di Sanremo, dove il clima è mitigato dall'effetto termico della massa d'acqua del mare, e i monti alle spalle fanno da barriera alle correnti fredde settentrionali costringendo il vento proveniente da N a scendere scaldando gli strati d'aria sottostanti per compressione. Valori relativamente alti, data la continentalità del clima padano, si hanno d'estate; le medie del mese più caldo, luglio, sono di 25 ºC a Milano e di poco inferiori a Venezia e nell'arco costiero veneto influenzato in modo non rilevante dall'Adriatico, che è un mare poco profondo. L'elevato tasso d'umidità che provoca scarsa escursione termica diurna, rende la temperatura percepita nel periodo estivo molto elevata. L'escursione termica annua nella Pianura Padana è quindi sensibile, così come lo è quella giornaliera nel periodo invernale. Nell'Italia peninsulare le condizioni termiche variano sensibilmente da N a S e dalle coste all'interno, dal versante tirrenico a quello adriatico. Nel mese di gennaio la sezione interna appenninica è compresa nell'isoterma di 4 ºC (a Firenze le medie oscillano tra 4-5 ºC e all'Aquila tra 1-2 ºC), mentre nelle zone più vicine alle coste si mantengono sui 6-7 ºC, valore di Roma; a Palermo le medie sono di 11-12 ºC. In luglio su gran parte dell'interno della penisola si hanno medie comprese tra i 22 e i 24 ºC, con valori più bassi nelle zone appenniniche (all'Aquila 21 ºC) e valori oscillanti tra i 25 e i 26 ºC nelle fasce costiere, anche delle isole; ciò dimostra una notevole uniformità di condizioni dovuta, soprattutto nel Tirreno, all'azione del mare, che si misura anche nella non elevata escursione termica giornaliera e stagionale (quest'ultima a Palermo e a Roma è rispettivamente di 14 ºC e 18 ºC). Il versante adriatico è più esposto alle correnti fredde provenienti da NE, per cui le temperature invernali sono più basse e più frequenti gli episodi nevosi anche sulla costa. Per quanto riguarda le distribuzioni delle precipitazioni esistono forti differenze in funzione soprattutto del rilievo. Nelle zone alpine e appenniniche oltre i 1000 m si hanno medie annue superiori ai 1000 mm, che si abbassano in misura diversa nella Pianura Padana (a Milano le medie sono intorno agli 850 mm) e nelle zone collinari e costiere della penisola, dove si passa dagli 800-900 mm di Firenze ai 600-700 mm di Bari e ai 500-550 mm di Palermo. Le zone più piovose d'Italia sono quelle meglio esposte agli influssi marittimi: le Prealpi venete (che nell'Udinese e nel Vicentino raggiungono il valore massimo per l'Italia, con ca. 3000 mm, dovuti alle precipitazioni temporalesche estive) e le Alpi Apuane. La zona più arida è la costa meridionale sicula con ca. 100 mm annui; assai scarsa è anche la piovosità di alcune aree pugliesi (per esempio il Tavoliere). In tutta l'Italia meridionale in genere le precipitazioni non sono abbondanti, però agli effetti antropici ha soprattutto importanza la loro distribuzione: la lunga e secca stagione estiva, alternata ai brevi periodi piovosi invernali, è all'origine di diversi problemi del Meridione italiano, tra cui le difficoltà dell'agricoltura, la povertà degli ammanti forestali già in passato degradati dall'uomo, la forte erosione di molti terreni ecc. Nelle zone montuose le precipitazioni nevose sono abbondanti oltre i 2000 m di altitudine soprattutto nelle Alpi (dove cadono fino a 7-8 m all'anno); il limite delle nevi perenni si fissa poco sopra i 3000 m. Più in generale non si può però prescindere dal ricordare che è ormai evidente un fenomeno di cambiamento climatico su scala planetaria che ovviamente interessa anche l'Italia. L'aumento della temperatura media terrestre, dovuta all'elevata concentrazione di CO2 nell'atmosfera, che provoca il cosiddetto “effetto serra”, produce infatti conseguenze sempre più visibili anche nelle fasce temperate, a cominciare, per esempio, dall'inasprimento dei fenomeni meteorologici e dallo sconvolgimento delle stagioni. Tenendo conto di questo processo, la latitudine mediterranea dell'Italia colloca la penisola tra le aree a rischio di alcune delle conseguenze previste già nella prima metà del sec. XXI: progressiva desertificazione a partire dalle regioni meridionali, esposizione delle zone litoranee più fragili (in particolare Venezia) all'innalzamento del livello dei mari, allargamento della fascia di incidenza delle malattie tropicali.

Territorio: geografia umana: popolamento dalla preistoria all’Unità d’Italia

Il popolamento umano dell'Italia doveva essere già relativamente avanzato nel Paleolitico superiore, come testimoniano i numerosi reperti di quell'epoca. La maggior parte dei siti si collocano lungo le coste e, nell'Italia continentale, sulle prime pendici prealpine e appenniniche, in quanto la Pianura Padana era allora ancora paludosa, impraticabile, dominio di fiumi selvaggi. Nel Neolitico e nell'Eneolitico soprattutto cominciarono a prendere forma le prime linee di popolamento e di sedentarizzazione lungo le principali vie naturali di traffico, quelle stesse che, anche in epoca storica, resteranno come linee fondamentali del tessuto antropico. Molti piccoli centri e città italiani sorsero infatti sul luogo di antichi insediamenti preistorici, benché riferibili soprattutto all'Età del Bronzo e all'Età del Ferro. In quelle epoche l'Italia era collegata, anche commercialmente, con l'esterno, da cui riceveva continui apporti culturali secondo le direttrici illirica, iberica e mediterranea. L'Età del Ferro attivò culturalmente alcune aree, tra cui l'Italia centrale dove prese vita poi la civiltà etrusca, mentre altre zone si sivilupparono in epoca più tarda. Agli Etruschi si deve la prima consistente attrezzatura urbana e viaria del Paese, sfruttata successivamente dai Romani, la cui affermazione, dal punto di vista geografico, fu sicuramente favorita dalla posizione della terra latina al centro dell'arco tirrenico che Roma poteva così meglio dominare. All'organizzazione romana si deve la creazione di un tessuto territoriale che diede unitarietà al Paese, lo dotò di strade fondamentali, di città rimaste poi come perni della geografia italiana. Culturalmente omogeneizzò un Paese naturalmente frammentato, lasciando così un'eredità che neppure il Medioevo riuscì a dissipare. Nell'alto Medioevo il quadro geografico però si trasformò e i nodi principali dell'organizzazione territoriale si spostarono nell'Italia centrale e settentrionale. Il Mediterraneo, pur mantenendo un ruolo centrale nella vita politica e pur continuando a rappresentare il fulcro delle comunicazioni tra Est e Ovest e tra Nord e Sud, ridusse il proprio ruolo economico a causa di una significativa diminuzione degli scambi. L'asse economico e politico del continente si delineò tra Firenze, Milano e l'Europa centrale e atlantica. È questo uno dei motivi cui far risalire l'inizio dello squilibrio tra l'Italia del Nord e quella del Sud. Al Sud si confermarono, con le strutture feudali, le città rappresentative, sedi del potere aristocratico, aliene al mondo contadino, che non possedeva alcun ruolo economico; nel Nord le città passarono in mano alla borghesia commerciale e artigianale e instaurarono un vivace rapporto di scambi con il territorio circostante, dominato da un'economia di tipo contadino. La stessa differente distribuzione delle città al Sud e al Nord, nell'Italia di oggi, è un riflesso di questa diversificazione politica ed economica concretizzatasi nell'epoca medievale, con l'affermazione al Centro e al Nord delle città comunali, alcune delle quali, come Firenze, Milano, Venezia, Genova, anzi egemonizzarono l'economia dell'Europa. Il fervore culturale del Rinascimento fu il risultato di questo momento, benché proprio allora l'Italia divenisse politicamente soggetta alle grandi potenze europee, frammentandosi in tanti piccoli Stati e impoverendosi economicamente, specie nella parte meridionale, soggetta alla parassitaria politica ispanica e feudale. Il Nord invece, agganciato all'Europa centrale, conservò i propri patrimoni borghesi. L'unità politica non riuscì a comporre una geografia così lacerata e in certa misura accentuò il distacco tra Nord e Sud. Lo squilibrio si rivelò chiaramente alla fine dell'Ottocento con i primi flussi migratori indotti da un'economia incapace di assorbire quel surplus demografico che nel frattempo era andato accentuandosi.

Territorio: geografia umana: demografia dello Stato unitario

Ai primi anni del sec. XIX, secondo alcune stime, la popolazione italiana era di 18 milioni, cifra di poco superiore a quella dei secoli precedenti, se si esclude il Seicento, con la sua grave decadenza economica e le micidiali epidemie. Al primo censimento unitario (1861) la popolazione residente superava di poco i 26 milioni di abitanti calcolata entro i confini attuali e i 22 milioni di abitanti entro i confini dell'epoca. Proprio dopo l'Unità prese avvio quel forte incremento demografico che nel 1901 portò la popolazione italiana a ca. 33 milioni di unità e nel 1911 a ca. 36 milioni. Ma già la grande emigrazione era nel suo pieno svolgimento. Nel Sud impoverito, ma anche nelle regioni meno sviluppate del Nord, come le aree appenniniche, alpine e prealpine, il Veneto, il Friuli, la Liguria interna, l'esodo rappresentava l'unica soluzione alle gravi difficoltà economiche, nella prospettiva di condizioni di vita nuove e migliori all'estero. Negli ultimi decenni del secolo l'emigrazione (che nel periodo 1876-1900 interessò complessivamente 5.300.000 persone) si orientò prevalentemente verso i Paesi industriali europei, la Francia, il Belgio, la Svizzera, la Germania, raggiunti da ca. 100.000 persone all'anno tra il 1876 e il 1890. Ma già a partire dal 1890 l'emigrazione verso i Paesi transoceanici superò quella verso l'Europa: tra il 1891 e il 1900 partirono ogni anno per i Paesi d'oltreoceano più di 150.000 italiani, che nel decennio 1901-10 diventarono 350.000. Le partenze aumentarono nel periodo successivo e nel solo 1913, l'anno della più forte emigrazione, lasciarono l'Italia per le Americhe 560.000 persone, cui si aggiunsero 313.000 partenze per i Paesi europei. Dall'inizio del secolo al 1915 espatriarono 8-9 milioni di persone, la maggior parte delle quali originarie della Puglia, della Campania, della Sicilia, della Calabria e del Veneto; ne rimpatriò in media un terzo circa. Dopo il 1914 si ebbe una rapida e fortissima diminuzione degli espatri, che cessarono quasi del tutto nel periodo bellico. Ma nel frattempo l'incremento demografico era ulteriormente aumentato, tanto che all'inizio della prima guerra mondiale la popolazione, nonostante gli esodi, superava i 38 milioni di abitanti. La Grande Guerra lasciò un'impronta incancellabile nella vicenda demografica italiana, determinando, nella piramide della popolazione, un vuoto nelle classi maschili. Nel 1921 però l'incremento demografico era tornato sui valori del 1900-10, e tra il 1921 e il 1931 la media annua risultò dello 0,8%. L'emigrazione, fortemente ripresa (600.000 esodi nel 1920), venne poi progressivamente soffocata dal regime fascista, che contribuì inoltre, con la sua politica di incentivazione demografica, a mantenere elevato il tasso d'accrescimento. Nel 1931 la popolazione era di ca. 42 milioni, divenuti poco meno di 46 nel 1941, all'inizio della seconda guerra mondiale. Anche questo conflitto, con la conseguente diminuzione delle nascite, lasciò un'impronta nella piramide per classi d'età, ma non tanto sull'entità complessiva della popolazione. Nel 1946 l'emigrazione verso l'estero riprese, volgendosi di nuovo più ai Paesi europei che a quelli transoceanici, tra i quali un posto di discreto rilievo assunse l'Australia. Con la fine degli anni Sessanta l'emigrazione calò drasticamente; tuttavia, fino alla prima crisi petrolifera del 1973 gli emigrati furono più numerosi degli immigrati. Con il 1973, per la prima volta nella storia italiana, il saldo migratorio con l'estero cambiò segno e divenne positivo, registrando 125.000 rimpatri contro 123.000 espatri. In seguito il rapporto si mantenne uguale, mentre la consistenza dei flussi si ridusse, tanto in entrata quanto in uscita. Per quanto riguarda gli emigrati, negli ultimi decenni del sec. XX i due terzi circa si diressero verso Paesi europei, meno di un quinto verso l'America e il resto verso gli altri continenti. Gli immigrati, viceversa, cominciarono ad aumentare rapidamente di numero: al censimento 1981 si contarono 211.000 stranieri, ma, durante gli anni Ottanta, le iscrizioni alle anagrafi comunali, dall'estero, salirono a 120-170.000 unità all'anno (contro 40-60.000 cancellazioni), comprendendo sia i rientri di emigrati italiani sia gli arrivi di stranieri.

Territorio: geografia umana: demografia agli inizi del sec. XXI

Gli stranieri residenti in Italia sono in costante aumento. Gli stranieri legalmente in Italia all'inzio del 2008 erano ca. 3.400.000: tendo conto degli irregolari (ca. 1.000.000), essi costiuivano oltre il 7% della popolazione, quasi il triplo rispetto al 2001 (2,5%). Le comunità più numerose provengono dalla Romania, dall'Albania e dal Marocco. Benché l'Italia offra un livello di vita materiale largamente superiore a quello dei Paesi di provenienza dei migranti, in una grandissima parte dei casi (immigrati originari dell'Europa orientale, dell'area indo-pakistana ecc.) essa è considerata solo come una tappa di avvicinamento lungo un itinerario che ha spesso come meta gli Stati Uniti o il Canada o, in subordine, i Paesi dell'Europa settentrionale. Per alcune componenti (emigrati dal Nordafrica o dall'Asia sudorientale) la permanenza in Italia è funzionale alla costituzione di un risparmio che consenta di rientrare nei Paesi di origine con un capitale sufficiente per avviarvi attività in proprio. Spesso il soggiorno in Italia non è considerato in una prospettiva definitiva: in altri termini, la maggioranza degli immigrati sembrano tendere a comportarsi come gli emigranti italiani nei Paesi dell'Europa centrale nel secondo dopoguerra, prevedendo a breve o medio termine un rientro in patria. Ancor più queste considerazioni valgono per i profughi e i rifugiati. In tutti i casi, questa presenza, relativamente numerosa, sta ponendo problemi non irrilevanti, in primo luogo agli immigrati stessi, anche se in possesso di permesso di soggiorno. Gli stranieri si trovano infatti a competere da posizioni assolutamente marginali, quando non marginalizzate, con la popolazione nazionale. Questo accade non tanto nella ricerca di lavoro, campo nel quale gli italiani paiono aver perduto interesse in attività considerate di basso livello e che diventano dunque appannaggio degli immigrati, quanto nell'accesso ai servizi sociali e nella ricerca di un'abitazione. Inoltre, dato che, salvo eccezioni geograficamente circoscritte, l'immigrazione tende a concentrarsi nelle aree urbane e a seguirvi per quanto possibile modelli di insediamento compatto e distinto in base all'appartenenza etnica o religiosa, è proprio nelle aree a maggiore potenziale di disagio (quelle urbane, appunto, e in specie le periferiche o comunque degradate) che l'immigrazione appare numerosa ed è sentita come “invadente”, dando campo a tensioni e conflitti che riverberano anche sul piano politico. Diverso è il discorso per la circolazione di persone all'interno dell'Unione Europea, in quanto – in seguito agli accordi di Schengen (1985) – sono stati complessivamente soppressi i controlli alle frontiere comuni. Il movimento migratorio è il complemento demografico del movimento naturale, cioè del rapporto tra natalità e mortalità. Da questo punto di vista, in Italia le nascite sono in continua diminuzione: questo è un fenomeno comune a tutti i Paesi sviluppati e l'evoluzione del tasso di natalità in Italia appare del tutto analoga a quella avvenuta nei Paesi dell'area comunitaria. Nell'andamento del tasso di natalità relativo alla seconda metà del Novecento si possono osservare due fasi: nella prima i tassi sono aumentati fino a superare il 20‰ a metà degli anni Sessanta; nella seconda, che inizia nel decennio successivo, i tassi hanno cominciato a decrescere, fino a scendere all'11‰ nel 1981, al 10‰ nel 1990 e al 9‰ nel 1998, rimasto costante (9,5‰) nel 2005, 2006 e 2007, e passato al 9,6‰ nel 2008. Al contrario, il tasso di mortalità ha oscillato, nello stesso periodo, all'interno di un modesto scarto di valori, dal 12‰ al 10,2‰ nel 2003. Dal 2004 è rimasto costante attorno al 9,5‰, per poi amumentare leggermente nel 2008 (9,8‰). Il movimento naturale della popolazione si è avviato verso la crescita negativa: infatti, esiste un'eccedenza dei morti sui nati vivi che continua ad aumentare. Sull'andamento della popolazione globale gli effetti della contrazione dei tassi di natalità sono solo in parte corretti dal saldo migratorio, divenuto positivo. I cittadini stranieri residenti legalmente in Italia a inizio 2013 erano circa 4.388 000, pari al 7,4% della popolazione totale: tenendo conto degli irregolari, complessivamente la popolazione straniera risulta più che triplicata rispetto al 2001 (1.300.000). Le comunità più numerose provengono dalla Romania, dall'Albania, dal Marocco e dalla Cina.

Territorio: geografia umana: distribuzione della popolazione

Per quanto riguarda la densità della popolazione (199 ab./km²), essa è ancora tra le più alte del continente. Ma la distribuzione è irregolare: si passa dai 428 ab./km² della Campania, dai 409 ab./km² della Lombardia, dai 326 ab./km² del Lazio, ai 39 ab./km² della Valle d'Aosta, ai 59 ab./km² della Basilicata, ai 75 ab./km² del Trentino-Alto Adige/Südtirol. Ancor più significativo è il confronto tra le densità delle aree urbane con quelle delle aree montuose; basti pensare per esempio che la densità della provincia di Napoli è 2.625 ab./km², mentre nei territori montani d'Italia, che corrispondono a più di un terzo della superficie nazionale, vive solo il 10% ca. della popolazione. Questa ineguale densità è legata anche ai diversi sviluppi avuti dall'urbanesimo, ma soprattutto alle condizioni ambientali (altimetria, natura del suolo, disponibilità idriche ecc.) più o meno favorevoli alle attività produttive, all'agricoltura in particolare che è stata la promotrice di ogni processo economico. L'area napoletana è un esempio di concentrazione promossa inizialmente dalla fertile terra campana, sostenuta poi dalle scelte politiche e accentuatasi con il parassitismo proprio dell'urbanesimo meridionale. L'area milanese è stata dapprima sorretta dalla ricca agricoltura lombarda che ha incentivato via via l'urbanesimo, gli scambi e poi le attività industriali, basi dell'attuale elevata concentrazione umana della zona compresa tra Milano e i vicini laghi prealpini. Le regioni rimaste più emarginate, più lontane dai fuochi urbani, sono ancora le meno popolate. Le grandi aree di forte popolamento sono il risultato di un processo di addensamento che ha sottratto popolazione un po' da tutte le regioni italiane, e particolarmente da quelle rimaste più arretrate. A conclusioni diverse si arriva se si considera il saldo demografico complessivo (costituito dalla somma del saldo naturale e del saldo migratorio): in tutte le regioni settentrionali i valori sono nettamente negativi, specialmente in Liguria e in Friuli-Venezia Giulia; l'unica eccezione è rappresentata dal Trentino-Alto Adige, il cui movimento naturale progredisce a tassi comunque molto bassi. Nell'Italia centrale tutte le regioni hanno valori negativi. Nelle regioni meridionali la distribuzione del fenomeno presenta caratteristiche molto interessanti. Abruzzo e Molise manifestano discreti decrementi, Sardegna e Basilicata lievissimi: sempre più chiaramente, così, anche sotto questo profilo le quattro regioni paiono staccarsi dal quadro tipico del Mezzogiorno e allinearsi alle condizioni socioeconomiche e culturali dell'Italia centrale. Calabria, Sicilia e soprattutto Puglia e Campania hanno invece saldi ancora nettamente positivi. La pur modesta crescita in termini assoluti della popolazione italiana residente, pertanto, è garantita esclusivamente dai flussi migratori dall'estero, flussi che già dalla fine degli anni Settanta non riguardavano più in prevalenza cittadini italiani, ma stranieri (anche se, allora, il bilancio migratorio si manteneva nell'insieme leggermente negativo). Tuttavia, e nonostante certe tensioni che il fenomeno ha provocato (o che a volte ha offerto l'occasione di alimentare artatamente), il bilancio migratorio dell'Italia risulta stabilmente positivo, ma anche assai contenuto. Da quando, nel 1989, il numero totale di immigrati (sia rimpatriati italiani sia cittadini stranieri) ha preso a superare stabilmente il numero di emigrati, si sono registrate eccedenze migratorie annue mediamente pari all'1‰ ca. della popolazione residente. La scarsa consistenza complessiva della popolazione straniera immigrata rende improbabile anche una ripresa demografica rilevante che sia basata su tassi di natalità più forti presso gli immigrati rispetto ai cittadini di origine nazionale: in Italia, cioè, sembra ancora molto lontana una situazione analoga a quella di altri Paesi europei, dove una gran parte dell'incremento naturale è ormai dovuta ai residenti di origine straniera e dove quindi la composizione per origine etnica della popolazione si va (assai lentamente) modificando. Nel caso italiano, se la presenza di immigrati si manterrà agli attuali livelli, la popolazione dovrebbe conservarsi stabile fino al 2015 ca., per poi cominciare a diminuire a un ritmo progressivamente accelerato fino a perdere una decina di milioni di unità entro il 2050. L'attuale distribuzione degli immigrati non è uniforme sul territorio nazionale e appare inversamente proporzionale ai tassi di crescita naturale: così, la maggioranza dei permessi di soggiorno rilasciati risulta relativo a regioni dell'Italia del Nord, quelle stesse, cioè, che segnano generalmente decrementi naturali; mentre il Sud ne conta meno di un sesto del totale. I flussi migratori interni sono senza confronto più modesti di quanto siano stati nei decenni scorsi; non sono tuttavia completamente assenti e la combinazione di migrazioni interne e migrazioni internazionali porta a un saldo migratorio positivo al Centro e al Nord e a uno leggermente negativo al Sud. Ciò significa appunto che l'arrivo di stranieri non solo interessa relativamente poco le regioni meridionali, ma anche che non è in grado di bilanciare le pur esigue correnti migratorie interne che lasciano il Sud verso le regioni centrosettentrionali. Si è comunque assistito, a partire dagli anni Novanta, al rafforzamento di una tendenza che vede sempre meno giovani, in particolare, disposti a lasciare la regione di nascita e di residenza per andare a cercare lavoro altrove. Si tratta di una contingenza interessante sia sul piano sociologico e culturale sia su quello territoriale, giacché riguarda essenzialmente alcune regioni meridionali (dove i livelli di disoccupazione giovanile possono essere anche doppi che al Nord, e dove quindi una propensione all'emigrazione potrebbe essere indotta da condizioni oggettivamente cogenti, come già in passato). Il fenomeno si presta a varie letture. Da un lato si sottolinea come sia in crescita il sentimento di appartenenza alla comunità territorializzata di origine, sentimento che non si risolve affatto nel campanilismo tradizionale, ma si amplia in una direzione nuova, propositiva, progressiva, che implica una maggiore richiesta di partecipazione da parte dei giovani residenti alla crescita e alla gestione delle regioni in cui vivono e parallelamente deprime il ricorso alla soluzione “più semplice” (quella, cioè, dell'abbandono in cerca di condizioni migliori altrove). Dall'altro lato, si sottolinea come in certe regioni italiane le reti di relazioni comunitarie (famigliari e non) siano in grado, ancora più che in passato, di sostenere quote anche elevate di disoccupazione nella prospettiva di un impiego lavorativo differito, ma nella stessa regione di origine, piuttosto che tornare a pagare i forti costi sociali ed economici dell'emigrazione sistematica. In una società in cui la famiglia garantisce un sostegno di cui il settore pubblico non è capace (custodia dei figli da parte dei nonni, messa a disposizione di un alloggio a fronte di un mercato degli affitti impervio, avvallo di prestiti in condizioni di precarietà lavorativa ecc.), l'allontanamento dall'area di origine significa la rottura di questi indispensabili legami, oltre che di quelli affettivi. Il fenomeno riguarda principalmente giovani con formazione scolastica elevata, la cui migrazione priverebbe le regioni meridionali di un potenziale di sviluppo umano tutt'altro che trascurabile.

Territorio: geografia umana: età della popolazione

Tra le tendenze demografiche qualitative di maggior rilievo vanno segnalati un allungamento della vita media e un progressivo invecchiamento della popolazione. La durata della vita media presunta alla nascita è ormai tra le più elevate al mondo (80 anni). La composizione per classi di età ha visto stringersi la base della piramide che quantifica le classi più giovani, ma il dato più rilevante è certo quello dell'indice di invecchiamento (costituito dal rapporto percentuale tra il numero delle persone con 65 anni e oltre e il numero dei giovani con meno di 14 anni), che ha visto l'insieme degli ultrasessantacinquenni superare la classe comprendente la popolazione con meno di 14 anni. Anche in questo caso, la differenza regionale fa emergere un invecchiamento molto più elevato (praticamente doppio) al Nord che al Sud. Inoltre, poiché la durata della vita media è assai maggiore per le donne (84 anni) che per gli uomini (79 anni), l'indice di vecchiaia della popolazione femminile risulta ancora più consistente. Va ricordato inoltre che la composizione per sesso alla nascita vede, secondo un modello consolidato, una discreta prevalenza dei maschi sulle femmine (le quali, dunque, sono meno numerose nella classe giovanile e più numerose in quella anziana). La forte presenza di anziani è ormai una caratteristica della popolazione italiana, così come di quella di altri Paesi a struttura socioeconomica matura, ed è destinata ad ampliarsi ancora per qualche tempo (fin quando, cioè, l'odierno nucleo di popolazione in età matura non sarà rimpiazzato dalle meno numerose generazioni seguenti (nell'arco, si stima, dei prossimi 20-25 anni). L'invecchiamento complessivo ha avuto notevoli ripercussioni, come, per esempio, un aumento della domanda di servizi sociali e sanitari, nonché un pesante aggravamento del carico pensionistico. Tuttavia la popolazione anziana italiana già dalla fine del sec. XX sembra aver adottato strategie diverse dal passato, riuscendo a ridurre gli effetti negativi dell'allontanamento dalla vita lavorativa. Nella popolazione anziana è in crescita, infatti, una vasta gamma di attività socioculturali, strettamente correlate al grado di istruzione e alla provenienza geografica (attività e istruzione decrescono dal Nord al Sud). Tale crescita è resa possibile dal cambiamento culturale generale ma anche da uno stato di salute che, come dimostra l'innalzamento dell'età media, va ovunque sensibilmente migliorando. Anche gli altri indicatori demografici appaiono orientati a segnalare miglioramenti qualitativi anche rilevanti, come l'incidenza dell'istruzione superiore o la diminuzione di certe malattie e cause di morte. Il tasso di mortalità infantile (inferiore al 3‰) è del tutto allineato a quello dei Paesi più sviluppati e, se paragonato al 226,4‰ del 1861, mostra l'enorme progresso compiuto in campo igienico-sanitario e sociale dall'Unità a oggi.

Territorio: geografia umana: formazione della rete urbana italiana

Il fenomeno delle migrazioni interne non è stato meno imponente di quello dell'emigrazione verso l'estero nella storia dell'Italia; è stato calcolato in oltre 6 milioni di persone l'esodo dal Sud verso il Nord: Torino e Milano sono state le città che hanno assorbito la maggior parte degli emigranti nei venti anni che vanno dal 1951 al 1971. La popolazione contadina del Meridione è andata a ingrossare le periferie delle grandi città industriali del Settentrione (che hanno ricevuto contributi anche dall'emigrazione dal Veneto e dalle aree montuose della regione alpina) e ha gonfiato in misura considerevole anche i sobborghi di Roma, metropoli “terziaria” ingranditasi secondo le modalità delle città parassitarie. Il processo di urbanizzazione, comunque, ha interessato in diversa misura anche tutte le altre città. Prima della seconda guerra mondiale esistevano in Italia tre città con più di un milione di abitanti: oggi sono ancora tre (Roma, Milano e Napoli), mentre altre tre hanno una popolazione compresa tra 400.000 e un milione di abitanti, e di esse Genova conta quasi 650.000 abitanti e Palermo quasi 700.000. Le città con 200.000-400.000 abitanti sono dieci, mentre quelle con popolazione compresa tra 100.000 e 200.000 abitanti sono venticinque. Con questo generale moto di inurbamento è andato in parte obliterato l'originario tessuto urbano, non solo per il formarsi di nuove cinture residenziali intorno ai vecchi quartieri centrali, ma anche perché sovente è risultata difficile la conservazione dei nuclei storici, spesso assai antichi. La vita urbana iniziò infatti con l'età romana, cui si deve la prima strutturazione di molte città (tra le altre Firenze, Lucca, Verona, Milano, Torino ecc.) secondo le forme regolari impostate sul cardo e sul decumano. L'età comunale plasmò i nuclei delle città dell'Italia centrale e settentrionale, insiemi omogenei organizzati intorno al palazzo municipale e alla cattedrale. Con l'imporsi delle strutture borghesi, la città ufficiale, rappresentativa, si differenziò dalla città popolare e tale schema è rimasto e si è anzi approfondito con il tempo, determinando quartieri di diversa qualificazione sociale, con i palazzi della borghesia vicini al centro e i rioni popolari ricacciati verso la periferia. Questa struttura monocentrica è alla base di tutte le maggiori città italiane, se si escludono pochi casi come Ferrara, che si aprì secondo prospettive moderne già nel Rinascimento, offrendo un raro esempio di modello urbanistico avanzato. Un modello in diverso modo imitato dalle ristrutturazioni settecentesche di città del Nord (come Parma), del Centro (Roma in primo luogo) e in genere del Sud (Catania, Ragusa ecc.). Ma le città italiane, pur rimaste chiuse e povere di grandi sviluppi fino al Novecento, presentano aspetti molto diversi, in rapporto alle differenti funzioni svolte e alla differente impronta ricevuta dall'orientamento politico delle loro amministrazioni. La prima grande distinzione per quanto riguarda le funzioni urbane è tra città del Sud e città del Nord. Queste sono in genere organismi vitali, con un'economia e condizioni di vita propriamente urbane; quelle del Sud sono cresciute in molti casi come puri centri di potere, poveri di vita economica e urbanisticamente più informi. Esempi dell'urbanesimo meridionale sono, oltre alle grandi città come Napoli, Palermo, Catania, le cosiddette “città-contadine”, grossi centri eredi della struttura socioeconomica del latifondo, che contano fino a 50.000 abitanti e che tuttavia hanno una struttura assai semplice, essendo perlopiù grandi aggregati di abitazioni che ospitano contadini e lavoratori salariati occupati nelle attività agricole dei vasti dintorni e addetti a servizi di livello minimo. Gli esempi più vistosi si hanno in Puglia e in Sicilia, dove il grosso centro fa il vuoto intorno a sé, mancando nello spazio circostante la casa isolata. Questa è invece il risultato di un'appropriazione individuale del suolo avvenuta a spese del latifondo e ha cominciato a imporsi anche nelle regioni dominate dalle città-contadine. Il fenomeno si è manifestato soprattutto nelle aree dove si è avuta una prima impostazione di tipo capitalistico dell'agricoltura (caso esemplificato dalle masserie della Puglia e della Sicilia) e nelle aree a orticoltura, come nel Napoletano, dove le case sparse sono ormai molto presenti negli orti irrigui. Nell'Italia centrale la casa sparsa è storicamente legata al regime della mezzadria, cui si devono sia la villa signorile d'influsso urbano sia la dimora del mezzadro, attrezzata per le attività agricole. Simile schema si trova anche nel Veneto, come emanazione del capitalismo veneziano. Nel resto dell'Italia settentrionale l'insediamento rurale è contraddistinto da forme diverse passando dalla pianura irrigua a quella asciutta: nella prima vi è la cascina, centro dell'azienda agricola condotta in modo capitalistico, nella seconda la casa sparsa su poderi individuali di piccola e media dimensione. Caratteristiche particolari ha infine l'insediamento nell'area alpina, in rapporto all'organizzazione altitudinale dell'economia montana, con le sedi permanenti in basso, quelle temporanee (malghe ecc.) in alto. Tutta la trama dell'insediamento rurale è però in fase di trasformazione, con la partecipazione sempre più stretta delle aree di economia tradizionale alla vita urbana e industriale. In particolare si riscontra la sempre minor coincidenza tra rurale e agricolo: poiché la meccanizzazione dell'agricoltura ha drasticamente ridotto il numero di occupati nel settore, risiedere in un area rurale non significa più essere addetto all'agricoltura. La meccanizzazione ha anche permesso la diffusione dell'agricoltura a tempo parziale, di modo che l'attività nel settore primario è affiancata dall'attività nel settore industriale e nei servizi. I principali centri promotori di questa trasformazione sono le grandi città, cominciando da quelle del Nord, dove l'armatura urbana avviluppa in un'unica e stretta maglia l'intero spazio tra Alpi e Appennini. In questa maglia un ruolo prioritario ha Milano, vera e propria capitale economica d'Italia, con le sue molteplici attività direttive, industriali e commerciali. Il suo raggio d'influenza si espande a larga parte d'Italia (ma anche per esempio al Canton Ticino svizzero) e coinvolge in modo diretto un'ampia porzione della Lombardia, dove si è venuta configurando una città-regione vitalissima e popolosa che conta 5-6 milioni di abitanti, esempio di micro-megalopoli dai tratti funzionali assimilabili ad altre estere per una certa sua esemplarità; essa fa parte di quella vasta area urbanizzata (una vera megalopoli europea in formazione) che comprende le regioni d'Europa più sviluppate da un punto di vista economico e che si estende dal sud dell'Inghilterra alle coste del Mediterraneo attraverso la valle del Reno, i valichi alpini che la mettono in comunicazione con la Valle Padana e, alla sua estremità meridionale, i passi appenninici che le permettono di giungere sulle sponde liguri del Mediterraneo. Proprio nella Pianura Padana questa fascia si incrocia con la direttrice di sviluppo che si estende dalla Spagna meridionale ai Balcani, mettendo l'Italia settentrionale nella posizione di nodo strategico del traffico commerciale, dell'innovazione tecnica e commerciale e degli scambi culturali. Al centro di questo spazio di relazione, Milano è il fulcro dell'Italia settentrionale, polo di convergenza di vie di comunicazione e di interessi economici, luogo in cui avviene anche la mediazione con l'Europa centrale; in particolare Milano è il vertice più forte di quello che è stato definito nel secondo dopoguerra “triangolo industriale”, comprendente anche Torino e Genova, e che oggi è il triangolo dell'innovazione postindustriale. Torino è una città sviluppatasi grazie alla sua possente industria automobilistica, con funzioni monocentriche rispetto alla regione piemontese; Genova rappresenta lo sbocco al mare del “triangolo”, una città tuttavia povera di spazio e cresciuta intorno al suo porto, che rimane il secondo d'Italia , anche se in crisi a causa della concorrenza di quelli di Marsiglia e, fra quelli nazionali, di Livorno. L'armatura urbana dell'Italia settentrionale ha poi i suoi grandi assi nell'allineamento delle città sulla via Emilia (da Piacenza a Bologna) secondo uno schema funzionale di antica origine; nell'allineamento pedemontano settentrionale che vede le città di Ivrea, Biella, Varese, Como, Lecco, Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza seguire la linea dello sbocco delle valli prealpine in pianura; e nelle città del Veneto (da Vicenza a Padova fino a Udine), che formano l'entroterra di Venezia, dove emerge l'area del triangolo Venezia-Padova-Treviso fulcro del miracolo economico del Nordest. Verona ricopre inoltre un ruolo importante come trait-d'union tra Italia padana e asse atesino. Trieste, all'estremità orientale, fortemente limitata come centro portuale dall'amputazione del suo entroterra avvenuta prima con la perdita del ruolo di porto di Vienna e poi con la perdita dell'Istria in seguito alla seconda guerra mondiale, ha riacquisito, con la fine del mondo bipolare e soprattutto con l'apertura dell'Unione Europea alla Slovenia e all'Europa dell'Est, il ruolo di porta italiana sui Balcani settentrionali e sulla sponda orientale dell'Adriatico. Nell'Italia centrale un ruolo fondamentale ha Firenze, vertice di un fitto e dinamico allineamento urbano che si espande lungo la pianura dell'Arno fino a Pisa e Livorno, centro di un modello di sviluppo che ha saputo coniugare savoir faire locale, cultura e flessibilità. Roma è una grande metropoli con una dimensione economica propria, che si profila come vertice di una fascia economica proiettata sulla direttrice per Napoli e con un ruolo di preminenza politica e culturale che si estende a tutta l'Italia e che nella seconda metà del sec. XX è stato contestato solo da Milano. La metropoli campana è l'espressione spontanea e non ancora negata di un urbanesimo tipicamente meridionale: non del tutto priva di industrie prima dell'unificazione nazionale, ha poi subito la concorrenza dell'industria del Nord subendo una forte deindustrializzazione. L'industria attuale pur presente, ha origine, a eccezione dei settori più tradizionali, prevalentemente esogena. Povera di fabbriche, con funzioni portuali limitate, Napoli è cresciuta come centro della ricca borghesia del Sud, di cui è sempre stata la naturale capitale; intorno alla città si stendono i centri popolosi della pianura campana e del golfo, con i quali forma una conurbazione che conta oltre 3 milioni di abitanti. Sul lato adriatico alcune città, come Ancona, Pescara, Bari, Brindisi, si sono sviluppate come centri portuali e sedi delle prime industrie; ed è in Puglia che si verificano i più interessanti sviluppi dell'urbanesimo, nei quali è coinvolta, oltre a Bari, Taranto, sede di un'importante base navale e dell'industria siderurgica, sia pur ridimensionata. Interessante è la formazione della conurbazione lineare turistica dell'Adriatico settentrionale che vede allinearsi senza soluzione di continuità una serie di centri tra Ravenna e Pesaro. In Sicilia, le città maggiori, Palermo, Catania, Messina, così come Cagliari in Sardegna, sono tipiche città del Sud, cresciute con le rendite fondiarie della borghesia locale, ma povere di stimoli economici e capaci di polarizzare il territorio soltanto a livello poco più che provinciale. Degna di nota è la sinergia creatasi tra le due città a cavallo dello stretto, Messina e Reggio di Calabria, secondo alcuni destinata ad aumentare quando dovesse essere realizzato il ponte che unirà la Sicilia al continente. In questo quadro dell'urbanesimo italiano e della sua organizzazione nello spazio si possono individuare diverse funzioni prevalenti delle varie città, funzioni che interessano piccoli e grandi centri con attività industriali (anche al di fuori delle aree industrializzate, come Terni, per esempio), centri con attività portuali (dalle città liguri a quelle tirreniche e adriatiche, da Piombino a Brindisi), città con funzioni eminentemente culturali (Urbino, Perugia, Pavia ecc.), città con funzioni turistiche (Rimini o San Remo); specializzazioni che in diversa misura interessano anche numerosi centri minori.

Territorio: geografia umana: dinamica dell’urbanizzazione italiana

La dinamica demografica territoriale non appare univoca e non si presta a essere analizzata facendo ricorso a un solo modello per l'intero Paese: la distribuzione della popolazione, infatti, non sembra si possa imputare direttamente agli effetti dell'urbanizzazione (giacché regioni parimenti urbanizzate aumentano o calano di popolazione), né alla disponibilità di posti di lavoro o alla crescita economica in atto, né ad altri fattori evidenti e quantificabili. Appare probabile che la distribuzione territoriale della popolazione italiana stia attraversando una fase di transizione, di riassetto, e che le contraddizioni emergenti stiano a indicare che il sistema è alla ricerca di una nuova forma di equilibrio. Alcuni elementi del processo in atto fanno ritenere che quel futuro equilibrio farà aggio in maniera preponderante su fattori quali l'organizzazione (compresa quella del territorio), l'accessibilità ai servizi, la qualità della vita; mentre al momento attuale continuano ad agire localmente forme di assetto tradizionali, come, per esempio, quelle imperniate sulle concentrazioni urbane nell'Italia meridionale. Le tendenze che si esprimono all'inizio del sec. XXI non fanno che esprimere queste contraddizioni. Le medie e grandi città, con pochissime eccezioni, accusano cali molto considerevoli di popolazione; l'ambiente tipicamente urbano, cioè, con i suoi elevati costi generali, non attrae più né attività industriali di grandi dimensioni né tanto meno popolazione. Le regioni fortemente caratterizzate dalla presenza di medie e grandi città, di conseguenza, sembrano subire effetti diversi secondo il tipo di organizzazione territoriale vigente, e in particolare secondo il livello di polarizzazione urbana. Così, le regioni dove la struttura urbana, nonostante la preminenza dei centri maggiori, ha un assetto policentrico o reticolare e in grado di riorientare il sistema territoriale in maniera efficiente (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) vedono una redistribuzione degli abitanti verso i centri minori, ma senza registrare cali complessivi, o addirittura continuando ad accogliere popolazione aggiuntiva. Le regioni più nettamente polarizzate intorno a centri urbani egemoni e prive di una rete urbana sussidiaria solida, invece, si riorganizzano seguendo modalità diverse, determinate dall'aver già subito una ristrutturazione insediativa e produttiva – nel qual caso possono perdere popolazione, specie se la ristrutturazione si è espressa come deindustrializzazione (Piemonte, Liguria) – oppure dall'essere rimaste indifferenti, per vari motivi, alle spinte riorganizzative – nel qual caso si trovano a conservare o incrementare nel medesimo ambito regionale la popolazione residente, magari riorientandola su centri urbani minori che potrebbero costituire una rete sussidiaria nel prossimo futuro (Lazio, Puglia). Le regioni scarsamente contraddistinte da assetti urbani forti (Abruzzo, Molise, Basilicata, in qualche misura la Sardegna), per parte loro, sembrano seguire processi di ristrutturazione del territorio più graduali e più distribuiti, che non richiedono modificazioni radicali, né spingono la popolazione a comportamenti insediativi difformi da quelli spontanei e tradizionali. In definitiva dunque, il sistema territoriale italiano è caratterizzato da più modelli organizzativi principali: uno reticolare ed efficientemente partecipe della ristrutturazione economica e funzionale in atto, che non perde popolazione; uno polarizzato e arretrato, ma partecipe della ristrutturazione, benché da una posizione di debolezza, che perde popolazione; uno polarizzato e arretrato, e ancora estraneo alla ristrutturazione, che mantiene e aumenta i livelli demografici; uno, infine, scarsamente urbanizzato e perciò marginale, ma non del tutto estraneo, alla ristrutturazione, che segue un modello di riorganizzazione proprio, senza particolari scompensi sul piano demografico. Anche le più grandi fra le città italiane accusano i sintomi della crisi che ha investito quasi tutte le regioni urbanizzate dei Paesi avanzati. Al generale congestionamento di persone e di attività nei centri cittadini si è aggiunta la sostituzione di funzioni divenute meno centrali (centri commerciali, attività culturali, spettacoli ecc.) con funzioni di livello superiore (servizi finanziari, progettazione, terziario avanzato in generale), con conseguente aumento dei valori immobiliari. In sintesi, il consumo e la socialità si sono delocalizzati fuori dalla grande città, mentre si sono ulteriormente concentrate le funzioni decisionali. Bisogna però sottolineare che ciò non significa una deurbanizzazione, ma, al contrario, l'esportazione su aree sempre più vaste dei modelli insediativi, architettonici, sociali e professionali urbani. Qui la minore densità di popolazione non significa una qualità della vita sostanzialmente diversa rispetto a quella urbana. Si assiste insomma a una deriva degli spazi urbani e a una riurbanizzazione che riguarda le zone rurali, il che indica un'espansione e non una contrazione del modello insediativo urbano. In Italia questo fenomeno si è manifestato già a partire dagli anni Ottanta, ma è con il decennio seguente che ha assunto dimensioni più evidenti. Gran parte dei capoluoghi regionali, fra il 1991 e il 2003, hanno perduto popolazione e talvolta in maniera assai netta: tra i capoluoghi che sono cresciuti (aumenti comunque molto modesti in termini percentuali), in termini assoluti ai primi posti si trovano Reggio di Calabria, Perugia, Caserta, Trento, Ragusa. Seguono Verona, Vicenza, Pesaro, Frosinone, Latina, L'Aquila, Potenza e altri sette centri con incrementi minori, mentre altri nove hanno conservato stabile la propria popolazione. Per il resto, si va da un calo di ca. 46.000 abitanti nel caso di Napoli, a uno di 153.000 a Roma, di 124.000 a Milano, di 100.000 a Torino; ma anche scendendo al livello di capoluoghi di dimensione assoluta inferiore si verificano flessioni della stessa, o maggiore, ampiezza proporzionale, come a Genova, Venezia, Firenze o Cagliari. Per quanto riguarda le città di maggiori dimensioni il fenomeno è legato anche all'invecchiamento della popolazione che porta alla formazione di famiglie di dimensioni minori, quando i figli costituiscono un loro nucleo famigliare, e, in molti casi mononucleari, cui conseguono la diminuzione della densità della popolazione e la necessità di nuovi alloggi, che sorgono al di fuori dei nuclei di urbanizzazione più vecchia. Né la situazione cambia se si considerano i capoluoghi di provincia, intesi come gradino funzionale immediatamente inferiore nella scala gerarchica urbana, dove in numerosi casi si è in presenza di contrazioni anche consistenti (specie considerando le dimensioni demografiche assolute, non sempre rilevanti): Brescia, Pisa, Livorno, Salerno, Taranto, Cosenza. In sintesi, su un centinaio di città capoluogo di provincia, meno di trenta hanno registrato andamenti demografici non negativi, ma solo una dozzina sono, a rigore, quelle che presentano un saldo in qualche misura positivo. Si può aggiungere che anche molti degli altri centri urbani di qualche rilievo demografico, ma non capoluoghi, seguono in sostanza un'analoga tendenza alla contrazione demografica, specie se nelle immediate vicinanze dei capoluoghi (per esempio Sesto San Giovanni, Moncalieri, Torre Annunziata, Portici, Ercolano). La distribuzione di questi andamenti tende a confermare che, mentre le grandi città seguono un trend mondiale, o almeno europeo, e perdono popolazione in notevole quantità, tengono in generale le città medio-piccole sia delle regioni centromeridionali polarizzate non ancora investite dalla ristrutturazione degli assetti urbani, sia di quelle in cui gli assetti urbani sono tradizionalmente deboli e non polarizzati; in un caso e nell'altro si può ipotizzare che si tratti di un processo di rafforzamento delle dimensioni intermedie che dovrebbe portare, nelle regioni del primo tipo, a formare reti di città da integrare ai poli urbani egemoni; nelle seconde a realizzare un assetto reticolare senza passare per la fase di polarizzazione. Nel quadro della riorganizzazione urbana del territorio italiano, un cenno va fatto all'istituzione di otto nuove province (1992), che ha aggiunto alcuni nuovi capoluoghi all'elenco delle città da considerare principali sotto il profilo delle funzioni ospitate. In alcuni di questi casi (Prato e Rimini) si trattava di centri urbani di consistente dimensione demografica e di notevole caratterizzazione economica che, al momento della loro promozione, erano le più importanti città italiane non capoluogo di provincia (con Monza per la quale è stata varata nel 2004 la legge quadro che ne istituirà la provincia); in altri casi (Biella, Lecco, Lodi, Crotone, Vibo Valentia) le città assurte al rango di capoluogo presentano un indubbio ruolo di preminenza nei confronti di un territorio storicamente ed economicamente coerente, ma dimensioni molto minori e addirittura inferiori a un gran numero di altre piccole città italiane; nel caso, infine, della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, non si può dire che l'eventuale gravitazione dell'area sulla piccola città, a sua volta formata dall'unione amministrativa di più centri, che ha assunto il ruolo di capoluogo (Verbania), sia la caratteristica saliente del territorio provinciale. Va poi segnalato che la provincia di Forlì ha assunto la nuova denominazione di Forlì-Cesena, riconoscendo a quest'ultima città (ca. 95.525 abitanti) la rilevanza del suo ruolo locale. Insieme a quella di Monza e Brianza che rientra nella categoria di Biella, nel 2004 è stata varata la creazione di altre due province: Fermo nelle Marche e Barletta-Andria-Trani, tre grossi centri tra i 50.000 e i 100.000 abitanti a N di Bari. Un intervento amministrativo-territoriale che avrebbe potuto avere grande importanza è stata l'introduzione dell'istituto dell'area metropolitana (1990), allo scopo di promuovere un'organizzazione gestionale unitaria di quelle strutture urbane che hanno oltrepassato i loro stessi limiti amministrativi (comunali e, a volte, provinciali), ponendo di conseguenza ai poteri locali problemi di efficienza e di coordinamento degli interventi; la legge istitutiva ha previsto dodici aree metropolitane, da perimetrare in base a criteri di omogeneità territoriale e di interdipendenza funzionale: le dodici aree metropolitane fanno capo ai comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari, Napoli, Palermo, Catania e Cagliari, ma comprenderanno un numero molto maggiore di comuni che però, almeno in ipotesi, dovrebbero presentare caratteristiche sostanzialmente urbane (autonome o indotte dalla vicina metropoli), a prescindere dalle dimensioni demografiche raggiunte. In realtà le aree metropolitane non sono decollate appieno anche a causa della resistenza da parte di comuni e province a cedere parte del loro potere e dell'oggettiva difficoltà di delimitazione. Questi mutamenti amministrativi hanno inciso sul riassetto demografico e territoriale italiano, rafforzandone la struttura urbana ai livelli dimensionali medio-piccoli. La popolazione urbana in Italia, infatti, sembra essersi assestata stabilmente intorno ai due terzi del totale; se, nonostante la stasi demografica generale e la prevalente tendenza a una diminuzione della popolazione nelle città medie e grandi, il totale dei residenti in aree urbane si mantiene relativamente stabile, è proprio in virtù di una crescita dei centri più piccoli, mediamente fino a una dimensione massima di 50.000-60.000 abitanti (ma anche molto inferiore, secondo le regioni), a cominciare da quelli che presentano le caratteristiche di migliore accessibilità. Date queste condizioni, la prospettiva che va rafforzandosi non è più tanto quella metropolitana in senso proprio (dove un'area “dipende” da una grande città), quanto piuttosto quella detta “megalopolitana”, come nel caso delle regioni padane (dove un'area interagisce a tutti gli effetti con una rete di città fra loro interdipendenti al di là delle dimensioni demografiche e funzionali). Oppure quella, variamente definibile, in cui una rete di centri medi e piccoli è in grado di controbilanciare l'egemonia di una o più grandi città, provocando una ristrutturazione integrale delle localizzazioni e dei flussi. Ciò che è del tutto evidente è l'espansione dello stile di vita urbano, cioè della vera e propria urbanizzazione (sotto il profilo culturale, sociale, economico), anche se non sempre è possibile, a rigor di termini, parlare di insediamenti di rango dimensionale urbano. Non a caso le aree investite dalle mutazioni di segno urbano (dalla crescita della popolazione nei centri minori, all'aumento della circolazione di persone, all'incremento di valore dei terreni edificabili e via dicendo) si sono estese a dismisura, rispetto alla situazione relativamente consolidata e compatta degli anni Settanta; un'espansione che si è verificata soprattutto per contiguità, a partire cioè dalle aree urbane propriamente dette che hanno preso a diluirsi perdendo popolazione e attività (e in alcuni casi anche funzioni), che si sono redistribuiti spesso proprio a favore di quei piccoli centri la cui demografia era stata fortemente impoverita nel corso della grande urbanizzazione italiana dei decenni centrali del sec. XX. Ma va anche sottolineato che, accanto alla diffusione nelle aree contigue, la riurbanizzazione comincia a interessare anche regioni lontane e non adiacenti rispetto alle regioni metropolitane classiche, parzialmente ridisegnando una diversa geografia dell'insediamento in Italia. In questo contesto si può inserire un ulteriore modello di sviluppo territoriale che si aggiunge alle consolidate “Tre Italie” (Nordovest, Nordest-Centro, Sud), giacché alcune aree dell'Italia del Centro e soprattutto del Sud si vanno distaccando, nei comportamenti, dalle tendenze medie delle rispettive grandi ripartizioni territoriali. La “Quarta Italia” si estende fra Toscana meridionale, Lazio interno, Abruzzo, Molise e Basilicata, nell'area di contatto fra Nordest-Centro e Sud; questa ulteriore grande regione non sembra rappresentare propriamente l'area di transizione fra le caratteristiche settentrionali e quelle meridionali (non, dunque, solo una specie di “Nord del Sud”), ma il risultato dell'applicazione di un modello di sviluppo endogeno, quindi relativamente autonomo dalle dinamiche delle altre grandi regioni, e sostanzialmente diverso dagli altri modelli insediativi e produttivi. Sotto il profilo economico, rispetto ai modelli delle Tre Italie, improntati rispettivamente alla grande impresa manifatturiera (Nordovest), al passaggio dall'impresa produttrice all'impresa ideatrice di strategie di vendita e prodotti materialmente fabbricati altrove (Nordovest e Nordest), o all'impresa diffusa e terziarizzata (Nordest-Centro), al terziario pubblico e commerciale e a un'agricoltura residuale (Sud), la Quarta Italia è caratterizzata dalla diffusione della piccola impresa, non solo manifatturiera, e dalla rivalorizzazione in chiave moderna della propria vocazione rurale, dove l'uno e l'altro fenomeno vanno a rafforzare una rete urbana fatta essenzialmente di piccole città.Non più trascurabile, e trasversale a tutte queste grandi regioni, appare infine il fenomeno legato alle seconde case e alle strutture turistiche ricettive per riposo e villeggiatura, che in molte aree ha contribuito in modo decisivo a una (a volte radicale) trasformazione di intere località e del territorio circostante in senso urbano, come accaduto per esempio in Liguria o nelle valli alpine.

Territorio: flora e fauna

Dal punto di vista fitogeografico l'Italia si trova nel luogo d'incontro di due domini floristici, quello mediterraneo e quello centreuropeo. In conseguenza di ciò e per le diversità climatiche in senso sia della latitudine sia dell'altitudine, la vegetazione si presenta quanto mai varia e ricca di specie. A tutto questo si aggiunga l'opera dell'uomo, distruttrice in taluni punti, sostitutiva in altri con l'introduzione di specie esotiche (per esempio cereali, nel periodo neolitico; agrumi dal periodo romano al sec. XIV; mais e patata in epoche più recenti). Solo in poche zone la flora è rimasta nei suoi insediamenti spontanei (Alpi, riserve naturali e parchi nazionali). Comunque, in genere, si suole suddividere l'Italia floristica in quattro regioni: mediterranea o litoranea, appenninica, padana e alpina. Nella prima, che oltre la Liguria e la penisola comprende anche le isole, la vegetazione spontanea è costituita generalmente da boschi di leccio e pino (domestico, marittimo e di Aleppo), ai quali si aggiungono il carrubo, il corbezzolo, il lentisco, querce, ginepri ed eriche; nelle zone più scoperte si trovano anche timo, rosmarino e ginestre; oltre a queste, anche nei sottoboschi, vegetano varie specie di salvia ed euforbie, il mirto, la lavanda e altre; non mancano, inoltre, lauro e cipressi (questi ultimi specie in Toscana). La regione appenninica, nel suo piano basale, si confonde con quella mediterranea, oltre a presentare oliveti, querceti caducifogli e castagneti; nella zona montana passa dalla faggeta e abetina mista alla faggeta pura o con conifere mediterraneo-montane e a zone residue di pecceta; nel piano culminale vivono ginepri nani, cariceti e festuceti. Nella regione padana la vegetazione spontanea ha ceduto quasi totalmente ai coltivi; rimangono ancora allo stato naturale pochi settori (brughiere) del Piemonte e della Lombardia, l'alta pianura e i magredi del Friuli, caratterizzati da boschetti di roveri, farnie, roverelle, noccioli, aceri, pioppi, betulle, salici, carici, giunchi, ericacee ecc. Infine, la regione alpina, con il piano basale di lecci e olivi; il piano montano, con faggi, abeti e larici, e il piano culminale, che passa dai rododendri e dai pini montani ai cariceti e festuceti, ai saliceti nani e, infine, a muschi e licheni. A causa della sua varia altimetria, il territorio italiano ospita un grande numero di specie animali, anche se talune sono minacciate di estinzione dalla presenza, sovente distruttrice, dell'uomo. Alcune si sono salvate solo grazie all'istituzione di parchi nazionali o riserve: per esempio stambecchi, camosci e aquile reali nel Parco del Gran Paradiso; cervi, camosci, stambecchi e caprioli, in quello dello Stelvio; orsi bruni, camosci e lupi, in quello d'Abruzzo, Lazio e Molise; mufloni e cervi sardi, in quello del Gennargentu e Golfo di Orosei. In genere è possibile suddividere l'Italia in piccole zone faunistiche, quali: quella alpina; quelle di monte e pianura, generalmente accomunate per la difficoltà di una netta distinzione; e quelle litorali, marine e delle acque interne. Da queste molti autori distinguono la Sardegna, data la presenza di specie particolari (mufloni, cervi, grifoni) e l'assenza di vipere e rane. Tra la fauna di monti e pianure si possono trovare: cinghiali, lepri, scoiattoli, ghiri, istrici, ratti, lupi, volpi, martore, faine, tassi, donnole, ricci, toporagni; fra gli uccelli, galli cedroni, quaglie, pernici, fagiani, beccacce, colombi, cuculi, passeri, merli, tordi, capinere, fringuelli, oltre a rapaci diurni (falconi, gheppi, poiane, nibbi) e notturni (gufi, civette, allocchi); tra i rettili vari boigidi, colubridi, viperidi, sauri e testuggini. La fauna litorale, rimanendo sempre nel campo dell'avifauna, è caratterizzata da beccacce di mare, voltapietre e piovanelli. La fauna ittica delle acque interne, assai ricca di specie, è dominata dai Ciprinidi, ai quali si aggiungono, tra gli altri, il luccio, il persico, l'anguilla, la trota. Un certo numero di specie ittiche italiane è stato introdotto da altri Paesi europei o dall'America Settentrionale (persico, trota, pesce gatto, persico sole, trota iridea). Vi sono anche alcune specie ittiche autoctone esclusive delle acque interne italiane, tra cui il carpione del lago di Garda e la trota marmorata degli affluenti di sinistra del Po. Oltre ai pesci, vi sono aironi, anatre, folaghe, rane, rospi, bisce dal collare ecc., che popolano rive, stagni e laghi. Fra gli anfibi acquatici, degno di menzione è il proteo, proprio delle acque sotterranee del Carso. La fauna marina è quella tipica del Mediterraneo, mare contraddistinto da una produttività assai bassa esprimentesi con una notevole ricchezza di specie e con una forte modestia di biomassa. Lungo le coste d'Italia questa situazione è stata portata, talora, alle estreme conseguenze non solo in seguito alla pesca, ma anche in seguito agli inquinamenti, tanto che solo per poche specie (acciuga, sardina, spratto, aguglia, sgombro, sugherello, tonno ecc.) si dà ancora la possibilità di cattura in massa. Oltre ai pesci e alla foca monaca, ormai rarissima nelle acque italiane, vale la pena di ricordare alcune specie di tartarughe marine, tra cui la Caretta caretta. Il Mediterraneo, inoltre, è frequentato da numerose specie di cetacei, quali delfini, stenelle, tursiopi, balenottere e capodogli, che si concentrano soprattutto nel Mar Ligure.

Territorio: ambiente

Le caratteristiche morfologiche e climatiche nonché la giovinezza geologica dell'Italia incidono fortemente sul territorio, tanto da renderlo estremamente delicato dal punto di vista ambientale; il concetto di protezione dell'ambiente, però, non è ancora ben percepito a livello generale, tanto che solo in caso di eventi catastrofici si pongono in evidenza i problemi del territorio e quelle che ormai si definiscono “emergenze ambientali”. Dal punto di vista morfologico, per esempio, la prevalenza di aree montane e collinari costituite da rocce friabili o incongruenti, abbinandosi alla generale tendenza alla concentrazione delle precipitazioni e all'insufficienza della copertura arborea degradata da anni di diboscamenti e dall'abbandono dell'agricoltura di montagna, rende il territorio italiano particolarmente esposto al rischio idrogeologico. In special modo la fascia prealpina, l'Appennino Settentrionale, la fascia preappenninica adriatica e l'Appennino Calabro-Lucano sono soggetti a fenomeni franosi, in alcuni casi di entità tale da interessare vaste aree. Al regime delle precipitazioni e dei fiumi sono da mettere in relazione le inondazioni che sovente colpiscono le zone attraversate da corsi d'acqua con pendenza ridotta. Questi episodi, purtroppo ricorrenti, colpiscono i fondivalle dell'Italia settentrionale nei periodi successivi a piogge prolungate autunnali o quando alle piogge prolungate in primavera si somma l'acqua derivante dal disgelo; nell'Italia meridionale avvengono invece in occasione delle forti piogge invernali o in occasione di violente precipitazioni temporalesche. In tutti i casi al dato predisponente delle caratteristiche naturali del clima e del suolo, si aggiunge l'azione dell'uomo, che troppo spesso ha strappato terreno agli alvei fluviali per le sue esigenze, ha costruito in zone golenali, ha diboscato rendendo il flusso delle acque superficiali più veloce, ha cessato la manutenzione di argini, fossi, canali di scolo e di tutte quelle opere, minute, ma fondamentali per la salvaguardia territoriale. Sempre legato all'azione umana è l'inquinamento idrico che non solo colpisce buona parte dei fiumi, ma anche una parte rilevante delle coste. L'Italia infatti si è dotata molto tardi di leggi che regolano gli scarichi industriali e impongono la depurazione delle acque reflue urbane; anche l'agricoltura e l'allevamento industrializzati sono fonte d'inquinamento del suolo e, per percolazione e scolo, delle falde acquifere e dei fiumi. L'inquinamento atmosferico colpisce soprattutto le grandi città, dove è causato dalle attività industriali, dagli impianti di riscaldamento e, in proporzione crescente, dal traffico veicolare. In particolare le città della Pianura Padana – dove gli scambi fra masse d'aria sono più lenti e dove nei mesi invernali si verifica frequentemente il fenomeno dell'inversione termica – subiscono spesso gli effetti dell'alto grado di concentrazione degli inquinanti, che si mantiene elevato anche al di fuori delle principali aree urbane, specialmente lungo le grandi arterie di comunicazione. Strettamente legati all'assetto geologico sono i fenomeni sismici e vulcanici da cui il territorio italiano è tutto interessato, con intensità variabile, fatta eccezione per la Sardegna, per la parte occidentale della Pianura Padana, per buona parte dell'area alpina (a esclusione delle Alpi Carniche e Giulie), e per il Tavoliere di Puglia. I maggiori valori di sismicità si riscontrano: lungo l'Appennino Centromeridionale, a partire dall'Umbria fino alla Basilicata centrale; in una fascia che comprende la Calabria meridionale e la Sicilia occidentale; nel Friuli. I terremoti più disastrosi del sec. XX si sono verificati lungo lo stretto di Messina, in Friuli, in Irpinia, nelle Marche e nell'Umbria. La pericolosità dei sismi è però strettamente connessa alla qualità delle costruzioni, per cui un adeguamento degli edifici alle norme antisismiche potrebbe limitare di molto i danni alle cose e alle persone. In Italia sono attivi diversi vulcani, fra cui il più famoso e imponente per altezza e quantità di materiale eruttato è l'Etna (3323 m), seguito dal Vesuvio (1281 m), dallo Stromboli (924 m) e da Vulcano (391 m). Parecchi vulcani sottomarini costeggiano la Sicilia e sono presenti al largo del golfo di Napoli. L'Etna è interessato da ricorrenti fenomeni parossistici e da spettacolari eruzioni, che comunque non costituiscono un pericolo per l'uomo, così come non lo costituiscono le fontane di lava che lo Stromboli erutta a intervalli pressoché regolari; molto più preoccupante è la presenza di Vulcano e, soprattutto del Vesuvio, caratterizzati da attività esplosiva. Il Vesuvio fa da substrato a una delle aree più densamente popolate d'Italia (non a caso si tratta del vulcano più monitorato al mondo) e piani di evacuazione dell'area sono stati predisposti da tempo, ma rimane comunque una potenziale pericolosità. Un'ulteriore emergenza ambientale è rappresentata dagli incendi boschivi che colpiscono d'estate soprattutto la macchia mediterranea e i boschi xerofili delle aree costiere del Sud d'Italia, delle isole e della Liguria, mentre d'inverno non sono rari gli incendi nei boschi dell'Appennino Settentrionale e delle Prealpi, dove alla siccità si può sommare come fattore predisponente l'intensità dei venti freddi e secchi da N e NE. La profonda umanizzazione sin dall'antichità del territorio italiano, la densità del suo popolamento, così come il livello di urbanizzazione, fanno dell'Italia un ambiente fragile e soprattutto fragilizzato dall'intervento umano. Per questo motivo è particolarmente importante salvaguardare quelle porzioni del territorio in cui ancora le caratteristiche ambientali non sono state intaccate o in cui si esprime un rapporto sostenibile tra le attività umane e la natura. Risale al 1922 l'istituzione del primo parco nazionale italiano, quello del Gran Paradiso; nel 2014 se ne contano 24 che, assieme con i parchi regionali e le aree protette a vario titolo e gestite da vari enti, costituiscono una superficie protetta pari al 6% del territorio nazionale. In tutte le regioni essi tutelano gli aspetti più significativi del paesaggio italiano, caratterizzato da un ricco patrimonio naturale. Questo spazia dalle catene alpine e appenniniche ai litorali marini, che si presentano ora piatti e sabbiosi, ora segnati da scogli e promontori o punteggiati da isole. Oltre ai principali arcipelaghi, spesso compresi nei parchi nazionali, numerose sono le aree marine protette e di queste va segnalato, per la sua importanza a livello mediterraneo, il Santuario internazionale per i mammiferi marini, istituito nel Mar Ligure per la protezione dei cetacei, che qui sono presenti regolarmente con numerose specie.

Economia: generalità

Con un prodotto nazionale lordo (PNL) annuo di 2.145.803 milioni di $ USA (2013), l'Italia è l'ottava potenza economica mondiale dietro a USA, Cina, Giappone, Germania, Francia, Gran Bretagna e Brasile. Questa posizione garantisce già dagli anni Ottanta del Novecento un posto all'Italia tra i cosiddetti “grandi”, cioè tra i principali Paesi industrializzati, quelli già citati più il Canada e meno la Cina, il cui PNL è cresciuto a ritmi del 7-9% annuo solo a partire dalla metà circa degli anni Novanta. In quegli anni l'Italia ha lungamente conteso il 5° posto alla Gran Bretagna, ma nei primi anni del sec. XXI l'economia italiana è cresciuta a ritmi nettamente inferiori a quelli dei Paesi citati più sopra. Nel 2004 l'indice di competitività internazionale IMD la colloca ancora al 21° posto, ma per la crescita di competitività il Paese è precipitato dal 26° al 46° posto tra i 60 Paesi più sviluppati monitorati dall'OCSE. Questo dato, già di per sé negativo, rappresenta una sintesi eloquente di diversi processi che sono cominciati nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso e si sono evidenziati a partire dal 2000 ca. Tra questi, in primo luogo, la progressiva perdita di settori industriali estremamente importanti come la chimica, l'informatica, l'elettronica, gran parte del settore agroalimentare, passati sotto il controllo di multinazionali straniere (e quindi a rischio di ridimensionamento e persino di smantellamento, come a volte già avvenuto soprattutto sotto la spinta della concorrenza dei Paesi a basso costo della manodopera), e in ogni caso con una perdita netta in termini di acquisizione di competenze strategiche e di pianificazione dei mercati. La mancata soluzione degli annosi problemi relativi al mondo del lavoro (pensioni, salari, garanzie, contrattualistica ecc.), con l'obiettivo di realizzare a ogni costo e in tempi brevi la flessibilità in un sistema rigido e fortemente tutelato, ha contribuito a rendere meno fluida e più costosa questa variabile. La delocalizzazione in corso di alcuni settori produttivi maturi (tessile, mobili, meccanica) in altri Paesi dell'Est europeo o del Nordafrica, per poter affrontare la concorrenza internazionale, ha contribuito a impoverire aree produttive molto strutturate e a creare disoccupazione aggiuntiva. La mancata evoluzione nei controlli sulla finanza e sul credito e in alcuni casi persino episodi di tolleranza equivoca hanno generato sfiducia nei risparmiatori, con gravi conseguenze sui mercati obbligazionari e quindi sulla capacità di autofinanziamento delle imprese industriali. Il sistema bancario, pur proseguendo la sua dinamica di concentrazioni e di fusioni per raggiungere dimensioni unitarie accettabili, non ha tuttavia acquisito a pieno quella cultura imprenditoriale che la sfida internazionale richiede anche in campo finanziario. I costi e il funzionamento dei servizi diretti e indiretti, sia all'impresa sia al cittadino, sono cresciuti costantemente a fronte di un modesto miglioramento delle prestazioni, aggravando quindi il costo finale delle produzioni e riducendo la capacità concorrenziale delle imprese. Inoltre sono diminuiti gli investimenti e l'apporto statale alla ricerca di base, all'innovazione tecnologica, all'innovazione di progetto, ormai presente solo in alcuni casi di punta, ma non diffusa su tutto il tessuto economico. Così il made in Italy rischia di tornare a una dimensione prevalentemente semiartigianale e limitata ad alcuni settori (moda, design, motori), più che rappresentare un insieme di capacità legate alle risorse umane, alle competenze, al “sistema Italia” nel suo complesso. Per questa e altre ragioni, maggiormente legate alle scelte politiche e istituzionali, il Paese sembra insomma aver cominciato a perdere progressivamente competitività nel suo insieme, invertendo così la tendenza consolidatasi lungo tutti gli anni Novanta del Novecento. L'ipotesi di puntare tutto su un aumento costante della qualità dei prodotti, abbandonando altri fattori, appare ambiziosa e forse vincente, ma richiede alleanze e strategie interne e internazionali di cui il Paese non è ancora dotato, con gravi rischi per la sua tenuta economica nel medio periodo.

Economia: dall’età giolittiana al 1950

La situazione dell'economia italiana all'inizio del sec. XXI è il risultato di un processo evolutosi in meno di 150 anni, cioè molto più rapidamente che negli altri Paesi occidentali di tradizionale industrializzazione. Prima della seconda guerra mondiale l'Italia aveva sviluppato una significativa attività manifatturiera anche con notevoli contenuti tecnici e qualitativi. Si trattava di strutture dislocate soprattutto nel Nord e innestate sulle forme di economia capitalistica nazionale, avviate nell'Ottocento e che avevano privilegiato il settore tessile. Quelle strutture vengono considerate il prodotto della rivoluzione industriale italiana, ma fino alla metà del sec. XX l'Italia rimase comunque un Paese eminentemente agricolo. Anche perché gli sviluppi dell'industria italiana, che conobbe i suoi primi slanci nell'era giolittiana, quando presero avvio anche l'industria siderurgica e poi quella meccanica (già ai primi del Novecento si erano affermate alcune grandi aziende, come la FIAT), non potevano essere consistenti e sicuri in un Paese povero di materie prime e per di più con un mercato interno molto ristretto. L'avvento del fascismo orientò l'economia in senso fortemente endogeno: la grande industria fu protetta con una politica doganale nel quadro di un regime autarchico, che cercò di reggersi puntando sulla ricchezza delle braccia e sull'espansione massima dell'agricoltura. Tuttavia tranne l'area padana – dove effettivamente l'agricoltura aveva i caratteri di un notevole dinamismo imprenditoriale – il rimanente mondo rurale era in genere poco produttivo e fortemente arcaico (latifondo e microfondo nel Sud, mezzadria nell'Italia centrale, piccola proprietà nell'area circumpadana). Nel dopoguerra l'Italia attuò un radicale cambiamento di politica economica: scelse l'Europa, entrando nel 1948 a far parte dell'OECE, l'odierna OCSE, l'organizzazione internazionale promossa dagli Stati Uniti per sostenere la ricostruzione economica dei Paesi europei mediante aiuti economici (il famoso Piano Marshall). Nella progressiva apertura dell'economia italiana agli scambi con l'estero una tappa decisiva fu, nel 1951, l'adesione alla CECA, base e premessa per la futura Comunità Economica Europea, di cui l'Italia fu uno dei membri fondatori. Con il 1951 nacque in pratica la moderna economia italiana, che adottò come modalità di sviluppo un'industrializzazione a tappe forzate e un crescente inserimento sul mercato internazionale a scapito, inevitabilmente, dell'equilibrio globale delle strutture produttive. Questa economia industriale di scambi import-export sfruttò ancora una volta l'unica grande risorsa a disposizione dell'Italia, ossia l'abbondanza di manodopera fornita dalle masse contadine in esubero al Sud e nelle aree più arretrate del Nord, avvantaggiandosi così dei relativamente bassi costi di produzione. Fu un taglio deciso con l'Italia rurale del passato. Questo da un lato rappresentò un indubbio salto di qualità che portò con sé profonde ripercussioni sociali, oltre che economiche. Dall'altro questa incontrollata accelerazione pose le premesse di quello sviluppo contraddittorio, che ha condotto il Paese a inserirsi stabilmente tra le prime potenze economiche mondiali e insieme a trascinare gravi problemi di squilibri strutturali (geografici, Nord-Sud), per altro già fortemente presenti sin dai primi anni dell'Unità nazionale, ma anche settoriali, con comparti industriali (e agricoli) molto sviluppati e altri del tutto carenti. Le industrie che ebbero una funzione-guida nella fase di sviluppo furono quella chimica (in particolare petrolchimica) e quella meccanica, specie dei mezzi di trasporto. Entrambe erano industrie che sfruttavano materie prime di cui l'Italia era quasi completamente priva: il petrolio, il ferro e il carbone. Perciò l'industria crebbe dipendendo dalle importazioni; al tempo stesso la sua organizzazione industriale dovette impegnarsi nel massimo allargamento delle esportazioni, data la limitatezza, anche se in crescita, del mercato interno. Questa situazione rappresenta perfettamente i caratteri dell'economia italiana, che si è internazionalizzata specializzandosi nell'industria di trasformazione, non riuscendo a evitare le intrinseche debolezze di un modello che può avere fasi di grande espansione e fasi depressionarie di estrema gravità.

Economia: dagli anni Cinquanta alla crisi degli anni Settanta

Il periodo di più forte crescita, che si definì del “boom” o del “miracolo”, fu quello tra il 1951 (anno in cui il prodotto interno lordo tornò al livello di quello del 1939) e il 1963, quando si registrarono tassi di incremento della produzione del 6% annuo. Fu quello il momento in cui il sistema economico italiano creò le proprie strutture fondamentali. Oltre alla grande industria privata (con la FIAT in testa), assunsero un ruolo di rilievo le industrie di Stato, il quale partecipava direttamente alla gestione economica con la maggiore holding italiana, l'IRI, un ente creato nel 1933, cui si aggiunsero nel 1953 l'ENI, preposto al settore fondamentale degli idrocarburi, e successivamente altre imprese a partecipazione pubblica, presenti in vari settori produttivi; infine nel 1962 si ebbe la nazionalizzazione dello strategico settore dell'energia elettrica (ENEL), la più importante dopo quella delle ferrovie al principio del secolo. Dunque lo sviluppo industriale determinò profonde trasformazioni nella vita e nella società italiane (tra l'altro fu pagato con il grande esodo dal Sud) e se è una norma costante che i rapidi mutamenti dei sistemi economici creino squilibri e contrasti, questi si presentarono però più marcati in Italia che in altri Paesi. Il pur rilevantissimo sviluppo dell'economia italiana, infatti, si è realizzato in larga parte sulla base di fattori occasionali, grazie a spinte sollecitate dal capitale del Nord, senza che lo Stato intervenisse opportunamente con un'adeguata programmazione volta a sostenere una crescita equilibrata e a risolvere i problemi di una società soggetta a radicali trasformazioni. Lungi dall'avere in qualche modo composto le preesistenti fratture del sistema produttivo, lo sviluppo economico ha presentato un aspetto sempre più marcatamente dualistico: il Centronord da un lato e il Mezzogiorno dall'altro. Gli squilibri tra queste due grandi aree, ma anche quelli all'interno delle stesse regioni più avanzate, restano uno dei problemi strutturali più gravi. In particolare si è rivelata un pressoché assoluto fallimento la politica mirante a industrializzare rapidamente il Mezzogiorno (si ricordino, tra le maggiori iniziative, il grande centro siderurgico di Taranto, quello meccanico di Pomigliano d'Arco, quelli petrolchimici di Brindisi, Augusta, Gela ecc., tutti con impianti spesso rimasti vere e proprie “cattedrali nel deserto”, per non parlare del mai realizzato centro siderurgico di Gioia Tauro), il cui divario economico con il resto d'Italia non è affatto diminuito. Nonostante i colossali interventi della Cassa per il Mezzogiorno (poi Agenzia), un ente appositamente istituito nel 1950 (poi liquidato nel 1980) che ha devoluto migliaia di miliardi per opere spesso poco funzionali senza nemmeno riuscire a rallentare il vero e proprio esodo verso il Nord, il reddito medio pro capite della popolazione delle regioni meridionali è rimasto nettamente al di sotto di quello nazionale; da sola la Lombardia fornisce oltre un quinto della produzione italiana, superando quella complessiva del Mezzogiorno. Va inoltre tenuto conto dello spopolamento rurale e del conseguente processo di accelerata urbanizzazione (Torino, per esempio, tra il 1950 e il 1970 si accrebbe di ben mezzo milione di unità, passando da 700.000 a quasi 1.200.000 abitanti), che anche nel Nord hanno messo in evidenza sia l'insufficiente sistema di infrastrutture nell'edilizia residenziale, nei trasporti, nei servizi sanitari, sia la mancanza di misure per un'efficace tutela ambientale. Sono infatti in larga misura mancati gli ammodernamenti e le modificazioni strutturali di quel settore terziario – trasporti, commercio, turismo, servizi vari – che, in conformità agli schemi di un'economia matura, anche in Italia si è straordinariamente dilatato. Il settore commerciale in particolare appare minato dall'eccessiva frantumazione e dall'obsoleta, quindi poco redditizia, organizzazione dell'apparato distributivo. Comunque già con il 1963 il “miracolo economico” poteva considerarsi concluso; in quell'anno si ebbe infatti un brusco rallentamento produttivo, seguito da fasi alterne di espansione e di ristagno, mentre si cominciava a fare i conti con l'inflazione “strisciante”. Ma la crisi vera e propria esplose nel 1973 per l'impennata del prezzo del petrolio, che segnò per sempre la fine dell'era dell'energia a basso costo. L'Italia fu colta dalla crisi internazionale senza aver risolto le proprie contraddizioni né aver conseguito la piena integrazione nell'area dei Paesi ricchi, e ne risentì in modo particolare. La recessione assunse peraltro dimensioni mondiali e tutti i Paesi altamente industrializzati presero provvedimenti concreti per salvaguardare le proprie economie, ricorrendo spesso ad atteggiamenti più o meno chiaramente protezionistici. Se sul piano occupazionale la situazione divenne pressoché ovunque drammatica, tuttavia l'inflazione in generale venne contenuta entro valori accettabili. Non così in Italia, dove gli anni Ottanta si aprirono all'insegna del vertiginoso aumento dei prezzi e quindi della permanenza di un'inflazione superiore al 20%, mentre la stretta creditizia operata dal governo portò i tassi ufficiali di sconto e i tassi d'interesse a livelli storicamente mai raggiunti prima nel Paese.

Economia: gli ultimi anni del XX secolo e l'inizio del nuovo millennio: linee generali dell’evoluzione economica e finanziaria

Successivamente, un lungo processo di riassestamento dell'economia produttiva e di profonda ristrutturazione finanziaria ha portato l'Italia, alla fine del sec. XX, a diventare infatti, la quinta-sesta potenza economica mondiale per prodotto nazionale lordo, una situazione economica mai conseguita in precedenza, cosicché presenta un PIL annuo per abitante di 38.996 $ USA, classificandosi intorno al 20° posto nella graduatoria relativa: un reddito, come è evidente, tra i più elevati al mondo, tanto più se ci si riferisce ai soli Paesi di dimensioni demografiche e territoriali medie o grandi, escludendo cioè quelli molto piccoli o poco popolati, in cui la presenza di una singola fonte di ricchezza (per esempio il petrolio, o le attività finanziarie) in qualche modo può “drogare” il dato. Nell'insieme, le condizioni socioeconomiche di cui gode la popolazione italiana collocano il Paese in una delle prime posizioni, la 21a, anche nella graduatoria mondiale del cosiddetto “indice di sviluppo umano” (valore assoluto: 0,916). È in particolare nel corso degli anni Novanta che le condizioni economiche generali del Paese sono migliorate progressivamente, benché non manchino, certamente, risvolti non del tutto positivi. Dalla crisi internazionale iniziata nel 2001, questa situazione è in lieve peggioramento. L'introduzione dell'euro in Italia ha determinato un (ingiustificato) innalzamento del costo della vita che è andato a erodere i redditi medio-bassi, mentre l'aumento del prezzo del petrolio ha peggiorato i conti dello Stato e contribuito a sua volta all'abbassamento del potere d'acquisto. In precedenza, specialmente come conseguenza della crisi petrolifera, l'economia italiana aveva dovuto registrare (al pari della maggior parte dei sistemi occidentali) una fase di stagnazione, con momenti di vera e propria recessione. Alla metà degli anni Ottanta la tendenza si era invertita e, in parte per congiunture internazionali favorevoli (vantaggi derivanti dal regime dei cambi, deprezzamento del dollaro, calo dei prezzi delle materie prime), in parte per la ristrutturazione in atto in Italia (deindustrializzazione, abolizione della scala mobile, calo del costo del lavoro, introduzione di innovazioni significative nei sistemi di produzione), l'economia reale italiana aveva recuperato produttività e competitività. In quel decennio, perciò, l'economia italiana aveva registrato costanti, leggeri aumenti della produzione complessiva e, al tempo stesso, erano andate migliorando le condizioni finanziarie che di fatto avevano a lungo frenato il Paese. La bilancia commerciale, inoltre, tornata in attivo nel 1992, ha continuato a registrare prestazioni positive, anche se si è molto ridimensionato il surplus primario come conseguenza dell'aumento del costo dell'export europeo in seguito alla svalutazione del dollaro nei confronti dell'euro. Anche la storia monetaria e finanziaria degli ultimi due decenni del Novecento è rilevante per cogliere più compiutamente il progresso del sistema economico italiano. Sul finire degli anni Ottanta, l'industria aveva recuperato competitività non solo per le ristrutturazioni interne alle imprese (realizzate mediante un elevato numero di licenziamenti e un ampio ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni), ma anche in conseguenza della sottovalutazione della lira sul mercato valutario, che rendeva particolarmente vantaggiose le esportazioni italiane soprattutto nei confronti dei concorrenti europei e statunitensi. La lira, inoltre, fu investita da un'ondata speculativa, nel settembre 1992, che ne provocò un brusco deprezzamento e l'uscita temporanea dal Sistema Monetario Europeo (SME). La necessità di inasprire la politica monetaria e quella fiscale portò, nel corso del 1993, a una notevole contrazione della domanda interna, con l'effetto generale di deprimere i tassi di crescita dell'economia reale (riducendo le entrate e aggravando il deficit di bilancio), per di più in una fase di recessione generalizzata a livello mondiale. Ma la stessa politica economica incentivò anche la propensione all'esportazione, alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali. Nel corso del 1994 si realizzò un primo accenno di ripresa, che si trasformò in tendenza positiva negli anni seguenti. Dal settembre 1992, per altro verso, si succedettero una serie di svalutazioni ufficiali che raggiunsero il loro massimo livello alla fine del 1995, quando la moneta aveva perso un terzo del valore toccato nell'ambito dello SME nei momenti più favorevoli. La tendenza svalutativa fu interrotta dall'intervento delle autorità monetarie, decise a contrastarne gli effetti inflattivi e a riportare il tasso di inflazione verso il basso: obiettivo che si cominciò a realizzare nel 1994 (3,7% rispetto a oltre il 5% di due anni prima) e, salvo una breve parentesi nel 1995, sfiorando perfino, per brevi periodi, l'assoluta stabilità. Fra il 1996 e il 1997 si assestò intorno al 2%, scendendo poi di nuovo, ma risalendo dal 2000 in avanti a un ritmo del 2,3-2,7% annuo. Parallelamente alla stretta monetaria, la Banca d'Italia apportò una serie di aggiustamenti dei tassi di sconto, con successivi ritocchi verso il basso a partire dal 1996. Sull'insieme delle politiche monetaria e fiscale pesava ormai, in maniera preponderante, l'intenzione di accedere fin dalla prima fase operativa all'Unione Monetaria Europea, il che richiedeva l'osservanza di una serie di criteri di convergenza economici e finanziari (i cosiddetti “parametri di Maastricht”, sottoscritti nell'omonimo trattato). Il recupero di una posizione in linea con gli altri Paesi europei passò anche attraverso un reingresso nello SME (1996). Le capacità economiche del Paese si sono dunque espresse meglio rispetto ai decenni Settanta-Ottanta, ma nei primi anni del sec. XXI le condizioni generali dell'economia e, quindi, della popolazione sono in peggioramento, sia per fattori interni sia per la negativa contingenza internazionale. Tra i primi vanno ricordati anche l'abnorme ammontare dell'evasione fiscale (del tutto anomalo rispetto agli altri Paesi industrializzati dell'Occidente) e l'altrettanto anomalo dato relativo alla cosiddetta “economia sommersa”, che contribuirebbe per almeno il 15% alla realizzazione del PIL nazionale. È del tutto evidente che l'ampiezza di questi due fenomeni (strettamente legati fra loro) incide non solo pesantemente sui conti pubblici, ma anche sui conti privati della maggior parte dei cittadini, per diretta conseguenza soggetti a un regime fiscale più gravoso di quanto sarebbe necessario e, quindi, privati di una cospicua parte della propria capacità reddituale. A questo limite di grande portata, si sommano altre carenze strutturali e, in particolare, il peso del debito pubblico, storicamente uno dei più gravi ostacoli a un risanamento definitivo del sistema italiano e al recupero di una piena fiducia interna e internazionale. Infatti, dopo la decelerazione e la successiva diminuzione nel corso degli anni Novanta (favorita anche dal drastico calo dei tassi d'interesse che ha ridotto il carico degli interessi sui debiti pregressi costituiti per la maggior parte di titoli pubblici a breve termine, principalmente negoziati in Italia), il debito ha ripreso a crescere raggiungendo valori record nel 2003 (2,3% del PIL). D'altra parte, negli anni Novanta, in termini di fabbisogno di bilancio dello Stato i risparmi attuati hanno portato a realizzare consistenti eccedenze primarie (lo Stato, cioè, incassa più di quanto spenda per le partite correnti e ha sempre minore necessità di ricorrere al credito). Anche il disavanzo complessivo del bilancio statale è migliorato. La riduzione del deficit di bilancio (tollerato dagli accordi di Maastricht in misura non superiore al 3%), condizione necessaria per tentare di riassorbire il debito pubblico, è stata ottenuta contraendo la spesa pubblica, con effetti vistosi sulle politiche sociali (a cominciare dal sistema pensionistico) e sull'erogazione di servizi (come quelli sanitari) da parte delle strutture pubbliche, e inasprendo la pressione fiscale. D'altronde, la riduzione dei tassi d'interesse applicati ai titoli del debito pubblico ha avuto come effetto quasi immediato lo spostamento di forti quantità di capitali (in larga misura provenienti dai piccoli risparmiatori) dagli investimenti in titoli pubblici, divenuti poco remunerativi, agli investimenti azionari, contribuendo così alla ricapitalizzazione delle imprese. Il sistema economico italiano ha realizzato questo miglioramento, consentendo l'accesso dell'Italia alla prima fase della costituzione dell'UEM sancita dagli accordi di Maastricht come conseguenza di una dinamica che non è stata del tutto indolore. In particolare, il progressivo miglioramento della competitività internazionale delle imprese italiane (in una situazione in cui il regime dei cambi è ormai strettamente sotto controllo e non può agevolare surrettiziamente le esportazioni) si è realizzato grazie a un aumento della flessibilità del lavoro salariato e a una diminuzione complessiva (in una prima fase), o a una mancata espansione (in una seconda fase) dell'occupazione. In una prima fase, è stato soprattutto il comparto manifatturiero a realizzare i più sensibili risparmi di manodopera, attraverso l'introduzione di innovazioni di processo nei cicli produttivi e, specialmente a partire dalla fine degli anni Ottanta, in un'intensa delocalizzazione delle produzioni alla ricerca di un abbattimento dei costi di produzione. In un secondo momento, dai primi anni Novanta, anche il terziario pubblico ha smesso di espandersi in termini di occupazione, ottenendo altri consistenti risparmi di risorse finanziarie. Nella seconda metà degli anni Novanta l'occupazione è salita e il tasso di disoccupazione è leggermente calato, ma questo processo non è continuato nei primi anni del sec. XXI. Va subito notato, peraltro, che le regioni meridionali presentano ancora livelli di disoccupazione anche più che doppi rispetto al valore medio nazionale, mentre quelle settentrionali si collocano alquanto al di sotto. La disoccupazione è derivata, in primo luogo, dal generale fenomeno di ristrutturazione, che ha mirato a ridurre i costi di produzione, realizzatosi senza che si verificassero sufficienti interventi compensativi da parte dello Stato. Come si è ricordato, infatti, il settore pubblico, tenuto a sua volta a comprimere le uscite per consentire il rientro dei conti pubblici, ha ridotto drasticamente gli investimenti, le spese in opere pubbliche e in generale gli interventi di sostegno sociale e, soprattutto, ha operato un blocco delle assunzioni, pur non assoluto (blocco del turnover), realizzando di fatto una riduzione molto consistente degli addetti. In questa maniera, l'ammortizzatore sociale ed economico tradizionalmente rappresentato dal pubblico impiego è in sostanza venuto meno. La ristrutturazione produttiva, in parte ancora in atto e in parte probabilmente ormai realizzata, si è attuata prevalentemente attraverso interventi di delocalizzazione (spesso all'estero) di segmenti del ciclo produttivo o di interi cicli produttivi, alla ricerca di mercati del lavoro meno onerosi di quello italiano, talvolta di un accesso più diretto e meno costoso alle materie prime, spesso per avvicinare la produzione al mercato di destinazione. Coerentemente con queste premesse, la ristrutturazione in Italia ha preso a rallentare quando il costo del lavoro è tornato a essere, nell'ambito delle aspettative delle imprese, compatibile con i livelli di remunerazione attesi; allo stesso modo, anche la disoccupazione si è attestata su un livello più o meno sufficiente a mantenere il costo del lavoro stabile e basso. In altri termini, il processo di ristrutturazione ha espulso manodopera, finché quella superstite non ha accettato salari reali più bassi o almeno non più elevati che in passato: processo che si è realizzato attraverso il coinvolgimento delle forze politiche e sindacali, con la realizzazione di accordi di portata generale e l'emanazione di una legislazione specifica. Nonostante la fine di quei vantaggi che, di fatto, erano garantiti dal costante deprezzamento della lira sui mercati valutari internazionali (oltre che da consistenti e reiterate svalutazioni ufficiali), il recupero di competitività appare evidente anche solo dall'andamento della bilancia commerciale, sempre deficitaria (e in taluni periodi seriamente deficitaria) fino all'inizio degli anni Novanta e da allora costantemente in attivo per importi anche molto rilevanti, un andamento che solo in piccola parte può essere imputato alla contrazione dei consumi finali. A cavallo tra la fine del Novecento e questo secolo i grandi gruppi industriali e finanziari sono tornati a svolgere un ruolo egemone nello sviluppo del Paese, in seguito a un processo di ristrutturazione organizzativa, produttiva e finanziaria, che ha concentrato le risorse nei settori che presentavano i maggiori vantaggi competitivi, abbandonando progressivamente quelli in cui si detenevano quote di mercato marginali o non strategiche (esemplari i casi della siderurgia e della chimica di base). Alle innovazioni di carattere logistico, relative ai risparmi di materie prime, energia e lavoro, alle economie di scala e alla crescente specializzazione degli impianti produttivi, si sono aggiunte quelle più propriamente tecnologiche e di prodotto; al tempo stesso, un maggior ricorso all'autofinanziamento (aumenti di capitale) e al mercato borsistico (che negli anni Novanta ha conosciuto un vero boom) ha permesso di minimizzare o ripianare le situazioni debitorie delle imprese più dinamiche, che hanno ripreso a generare profitti in misura crescente. Complessivamente, tuttavia, non è il settore industriale ad avere beneficiato del miglioramento accennato, visto che tale espansione ha riguardato soprattutto le attività finanziarie, i servizi alle imprese, l'informatica e così via, caratterizzando, come negli altri Paesi più sviluppati, una crescente terziarizzazione del sistema italiano, ormai definito correntemente postindustriale. Dal 1980 il settore terziario ha infatti aumentato il proprio contributo alla formazione del PIL, anche se sconta ancora gli effetti di una crescita forse frettolosa e disorganica, denunciata da una relativa riduzione della produttività per addetto. Sotto il profilo della produttività settoriale, assodato il basso livello che ancora caratterizza l'agricoltura, va rilevato che è risultata in aumento la produttività degli addetti all'industria, mentre si è ridotta sensibilmente quella degli addetti al settore dei servizi, peraltro secondo una tendenza che si è constatata anche in altre strutture economiche avanzate o, appunto, postindustriali. Il terziario si è rivelato una sorta di “settore-rifugio”, che assorbe cioè personale altrimenti destinato alla disoccupazione; non per nulla, è cresciuta soprattutto la quota dei lavoratori autonomi. In altri termini, la funzione che in Italia veniva tipicamente svolta dal polmone occupazionale della pubblica amministrazione è stata assolta per qualche tempo (tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta) dalle attività commerciali, poi dall'emergere di attività autonome di servizio e dal rafforzamento di quei servizi che si legano più strettamente alla produzione manifatturiera. Il settore terziario, dunque, da area in qualche misura residuale fra i settori propriamente produttivi, largamente utilizzato nei decenni scorsi per compensare in qualche misura gli squilibri (settoriali e territoriali) della crescita economica, si è trasformato a tutti gli effetti nel settore portante dell'economia italiana, anche se richiederà probabilmente una razionalizzazione più decisa. Per quanto riguarda il peso diretto dello Stato nell'economia, la necessità di alleviare la situazione debitoria e di aumentare le disponibilità dello Stato (ma, più ancora, gli effetti delle politiche neoliberiste, propugnate dalla maggior parte degli Stati sviluppati e da tutti gli organismi finanziari internazionali) ha portato a una progressiva dismissione del patrimonio produttivo di proprietà pubblica, attuata in varie forme: cessione integrale, aumenti di capitale a sottoscrizione privata, trasformazione in società per azioni degli enti economici, con collocazione delle azioni sul mercato ecc. Si è così giunti alla liquidazione dell'Efim, a una profonda ristrutturazione dell'IRI, dell'ENI, dell'ENICHEM (gruppi fra i maggiori italiani ed europei, che generalmente godono di buona salute), a un riassetto importante del sistema bancario, già a capitale pubblico, alla privatizzazione di molti degli enti erogatori di servizi di pubblica utilità, puntando a responsabilizzare le dirigenze, anche soprattutto sul piano contabile. La messa in vendita delle imprese pubbliche, che ha riscosso una notevole attenzione degli investitori, è stata avviata alla fine del 1992. Oltre all'IRI, all'ENI e all'ENEL, sono state cedute, in tutto o in parte, imprese come la Acciai Speciali Terni, la Banca Commerciale Italiana, il Credito Commerciale, l'INA, la SME (supermercati), l'Italtel, la Laminati Piani, la Dalmine, la Nuovo Pignone ecc., con un'evidente prevalenza di imprese metallurgiche e di servizi finanziari. Allo stesso tempo, la formalizzazione del mercato unico europeo (dal 1993) ha stimolato il settore privato a intraprendere adeguamenti necessari al quadro dello spazio economico comune, che si va realizzando, attraverso la ricerca di ampliamenti delle quote di mercato, concentrazioni aziendali o finanziarie, di sinergie all'estero (joint ventures).

Economia: La crisi economica

Sul sistema economico nel suo insieme ha profondamente inciso l'avvio dell'Unione Economica e Monetaria nell'ambito della UE, la cui prima fase è divenuta operativa il 1º gennaio 1999 con l'introduzione dell'euro in 11 Paesi della UE. Nel medio periodo, l'effetto della progressiva unificazione dovrebbe essere stabilizzante e non dovrebbe penalizzare l'economia italiana, forse anche favorendo l'espansione del sistema produttivo italiano e in ogni caso garantendone un corretto funzionamento e un'ulteriore razionalizzazione. Per valutare questi risultati si dovrà però aspettare l'uscita dal ciclo recessivo che ha investito l'Occidente dal 2001, con situazione politica generatasi dopo il crollo delle torri gemelle di New York, in seguito all'attentato dell'11 settembre 2001, che ha avuto tra le sue conseguenze il forte aumento dei prezzi petroliferi (da imputarsi anche all'affacciarsi sul mercato di nuovi forti consumatori come Cina e India e all'innescarsi di una forte speculazione da parte delle principali multinazionali petrolifere). L'avvio dell'unificazione monetaria, a ogni modo, ha innescato processi di portata globale, positivi o negativi, che comunque sopravanzano di molto la capacità di intervento di un singolo Paese: per esempio, l'entrata in funzione della nuova moneta rappresenta di fatto la nascita di un sistema di riferimento internazionale, che si affianca a quello del dollaro e che con questo è entrato in competizione, con effetti che non è possibile prevedere, ma che coinvolgono inevitabilmente l'intero settore finanziario mondiale. In questa prospettiva, insomma, occorre considerare il sistema economico italiano in termini sempre più strettamente correlati con il sistema europeo nel suo complesso. Dopo la severa contrazione registrata nel 2009, con una diminuzione del PIL del 5% circa e alcuni timidi segnali di ripresa nel 2010, l'economia nel 2011 è entrata in una nuova recessione che è continuata nel 2012 e nel 2013. Il notevole rallentamento dell'economia, legato in buona parte alle conseguenze della crisi finanziaria internazionale e alla successiva recessione a livello globale, ha fatto sentire i suoi pesanti effetti negativi sul bilancio dello Stato, sia per la riduzione delle entrate tributarie causata dalla minore crescita sia per la dinamica della spesa, che non si è invece contratta: nel 2013 il debito pubblico ha superato così il 130% del PIL, anche se il deficit è stato riportato sotto la soglia del 3% del PIL. Le manovre proposte dall'esecutivo Monti nel 2011-2012, che hanno attaccato direttamente alcune voci importanti di spesa, disposto un inasprimento della tassazione sulla casa e promosso drastiche riforme nel settore previdenziale (con l'innalzamento progressivo dell'età pensionabile) e della legislazione del lavoro, hanno parzialmente centrato l'obiettivo di rassicurare i mercati internazionali sulla determinazione nel tenere i conti pubblici sotto controllo. Il governo Letta con i suoi primi provvedimenti ha cercato di proseguire l'azione di Monti, ma deve fare i conti con una maggioranza eterogenea. Dopo un lungo periodo di contrazione seguito alla crisi finanziaria internazionale e prolungato dalla crisi del debito dell'eurozona, l'economia italiana tornava lentamente a crescere nel corso del 2015. Nei primi mesi del 2015, pur in un quadro macroeconomico particolarmente eterogeneo, si sono intensificati i segnali positivi, in particolare quelli relativi alla fiducia di imprese e famiglie. La crescita della domanda internazionale e il significativo indebolimento dell'euro dovrebbero inoltre favorire l'aumento delle esportazioni, incentivando la ripresa della produzione industriale.

Economia: trasformazione del mondo del lavoro

Se molteplici sono i fatti che hanno determinato una rapida evoluzione nei comportamenti e, soprattutto, nelle aspettative in campo socioeconomico della popolazione italiana, nel corso dei primi anni del sec. XXI, il fattore principale è probabilmente la mutazione ormai incontrovertibile nei rapporti di lavoro. La cosiddetta sicurezza del posto “fisso”, dell'impiego a vita è quasi definitivamente venuta meno, essenzialmente per diverse ragioni. Prima di tutto si è molto ridotta la possibilità di impiego nel settore pubblico. E si è molto ridotta, più in generale, l'aspettativa nei confronti del lavoro, sempre più scarso e sempre più tardivo, sia per chi cerca una prima occupazione sia per chi l'ha perduta. Si è accentuata poi la divaricazione reddituale tra famiglie a redditi fissi, da lavoro dipendente, e famiglie a redditi da lavoro autonomo, specialmente dopo la riforma e l'abolizione della scala mobile (1992), da una parte, e sotto l'effetto dell'inflazione strutturale e della pressione fiscale dall'altra (inflazione e fiscalità incidono di fatto più sui redditi fissi che su quelli da lavoro autonomo, che possono adeguarsi all'inflazione e che possono sottrarsi all'imposizione fiscale). Si è creata inoltre una diffusa insicurezza, relativamente alle condizioni economiche future, che risulta più grave per i lavoratori dipendenti che per quelli autonomi, specialmente a seguito della riforma del sistema pensionistico (1992, 1995). Si va perdendo infine la convinzione di avere il diritto a una tutela da parte del sistema pubblico per chi non è in grado di tutelarsi a sufficienza da solo sotto il profilo socioeconomico. Si tratta di fenomeni legati fra loro e coagulati attorno all'andamento generale del mercato del lavoro. La disoccupazione, nelle sue varie forme e specialmente come ricerca di una prima occupazione, non ha smesso di crescere cumulativamente nel corso degli anni Novanta (almeno fino al 1997, anno in cui ha iniziato a declinare), con un picco negativo nel 1993 (quando l'occupazione si ridusse per 650.000 posti di lavoro). Considerando anche che il fortissimo aumento dell'impiego a tempo parziale e a tempo determinato viene letto solo in parte dal dato statistico assoluto. Il sistema italiano è sempre stato abbastanza lontano da un modello di piena occupazione, ma nei periodi di espansione economica è più volte riuscito a massimizzare l'occupazione fino a ridurre i senza lavoro a un'incidenza marginale e fisiologica. Negli anni Novanta, in fase di complessiva espansione economica, invece, i non occupati sono aumentati progressivamente fino alla già ricordata inversione di tendenza del 1997. In altri Paesi la situazione è contraddittoria, ma spesso non dissimile da quella italiana, salvo fenomeni congiunturali, che possono attenuare la disoccupazione nel breve periodo. Ciò vuol dire, con buona probabilità, che una crescita della disoccupazione è l'esito di una modificazione generale e simultanea nell'insieme dei Paesi sviluppati: una prima spiegazione, sicuramente semplicistica ma efficace, può essere ricercata nella decrescente necessità di fare ricorso al lavoro umano per una lunga serie di operazioni, in virtù dell'automazione; un'altra spiegazione è nella delocalizzazione di un gran numero di produzioni a forte intensità di manodopera verso regioni del mondo, in cui questa è più abbondante e meno costosa (la cosiddetta “globalizzazione” del mercato del lavoro). Se queste possono essere delle spiegazioni, pur parziali, il fenomeno della non occupazione non è destinato a ridursi, ma a divenire strutturale: i livelli di automazione certamente non diminuiranno, né la produzione mondiale aumenterà tanto rapidamente da richiedere una reimmissione di forza lavoro nei processi produttivi, né le imprese rinunceranno a quote crescenti di profitto, realizzate nei Paesi meno avanzati, per ampliare l'occupazione nei Paesi avanzati. Pertanto, da fatto di ordine economico il non lavoro diventa fatto di ordine sociale, nel senso che non può trovare soluzione in principi di razionalità economica, ma necessariamente attraverso opzioni politiche (dalla riduzione dell'orario di lavoro agli impieghi socialmente utili, per accennare a due delle ipotesi avanzate e discusse in Italia). L'aspetto più notevole – anche questo di rilevanza soprattutto sociologica – sembra comunque essere non tanto nel problema del “non lavoro” in sé, per fronteggiare il quale le famiglie italiane hanno approntato una serie di strategie spontanee più o meno efficaci (la permanenza dei giovani nella famiglia di origine fino a età avanzata, il proseguimento negli studi, il lavoro cosiddetto “informale”, l'estrema mobilità nell'occupazione, l'invenzione di attività economiche di nicchia, la partecipazione ad attività sociali, il volontariato ecc.), quanto nella prospettiva del non lavoro, che viene vissuta sia da chi deve ancora accedere al mercato del lavoro, sia da chi già vi opera e teme di esserne espulso, sia infine da chi deve uscirne perché ha completato il proprio ciclo attivo. Gli atteggiamenti e le aspettative si coniugano, in questo contesto, con le condizioni di fatto. Nel 1992 il potere d'acquisto medio dei lavoratori italiani (salari reali) è diminuito alquanto rispetto al tasso d'inflazione; nel 1993 e 1994 è diminuito in maniera più accentuata, per poi stabilizzarsi fino al 2002, anno nel quale ha iniziato di nuovo a scendere. Per i redditi da lavoro dipendente, in realtà, la situazione è risultata anche peggiore rispetto a questi valori che, essendo medi, sono sostenuti dall'incidenza del lavoro autonomo. I redditi da capitale, invece (con l'eccezione del biennio 1993-94, fase di recessione) sono aumentati sempre durante gli anni Novanta, su livelli circa doppi dell'inflazione, per poi ridursi quasi alla pari con l'inflazione a partire dal 2000. Nel frattempo, l'erogazione di servizi sociali (sanità, pensioni ecc.) è aumentata parallelamente ai salari, cioè è diminuita in termini reali. Può stupire che la sperequazione fra classi di reddito non sia diventata maggiore di quella che viene registrata dalle statistiche. Non stupisce, invece, l'aumento di produttività e competitività delle produzioni italiane, in buona misura garantito da un calo del costo del lavoro: secondo dati dell'OCSE, alla metà del decennio Novanta i salari reali italiani non solo sono stati i più bassi tra quelli dei Paesi sviluppati, ma si sono ridotti, in cinque anni, di circa un terzo (in termini di potere d'acquisto), mentre per esempio in Giappone sono aumentati della metà. Ne sono derivati, comprensibilmente, una buona parte del recupero di competitività del sistema italiano, ma, al tempo stesso, anche un peggioramento reale delle condizioni di vita di quell'ancora ampia quota della popolazione che dipende dal lavoro salariato. Questa relativa competitività del “sistema Italia” è stata però successivamente vanificata dal caro euro (cioè dell'aumento del costo in dollari della manodopera italiana) e dalla concorrenza sempre più serrata delle produzioni provenienti da Paesi in via di sviluppo con costi irrisori della manodopera. Malgrado tutto, però, se questi dati medi corrispondessero anche a una distribuzione spaziale media, l'Italia si troverebbe sostanzialmente in linea con parecchi altri Paesi europei avanzati, mentre, in generale, non vi sarebbero segnali di un degrado delle condizioni di vita tale da preoccupare. L'Italia, va ripetuto, è un Paese ricco, e le condizioni di vita dei suoi quasi 58 milioni di abitanti sono comunque incomparabilmente migliori, anche nei momenti meno positivi, di quelle in cui vivono più di 5 miliardi di persone in altre parti del mondo. Ciò che ha reso più seria la situazione è che alla sperequazione reddituale si è sommata una sperequazione territoriale: la distanza fra le regioni più ricche e quelle più povere del Paese si è fatta ancora maggiore. Dal confronto cronologico dei dati relativi risulta che la concentrazione geografica della povertà è andata accentuandosi: solo nelle regioni centrali e settentrionali, infatti, si è registrato un aumento sensibile di reddito e di occupazione. Dal punto di vista delle capacità di spesa e del reddito per abitante, la popolazione delle regioni del Sud si è trovata ulteriormente penalizzata rispetto a quella del Centronord. Questo è quanto dicono le statistiche, ma non si deve sottovalutare il peso, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, dell'attività economica cosiddetta “informale” o “sommersa”, sulla quale non è possibile fornire che stime e avanzare la supposizione che essa debba essere abbastanza florida, altrimenti le condizioni di vita del Sud sarebbero assai peggiori di quanto appaiano in realtà. L'esistenza del fenomeno (che peraltro non è affatto esclusivo del Mezzogiorno), al di là dell'illegalità e della stortura economica di cui si alimenta, ha impedito anche l'avvio di un'organizzazione di livello istituzionale, che è uno dei prerequisiti per il decollo autogenerato di un sistema produttivo locale. Questa considerazione può servire a spiegare perché l'orientamento, dominante nei pubblici poteri, non sia tanto volto alla repressione dell'economia sommersa, quanto alla sua riemersione attraverso una serie di incentivi per rientrare nella legalità legalità (tra i quali si può collocare anche l'incentivazione del lavoro atipico promossa in generale con l'obiettivo di aumentare la flessibilità del mercato del lavoro). Oltre a ciò, il lavoro sommerso sarebbe presente al Sud con un'incidenza quasi doppia che al Centronord e la criminalizzazione del fenomeno, secondo alcuni, rischierebbe di creare problemi sociali più vasti che non il tollerarlo o l'incoraggiarne la progressiva e spontanea legalizzazione.

Economia: agricoltura e sfruttamento forestale

I settori primario, secondario e terziario partecipano rispettivamente al prodotto nazionale con il 2%, il 27% e il 71%. Questa composizione strutturale del prodotto interno (insieme a quella della forza lavoro) costituisce senza dubbio il più spettacolare elemento evolutivo dell'economia italiana, ormai lontanissima (addirittura forse troppo) dal tradizionale assetto agricolo e rurale, che l'ha caratterizzata fino alla metà del Novecento. L'agricoltura, infatti, ha ormai un ruolo complessivo decisamente modesto (in termini di produzione); benché gli addetti siano relativamente più numerosi che in altri Paesi avanzati, il settore primario sembra vicino a una soglia minima al di sotto della quale difficilmente si contrarrà ancora, lasciando così la responsabilità prevalente del cambiamento economico agli altri due settori. È forse il caso di sottolineare il troppo scarso peso che l'agricoltura conserva nella formazione della ricchezza del Paese, in termini di valore aggiunto, scontando un mancato riapprezzamento dei suoi prodotti, rispetto a quelli forniti dagli altri settori, a differenza di quanto comincia ad accadere in altri Paesi. Del resto, la produttività per addetto agricolo appare meno della metà di quella degli addetti all'industria e ancora più bassa nei riguardi degli addetti ai servizi, ma altre modificazioni strutturali nel settore sono degne di attenzione. Le rilevazioni statistiche restituiscono un'immagine dell'agricoltura italiana che, da un lato, continua a perdere addetti anche se a un ritmo più lento, mentre dall'altro vede aumentare il numero delle imprese agricole (cioè dei produttori che si danno una veste giuridico-economica precisa) e la dimensione aziendale. In definitiva, stanno proseguendo, ma con qualche variazione di rilievo nelle modalità pratiche, la modernizzazione e la razionalizzazione del settore. In particolare, la crescente presenza di figure imprenditoriali (per quanto, spesso, si tratti solo di una riconfigurazione formale di aziende tradizionali) sta a indicare sia una maggiore attenzione per gli aspetti organizzativi “a monte” e “a valle” della produzione in senso stretto (accesso al credito, commercializzazione del prodotto, orientamento al mercato), sia un tentativo di aggiornamento dell'attività aziendale stessa, per esempio con la diffusione sempre più ampia di attività collaterali all'agricoltura tradizionale: dall'agriturismo al piccolo commercio di prodotti naturali o tradizionali, all'associazione all'azienda agricola di iniziative, spesso solo stagionali, in campo sportivo-ricreativo-turistico (accade, per esempio, con la diffusione delle attività equestri – che però sconta decenni di ritardo rispetto ai grandi Paesi allevatori europei –, che ha leggermente rivitalizzato anche l'allevamento equino, o con le attività legate all'enogastronomia). L'area a coltura si va comunque restringendo, sia pure lentamente, con la particolarità che il fenomeno non investe più esclusivamente o quasi le aree collinari e montane, né solo quelle dove la proprietà fondiaria appare più frazionata; al contrario, le aree di collina accolgono una quota maggiore di terreni agricoli utilizzati, mentre le regioni (Maremmamma, Sardegna) in cui è tipicamente diffusa la grande azienda risultano in calo di produttività. La circostanza si spiega considerando che la grande azienda, specialmente in pianura, è portata a colture di tipo estensivo (erbacee annuali, come i cereali) che da una parte garantiscono una redditività molto minore per unità di produzione, e dall'altra sono esposte più severamente alle fluttuazioni dei prezzi di mercato e agli effetti delle politiche agricole comunitarie. Le piccole aziende, che spesso devono ricorrere a colture specializzate, arboree o meno, se sufficientemente dinamiche riescono meglio a seguire gli andamenti del mercato e comunque producono beni a reddito maggiore. Inoltre, le piccole aziende consentono, sia attraverso lo strumento consortile o cooperativo, sia attraverso il part time, la conservazione di quote di produzione anche in assenza o in carenza di personale sufficientemente numeroso e stabile, in definitiva integrando i redditi provenienti da altre attività economiche. È il caso di sottolineare che, nell'insieme, la vitalità e la produttività (in questi ultimi anni maggiori nel caso della piccola e media proprietà) colpiscono tanto più in quanto le grandi aziende non hanno cessato di espandersi, dalla fine degli anni Sessanta in poi, concentrandosi proprio nei terreni di migliore qualità e nelle aree dove meglio è possibile applicare sistemi di produzione razionali: ciononostante, la produttività media per ettaro delle grandi aziende della bassa Pianura Padana è alquanto inferiore a quella che si può registrare nelle Puglie centrali, in presenza di un sistema agricolo apparentemente frammentato, e addirittura di sei-sette volte inferiore a quella realizzata dalle microaziende del Napoletano. In condizioni di questo genere, pertanto, si continua ad assistere al frazionamento dell'azienda agricola, che può continuare ad apparire vantaggioso, mentre la crescente concentrazione interessa principalmente le unità colturali di medie o grandi dimensioni, con l'effetto di una riduzione di numero delle aziende medie. Di conseguenza, l'abbandono delle terre ha assunto un andamento molto più selettivo che in passato, investendo quelle situazioni territoriali (montagna appenninica in primo luogo) in cui soprattutto il livello delle infrastrutture materiali, a cominciare dalle comunicazioni stradali, appare troppo carente e rende assolutamente antieconomica la produzione. Si può aggiungere, qui, che la presenza di boschi e foreste va gradatamente riprendendo terreno, dopo una fase pluridecennale di contrazione, a fronte del regresso colturale, e in buona parte come sua conseguenza specialmente nelle aree montane e alto-collinari, dove il bosco va spontaneamente ricolonizzando le superfici agricole abbandonate e lasciate incolte; il fenomeno (cui si associano politiche esplicite di riforestazione) è comune alla maggior parte dei Paesi europei. Considerazioni analoghe a quelle fatte a proposito dell'agricoltura, possono essere fatte per l'allevamento: concentrazione e razionalizzazione dei grandi impianti (in particolare quelli per la produzione di latte bovino), ma sostanziale tenuta o perfino piccoli progressi per le forme più tradizionali di zootecnia, comprendendo fra questi ultimi l'allevamento brado o semibrado per i bovini, o il ripristino di circuiti di transumanza per gli ovini; in quest'ultimo caso, il fenomeno ha visto una pur piccola ripresa in virtù del fatto che le greggi possono essere affidate (in assenza o quasi di personale italiano) a pastori immigrati, principalmente dal Maghreb. Va detto a questo proposito che a partire dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento la percentuale di lavoratori stranieri (stagionali e non) occupati nelle aziende agricole italiane è cresciuta rapidamente, dal Nord al Sud. Nel suo insieme, la struttura produttiva agricola italiana degli ultimi anni mostra una sempre più netta caratterizzazione in due grandi settori, il cui comportamento si fa simile a quello presente da tempo nel settore manifatturiero: la grande azienda razionale programma le sue produzioni, orientandole a un mercato di massa; la piccola impresa modernizzata punta a produzioni di qualità e a nicchie di mercato medio-alto che siano in grado di consumarle. Nel senso dell'aumento della qualità vanno anche alcune iniziative legislative o regolamentari assunte in Italia nel corso dei primi anni Novanta, che finalmente hanno portato ad accrescere, per esempio, le garanzie di tutela nei confronti di una serie di vini di pregio (con l'aumento dei marchi DOC, DOCG e simili) finora gravemente penalizzati nella concorrenza con prodotti esteri, francesi specialmente, cui il marchio di qualità era stato attribuito molto in precedenza. Qualcosa di analogo è stato fatto per la produzione casearia, individuando una serie di aree tipiche di produzione per particolari formaggi; e altre iniziative, non necessariamente pubbliche, ma spesso consortili, si vanno realizzando per prodotti ortofrutticoli di particolare notorietà. È del tutto evidente che questo processo si espande solo nella misura in cui le produzioni qualitativamente elevate e garantite riescono a inserirsi in circuiti di commercializzazione efficienti, mentre è noto che il sistema distributivo dei prodotti agroalimentari destinati al consumo finale in Italia è molto concentrato e comporta aggravi di costi rilevantissimi lungo le varie fasi di passaggio dalla produzione al consumo. Inoltre, il processo di innalzamento della qualità (che può sostenere l'aumento dei prezzi e quindi di redditività dell'impresa agricola) si scontra con una tradizione di bassi prezzi agricoli, cioè con la scarsa propensione culturale del mercato italiano a spendere per i prodotti di origine agricola a fronte di altri beni di consumo e, in una fase di contrazione dei redditi delle famiglie, nella ricerca, anche per quanto riguarda il settore alimentare, di prodotti a basso prezzo. Infine, secondo una tendenza di lungo periodo caratteristica di tutti i sistemi avanzati, la componente alimentare nella spesa delle famiglie italiane si è ridotta drasticamente, con ciò restringendo di molto i margini di manovra dei produttori di beni alimentari. Tutto questo insieme di fenomeni relativi al settore primario in Italia assume una rilevanza assai grande dal punto di vista dell'assetto territoriale del Paese, come è ovvio, anche alla luce degli sviluppi delle politiche comunitarie (riforma della PAC, Politica Agricola Comune), orientate piuttosto che al sostegno alla produzione o dei prezzi, a quello dei redditi delle imprese; e sensibili in particolare alla riduzione delle eccedenze e, almeno formalmente, degli effetti nocivi dell'intensificazione delle produzioni (mediante fitofarmaci e fertilizzanti di sintesi). L'applicazione di incentivi specifici ha portato a estendere le pratiche di riposo colturale (set aside), ampliando quindi le superfici non coltivate; ma il fenomeno riguarda solo le grandi e medie aziende al di sopra dei 20 ha e una parte dei prodotti agricoli. Tuttavia, appare sempre più evidente che l'orientamento generale dell'agricoltura, in Italia come già altrove, va verso pratiche di miglioramento qualitativo, come si è detto, e di “manutenzione” del territorio (cosiddetta “agricoltura-giardinaggio”), dove cioè l'obiettivo non è più tanto la produzione in sé, quanto la conservazione di caratteristiche ambientali in senso ampio, comprese, ma non più in maniera esclusiva, quelle produttive. Tutto questo si combina con la circostanza che l'organizzazione dell'agricoltura italiana presenta un quadro molto vario da zona a zona, come conseguenza dei diversi sviluppi che si sono registrati soprattutto negli ultimi due secoli. Nei secoli scorsi, l'organizzazione capitalistica propria della pianura lombarda si dilatò sino al Veneto, dove però rimase dominante, come in tutta la pianura asciutta, la piccola e media proprietà; nell'Italia centrale continuò a prevalere la struttura mezzadrile, di antica origine, pur ravvivata da talune imprese di tipo commerciale; nel Sud l'avvenuto processo di appropriazione individuale delle terre, prima di dominio comune, portò da una parte al latifondo (talora improduttivo, talora anche organizzato – come per esempio in Puglia – in senso capitalistico), dall'altra al frazionamento delle terre, specie nelle zone montane. Qualunque siano le prevalenti connotazioni delle strutture produttive agricole regionali, il settore nel suo complesso presenta ritardi e disfunzioni, che appaiono in tutta la loro evidenza se si mette a confronto l'agricoltura italiana con quella della maggior parte dei Paesi dell'Unione Europea. Non che siano mancate iniziative anche di ampio respiro; vaste aree sono state bonificate, perlopiù in corrispondenza delle pianure costiere, la cui conquista, già avviata nei secoli passati, è stata portata a termine già nella prima metà del Novecento: la Maremma, la pianura pontina, le pianure intorno al delta padano, la piana del Campidano in Sardegna ecc. In alcuni casi si sono avute anche bonifiche di tipo integrale, in cui cioè oltre al prosciugamento delle paludi si è proceduto a uno studio del suolo e dell'ambiente per stabilire quali fossero le colture più adatte, provvedendo altresì alla regolazione dei bacini idrografici di montagna per frenare le acque scorrenti, combattendo l'erosione dei suoli anche mediante il rimboschimento. Né sono mancate, accanto alle opere di bonifica, quelle di irrigazione, dando anche in questo caso preminenza alla valorizzazione delle pianure costiere; gli stessi grandi serbatoi, costruiti per la produzione di energia elettrica, servono spesso, altresì, a scopi irrigui. Tra gli interventi dello Stato a favore dell'agricoltura un particolare rilievo assunse la riforma fondiaria che, iniziata nel 1950, interessò non solo le zone di bonifica, ma anche vaste aree del latifondo incorporate dagli enti appositamente istituiti per la ridistribuzione in piccole proprietà ai coltivatori diretti. In linea di massima i settori più carenti sono la cerealicoltura, la stessa olivicoltura, che pure è la specializzazione colturale propria del Sud, e la zootecnia (lo comprova l'importazione di carni); ha fatto invece notevoli progressi l'orticoltura, i cui prodotti trovano ampi sbocchi anche all'estero, dove peraltro già prima della seconda guerra mondiale l'Italia disponeva di buoni mercati (per esempio in Germania); del pari si è sviluppata la frutticoltura, benché questo, come gli altri settori, abbia possibilità superiori rispetto alle attuali produzioni. Particolarmente gravi sono nel loro insieme le modeste rese della cerealicoltura: le aree principali di coltivazione del frumento sono il Sud, dove al grano tenero si sostituisce quello duro, che peraltro ha rese per ettaro molto basse, e la grande fascia padana, dalla Lombardia al Veneto e all'Emilia, dove le rese unitarie sono più che doppie; dal Veneto e dalla Lombardia proviene anche oltre il 50% dell'intera produzione italiana di mais. Per buona parte del fabbisogno di entrambi questi cereali si deve ricorrere all'importazione. Il riso è coltivato soprattutto in Piemonte, mentre l'orzo ha una larga diffusione un po' in tutta la penisola; scarsa importanza hanno gli altri cereali (avena, segale ecc.). Danno per contro un rilevante contributo all'alimentazione le patate. Tra le colture industriali s'impone la barbabietola da zucchero, che è coltivata particolarmente nella Pianura Padana, specie in Emilia-Romagna e nelle terre di più recente bonifica, come il Polesine, e in altre zone (Marche, Puglia ecc.). Assai modeste sono le altre colture industriali come il tabacco, la canapa, il lino e il cotone; maggior rilievo ha la soia: coltivata principalmente in Veneto, ha sperimentato negli anni Ottanta e Novanta una rapida affermazione. Gli ortaggi e i legumi, presenti intorno alle città e in diverse aree irrigue del Sud, danno invece cospicue produzioni, ottenute sempre più spesso con criteri moderni, in serre o sotto coperture di plastica. I pomodori provengono sia dalla Campania e dalla Puglia, sia dal Nord, soprattutto dall'Emilia-Romagna, dove operano diversi conservifici. Di rilievo le produzioni di carciofi, poponi e cocomeri, cavoli, finocchi ecc. Un caratteristico e ben sviluppato settore dell'orticoltura è quello delle coltivazioni dei fiori, che ha le sue aree specializzate in Liguria e in Toscana. Tra le colture legnose al primo posto per importanza si colloca la viticoltura, diffusa in larga parte d'Italia (Puglia, Sicilia, Veneto ecc.), con aree prestigiose in Piemonte, in Lombardia, in Trentino-Alto Adige e in Toscana. La produzione di vino pone l'Italia al primo posto nel mondo, con la Francia, rispetto alla quale molto si sta recuperando anche in termini di qualità e di immagine; apprezzata è anche l'uva da tavola italiana. L'olivicoltura è presente nelle zone peninsulari e insulari (l'olivo è più esigente della vite quanto a temperatura) e dà una produzione di olio variabile secondo le annate (primeggiano per quantità di prodotto Puglia e Calabria, mentre Toscana e Liguria offrono oli molto pregiati), per cui l'Italia divide con la Spagna il primato mondiale; tuttavia la produzione è insufficiente rispetto al consumo nazionale, che è integrato con l'importazione di olii (di oliva e di semi), di olive lavorate successivamente in Italia. Una voce molto importante dell'agricoltura italiana è anche l'agrumicoltura, che ha le sue aree principali in Sicilia, dove si producono principalmente arance e limoni. Altre produzioni frutticole di grande rilievo sono quelle delle mele e delle pere (Romagna, Alto Adige, Veneto), delle pesche (Romagna, Veronese), delle mandorle (tipico prodotto del Sud), dei kiwi e delle albicocche. Attività relativamente modesta è lo sfruttamento forestale. I boschi, costituiti in prevalenza da cedui, solo in parte sono economicamente produttivi anche perché ubicati prevalentemente in aree montuose dove difficoltoso è lo sfruttamento razionale, sicché l'Italia deve ricorrere all'importazione per sopperire alle proprie necessità di legname da lavoro.

Economia: allevamento e pesca

Per quanto riguarda l'allevamento, l'area più produttiva è la Pianura Padana, dove i bovini vengono allevati con criteri moderni e alimentati con foraggere che occupano vaste porzioni delle superfici poderali. È un allevamento che opera prevalentemente in funzione della produzione del latte per il consumo urbano e per l'industria casearia; altrove il settore zootecnico è in genere male organizzato. Il patrimonio di bovini è inferiore sia a quello ovino e caprino sia a quello suino, che alimenta in alcune aree qualificati salumifici; sono altresì numerosi gli allevamenti razionali di volatili da cortile. Un'attività primaria rimasta complessivamente povera è la pesca, anche in relazione alla limitata pescosità dei mari italiani, se si escludono l'alto Adriatico e il mar di Sicilia; l'organizzazione del settore, pur non mancando di imprese moderne che spingono la loro attività anche nell'Atlantico, si colloca in linea di massima a un livello poco più che artigianale. Si sbarcano pesci (sgombri, alici, sarde, tonni), molluschi e crostacei; gran parte dei molluschi proviene dalle coltivazioni di mitili dislocate in alcuni golfi (Mar Piccolo di Taranto soprattutto); nell'alto Adriatico ha un certo sviluppo la vallicoltura: ben note sono le valli di Comacchio per le anguille. La produzione di pesce (tra i porti più attrezzati sono Chioggia, San Benedetto del Tronto, Mazara del Vallo ecc.) è largamente insufficiente a soddisfare la richiesta del mercato nazionale, che è pertanto costretto a ricorrere a massicce importazioni. L'eccessivo sfruttamento delle risorse ittiche, peraltro, ha già indotto alcune aree a sperimentare periodi prolungati di fermo biologico, necessario per la ricostituzione. D'altra parte la crescita della piscicoltura si accompagna a non pochi problemi di carattere ecologico.

Economia: risorse minerarie

Dal punto di vista minerario l'Italia è scarsamente dotata; le aree relativamente più ricche sono la Catena Metallifera (Toscana), con l'isola d'Elba e la Sardegna sudoccidentale. Pochi e modesti sono i giacimenti di ferro (che da alcuni anni sono del tutto inoperanti) e per quanto riguarda gli altri minerali, se la gamma è abbastanza vasta, le produzioni sono in genere estremamente ridotte o nulle. Sono chiuse le miniere di zinco e piombo della Sardegna, già relativamente ricche, e ridotta è la produzione di bauxite. Altri prodotti dell'industria estrattiva italiana sono la barite, il salgemma e il salmarino (saline di Margherita di Savoia e di Cagliari), il caolino, la grafite, il talco, il feldspato, la fluorite, la pomice, oltre a tutti quei materiali vari, e in genere apprezzati, utilizzabili in edilizia. Dal 1986, infine, è cessata la produzione di zolfo. Particolarmente pregiata è l'industria del marmo; diffuse sono le pietre da taglio: travertino, tufi vulcanici ecc. Inattivi o solo parzialmente sfruttati sono i giacimenti di manganese, mercurio, antimonio, rame, minerali uraniferi ecc. La povertà è però anche più avvertita nel campo dei minerali energetici. Le poche miniere di antracite sono inattive perché poco redditizie e scarsa è la produzione di lignite. Per quanto riguarda gli idrocarburi, i giacimenti sono del pari assolutamente esigui; tuttavia nel secondo dopoguerra la scoperta di quelli della Pianura Padana e della Sicilia è stata importante, perché ha avviato l'industria petrolchimica che, attraverso le iniziative dell'ENI e di altre società petrolifere, ha consentito all'Italia (con lo sfruttamento di giacimenti all'estero e con la raffinazione del prodotto) di svolgere un ruolo di rilievo nel sistema petrolifero europeo. Negli anni Novanta, altri pozzi sono entrati in produzione in Piemonte e Basilicata, ma sempre con prospettive ridotte. Alla scarsità di petrolio fa riscontro una più rilevante presenza di gas naturale (estratto in vari giacimenti, soprattutto nel Mezzogiorno). Malgrado l'assoluta scarsità di minerali energetici, l'Italia è una grande produttrice di energia elettrica, ma la disponibilità non basta ai crescenti bisogni del Paese, che deve continuamente potenziare la produzione e, nei periodi di maggior consumo, importare parte del fabbisogno. La fonte di più antico e tradizionale sfruttamento – quella fornita dalle risorse idriche, cui si deve l'impulso ricevuto dalla prima industrializzazione italiana – è ormai prossima alla saturazione, mentre il resto proviene da centrali termiche alimentate prevalentemente da petrolio e gas naturale d'importazione. L'apporto energetico, sia pur molto modesto, proveniente dall'energia nucleare è venuto meno, dopo che negli anni Ottanta un referendum popolare ha stabilito la chiusura delle centrali e la sospensione dei programmi di sviluppo riguardanti il settore. Si comprende così l'importanza dell'importazione di petrolio, acquistato però in misura molto superiore alle necessità interne di energia, in quanto in Italia operano numerose raffinerie costiere che lavorano per il mercato estero: una rete di oleodotti collega i porti di Genova e Trieste con i centri padani, con la Svizzera e con la Germania. L'Italia raffina ogni anno oltre 80 milioni di tonnellate di greggio, con principali impianti a Busalla, Trieste, Porto Marghera, Ravenna, Livorno, Augusta ecc.

Economia: industria

Per quanto riguarda il settore industriale, l'evoluzione è senz'altro più profonda, in termini strutturali, ma anche maggiormente in linea con tendenze emerse già da tempo e per molti versi congruenti con quanto accade nelle economie dei Paesi avanzati. Sarà sufficiente dunque richiamarne i caratteri essenziali, sottolineando che, dal punto di vista merceologico, le propensioni dell'industria italiana non si sono modificate in profondità. Il fenomeno più evidente, dagli anni Ottanta in poi, è costituito dalla contrazione, in numero di unità produttive e in dimensione delle unità stesse, della grande azienda manifatturiera. Sono sempre meno i settori (siderurgico, metalmeccanico, petrolchimico) che devono ancora fare ricorso alle grandi dimensioni produttive per sfruttare le economie di scala, mentre la tendenza più generalmente seguita è stata quella al frazionamento all'interno della stessa azienda (quando non alla dismissione) di segmenti del ciclo di produzione. All'interno di questa tendenza non è irrilevante l'incidenza delle scelte politiche, mirate a privatizzare le aziende industriali di proprietà pubblica, che a loro volta sono o erano in prevalenza distribuite in unità di grandi dimensioni. In conseguenza del frazionamento dei luoghi di produzione, si è accentuata l'integrazione, sia verticale sia orizzontale, fra unità produttive diverse, anche grazie a una ripresa degli investimenti produttivi nel biennio 1994-95, a fronte di una flessione (consistente in alcuni comparti) negli anni precedenti. L'integrazione crescente sta diventando la caratteristica peculiare del sistema industriale italiano, ma non solo strettamente di questo: in effetti, ciò che si va specificamente realizzando in buona parte dell'industria in Italia, e che costituisce l'innovazione principale di questa fase storica, è l'integrazione tra le funzioni produttive vere e proprie e le funzioni di servizio legate alla produzione. I due piani dell'integrazione trovano la più compiuta realizzazione in quei sistemi territoriali in cui personale e aziende entrano in relazione intorno a uno specifico settore produttivo: vale a dire i distretti industriali. Questi sono una caratteristica in qualche modo storica di almeno una parte della struttura produttiva italiana e hanno segnato sul piano territoriale alcune parti del Paese (in specie, ampie aree del Nordest-Centro). Il fenomeno che si è verificato dagli anni Ottanta in poi è stato, da un lato, la generalizzazione del modello del distretto, ormai largamente uscito dalle aree di incubazione, e dall'altro da specifici interventi volti a sostenere ed estendere ulteriormente il modello. Il modello insomma è davvero emerso solo a partire dall'inizio degli anni Novanta del Novecento e se ne sta ora tentando l'esportazione in altre regioni. La grande parte dei distretti industriali si trova al Centronord, con un'interessante distribuzione territoriale all'interno della stessa grande ripartizione, tenuto conto anche delle propensioni produttive mostrate. La regione che appare più dotata è senza dubbio la Lombardia (con prevalenza del tessile e abbigliamento e della metalmeccanica), che da sola sostiene largamente la prestazione complessiva del Nordovest. Seguono Veneto, Marche ed Emilia-Romagna, vale a dire le regioni del Nordest-Centro nelle quali dapprima si individuò il modello del distretto; i settori prevalenti sono qui tessile (Veneto, Marche), arredamento (Veneto, Marche, Emilia-Romagna), pelli e calzature (Marche), alimentari (Emilia-Romagna), meccanica (Emilia-Romagna, Veneto); appaiono abbastanza ben strutturate in distretti anche la Toscana (settori tessile, pelli e calzature, arredamento) e il Piemonte (con prevalenza di tessile e meccanica). Le altre regioni rimangono per ora molto distanti: solo Abruzzo e Umbria, date le dimensioni territoriali, possono essere considerate abbastanza strutturate. A livello nazionale, i distretti presentano un orientamento merceologico ben evidente: l'attività produttiva si svolge innanzitutto nel settore tessile e dell'abbigliamento; seguono i prodotti per l'arredamento, i prodotti meccanici e il settore delle pelli, del cuoio e delle calzature; molto distanziato è il settore alimentare e ancora più gli altri. La struttura di distretto italiana è entrata di forza nel panorama internazionale dei riferimenti di analisi e di proposta per gli studi sullo sviluppo economico, sulla riconversione produttiva, sulla ristrutturazione industriale, dato che presenta caratteristiche ben tipizzate e precoci rispetto ad altre situazioni territoriali. Innanzi tutto, la dimensione aziendale nei distretti italiani è generalmente quella medio-piccola (e, in non pochi casi, vi prevale decisamente quella piccola); inoltre, sotto il profilo merceologico, si è appena visto come la tipologia assolutamente dominante sia quella dell'industria manifatturiera leggera; ma, accanto alla produzione di beni, il distretto tipico presenta una ricca articolazione di servizi per le imprese: anzi, è proprio la compenetrazione fra i due aspetti (produttivo e di servizio) a rappresentare la peculiarità più interessante e probabilmente quella che ha consentito il successo di una ristrutturazione orientata ai distretti. La prevalenza della piccola e media impresa manifatturiera è, in effetti, un carattere di antica data della struttura industriale italiana: ma, fino alla grande ristrutturazione dell'industria (anni Ottanta del Novecento), le imprese minori costituivano nella maggior parte dei casi semplicemente il diretto indotto di grandi imprese collocate in settori strategici della produzione (metalmeccanica, chimica) o particolarmente radicati nell'ambiente industriale italiano (tessile, alimentari). L'interruzione o la ricomposizione delle filiere produttive delle grandi imprese e, al tempo stesso, l'acquisizione di quella che si definisce “cultura d'impresa” da parte delle nuove generazioni di imprenditori medi e piccoli hanno portato le tradizionali attività di indotto a ricollocare rapidamente le proprie strategie produttive. Il contatto con la grande impresa non si è necessariamente reciso e, in certi casi, si è perfino stretto più che in passato; ma, accanto a clienti unici e di lunga data, dai quali le piccole e medie imprese dipendevano quasi integralmente con il rischio (divenuto spesso effettiva conseguenza) di rimanere senza sbocco produttivo nel caso di crisi della grande azienda, le imprese minori hanno preso a sondare nuovi mercati (sovente all'estero) e a proporre nuovi prodotti di nicchia. In un senso come nell'altro, si è trattato quindi di individuare nuovi clienti o nuovi mercati: dopo una fase di autorganizzazione impresa per impresa, che ha pure visto alcuni successi clamorosi, si è imposta piuttosto una visione organica di distretto, appunto, guidata da attività di servizio integrate che operano per l'insieme dei produttori del distretto e, a volte, per l'insieme dei piccoli produttori di un intero ramo merceologico. La nascita di questi servizi sembra aver moltiplicato l'efficienza dei distretti e delle imprese che li costituiscono, garantendo loro vantaggi competitivi inediti. Nei primi anni del sec. XXI, del resto, si sta delineando una situazione anche più complessa in cui le attività di servizio generate da un distretto cominciano a operare anche per imprese di altri distretti; questa struttura in qualche modo reticolare dell'organizzazione territoriale del sistema d'impresa italiano coinvolge ormai anche la grande impresa e in particolare i servizi che essa ha generato. Questi ultimi poi (specie per attività particolarmente complesse e onerose, come la ricerca o il marketing internazionale) appaiono sempre più interessati alla clientela dei distretti di piccola e media impresa. Poiché il contenuto principale di queste attività di servizio alla manifattura è definibile come “informazione” (in senso ovviamente molto ampio) e poiché l'informazione è evidentemente esportabile senza implicare uno spostamento fisico di chi la produce, ne deriva che i vincoli localizzativi di queste attività di servizio sono molto ridotti, e che il loro mercato potenziale appare immediatamente più ampio dell'ambito locale in cui i servizi sono stati generati. Questa caratteristica rende ragione della flessibilità dei distretti manifatturieri italiani, della loro vitalità e della loro capacità di organizzarsi e riorganizzarsi reciprocamente e porta anche alla conseguenza che le condizioni materiali per la formazione di un distretto (presenza di capitali e di infrastrutture) comincia a essere meno rilevante che in passato: la diffusione di sistemi d'impresa organizzati in distretto, quindi, potrebbe investire anche aree nelle quali (per esempio il Mezzogiorno) le forme classiche di industrializzazione non hanno avuto successo. Ovviamente sono pur sempre necessarie alcune precondizioni e, oltre quelle citate, essenziali appaiono le figure imprenditoriali (specialmente nel senso della cultura d'impresa) e l'organizzazione fisica e istituzionale del territorio. In parecchie aree del Centro meno industrializzato e del Sud non industrializzato forme di cultura d'impresa si vanno diffondendo per il tramite della riorganizzazione della produzione agricola e della crescita del settore artigiano (spesso all'origine della formazione di distretti); quello che troppo spesso manca ancora è, invece, l'organizzazione territoriale, che appare però almeno incipiente in quelle aree debolmente urbanizzate e a transizione dolce, fra il Centro e il Sud d'Italia, legata appunto alla specifica modalità nell'evoluzione della struttura dell'insediamento. La crescita di sistemi di distretto, inoltre, assume un rilievo sociologico notevolissimo, poiché induce, nelle regioni e nelle popolazioni interessate dal fenomeno, un atteggiamento molto diverso nei confronti sia della comunità umana locale, sia del suo ambiente naturale e produttivo: il "localismo", di cui molto si è parlato nel corso degli anni Ottanta, ne costituisce un aspetto (non l'unico) particolarmente evidente, con ripercussioni anche sul piano dei comportamenti culturali, dall'atteggiamento verso la politica fino all'accesso all'istruzione e così via.

Economia: industria manifatturiera

L'analisi dettagliata dei singoli comparti industriali rivela una forte dipendenza dall'estero per i settori petrolchimico e siderurgico. L'industria chimica, che fa ampio uso del petrolio importato dall'estero, produce – anche per l'esportazione – materie plastiche, fertilizzanti, resine varie, fibre tessili artificiali, solventi, soda caustica, coloranti ecc. L'industria siderurgica, che è stata alla base dell'importante e affermata industria meccanica, comprende sia grandi complessi localizzati lungo le coste (Cornigliano Ligure, Piombino e Taranto) in funzione della necessità di importare via mare la materia prima, sia impianti specializzati (Terni) o minori che lavorano direttamente per il consumo delle zone interne e sono ubicati in aree dove la lavorazione del ferro ha antiche tradizioni, come la Lombardia, in particolare il Bresciano e il Milanese. Ma va segnalato che entrambi i settori (escluso il comparto della raffinazione del greggio) sono ben lontani dalla posizione e dalle dimensioni produttive degli anni Sessanta-Settanta del Novecento. Si hanno ancora complessi metallurgici del piombo, dello zinco, del rame, dell'alluminio ecc. La produzione metallurgica è in larga parte al servizio dell'industria dell'automobile, che opera principalmente a Torino ma con importanti impianti anche al Sud e che, oltre a svolgere una funzione fondamentale tra le industrie meccaniche, ha avuto un ruolo decisivo nell'affermazione industriale italiana negli ultimi decenni del Novecento. Si tratta di un'industria che lavora sia per il mercato interno sia per l'esportazione e che è rappresentata essenzialmente dal grande complesso FIAT (che ha assorbito la Lancia e l'Alfa Romeo). Vanta antiche tradizioni, benché attraversi un non fortunato periodo di generale assestamento, l'industria cantieristica (principali cantieri a Genova-Sestri, Trieste, Monfalcone, La Spezia ecc.); ben rappresentate sono anche le industrie del materiale ferroviario e delle macchine agricole. Ma il panorama delle produzioni meccaniche, che comprende anche settori tecnologicamente assai avanzati come quello aeronautico, è estremamente vario. Uno dei settori più importanti, anche ai fini dell'esportazione, è quello degli elettrodomestici, prodigiosamente cresciuto negli anni del “miracolo”; notevole sviluppo hanno avuto anche l'industria del ciclo e del motociclo e la meccanica di precisione, macchine per scrivere e per cucire, calcolatrici ecc.; godono inoltre larga rinomanza internazionale le armi da fuoco. La gamma delle industrie manifatturiere, al di fuori di quelle meccaniche, è vastissima. Ben rappresentata è l'industria tessile, con uno sviluppato cotonificio, che ha le sue aree tradizionali nel Piemonte, nell'alta Lombardia, nel Veneto e in Toscana. Più o meno nella stessa zona opera l'industria della lana, che ha nel Biellese, nella Valsesia, a Valdagno e a Prato i suoi centri tradizionalmente più attivi. Si lavorano inoltre la seta, il lino, la iuta ecc., ma l'industria tessile più moderna è quella che riguarda le fibre artificiali, in genere localizzata nelle stesse aree dell'industria delle fibre naturali. L'industria dell'abbigliamento (maglifici, calzifici, cappellifici e soprattutto industria delle confezioni) e quella delle calzature (centri principali a Vigevano e nelle Marche) e dei guanti, sostenuta da buone concerie, sono tra le più affermate e lavorano largamente per l'esportazione. L'industria informatica, delle macchine per ufficio, delle telecomunicazioni e della telematica, così come le imprese operanti nell'elettronica di consumo sono state messe in una crisi che sembra irreversibile dalla più dinamica concorrenza internazionale. In funzione soprattutto delle richieste del mercato interno operano invece numerose altre industrie, tra cui quelle del cemento e dei laterizi, della gomma, prevalentemente concentrata in Lombardia e in Piemonte, e della carta con numerose cartiere inizialmente sorte nelle aree appenniniche (Fabriano) o lungo l'arco alpino. La materia prima per il settore cartario è in gran parte d'importazione, così come per l'industria dei mobili, molto sviluppata in Brianza e nel Veneto ma anche nell'Italia peninsulare. Le industrie alimentari, collegate all'agricoltura e largamente diffuse, hanno le loro aree principali nelle regioni padane e nel Napoletano; comprendono complessi molitori, pastifici, conservifici, zuccherifici, stabilimenti dolciari, oleifici, caseifici, birrifici, complessi enologici ecc. L'industria del tabacco, che conta una ventina di manifatture, produce sigarette – in assoluta preminenza –, sigari e trinciato. Tradizionali industrie sono infine quelle del vetro e delle ceramiche d'arte, della lavorazione della paglia (borse, cappelli), del giocattolo, dell'intaglio del legno (val Gardena), del corallo nei dintorni di Napoli, dei pizzi e dei merletti (Cantù, Burano), degli strumenti musicali (Marche), del ferro battuto ecc. Questo panorama vede tuttavia rapide e profonde modificazioni. La crisi che dalla fine degli anni Novanta del Novecento ha colpito la grande industria, sia per motivi congiunturali (per esempio FIAT e chimica), sia per gravi problemi legati alla gestione (con punte eclatanti negli scandali Parmalat e Cirio), pone un serio punto interrogativo sul futuro del comparto industriale italiano. Si moltiplicano in modo preoccupante i settori strategici nei quali l'Italia sta perdendo terreno. Il basso investimento in ricerca e sviluppo non fa che aggravare la situazione di un comparto che troppo a lungo è stato sovvenzionato, direttamente o indirettamente, dallo Stato e che, con l'allargamento dell'Unione Europea e con l'ingresso sulla scena industriale di nuove realtà (dalle mature Corea del Sud o Taiwan, ai giganti come Cina o Brasile), dovrà ripensare le forme e le modalità della propria collocazione in un mercato globale nel quale sono cambiate le regole.

Economia: settore terziario

Come detto, la profonda riorganizzazione dell'economia italiana ha inevitabilmente prodotto una pesante mutazione che ha investito, negli ultimi anni, anche il settore terziario. Il processo di terziarizzazione dell'economia, evidente in Italia come altrove anche solo esaminando la composizione del PIL o della forza lavoro occupata, si va svolgendo in maniera contraddittoria: a fronte di un aumento assoluto e percentuale degli addetti al settore nel suo insieme, infatti, i lavoratori impiegati nei comparti classici del commercio e dei trasporti hanno registrato flessioni più o meno serie o comunque andamenti incerti; nel caso del commercio, in particolare, il fenomeno è stato interpretato come l'avvio di una razionalizzazione del comparto del commercio al minuto, che in Italia continua a mantenersi senza dubbio molto più frazionato di quanto non accada in altri Paesi e, probabilmente, più del necessario in un'economia avanzata. La vera ristrutturazione del commercio al dettaglio è in pieno svolgimento, con l'aumento delle grandi superfici di vendita (si moltiplicano gli ipermercati, ancora comunque pochi rispetto a Germania e Francia) e sta comportando una riduzione delle piccole, malgrado le forti resistenze opposte dalle organizzazioni di categoria. Il tasso di ricambio delle imprese commerciali si è fatto elevatissimo, anche perché in molte situazioni, in assenza di prospettive di impiego stabile, una delle risposte alla disoccupazione è stata cercata nel tentativo, non sempre riuscito, di avviare attività commerciali. Presenta invece una tendenza sempre positiva, almeno nel medio periodo, l'insieme delle attività collegate al turismo che, nonostante andamenti non perfettamente lineari, soprattutto dopo il 2001, mantiene una (ormai risicata, però) progressione nel numero di arrivi. Il turismo non è più, come negli anni Sessanta e Settanta, una delle voci attive principali dell'economia italiana (anche perché è aumentato il flusso di turisti italiani diretti all'estero), ma conserva tuttavia un'importanza notevolissima. Negli anni Novanta, poi, come si è già ricordato, anche il comparto della pubblica amministrazione ha cominciato a perdere impieghi, sulla scia dei tagli alla spesa pubblica e della razionalizzazione nel lavoro delle amministrazioni. D'altro canto, anche il settore della pubblica amministrazione aveva cominciato già negli anni Ottanta a effettuare investimenti consistenti sotto il profilo dell'automazione, con il risultato di ridurre il ricorso al lavoro, mentre negli anni Novanta ha preso ad avvalersi sempre più estesamente di fornitori esterni per una lunga serie di operazioni di routine o per il recupero del pregresso accumulato in molte amministrazioni. In varia misura, insomma, i tagli occupazionali e il contenimento della spesa hanno riguardato le diverse branche della pubblica amministrazione. Il terziario, che cresce (spesso sulla base di imprese individuali) su questo sfondo, è dunque composto in primo luogo dai servizi alle imprese e dal comparto finanziario, che ormai solo in parte può essere considerato orientato alle imprese. In effetti, si sono verificati due fenomeni, sfasati nel tempo, che hanno entrambi comportato una modificazione del quadro dei servizi finanziari, in Italia tradizionalmente dominati dalle banche e dalle società assicurative come fornitori di servizi e dalle imprese produttive come investitori. Una prima espansione e diversificazione si era avuta già nel corso degli anni Ottanta, quando si registrò un generale risveglio del settore borsistico, prodotto dalla diversione dei risparmi delle famiglie dai depositi bancari e postali e dai titoli di Stato (sempre meno in grado di difendere i risparmi dall'erosione dell'inflazione) verso i titoli azionari e obbligazionari, soprattutto attraverso lo strumento dei fondi di investimento. Il fenomeno si è via via generalizzato nel decennio seguente, subendo una spinta ulteriore in particolare a seguito degli interventi di riforma del sistema pensionistico, che hanno spinto molte famiglie ad assumere altre forme di tutela differenziata dei risparmi (assicurazioni sulla vita, pensioni integrative ecc.). Tutto ciò si è verificato nonostante la propensione al risparmio da parte delle famiglie sia andata contraendosi e nonostante il sistema borsistico italiano continui a risultare fortemente sottocapitalizzato rispetto alle dimensioni dell'economia del Paese. Questi spostamenti nelle attitudini dei piccoli risparmiatori, l'avvio delle privatizzazioni delle aziende di proprietà pubblica e l'aspettativa suscitata dall'ingresso di operatori finanziari stranieri sul mercato italiano a seguito della liberalizzazione intraeuropea hanno avviato una modificazione che dovrebbe riguardare la struttura del sistema finanziario italiano, considerato da analisti e operatori estremamente rigido e burocratizzato. Complessivamente, ammesso che si arrivi a completare i previsti progetti di privatizzazione, si tratterebbe di una parte assolutamente preponderante del sistema creditizio italiano, che finirebbe di passare dalla mano pubblica ai privati, con effetti certamente più profondi di quelli che registra o registrerà la privatizzazione delle attività produttive. Ma non è solo il cambio di proprietà a modificare il contesto dei servizi finanziari: nel 1993 è stata attuata una riforma del sistema bancario, per cui aziende di credito e aziende di credito speciale sono state parificate (avviando un processo di semplificazione del sistema) e, soprattutto, le banche sono state autorizzate ad acquisire quote di imprese produttive. La riforma ha spezzato il monopolio di fatto di Mediobanca, fino ad allora l'unica banca d'affari privata in Italia (anche se proprio Mediobanca è uscita rafforzata a seguito della privatizzazione di alcuni importanti istituti di credito in cui deteneva una posizione di controllo), ma non ci sono ancora segnali concreti della nascita di altri poli di pari peso. Nel senso di una maggiore capitalizzazione della borsa di Milano è stata attuata una prima riforma dell'istituto borsistico, sono state ammesse alla quotazione molte nuove aziende italiane e per la prima volta le aziende straniere, è stato introdotto il sistema dell'offerta pubblica di acquisto, che dovrebbe tutelare i piccoli investitori; nel 1991, inoltre, sono state formalizzate le società di intermediazione mobiliare (SIM), orientate alla gestione di portafogli misti e fondi di investimento. La risposta del movimento borsistico a questo insieme di provvedimenti è stata, almeno nei primi anni, modesta e incerta e l'ingresso in borsa non ha sempre consentito una capitalizzazione sufficientemente ampia delle aziende che vi hanno fatto ricorso. Un ulteriore ridimensionamento è giunto in seguito allo scoppio della bolla speculativa che si era creata attorno al segmento borsistico del Nuovo Mercato (new technology, internet, comunicazioni) alla fine degli anni Novanta e ai già ricordati scandali finanziari che hanno interessato aziende quotate in Borsa, con pesanti conseguenze soprattutto sui medi e piccoli risparmiatori.

Economia: vie di comunicazione

I nuclei dell'insediamento umano sono anche i nodi della rete delle vie di comunicazione; in particolare si possono individuare nel territorio italiano una serie di città con funzione di fulcro delle comunicazioni. Da Milano partono le principali direttrici di traffico che congiungono l'Italia al sistema stradale e ferroviario centreuropeo. Il capoluogo lombardo rappresenta inoltre il punto d'incrocio tra la direttrice NS che congiunge il Mare del Nord al Mediterraneo via valle del Reno, valichi alpini, Pianura Padana, valichi appenninici, Mar Ligure, e quella che mette in comunicazione l'Europa occidentale atlantica e mediterranea con l'Europa balcanica e danubiana. Verona rappresenta il punto di congiunzione tra la direttrice EW e quella NS che privilegia la via della valle dell'Adige e del passo del Brennero per unire l'Europa mediterranea a quella centrale. Bologna è il nodo verso cui convergono e da cui divergono le vie di comunicazione che dalla Pianura Padana si dirigono verso S privilegiando o la direttrice tirrenica o la direttrice adriatica. Roma è il nodo storico della viabilità italiana, da cui si irradiano tutte le strade, alcune delle quali di origine consolare, che si dirigono verso tutte le regioni italiane; è anche un nodo fondamentale della rete autostradale e ferroviaria italiana. Napoli è un nodo per le comunicazioni dell'Italia meridionale. Accanto a questi nodi principali ve ne sono altri legati a reti di comunicazione locale, ma di grande importanza economica e sociale, come Torino, Genova, Firenze, Parma e Pescara, o che assumono un ruolo fondamentale in funzione dello sviluppo economico dell'area di cui sono centro, come Venezia-Mestre, o che hanno assunto una nuova centralità in funzione dell'apertura di nuovi traffici con l'Europa centrorientale e balcanica, come Udine e Trieste. La conformazione fisica dell'Italia, con prevalenza di montagne e sistemi collinari organizzati essenzialmente nelle due catene delle Alpi e degli Appennini, vede un limitato numero di punti di agevole attraversamento di queste catene montuose, favorendo così in corrispondenza di questi corridoi l'addensamento del traffico e delle vie di comunicazione e il sorgere di città-nodo che li controllino. In particolare il nuovo traffico su gomma per essere economicamente valido richiede la costruzione di strade con pendenze limitate, carreggiate sufficientemente larghe per permettere il transito di mezzi pesanti su più corsie per senso di marcia, l'agibilità lungo tutto il corso dell'anno. Ciò ha ulteriormente limitato le direttrici di traffico e moltiplicato gli investimenti per attrezzarle. Le principali vie di valicamento delle Alpi sono: la via che segue la costa ligure e che varca le Alpi Marittime in corrispondenza di Nizza (strada europea E 80), la via che percorrendo la valle di Susa conduce al traforo del Fréjus (E 70), la via che percorrendo la Valle d'Aosta conduce al traforo del Monte Bianco (E 25) e al passo del Gran San Bernardo, la via che percorrendo il Canton Ticino conduce al traforo e al passo del San Gottardo (E 35) e al traforo e al passo del San Bernardino (E 43), la via che percorrendo la valle dell'Adige e la valle dell'Isarco conduce al passo del Brennero (E 45), la via che risalendo la pianura friulana e la valle del Tagliamento risale sino al valico di confine di Tarvisio (E 55), la via che penetra in Slovenia in corrispondenza di Gorizia e la via che attraversa il confine italo-sloveno a S di Trieste (E 70). Questi valichi si trovano su grandi corridoi europei, destinati a svilupparsi ulteriormente insieme all'Unione Europea. Basti pensare, per esempio, che la E 80 collega Lisbona con Istanbul, o che la E 45 collega Ragusa, in Sicilia, con Ålborg, all'estremo nord della Danimarca. L'Appennino Settentrionale è valicato da vie modernamente attrezzate solo in corrispondenza del colle di Cadibona, che segna la separazione tra Alpi e Appennini, del passo del Turchino, del passo dei Giovi, del passo della Cisa, del passo della Futa e viene aggirato dalla via che percorre la costa romagnolo-marchigiana. L'Appennino, avendo andamento prevalentemente latitudinale rende disagevoli i collegamenti tra il versante tirrenico e il versante adriatico della penisola, il che a sua volta rende ancora più difficile la viabilità complessiva sul territorio nazionale; esso è comunque attraversabile longitudinalmente grazie a moderne vie di comunicazione tra Roma e Teramo e tra Roma e Pescara, tra Napoli e Andria, tra Salerno e Taranto.

Economia: infrastrutture dei trasporti in Italia

La rete delle comunicazioni italiana si è notevolmente sviluppata a partire dal secondo dopoguerra in funzione della crescita generale dell'economia di scambio, sia all'interno sia nei collegamenti con l'estero. È mancato però – secondo quella che costituisce la caratteristica di fondo di tutta l'economia italiana – uno sviluppo omogeneo del settore dei trasporti, e proprio le reti stradale e ferroviaria rivelano, con le loro carenze o le loro diverse densità, gli squilibri dell'organizzazione territoriale. Inoltre, nella scelta tra strada e ferrovia è stata data assoluta priorità alla prima, mentre la seconda è stata trascurata: in pratica, se si esclude la disattivazione dei rami scarsamente utilizzati, la rete ferroviaria è rimasta quella di un tempo, insufficiente per le esigenze del traffico (soprattutto merci), anche con riferimento ai porti. Principali linee sono la Milano-Bologna-Firenze-Roma, la Torino-Genova-Pisa-Roma, la Roma-Napoli-Reggio di Calabria, la Bologna-Ancona-Bari-Lecce, percorse a partire dagli ultimi decenni del Novecento anche da treni ad alta velocità.La rete stradale è stata potenziata e in buona misura rimaneggiata per adattarla alle esigenze dell'ormai intensissimo traffico automobilistico; viene tuttavia in parte considerata come alternativa alla rete autostradale, introdotta in Italia a partire dagli anni Sessanta. Alcune autostrade sono divenute gli assi fondamentali della struttura territoriale italiana, sia per il volume di traffico che sopportano sia per l'attrazione che esercitano sugli insediamenti, tanto industriali quanto residenziali. Le più importanti sono: l'Autostrada del Sole, Milano-Napoli (A1, 760 km), vera spina dorsale del sistema, con il suo prolungamento Napoli-Reggio di Calabria (A3, 495 km); la trasversale padana da Torino a Trieste (A4, 516 km) e l'autostrada Bologna-Taranto che corre lungo l'Adriatico (A14, 744 km). Le autostrade hanno avuto anche lo scopo di immettere l'Italia nella rete europea; in rapporto a ciò sono stati perfezionati i valichi di frontiera (galleria del Monte Bianco, valico del Brennero ecc.).La morfologia peninsulare dell'Italia avrebbe potuto favorire l'utilizzo della navigazione lungo costa come via di collegamento fra le diverse regioni italiane e fare dei loro porti delle vie di accesso verso l'estero. Purtroppo una tramontata tradizione marinara, la mancanza di investimenti per l'ammodernamento dei porti e della flotta commerciale, la scelta politica di privilegiare il trasporto su gomma hanno molto limitato l'utilizzo della via marittima con il risultato, per esempio, di far percorrere a molte derrate alimentari più di mille chilometri lungo le autostrade per giungere dalle aree di produzione a quelle di consumo delle zone urbanizzate del Nord, con grande dispendio energetico, costi molto elevati e intasamento dei nodi di traffico.Del resto, la connessione delle reti stradale e ferroviaria ai porti è perlopiù lacunosa, il che peraltro si inserisce nella mancata ristrutturazione globale dei porti stessi. Tra questi Trieste assorbe la maggior parte del traffico d'importazione e d'esportazione, anche se serve perlopiù per lo sbarco di materie prime, essenzialmente petrolio: è questo il caso anche di Augusta, Santa Panagia-Siracusa e Milazzo, in Sicilia, e di Porto Foxi, in Sardegna. Tra i porti legati all'industria di trasformazione, i più attivi sono quelli di Genova, Taranto, Venezia, Ravenna. In Liguria, i porti di Savona e La Spezia affiancano quello del capoluogo. Sul Tirreno, molto attivi sono i porti di Livorno e Gioia Tauro. Sempre sul Tirreno, Napoli, al primo posto per numero di passeggeri, ha invece un traffico più diversificato. Per il traffico passeggeri spiccano anche Piombino, Civitavecchia, Olbia, Palau, Pozzuoli, Palermo, Brindisi, Cagliari, Bari, Ancona. Un ruolo fondamentale svolgono i porti sardi e siciliani che permettono i collegamenti tra le due maggiori isole e la terraferma. Per il numero di passeggeri storia a sé fanno Messina e Villa San Giovanni, i terminali dei traghetti sullo stretto, dove transitano all'anno più di 11 milioni e mezzo di persone.Il sistema aeroportuale italiano, così come la compagnia aerea di bandiera (Alitalia) e tutto il settore del trasporto aereo a livello mondiale, hanno vissuto negli anni Novanta del Novecento e nei primi del sec. XXI una profonda ristrutturazione. Il traffico aereo si concentra principalmente negli scali romani e milanesi; in particolare l'aeroporto di Roma Fiumicino avrebbe dovuto avere il ruolo di hub (il perno, lo snodo principale del trasporto aereo di un Paese, di un'area geografica) italiano, ruolo che in realtà gli è conteso dall'aeroporto di Milano Malpensa, preferito da molte compagnie aeree straniere per la sua maggiore vicinanza all'Europa centrale. Nel 2002 sono atterrati negli aeroporti romani di Fiumicino e Ciampino ca. 300.000 aerei e a Milano, Linate e Malpensa ca. 298.000. Gli aeroporti milanesi hanno prevalso per il traffico cargo (merci + posta; ca. 317.000 t contro 194.000), mentre quelli romani per il traffico passeggeri (ca. 26 milioni contro 25). Ma se si sommano a queste cifre quelle dell'aeroporto di Orio al Serio (ca. 29.000 aerei, 1.300.000 passeggeri e soprattutto 113.000 t di traffico cargo) che opera in stretta connessione con i due scali milanesi, i totali cambiano considerevolmente. Anche nel caso del trasporto aereo appare chiara la dicotomia tra Roma e Milano e tra le rispettive aree d'influenza territoriali. Gli altri aeroporti italiani accolgono un traffico nettamente inferiore: al terzo posto come numero di aerei atterrati è Venezia, seguita da Napoli, Bologna, Catania, Torino, Palermo, Verona, Firenze, Pisa, Cagliari, Genova ecc.

Economia: commercio e turismo

Le forti differenze qualitative e quantitative che esistono, sia nella produzione sia nei consumi, tra le varie parti del territorio italiano – differenze che in buona parte danno adito a forme di complementarità – originano vivaci correnti di scambio . Si è già notato, però, che il sistema distributivo della rete commerciale non appare ancora sufficientemente razionale, con una scarsa presenza della grande distribuzione, anche, delle forme associative e cooperative. Più rilevante ancora (solo in parte imputabile alla frammentazione della rete distributiva) è la grande incidenza dell'intermediazione, che comporta un notevolissimo aggravio dei prezzi al consumo. Va anche notato, d'altra parte, che dopo una fase, durante gli anni Settanta, di sensibile riduzione degli esercizi commerciali al dettaglio, si è assistito negli anni Ottanta a una certa ripresa del settore, anche se orientata verso specializzazioni merceologiche differenti: sono senz'altro diminuiti, per esempio, i punti vendita al dettaglio di prodotti alimentari, ma sono aumentati quelli di abbigliamento, di arredamento e così via. Nel decennio successivo è ripresa la tendenza alla riduzione dei piccoli esercizi e all'aumento dei grandi punti di vendita. Per quanto riguarda il commercio estero, questo non cessa di aumentare in quantità e in valore . Benché l'Italia sia un Paese povero di materie prime, la maggior parte degli scambi non riguarda questi beni: anche considerati il petrolio e il gas naturale, che in valore comportano una quota consistente delle importazioni, la maggior parte del movimento commerciale riguarda manufatti e si svolge con Paesi industrializzati. Principali corrispondenti commerciali dell'Italia sono, ovviamente, i Paesi dell'Unione Europea, tanto più dopo il recente allargamento, seguiti dagli altri Paesi europei (la Svizzera, in primo luogo, poi la Russia e altri Paesi dell'Est). L'aumento recente degli scambi intracomunitari è molto più veloce dell'aumento degli scambi in generale. Tuttavia, i corrispondenti commerciali dell'Italia sono assai diversificati: i Paesi asiatici (soprattutto Giappone, Cina, Turchia, Corea del Sud, Taiwan); l'America Settentrionale (con una progressiva riduzione dell'importanza dell'interscambio con gli Stati Uniti); l'Africa (soprattutto Libia, Algeria, Sudafrica, Tunisia) e paradossalmente ben poco con l'America meridionale (Brasile in testa), con cui i rapporti derivanti dall'emigrazione italiana sono per altri versi stretti e quasi naturali. Nell'insieme, per l'importazione le voci più consistenti sono rappresentate da prodotti metalmeccanici, chimici, mezzi di trasporto e materie prime energetiche e non; per l'esportazione, analogamente, i più rilevanti sono i prodotti metalmeccanici, poi tessili e abbigliamento e altri prodotti di consumo, quindi i mezzi di trasporto. Si è già ricordato che dall'inizio degli anni Novanta la bilancia commerciale (e così quella dei pagamenti) presenta consistenti attivi come gli scambi intracomunitari, in rapida crescita, e anche quelli extracomunitari, in forte crescita specialmente per quanto riguarda le quantità di beni importati, ma – dato il basso corso delle materie prime – in calo dal punto di vista del valore. L'Italia, cioè, continua a importare sempre di più, ma a costi decrescenti. La tendenza si è avviata nel 1992 quando, per la prima volta, si registrò un modestissimo avanzo, decuplicato durante l'anno seguente per effetto delle svalutazioni della lira (quella del settembre 1992 e le successive) e della riduzione delle importazioni per la contrazione della domanda interna. Anche quando, negli anni successivi, i consumi interni hanno ripreso a crescere e, con essi, le importazioni, le esportazioni hanno continuato a mantenersi sensibilmente più consistenti in valore. Si può notare che molti operatori e osservatori esteri considerarono le svalutazioni esattamente come svalutazioni competitive (realizzate cioè volutamente per rendere più convenienti le vendite italiane all'estero): ma l'aumento delle esportazioni e l'attivo della bilancia hanno continuato a realizzarsi anche negli anni seguenti al 1996 (stabilizzazione del cambio e rientro nello SME). Attivo resta anche il saldo turistico , rimasto la voce in entrata assolutamente prevalente nella bilancia dei pagamenti, dopo il virtuale esaurimento delle rimesse degli emigrati e in attesa che l'insieme degli investimenti privati diretti all'estero assuma un'importanza comparabile . Il movimento turistico continua infatti, secondo una consolidata tradizione. Dopo un biennio di incertezza nei primi anni Novanta, quando una contrazione degli ingressi e un contemporaneo aumento delle uscite di turisti italiani verso l'estero avevano fatto ridurre di colpo i termini del saldo finanziario, si è registrata dal 1993 una forte ripresa degli arrivi di turisti stranieri, stabilizzatasi negli anni seguenti (il turismo è naturalmente alimentato anche dai turisti nazionali). Il numero di esercizi alberghieri appare in leggera contrazione (mentre aumentano lievemente i posti letto, in conseguenza di modernizzazioni delle strutture); stanno aumentando, invece, gli esercizi cosiddetti complementari (campeggi, ostelli, villaggi-vacanza, alloggi privati e così via) e i rispettivi posti letto, ormai quasi pari a quelli offerti dal settore alberghiero vero e proprio. In termini economici, il movimento turistico comporta entrate regolarmente crescenti, a fronte di uscite (rappresentate dalle spese di turisti italiani all'estero) che crescono più velocemente delle prime .

Preistoria

Una sintesi delle testimonianze paleolitiche italiane non può che essere qui presentata a grandi linee. Solo pochi siti verranno pertanto menzionati per le diverse epoche della preistoria più antica. A una fase iniziale del popolamento della penisola, compresa tra 1 e 0,8 milioni di anni, risalgono le più antiche industrie rinvenute in Italia settentrionale (Ca' Belvedere di Monte Poggiolo in Emilia-Romagna), centrale (Monte Peglia in Umbria; siti della valle del Sacco nel Lazio, in provincia di Frosinone) e meridionale (Irsina, in Basilicata). Tra i 700.000 e i 500.000 anni si conoscono nella penisola diversi tecnocomplessi (il più consistente dei quali è quello rinvenuto nel giacimento di Isernia La Pineta, in Molise, con datazione K/Ar a 736.000 anni) caratterizzati da industrie su scheggia e su ciottolo e, in epoca di poco successiva, dai primi complessi a bifacciali (Forchione in Puglia, Notarchirico in Basilicata). Queste tradizioni litiche, in particolare quella dell'Acheuleano, saranno attestate in numerosi giacimenti per tutto il corso del Pleistocene medio e fino agli inizi del Pleistocene superiore. Si ricordano, tra i siti all'aperto, Fontana Ranuccio (Anagni), con datazione K/Ar a 458.000 anni, Castel di Guido e Torre in Pietra (Roma), le industrie acheuleane dell'isola di Capri ecc., oltre ai due giacimenti finora noti in grotta, grotta Paglicci (Foggia) e grotta del Principe ai Balzi Rossi (Ventimiglia). Di notevole importanza sono anche il giacimento di Visogliano, nel Carso Triestino, con industrie prevalentemente su scheggia, e le industrie arcaiche segnalate in diversi giacimenti della Sardegna, oltre alle numerose segnalazioni di complessi su scheggia e su ciottolo, di difficile identificazione cronologica, noti in Sicilia. Resti umani piuttosto frammentari, riferiti perlopiù alla variante europea di Homo erectus, sono stati rinvenuti in alcuni dei giacimenti di quest'epoca, in particolare a Castel di Guido, Fontana Ranuccio, Visogliano, Notarchirico e nella grotta del Principe. Tra la fine del penultimo glaciale (Riss) e l'ultimo interglaciale (Riss-Würm), si assiste in diverse aree della penisola a una serie di importanti trasformazioni dei tecnocomplessi litici, caratterizzate dall'uso sempre più frequente della tecnica Levallois, dalla standardizzazione dello strumentario e dalla progressiva scomparsa dei bifacciali. In sintesi, questi processi di musterianizzazione delle industrie preannunciano i caratteri dei diversi complessi musteriani della prima parte del Würm. Questi ultimi sono largamente noti in tutta la penisola, con facies differenziate a seconda dei diversi aspetti tecnico-tipologici, tra cui assume particolare importanza la presenza o l'assenza della tecnica Levallois, o cronologici. Resti di Homo sapiens neandertalensis sono talvolta associati a queste industrie. Se ne ricordano i più importanti per il loro stato di conservazione, vale a dire i due crani provenienti dalle cave di Saccopastore e, soprattutto, il cranio e le due mandibole rinvenute nella grotta Guattari presso il monte Circeo (Latina). La fase di transizione tra Paleolitico medio e Paleolitico superiore è caratterizzata dai complessi cosiddetti “uluzziani”, ben studiati in Puglia e in Toscana, che corrispondono cronologicamente allo Chatelperroniano francese e sono forse dovuti alle ultime forme neandertaliane presenti nell'Europa occidentale alla fine del Würm antico, intorno a ca. 45-40.000 anni fa. A questi complessi seguono le diverse fasi del Paleolitico superiore (Aurignaziano, Gravettiano ed Epigravettiano). L'Epigravettiano italico, compreso nelle sue diverse fasi cronologiche e regionali tra ca. 20.000 e 11.000 a. C., rappresenta nella penisola una continuità con la precedente tradizione gravettiana, che nell'area franco-cantabrica mostra invece un'interruzione da parte dei complessi del Solutreano, del Magdaleniano e dell'Aziliano. Si conoscono per quest'epoca in Italia alcune importanti manifestazioni artistiche in grotta, come per esempionella già citata grotta Paglicci, alla grotta del Romito (Cosenza) e nelle grotte dell'Addaura (Palermo) e di arte mobiliare, come alla grotta Polesini vicino a Tivoli. Con gli inizi dell'Olocene, fenomeni di sedentarizzazione e mutamenti nelle attività economiche di sussistenza, quali per esempiolo sviluppo della raccolta di molluschi, l'inizio di uno sfruttamento intensivo delle risorse marine nelle zone costiere (grotta della Madonna a Praia a Mare, Cosenza, e grotta dell'Uzzo, Trapani) e l'ampliamento delle attività di raccolta dei prodotti del mondo vegetale, caratterizzeranno il modo di vita dei gruppi mesolitici e la loro produzione litica. Soprattutto nell'Italia settentrionale, dove sono stati individuati e studiati in numerosissimi giacimenti, questi aspetti della produzione litica assumono una precisa definizione nelle due facies culturali del Sauveterriano e del Castelnoviano, con caratteri generalmente simili ai siti contemporanei nel resto dell'Europa occidentale mediterranea. Dopo il periodo mesolitico, durato pochi millenni e di cui l'Italia conserva non molte vestigia, iniziò l'influsso culturale delle civiltà neolitiche fiorite nel Mediterraneo orientale e nel Vicino Oriente dall'VIII millennio a. C., che apportarono grandi innovazioni, quali l'allevamento del bestiame, l'agricoltura, l'invenzione della ceramica, la tessitura. Tempi e modi della neolitizzazione, intesa come progressivo affermarsi dell'economia produttiva, variano nella penisola e nelle isole; tale processo può dirsi concluso nel corso del IV millennio a. C. La precoce apparizione di strumenti in rame nel Neolitico finale e l'introduzione dell'aratro a trazione animale costituiscono i presupposti per la stabilizzazione dell'insediamento che caratterizza l'Età del Rame, collocabile nel III millennio a. C. In questa stessa epoca vanno sottolineati l'incremento degli scambi tra le comunità italiane e quelle degli altri popoli mediterranei e la prima comparsa di fenomeni di differenziazione sociale. Per tutto il successivo periodo dell'antica Età del Bronzo e agli inizi della media Età del Bronzo (ca. 2300-1400 a. C.) i fenomeni più notevoli che si registrano sono la crescente occupazione di siti umidi, dovuta a un periodo di inaridimento del clima; la nascita di abitati di grandi dimensioni e un primo abbozzo, in molte parti della penisola e delle isole, di gerarchia insediamentale; l'affermazione (soprattutto nelle zone appenniniche) di un'economia basata in buona parte sulla pastorizia. Dalla metà del II millennio a. C. si affermano per la prima volta facies culturali, come quella appenninica, diffuse, pur con “varianti” regionali, su gran parte del territorio nazionale; allo stesso periodo si datano i primi massicci contatti con la civiltà micenea, soprattutto nell'Italia meridionale e nelle isole. L'Età del Bronzo finale (sec. XII-X a. C.) vede la diffusione del rito dell'incinerazione e la progressiva formazione delle facies culturali che caratterizzeranno la successiva Età del Ferro. È in questo periodo, inoltre, che si verifica una divisione tra le popolazioni di pianura, dedite a un'economia di tipo agricolo, e quelle delle fasce preappenniniche e appenniniche, la cui sussistenza era assicurata soprattutto dalla pastorizia. Di questa divisione e ancor più della successiva configurazione di facies culturali “regionali” dell'Età del Ferro (come Este e Golasecca al Nord, il Villanoviano dell'Italia centrale tirrenica, del Bolognese e della Campania, la cultura latina e quella picena ecc.) sono certamente un riflesso le divisioni “etniche” consegnateci dalle fonti letterarie e dai primi documenti di scrittura, a partire dalla fine del sec. VIII a. C. Sabini, Falisci, Sanniti, Equi, Volsci, Ernici dell'Italia tirrenica o delle zone appenniniche o Marrucini, Frentani, Japigi delle coste adriatiche emergono in questo periodo come “popoli”, “stirpi” o “tribù” la cui connotazione perdurerà nella divisione amministrativa dell'Italia romana. Alla prima Età del Ferro appartengono due massicci fenomeni di colonizzazione: quella dei Fenici, nella Sicilia occidentale e in Sardegna, quella dei Greci nella Sicilia centroorientale e nell'Italia meridionale.

Storia: l’Italia preromana e le origini di Roma

L'ultimo massiccio arrivo di nuovi popoli prima dell'avvento della supremazia romana si ebbe tra il sec. VI e il V a. C. con i Galli, che occuparono la Pianura Padana spingendo indietro Liguri ed Etruschi, con punte d'infiltrazione che si spinsero fin nel cuore della penisola (assalto a Roma nel 390 a. C.). Questo dunque il quadro della geografia etnica dell'Italia nei primordi della sua storia: la conformazione geografica della penisola, con le numerose vallate trasversali scendenti dalle due parti dell'Appennino verso il mare, favoriva la frammentarietà e la varietà dei popoli. Nelle lotte, spesso aspre, tra popolo e popolo, non mancavano di emergere alcuni gruppi che promossero processi di unificazione, prima in ambito locale, poi a raggio più largo: tali gli Etruschi in Etruria e i Greci nel Meridione, che poi vennero in urto fra loro, nelle acque di Alalia, davanti alla Corsica, nel 535 a. C. ca., in una battaglia navale in cui gli Etruschi ebbero la meglio sui Greci di Massalia e i loro alleati Cartaginesi, conseguendo il controllo del Tirreno inferiore a scapito della Magna Grecia. Ma nel 524 a. C. gli stessi Etruschi subirono una sconfitta a Cuma per mano dei Greci, così che il loro movimento di spinta verso il sud si arrestò in concomitanza con l'arrivo nella Valle Padana dei Galli, che compromisero gravemente la supremazia etrusca in tale regione. Proprio in questo periodo, le tribù montane dell'Appennino cominciarono a premere con intensità su quelle più evolute delle zone costiere, in molti casi sopraffacendole, come fecero i Sanniti in Campania a danno degli Etruschi, i Volsci nel Lazio meridionale contro i Latini, i Lucani contro città greche della costa ionica. Appunto nel complesso intreccio di questi urti e contrasti, Roma trovò il suo inserimento come attiva protagonista a partire dal sec. IV a. C. raggiungendo la supremazia politica sulla penisola nella battaglia di Sentino (295 a. C.), in cui batté le forze coalizzate dei maggiori popoli italici, Etruschi, Umbri, Galli, Sanniti. Tale supremazia si rinsaldò sempre più grazie alla sua organizzazione militare, alla diplomazia realistica dei suoi governanti, al sistema delle numerose colonie che istituì nei territori via via assoggettati, alle alleanze che strinse sulla base di patti diversi con i popoli più periferici. Non instaurò però un controllo diretto sui popoli entrati nella sua orbita: fu anzi rispettosa delle autonomie locali sul piano amministrativo, economico, religioso, linguistico. Questo fatto spiega come agli occhi dei popoli esterni la penisola non apparisse quale Stato dei Romani; tant'è vero che la denominazione di Italia, di origine greca, le venne dal termine grecizzato di Vitelia (terra dei vitelli), che in origine comprendeva un tratto della Calabria, dove aveva sede l'antico popolo degli Itali, e poi, nel sec. V a. C., incluse anche il territorio dei Bruzi, e, successivamente, nel sec. IV a. C., quello dei Lucani e la Campania, per estendersi, dopo la spedizione di Pirro, a tutta l'Italia a S della Liguria e della Gallia Cisalpina, un'Italia intesa però ancora come espressione geografica, più che come unità politica. È da precisare tuttavia che, in concomitanza con tale denominazione, altri nomi erano anticamente usati per indicare l'Italia, come Esperia (terra d'Occidente), Saturnia (terra di Saturno, originariamente il Lazio), Oenotria (l'Italia sudoccidentale, terra del vino), Ausonia (terra degli Ausoni), ma su tutti si affermerà alla fine la denominazione destinata a durare nei secoli.

Storia: l’unificazione romana. L’Impero

Premessa all'unificazione politica fu certo l'affermazione della lingua latina in tutta la penisola, che non fu imposta dai Romani, ma fu conseguenza dei rapporti ufficiali venutisi a stabilire tra Roma e gli altri Stati e città d'Italia, che le circostanze rendevano sempre più stretti. È vero però che Roma era nata dal confluire sul suo territorio di più componenti etniche, sulle quali si affermò alla fine quella latina, che aveva avuto il suo centro di maggior forza espansiva sui Colli Albani, e sarà il patrimonio ideale di tale componente, arricchito dal confluire e fondersi in esso degli altri apporti, quello che alla fine cementerà l'unità d'Italia sul piano culturale, superando i particolarismi locali. Il banco di prova della solidità dell'organismo politico creato da Roma in Italia si era avuto con la seconda guerra punica, durante la quale quasi tutti i popoli della penisola le rimasero fedeli, malgrado le profferte di libertà e indipendenza fatte da Annibale. Il processo di unificazione promosso da Roma conobbe però un momento critico con la guerra sociale del 90 a. C., scoppiata in conseguenza delle riforme promosse dai Gracchi, le cui leggi agrarie prevedevano distribuzioni di terreni dell'agro pubblico, ma da tali distribuzioni erano esclusi i popoli italici: condizione per fruirne era il possesso della cittadinanza romana, che Roma recalcitrava a concedere; di qui la guerra sociale che vide coalizzati contro Roma quasi tutti i popoli italici. Roma vinse la guerra, ma gli Italici ottennero la cittadinanza romana, così il termine Italia, fino allora avente accezione geografica, indicò finalmente un'unità politica, includente, con Augusto, anche la Gallia Cisalpina fino ai piedi delle Alpi. Il moto di fusione tra le varie parti si accentuò nella prima età imperiale, anche grazie al sistema delle strade, via via costruite in gran numero, colleganti le numerose città che in ogni parte della penisola si sviluppavano e si abbellivano. Profondi mutamenti avvennero intanto nell'economia dell'Italia. Già i guasti della guerra annibalica avevano creato dei vuoti in zone un tempo popolose; malgrado le grandi assegnazioni di terre ai veterani operate da Augusto, lo sviluppo urbanistico ridusse sempre più di numero i piccoli proprietari ai quali subentrarono i grandi, nelle cui tenute, alle antiche colture di cereali, che ora arrivavano dalle province a prezzi inferiori, si sostituivano allevamenti in grande di animali. Nel Meridione poi si accentuarono le colture specializzate: vite, olivo. Si aggiunga che i grandi impegni militari dell'Impero sulle linee di confine spostarono gradualmente verso il nord le attività commerciali, e questo fatto diminuì l'importanza dell'Italia, che, già divisa in undici regioni da Augusto, si incamminò sulla strada della provincializzazione. Queste trasformazioni si accentuarono nel sec. II, sotto gli imperatori dell'età antonina. Con la concessione della cittadinanza romana fatta da Caracalla nel 212 a tutti gli abitanti dell'Impero, l'Italia perdette il suo primato politico. Essa non forniva più da tempo i quadri all'esercito, per il quale si arruolavano invece di preferenza elementi delle province più periferiche e anche barbari. Essa perdette anche il suo ruolo di centrale dell'amministrazione imperiale. Con Diocleziano venne divisa in otto province raggruppate in una diocesi, che Costantino divise in due: una, l'Italia annonaria, che fece capo a Milano, e venne così chiamata per le derrate che era tenuta a fornire per i servizi statali; l'altra, l'Italia suburbicaria, che comprese la penisola nella sua parte meridionale e le isole. La creazione da parte di Costantino di una nuova capitale a Costantinopoli incrinò il peso ideale di Roma. Intanto gli assalti dei barbari che premevano sempre più sul Reno e sul Danubio impegnarono a fondo l'organizzazione politica e militare romana in zone lontane; l'Italia, ormai aggregata in una sola prefettura con l'Africa, perdette la sua individualità venendosi sempre più a confondere con le altri parti dell'Impero.

Storia: dal 476 al regno longobardo

La vulnerabilità dell'Italia si manifestò drammaticamente di fronte alle grandi migrazioni germaniche del sec. V. I Visigoti di Alarico la scorsero tutta dalla Pianura Padana allo stretto di Messina e dallo stretto di Messina alla riviera ligure e vi perpetrarono il primo sacco di Roma nel 410; un secondo sacco perpetrarono nel 455 i Vandali di Genserico, venuti per mare. Poco avanti il primo, la Valle Padana e la Toscana subirono un'invasione di genti germaniche di varie stirpi condotte da Radagaiso (405-406); poco avanti il secondo, ancora la Valle Padana fu devastata dagli Unni di Attila (452), che si ritirarono, sazi di preda e in condizioni di incipiente disfacimento, di fronte alla suggestiva ambasceria venuta da Roma per iniziativa dell'imperatore Valentiniano III con papa Leone I come capo. Si consumava intanto, in un clima di anarchia, quella definitiva eclissi del potere imperiale in Occidente, che si concludeva nel 476 con la rivolta militare di Odoacre, il quale, alla testa di mercenari eruli, rugi, sciri ecc., deponeva l'ultimo larvale imperatore di Occidente, Romolo Augustolo, placava le sue milizie con l'assegnazione di terre e, ponendo le insegne imperiali a disposizione di Zenone, unico imperatore nell'Oriente, riduceva l'Italia allo status di una delle varie province colonizzate da barbari e sollecitava per sé il ruolo di delegato dell'imperatore (patricius) per governarla. In questa veste (non mai pienamente legittimata) governò non senza meriti finché nel 489, con il patrocinio dello stesso Zenone, si riversò sull'Italia l'intero popolo degli Ostrogoti, liberando l'Oriente da una pericolosa pressione, sotto la guida dell'amalo Teodorico, nella duplice qualità di patricius dell'Impero e di re degli Ostrogoti. Eliminato Odoacre (Ravenna, 493), Teodorico inaugurò il regno romano-barbarico degli Ostrogoti, formalmente non dissimile dagli altri esistenti in Occidente, che durò circa sessant'anni e che con Teodorico (493-526) esercitò una vera e propria supremazia sugli altri. Questo re si adoprò per stabilire in Italia un regime di pacifica convivenza tra Ostrogoti e Romani: Ostrogoti, costituenti l'aristocrazia militare e politica (i duces, duchi) e l'esercito di religione ariana, di costume e legge germanica (Edictum Theodorici, ca. 500); Romani, accolti come consiglieri depositari di una raffinata cultura e di una secolare esperienza amministrativa (Boezio, Cassiodoro, Liberio, Simmaco), di religione cattolica, di costumi latini ed esperti nell'agricoltura e nelle altre attività economiche. Ma l'affiatamento tra i due popoli in Italia, a differenza che nella Gallia occupata dai Franchi o nella Spagna occupata dai Visigoti, non ebbe che un breve e difficile inizio: l'incompatibilità delle rispettive fedi, culture, esperienze tecniche ed economiche, posizioni politico-sociali, manifestatasi già verso la fine del regno di Teodorico e inaspritasi sotto i suoi successori, provocò un conflitto che offrì una valida occasione all'intervento dell'imperatore Giustiniano, intenzionato a ricostituire l'unità romana del Mediterraneo reintegrando l'Occidente all'Oriente. Con la durissima guerra gotica (535-553) il regno degli Ostrogoti in Italia fu abbattuto e la penisola, desolata e spopolata dalle operazioni militari, dalle carestie e dalle epidemie, passò sotto la diretta amministrazione imperiale di Bisanzio, alla quale fu preposto un magistrato con pieni poteri, l'esarca, residente a Ravenna. A Roma, l'autorità imperiale fu rappresentata da un dux (duca), che si trovò tuttavia di fatto a condividere il governo con il papa. Non solo a Roma, d'altronde, ma in tutte le città episcopali i vescovi andarono assumendo autorità e pubblici poteri in parte di diritto in parte di fatto, essendo ormai la Chiesa la sola custode delle forme di vita civile sopravvissute alla crisi portata dalle invasioni barbariche. Va notato che, appunto in età gotica, nacque in Italia il monachesimo benedettino, una delle forze spirituali più vivaci e feconde operanti nel Medioevo. Sull'Italia ricongiunta all'Impero si scatenò nel 568-569 l'invasione dei Longobardi condotti da Alboino, che dal Friuli estesero la loro conquista, disordinatamente e in tempi diversi, a una gran parte della penisola, spezzandone per secoli l'unità. Il regno longobardo (capitale Pavia), incoerente e anche nella sua stagione più felice sostanzialmente debole, giunse a comprendere un'ampia area padana con sbocchi sulle coste del Veneto e della Liguria, e un'area toscana, e inoltre una parte dell'Umbria e quasi tutto il Mezzogiorno (ducati di Spoleto e di Benevento), rimanendo pertanto spezzato in due tronconi dai domini conservati dall'Impero bizantino, che comprendevano l'attuale Romagna (l'Esarcato di Ravenna), le Marche (la Pentapoli), una parte dell'Umbria e il Lazio con Roma (il ducato romano), senza soluzione di continuità; e ancora, nel Mezzogiorno, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia. Nel corso della dominazione longobarda, che durò poco più di due secoli, le condizioni della popolazione italiana variarono in rapporto al progressivo incivilirsi dei barbari. Questi conservarono sempre il controllo militare e politico, esercitato dai re e localmente dai duchi (in numero di 36), le loro consuetudini primitive (raccolte per la prima volta per iscritto, e temperate, nell'Editto del re Rotari, 643), la loro indifferenza alle attività economiche e civili; ma, sotto l'influsso dell'ambiente, abbandonarono a poco a poco le forme di vita più rozze e, per iniziativa di papa Gregorio I, che ebbe il valido appoggio della regina Teodolinda , e successivamente per opera di missionari (tra i quali l'irlandese Colombano), nel corso del sec. VII si convertirono dall'arianesimo o dal semipaganesimo originario al cattolicesimo, avvicinandosi così alla civiltà locale. I re longobardi del sec. VIII, Liutprando, Astolfo, Desiderio, approfittando del decadimento della potenza bizantina in Italia, tentarono di completare la conquista della penisola. Ma i loro tentativi si infransero di fronte alla resistenza non tanto dei Bizantini quanto dei papi che, sottrattisi di fatto alla sovranità bizantina in Roma, aspiravano a instaurarvi la propria, tenendone lontani i Longobardi. Arrestate pacificamente le avanzate verso Roma del pio re Liutprando (che si atteggiava a difensore della Chiesa in conflitto con Bisanzio per la questione dell'iconoclastia) e ottenute anche da lui le prime donazioni “agli apostoli Pietro e Paolo” (la prima, Sutri, 728), i papi si scontrarono poi con l'aggressiva intransigenza del suo successore Astolfo, risoluto a conquistare tutti i territori ancora in possesso dell'Impero, da Ravenna a Roma. Cercarono allora l'alleanza della potente monarchia cattolica dei Franchi e Stefano II, trasferita la corona franca da Childerico III, ultimo dei Merovingi, a Pipino il Breve, primo dei Carolingi (752), ottenne da quest'ultimo quegli interventi in Italia grazie ai quali Astolfo dovette abbandonare gli ampi territori da lui già tolti ai Bizantini e cederli al papa (756). Da questa cessione, previamente concordata tra il papa e il re dei Franchi (donazione di Pipino) e configurata poi come restituzione di terre legittimamente appartenenti alla Chiesa in forza della fantastica donazione di Costantino, ebbe origine il grande complesso dei domini della Chiesa dall'Adriatico al Tirreno, destinato a durare per oltre undici secoli. I successivi tentativi dei Longobardi, con il re Desiderio, non solo di riprendere l'offensiva, ma di conservare il regno, fallirono di fronte all'alleanza franco-papale: con le definitive vittorie di Carlo Magno contro Desiderio e Adelchi (774) la dominazione dei Longobardi in Italia ebbe termine.

Storia: da Carlo Magno a Ottone I

Carlo si intitolò re dei Franchi e dei Longobardi e riorganizzò il regno secondo l'ordinamento franco, sostituendo ai duchi nelle varie regioni una ventina di conti (comites) di nazionalità franca; continuarono tuttavia a esistere, ma in qualità di vassalli, i duchi longobardi di Benevento. Nel 781, Carlo investì del regno, ribattezzato Regno italico, il figlio Pipino e, dopo l'incoronazione imperiale celebrata a Roma nell'800, il Regno italico, sempre con Pavia come capitale, divenne parte integrante dell'Impero romano ricostituito in Occidente. All'Impero bizantino restavano in Italia Puglia, Basilicata, Calabria e, fino all'invasione degli Arabi (avvenuta tra l'827 e gli inizi del sec. X), la Sicilia; restavano anche, ma di fatto già indipendenti, Venezia, cresciuta durante le invasioni, e Napoli. Nel sec. IX andarono consolidandosi le strutture politiche, economiche e sociali feudali, compatibilmente con le condizioni peculiari della penisola: non trovarono, infatti, terreno propizio nelle numerose città, particolarmente in quelle marinare, dove l'economia mercantile prevaleva sull'economia agricola, supporto necessario del sistema feudale. La penisola cominciò allora a essere attaccata dagli Arabi (Saraceni), che dal mare penetrarono qua e là profondamente nell'interno, imponendo severe misure difensive. Papi e vescovi svolsero un'intensa attività, partecipando con peso spesso determinante alle complesse e spesso drammatiche lotte tra i Carolingi e assumendosi poteri pubblici sempre più ampi. Con Ottone I la corona del Regno d'Italia venne definitivamente unita a quelle del Regno di Germania e dell'Impero, e questa unione ebbe per l'Italia, e non solo per essa, conseguenze storiche di grande rilievo.

Storia: il periodo del Sacro Romano Impero

La restaurazione imperiale ottoniana si attuò secondo due direttive fondamentali: espansione del germanesimo verso l'Oriente slavo e verso il Mezzogiorno latino e mediterraneo; valorizzazione politica e culturale delle gerarchie ecclesiastiche, come forze civilizzatrici, unificatrici di un potente sistema politico romano-germanico, un grande Sacro Romano Impero, opposto all'Impero bizantino, che riassumesse in un'unità sempre più salda i valori della civiltà tedesca e della civiltà romana nella comune promozione della fede cattolica. Sotto tale profilo va valutata la ferma, anche se contrastata, tutela dell'imperatore sul Papato (al quale Ottone I giunse a elevare con un atto d'imperio Leone VIII) e l'istituzione dei vescovi-conti, con la quale diede vita a un'alta feudalità ecclesiastica d'osservanza imperiale e priva del diritto di ereditarietà, contrapposta come forza equilibratrice a quella laica. Con l'attribuzione dei poteri comitali, alcuni vescovi divennero i veri signori delle loro città (in Italia il primo vescovo-conte fu quello di Parma, 962); ma anche gli altri, pur senza l'investitura comitale, in forza di privilegi e di tradizioni e nel quadro della politica imperiale, divennero arbitri della vita cittadina, mentre l'autorità dei conti laici tendeva a ridursi alle campagne. Questo fenomeno ebbe un'importanza eccezionale nella storia d'Italia. Ottone I aspirò infine a integrare la sua politica italiana contendendo il Mezzogiorno ai Bizantini, che vi si erano consolidati, tenendo testa ai principi longobardi e agli Arabi e valendosi del favore delle libere, ricche città mercantili di Amalfi, Gaeta, Napoli. I due imperi si scontrarono sul terreno diplomatico e anche militare, ma le cose rimasero allo statu quo, consacrato dalle nozze tra il figlio di Ottone I, Ottone II, e la principessa bizantina Teofano, che aprivano una remota prospettiva di estensione dei domini della casa di Sassonia nel Mezzogiorno. E a Roma e al Mezzogiorno dedicò gli ultimi anni del suo breve regno Ottone II; ma, mentre salvò (a mala pena) il suo prestigio nella città dei papi, fallì in pieno nella guerra santa contro gli Arabi in Calabria (982), alla quale i Bizantini, che pure si atteggiavano a difensori della fede, non diedero alcun apporto. Solo dopo la sconfitta di Ottone II essi passarono all'offensiva e, sopravanzando Arabi e Longobardi, accrebbero e irrobustirono le loro posizioni. L'Italia meridionale era dunque, alla fine del sec. X, la frontiera su cui si scontravano i due imperi “romani” rivali e i rispettivi interessi mediterranei, concorrenti nonostante la comune necessità di difendersi dagli Arabi. La restaurazione imperiale romano-germanica promossa da Ottone I ebbe la sua ora meridiana nella mistica e utopistica Renovatio Imperii ideata da Ottone III e Silvestro II, che tra la fine del sec. X e l'inizio del sec. XI ridiedero per breve tempo a Roma il classico ruolo di capitale di un Sacro Romano Impero di vocazione missionaria e di aspirazioni ecumeniche. Ma Roma stessa, l'Italia e la Germania respinsero l'inattuale iniziativa, che si sovrapponeva a una realtà incompatibile con essa, caratterizzata da un'evoluzione politica pluralistica e non unitaria, nazionale o, nel caso dell'Italia, regionale o cittadina e non universale. Perciò la Renovatio Imperii s'interruppe alla morte del giovanissimo Ottone III (1002). Il suo successore Enrico II, ultimo imperatore della casa di Sassonia, si impegnò in Italia per più realistici obiettivi: conservare la corona del Regno italico, contesagli tra il 1002 e il 1014 da Arduino marchese d'Ivrea, che impersonava nel Nord la reazione del feudalesimo laico a quello ecclesiastico creato e potenziato dagli imperatori sassoni (ai vescovi, soprattutto, signori delle città); mantenere a Roma la difficile posizione di solidarietà con il papa; ritentare (invano) la conquista del Mezzogiorno bizantino. Enrico II, d'altra parte, si sentiva investito come il suo predecessore di una missione religiosa, per cui non solo fu generosissimo con il clero, ma fece proprie le istanze per la riforma del costume ecclesiastico, proposte già durante il sec. X dagli ambienti monastici più rigorosi (Cluny) e da questi largamente diffuse, e ora, nel generale risveglio religioso del secondo millennio, avviate a tradursi in azione normativa e, sia pure indirettamente (per gli interessi anche materiali che coinvolgevano e per la progressiva sensibilizzazione del popolo), in movimenti politici. Il Mille fu un secolo non solo di alta tensione religiosa, ma anche di intense passioni e iniziative civili: vi fu una grande crescita quantitativa e qualitativa della popolazione, una rifioritura dell'economia agraria e, grazie a una forte ripresa della produzione artigianale e del commercio, dell'economia cittadina, con le conseguenti tensioni e trasformazioni sociali, che misero in crisi i tradizionali rapporti di gerarchia nell'ordinamento feudale. Questo fu scosso da tumultuose richieste o usurpazioni di libertà, vale a dire di diritti o privilegi, da parte dei minori e degli esclusi: vassalli minori aspiranti a diminuire la loro distanza dai maggiori (e soddisfatti dalla Constitutio de feudis, data nel 1037 a Milano da Corrado II il Salico, primo imperatore della casa di Franconia); popolani economicamente avanzati aspiranti a posizioni politiche adeguate nella gestione degli affari locali; rustici aspiranti a liberi contratti sostitutivi di prestazioni di natura servile. Questi sommovimenti dal basso coinvolgevano anche la Chiesa (in particolare i vescovi delle maggiori città), che aveva largamente recepito l'impronta feudale e si trovava di fronte a esigenze opposte, di potenza mondana e di pura spiritualità, e anzitutto di una riforma morale secondo gli ideali evangelici, che la società reclamava dai suoi pastori in Italia più insistentemente che altrove. La componente religiosa è manifesta in alcune rilevanti vicende italiane del secolo, particolarmente incisive sul corso futuro della storia: Genova e Pisa nelle acque sarde e corse, Venezia nell'Adriatico, gettano le basi dei loro imperi marittimi, militari e mercantili, sotto i segni della guerra contro gli infedeli; i milanesi danno un precoce esempio di solidarietà sociale, che preannuncia la coscienza civica del Comune, di fronte a Corrado II il Salico, per lealtà alla tradizione ambrosiana impersonata nell'arcivescovo Ariberto (1037); gli avventurieri normanni infiltratisi nel Mezzogiorno, polarizzati intorno agli Altavilla, legittimano la loro progressiva conquista dell'Italia meridionale – continente e Sicilia – come servizio della Chiesa cattolica contro i Bizantini, scismatici dal 1054, e gli Arabi musulmani, e in pochi decenni, con la resa di Bari (1071) e degli ultimi baluardi siciliani (1102), e tra l'una e l'altra della longobarda Salerno (1078), unificano il Mezzogiorno in quel robusto complesso politico, con propaggini a Malta e in Albania, che sarà il Regno di Sicilia (1130), a S del Tronto e del Garigliano (con esclusione di Benevento papale). Al vertice, l'ultimo imperatore che si adoprò per la riaffermazione della politica sassone di tutela sul Papato periodicamente compromesso negli intrighi romani e per sollecitare la riforma disciplinare e morale della Chiesa fu Enrico III di Franconia, che promosse l'elezione di ben quattro papi germanici tra il 1046 e il 1054, tutti riformatori. Ma alla sua morte (1056), durante la quasi decennale minorità di suo figlio Enrico IV, l'iniziativa della riforma passò interamente al Papato e con il lorenese Stefano IX e i suoi successori italiani Niccolò II e Alessandro II, stimolati dai rigorosi teorici della riforma (Pier Damiani, Umberto di Silvacandida, sopra tutti Ildebrando da Soana, il futuro Gregorio VII), andò radicalizzandosi in una politica di totale emancipazione della Chiesa (libertas Ecclesiae). Momenti salienti furono: l'esclusione dell'imperatore dall'elezione papale (con Niccolò II, 1059); la rigorosa condanna della simonia, estesa a qualsiasi investitura ecclesiastica data da laici, compreso l'imperatore creatore di vescovi-conti; l'imposizione del celibato ecclesiastico; l'incoraggiamento dei movimenti popolari (particolarmente accesi a Milano e a Firenze, sotto il nome di pataria) contro vescovi e sacerdoti non allineati (con Alessandro II e dopo di lui con Gregorio VII); la proclamazione infine, da parte di Gregorio VII, non solo dell'assoluta libertas della Chiesa, ma del primato del papa sull'imperatore e su tutti i principi della Terra, del Sacerdotium sul Regnum, del clero sul laicato. Ciò significava netta frattura tra i due sommi poteri e le relative gerarchie, cioè il preciso rovesciamento della politica degli imperatori sassoni, intesa alla loro intima compenetrazione nell'ideale unità della Res publica christiana. La conseguente guerra per la supremazia tra Papato e Impero (detta restrittivamente “delle investiture” perché oggetto immediato della contesa era il diritto di conferire le investiture spirituali, che la Chiesa rivendicava come appartenente a essa sola, con l'esclusione dell'imperatore e a fortiori di ogni altro laico) agitò per quasi mezzo secolo (1076-1122) tutta la cristianità occidentale (regnanti gli ultimi due imperatori della casa di Franconia, Enrico IV ed Enrico V, e il papa Gregorio VII e i suoi successori, tra i quali emersero Urbano II, Pasquale II e Callisto II, contestati da una serie di antipapi); ma i suoi campi di battaglia furono la Germania e l'Italia. Qui combatterono per il papa Matilde di Canossa, marchesa di Toscana, e i Normanni di Sicilia, per l'imperatore gran parte dei signori laici ed ecclesiastici dell'alta e media Italia, senza peraltro una linea costante. A Canossa Enrico IV, scomunicato e deposto, si umiliò ai piedi di Gregorio VII (1077), ma più tardi si prese una grande rivincita attaccandolo a Roma e costringendolo all'esilio senza ritorno nella normanna Salerno (1084). Rivincita sterile, tuttavia, cui seguirono meno successi che rovesci politici e militari e le ribellioni dei figli, prima Corrado, complici Milano e altre città padane (1093), poi Enrico (V), che lo fece abdicare (1106); e tra le due ribellioni, per iniziativa di un papa gregoriano, Urbano II, quella straordinaria prova di forza del Papato che fu la prima crociata. Enrico V tuttavia sfiorò una grande vittoria a spese di papa Pasquale II, disposto a sacrificare qualsiasi interesse temporale a patto di riservare esclusivamente a sé le investiture spirituali, e costretto con la forza a cedere anche su questo punto (1111); credette inoltre di poter disporre della Toscana, impugnando il testamento di Matilde di Canossa (m. 1115) a favore della Chiesa, e di crearsi punti di forza nelle città toscane e padane concedendo a esse larghe autonomie; si sforzò di tenere in pugno Roma. Ma dovette adattarsi infine a un compromesso, concludendo con Callisto II quel Concordato di Worms (1122) che accordava bensì all'imperatore precisi diritti nella creazione dei vescovi-conti e degli abati-conti, ma riservava esclusivamente al papa l'investitura spirituale, spogliando così il potere imperiale del suo tradizionale carattere carismatico. La libertas Ecclesiae perseguita dai riformatori e in particolare da Gregorio VII trovava nel concordato una precisa sanzione.

Storia: il Comune

Nel mezzo secolo della lotta delle investiture l'Italia si arricchì di nuove, molteplici esperienze, che trasformarono profondamente la mentalità e i modi di vita e diedero origine a nuove forme di convivenza civile e di attività politica. Nella Valle Padana e in Toscana prima e più diffusamente che altrove, la società cittadina, sotto lo stimolo di élites di origine piccolo-nobiliare (rari ancora gli elementi d'origine popolana, qualificati dalla ricchezza acquisita con la produzione e il commercio), si organizzò nei Comuni: la cittadinanza, l'universitas civium, rappresentata dai consoli elettivi, si affiancò ai vescovi e finì con il sostituirli nell'amministrazione della cosa pubblica, ora per progressive usurpazioni ora per privilegi imperiali. Con ciò gli antichi feudi comitali di origine franca si trasformarono, nelle regioni più urbanizzate e pertanto di più intenso sviluppo economico e culturale, in costellazioni di città autonome, tendenti alla piena indipendenza e all'espansione sulle campagne circostanti, e rivali tra loro per ambizioni di egemonia. Emergevano in Lombardia, Milano, in Toscana, superando Lucca (capitale dell'antica marca), Firenze, in Emilia, Parma e Bologna. Contemporaneamente la crociata apriva larghe prospettive di espansione commerciale (e culturale e politica) alle città marinare, Pisa, Genova e Venezia, e al Mezzogiorno unificato dai Normanni. La crociata vitalizzò gradualmente l'economia di tutto il Paese e contribuì a far lievitare la nascente borghesia – il “popolo” medievale –, destinata a sopravanzare nobiltà e clero e a trasformare, con le sue esigenze e con il suo concetto della vita, prima la società cittadina, poi quella rurale, essa pure orientata verso le forme del Comune. Il processo verso la città-Stato, tipico dell'alta e media Italia (ma non rigorosamente limitato a tali regioni), fu favorito da un buon venticinquennio di carenza di potere, nell'Impero, dalla morte di Enrico V (1125), ultimo imperatore della casa di Franconia, all'avvento di Federico I di Svevia, il Barbarossa (1152), e nel Papato, coinvolto nelle lotte di successione all'Impero, da un insidioso scisma (1130-38) e dalla rivolta di Roma, dove, regnando Innocenzo II, venne instaurato il Comune cittadino, con una impronta nettamente popolare, antinobiliare e antiecclesiastica e una veste classicheggiante (Renovatio Senatus, 1143); tra gli animatori, Arnaldo da Brescia, che nel nuovo esperimento politico-sociale infuse il fervore di un ideale evangelico di riforma della Chiesa. Le vicende romane portarono a intese tra il Papato e l'Impero, entrambi stretti dalla necessità di arrestare un pericoloso declino dei loro poteri: Federico Barbarossa, venuto in Italia nel 1154, dopo essersi reso conto delle gravi lesioni inferte ai suoi diritti e redditi (regalia iura, regalie) dai Comuni padani di fatto indipendenti e averne punito esemplarmente alcuni, come Tortona, liberò da Arnaldo (che finì sul rogo) papa Adriano IV e fu da lui incoronato a Roma (1155). Sulla via del ritorno, manifestò le sue intenzioni di ricondurre l'Italia all'obbedienza seminando il terrore, da Spoleto incendiata a Milano messa al bando. Ma Federico I aveva un preciso programma di restaurazione imperiale, tanto idealmente legato alle memorie di Ottone I, di Carlo Magno e persino di Giustiniano, rievocato nella sua grandezza di legislatore dai giuristi della scuola bolognese, quanto realisticamente impegnato a rivendicare e recuperare le regalie largamente usurpate dai Comuni padani, i più potenti e numerosi (quelli toscani ne fruivano almeno parzialmente in forza di legittimi privilegi). E con la Dieta di Roncaglia del 1158, in cui espose il suo programma in termini ultimativi e incontrò una quasi generale resistenza, aprì le ostilità. Nella lunga guerra che seguì, la fortuna dell'imperatore, dopo un impressionante successo iniziale, la distruzione di Milano (1162), voluta tuttavia meno da lui che dalle città rivali (Pavia, Cremona, Como, Novara), andò complessivamente declinando per la crescente capacità difensiva e offensiva dei Comuni, uniti nella prima Lega Lombarda (1167), frutto di una diffidente, ma pur efficace solidarietà di fronte al pericolo, patrocinata da papa Alessandro III e appoggiata dal re Guglielmo II di Sicilia e dall'imperatore bizantino Manuele I Comneno, e per l'inadeguato sostegno dato dalla Germania alla politica italiana dello svevo. Sconfitto nella battaglia di Legnano (1176) dai milanesi e dai loro collegati (che salutarono il fatto come una vittoria “della Chiesa e dell'Italia”), l'imperatore fece la pace con il papa e con il re di Sicilia (Venezia, 1177) e, dopo sei anni di tregua spesi in laboriose e insidiose trattative, con i Comuni della Lega, ancora robusta malgrado alcune defezioni; fu questa la Pace di Costanza (1183), con la quale l'imperatore riconobbe (nella forma rituale di concessione per privilegio) come legittimo alle singole città della Lega il possesso di quelle regalie per le quali aveva tanto combattuto e consacrò così la piena autonomia dei Comuni nel quadro dell'Impero, riservando a sé soltanto alcune prerogative sovrane, che caddero presto in desuetudine, come reliquie di un ordine feudale, in cui i Comuni si riconoscevano sempre meno. Ma quasi a compenso del suo mancato successo nell'Italia settentrionale, il Barbarossa riuscì ad assicurare alla casa di Svevia il regno di Sicilia, vassallo della Chiesa, grazie al matrimonio di suo figlio Enrico VI con Costanza d'Altavilla (1186), destinata a ereditarlo da Guglielmo II (1189). Morto il Barbarossa alla terza crociata (1190), Enrico VI s'impose con la forza nel regno stroncando la resistenza legittimistica oppostagli da Tancredi di Lecce, di sangue normanno, e avviò poi un'irruente politica di affermazione in Lombardia, in Toscana, nei domini pontifici delle Marche e dell'Umbria, intesa a porre tutta l'Italia sotto il suo governo diretto e a isolare Roma accerchiata; e solo la sua morte prematura (1197) interruppe il corso di questa restaurazione, che sarebbe stata ripresa più tardi da suo figlio Federico II, allora di soli tre anni.

Storia: il Papato nel Medioevo

Nella contrastata successione di Enrico VI nei regni di Germania e d'Italia e nell'Impero fu arbitro Innocenzo III (1198-1216), il papa che, esercitando un'autorità senza pari nell'intransigente, esclusivo servizio degli interessi sia religiosi (nella linea ecumenica e disciplinare), sia politici (nella linea teocratica) della Chiesa, portò il Papato medievale all'apogeo. Condizione irrinunciabile di questa affermazione, la disponibilità dell'Italia, vale a dire smantellamento delle posizioni imperiali in Romagna, in Toscana, in Umbria e nelle Marche (ricondotte, queste due ultime regioni, sotto il diretto dominio pontificio), sottomissione del Comune di Roma, libero gioco, ma controllato, degli altri Comuni padani e toscani e, obiettivo prioritario, regno di Sicilia vassallo, epurato dalle presenze tedesche o filotedesche portate da Enrico VI e rigorosamente separato dall'Impero, per scongiurare un eventuale accerchiamento. Per costruirsi una così fatta piattaforma, Innocenzo III diede il suo appoggio alla candidatura dapprima del guelfo Ottone IV di Brunswick contro il ghibellino Filippo di Svevia (fratello di Enrico VI), poi, tradito dal primo e scomparso il secondo, a Federico II, già re di Sicilia, confidando nella lealtà del giovane svevo, suo pupillo e vassallo, che gli prometteva di rinunciare alla Sicilia quando avesse avuto l'Impero (1212). Federico II trionfò su Ottone IV (1214) e Innocenzo III, dopo aver celebrato il concilio ecumenico del 1215, una delle pietre miliari della storia della Chiesa, morì nella presunzione di aver raggiunto i più alti obiettivi religiosi (sui quali qui non si insiste) e politici perseguiti. Ma la realtà apparentemente inalveata dall'energico pontefice non tardò a straripare. Nei Comuni, al relativo equilibrio interno tra i ceti dirigenti e alla relativa solidarietà nella lotta contro il Barbarossa erano succedute tensioni e guerre civili e reciproche continue sopraffazioni, nelle quali andava acquistando ruolo di protagonista il popolo e di antagonista la nobiltà. Era una vera e propria rivoluzione sociale e politica in atto, tanto più profonda quanto meno spettacolare, che alterava le originarie strutture costituzionali dei Comuni (influenza politica crescente delle corporazioni o arti, istituzione della magistratura unica del podestà al di sopra o in luogo dei consoli ecc.) e le loro direttive d'azione (espansione territoriale o della sfera di influenza conforme agli interessi economici). La deviazione della quarta crociata su Costantinopoli e l'Impero bizantino (1202-04), che trasformò un'impresa religiosa, voluta da Innocenzo III, in un imponente affare mercantile per i veneziani, può valere come emblema di una nuova mentalità laica, con un suo mito della potenza fondata sulla ricchezza, coesistente e contrastante con la pur sempre viva religiosità tradizionale. A riscontro infatti, e in precisa opposizione, i nuovi ordini mendicanti, germinati al tempo di Innocenzo III, ma fioriti dopo, incarnavano l'esaltazione della povertà evangelica; come, più dei dotti predicatori domenicani, i frati minori di san Francesco d'Assisi per la loro immediata comunicazione con la gente più umile e per il loro esempio vivente di una pratica della fede tanto diversa da quella di una Chiesa troppo invischiata nel mondo; e infine le frange estremiste ereticali, catari, valdesi e molti altri. Tutto ciò s'agitava nell'Italia comunale; ma anche nel Regno di Sicilia il passaggio dalla dinastia normanna a quella sveva e le pressioni di Innocenzo III per renderne sempre più stretto il vincolo vassallatico provocarono profondi risentimenti e turbamenti nella composita società siculo-normanna, greca, araba e germanica del Mezzogiorno. Il nodo siciliano fu sciolto da Federico II di Svevia, re di Sicilia e, nonostante la preclusione papale, insieme imperatore (1220). Il geniale svevo volle fare del regno, e in particolare dell'isola, nel cuore del Mediterraneo mai come allora denso dei traffici tra l'Oriente e l'Occidente aperti dalle crociate, il cardine di quello che fu l'ultimo revival imperiale. E dopo le schermaglie con i Comuni della rinnovata Lega Lombarda (1226), le defatiganti negoziazioni per la pace con Onorio III, i primi duri scontri con Gregorio IX, l'incruenta crociata infine, che gli procurò il regno di Gerusalemme (1229), diede al Regno di Sicilia un ordinamento politico originale, autoritario e centralizzato, fortemente restrittivo dei privilegi feudali e delle autonomie cittadine, agguerrito per terra e per mare, teso a un rilancio economico di carattere dirigistico (questo, in effetti, poco efficace) e illuminato da una feconda politica culturale, aperta e spregiudicata. Le Costituzioni di Melfi (1231), legge fondamentale dello Stato, l'Università di Napoli, il brillante convegno di dotti di ogni nazione, tendenza e disciplina presso la Magna Curia di Palermo, le opere di pubblica utilità e di magnificenza promosse in tutto il territorio, tutto ciò sollevò Federico II su un piano quasi leggendario e lo circonfuse ancor vivo di un alone di stupita leggenda: Cesare redivivo? Anticristo? Ma quando si adoprò per estendere a tutta l'Italia un regime analogo a quello del regno, malgrado l'alleanza di molte forze ghibelline (Bonifacio di Monferrato, Ezzelino da Romano, Comuni quali Pisa, Siena, Cremona, Parma, Modena), si scontrò con le più agguerrite e ricche forze guelfe, chiamate a raccolta da Gregorio IX e Innocenzo IV (i Comuni padani della Lega, con Milano alla testa, i guelfi toscani, disarticolati ma tenacissimi, Genova e Venezia con le loro flotte) e infiammate da una veemente propaganda religiosa, quasi si trattasse di combattere una crociata. Federico II si batté da soldato e diplomatico di gran classe e con le grandi vittorie di Cortenuova sui milanesi (1237) e del Giglio sui genovesi (1241) sfiorò il pieno successo. Ma, con la definitiva solenne scomunica (Lione, 1245), sopravvennero le defezioni e i rovesci (Parma, 1248; Fossalta, 1249), l'estenuazione delle risorse, i tradimenti, la fine (1250).

Storia: la crisi imperiale e la fine del Comune

L'Impero entrava in una crisi senza sbocco; per l'Italia, sovrastata dal Papato, incominciava, o meglio giungeva a piena maturità, un'“età guelfa”: si faceva guelfa Firenze, dove per la prima volta s'imponeva nel governo quel “popolo” che con le industrie e i commerci aveva fatto della città una potenza economica paragonabile solo a Venezia e, assimilati a eretici e come tali perseguitati con spirito di crociata, cadevano a uno a uno i capi ghibellini epigoni di Federico II, da Ezzelino da Romano, leader del ghibellinismo padano (1259), a Manfredi, figlio di Federico II, avventurosamente insediato nel Regno di Sicilia, dove per alcuni anni (1258-66) tenne accese le non inerti speranze dei ghibellini di ogni parte d'Italia. Per abbatterlo ed estirpare con lui per sempre la pianta sveva, un pontefice francese, Urbano IV, offerse, e un altro pontefice francese, Clemente IV, diede la corona del Regno di Sicilia come feudo della Chiesa a Carlo d'Angiò, fratello di Luigi IX re di Francia, allora la più forte monarchia occidentale; e Carlo d'Angiò, incoronato a Roma e di Roma creato senatore (ciò che gli conferiva la tutela del papa), conquistò il regno con una breve guerra, nella quale Manfredi cadde combattendo (Benevento, 1266). La successiva spedizione di Corradino, l'adolescente nipote di Federico II catturato e giustiziato da Carlo d'Angiò (1268), suggellò tragicamente una situazione ormai decisa. Firenze, Roma e la nuova capitale del regno, Napoli (potenza finanziaria, autorità religiosa, prestigio politico e militare) costituirono in Italia una salda dorsale guelfa, con la Francia a copertura invece che la Germania in stato di quasi anarchia e il Sacro Romano Impero vacante dalla morte di Federico II. Questo sistema pareva avviato ad allargare il già ampio respiro dell'Italia nel Mediterraneo, in concorso, o in concorrenza, con gli imperi di Venezia e di Genova in Oriente, particolarmente avvantaggiata quest'ultima dalla restaurazione greca a Costantinopoli (1261). Ma, oltre che dissidi interni, la rivolta dei Vespri Siciliani contro Carlo d'Angiò (1282) e la successiva guerra, che staccò la Sicilia dal continente e la inserì nell'orbita aragonese, indebolirono gravemente il regno e il sistema politico di cui era uno dei cardini; ciò che favorì le tendenze centrifughe, vale a dire le manifestazioni di indipendenza e le ambizioni di potenza dei Comuni maggiori padani e toscani. Per di più poco dopo, con il fallimento della prova di forza tra papa Bonifacio VIII, l'ultimo e più spregiudicato assertore della teocrazia, e Filippo IV il Bello, il primo e non meno spregiudicato assertore dell'assolutismo della regalità nazionale, Roma cessò di essere la sede del Papato, che dal 1305 al 1377 fu in Francia (dal 1309 ad Avignone), e anche nei territori della Chiesa trionfò il più incoerente particolarismo. Ma nella seconda metà del sec. XIII e nei primi anni del sec. XIV l'Italia di Dante, di Giotto, di Marco Polo, linguisticamente e culturalmente avanzata verso l'unità quanto politicamente orientata nella direzione opposta, raggiungeva la massima efficienza economica ponendosi al primo posto in Europa; i ceti promotori di questa floridezza costituivano ormai la classe dirigente, determinando la politica interna ed esterna delle rispettive patrie, le città-Stato, alla cui prosperità concorreva largamente la gente dei campi, inserita, in condizione di subordinazione, nel complesso circuito produttivo cittadino. Ragioni economiche furono decisive nel processo di transizione dal Comune alla Signoria, per esempioa Milano e a Verona, dove il “popolo” sollevò, rispettivamente, le famiglie Della Torre (rovesciata poi dai Visconti) e Della Scala; portarono, a Firenze, alla caduta dei magnati e al governo diretto della borghesia mercantile (1282); alla guerra tra Genova e Pisa, che si concluse con la definitiva rovina di quest'ultima (1284); a una serie di guerre tra Genova e Venezia, che nel complesso subì i maggiori danni e che si costituì allora in repubblica oligarchica, dominata da un patriziato esclusivo di origini mercantili (1297). Che l'Italia dell'età comunale al tramonto, ricca e splendida ma senza pace, potesse essere pacificata e composta nell'unità da un imperatore forte e giusto, fu l'illusione di Dante e di pochi altri esclusi dal gioco politico, dissipata dall'infelice spedizione di Enrico VII di Lussemburgo (1310-13), il primo imperatore riapparso in Italia dopo la morte di Federico II (1250) e l'ultimo a credere nella missione imperiale.

Storia: il XIV secolo

Già nel secondo decennio del sec. XIV l'economia italiana (e non solo italiana) mutava segno e cominciava la serie delle carestie, dei tracolli d'imprese, delle epidemie, che culminarono nella peste nera del 1348, poi episodicamente ricorrente. Nelle calamità la miseria della gente più umile, sfruttata e ignorata, levò le sue prime, infelici e soffocate proteste. Nella prima metà del sec. XIV, tra i vari Stati primeggiò il Regno di Sicilia (ma in effetti di Napoli, essendo ormai la Sicilia aragonese) grazie al prestigio del re Roberto d'Angiò (1309-43), patrono dei guelfi di tutta Italia, tutore dei domini della Chiesa in assenza dei papi, protettore generosamente rimunerato di Firenze, dotto e magnifico, riverito da Petrarca. Ma alla sua morte la pressoché secolare crisi di successione che sconvolse il regno mise a nudo la fragilità politica, economica e sociale dello Stato, ancora dominato da una feudalità riottosa, che ne perpetuava l'atonia civile, specialmente nelle campagne. In Toscana, Firenze guelfa e borghese, mentre cercava tra continue lotte interne un assetto adeguato alla sua società varia, mutevole, inquieta, doveva difendersi dalle insidie dei persistenti focolai ghibellini di Lucca, Pisa (ma questa ormai depressa dalla sconfitta ricevuta da Genova nel 1284 e dall'occupazione aragonese della Sardegna nel 1324) e Siena, pagando caro il patrocinio angioino e subiva, poco prima della grande peste, le conseguenze del fallimento delle sue maggiori banche e i primissimi tumulti proletari. Da oltre Appennino puntavano sulla Toscana anche le due più potenti signorie padane, i Visconti di Milano e gli Scaligeri di Verona, concorrenti per un'egemonia per impedire la quale Venezia fece le sue prime conquiste in terraferma a spese degli Scaligeri (Treviso, 1339), con l'aiuto di Firenze e dei Visconti. S'iniziava così quel processo di espansione dei veneziani verso ovest e dei milanesi verso est che, eliminate le minori signorie venete (Scaligeri di Verona, Carraresi di Padova) e semiparalizzate le contigue (Estensi di Ferrara, Gonzaga di Mantova), avrebbe portato le due maggiori potenze ad affrontarsi in implacabili guerre. Genova, oltre ai problemi antichi e nuovi dell'Oriente e alla connessa rivalità con Venezia, era coinvolta nei conflitti franco-angioini-aragonesi nel Mediterraneo occidentale e alle sue spalle si evolvevano situazioni nuove e minacciose: dall'espansionismo visconteo e dal crescente interessamento dei Savoia, ormai bloccati dalla Francia nelle loro ambizioni transalpine, al Piemonte, in contrasto con gli Angioini (che vi avevano alcune propaggini) e con i marchesi del Monferrato e di Saluzzo, e anche alla Riviera (Nizza divenne sabauda nel 1388). Tra il 1327 e il 1333 l'Italia subì due incursioni di mera rapina provenienti d'oltre le Alpi: quella di Ludovico IV il Bavaro (1327-30) che, in spregio del papa avignonese Giovanni XXII, suo avversario implacabile, si fece incoronare a Roma dal popolo in Campidoglio (1328) con un inedito rito laico ispirato alla dottrina di Marsilio da Padova, e nominò anche antipapa uno di quei fraticelli francescani che professavano l'estremismo ascetico e mistico già caro un tempo a Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, e ora al bando dalla Chiesa; e quella di Giovanni di Boemia (1330-33), figlio di Enrico VII, avventuriero puro, privo di alcun titolo per occuparsi della penisola, ma illuso, lusingato e infine deluso e scacciato da gran parte degli stessi suoi fautori italiani. Nel 1347 fu la volta della rivoluzione romana di Cola di Rienzo, densa di significati economico-sociali (rivalutazione del popolo contro i nobili) e politici (rivalutazione di Roma e delle sue tradizioni classiche, protesta contro il malgoverno e la diserzione dei papi), ma presto degenerata e dissolta, stimolo tuttavia alla ricostruzione degli Stati della Chiesa curata dal cardinale Egidio Albornoz (1354-67) e al ritorno a Roma dei papi (1377). Nella seconda metà del Trecento il policentrismo politico dell'Italia andò radicalizzandosi, ma in un numero minore di Stati più ampi e più forti e rivali e concorrenti per l'egemonia. All'avanguardia, lo Stato di Milano che, dall'arcivescovo e signore Giovanni Visconti al primo duca Gian Galeazzo, tra il 1350 e il 1402, straripò impetuosamente fuori della Lombardia, giungendo, sia pure temporaneamente, a Bologna e a Genova, poi a Verona, Vicenza, Padova e Treviso, in area d'interesse veneziano, e a Pisa, Siena, Perugia, Assisi, in area d'interesse fiorentino e pontificio. Non senza dure opposizioni, superate tuttavia con l'impiego, allora generalizzato, di compagnie di ventura e di spregiudicati quanto espertissimi condottieri, con la diplomazia e con l'insidia: tutto sommato, con il denaro, profuso altresì in opere di pubblica utilità, d'arte e di magnificenza, come l'Università e la Certosa di Pavia e il Duomo di Milano. La straordinaria fortuna viscontea fu favorita da situazioni esterne fluttuanti o senz'altro precarie. La Repubblica di Venezia, appena avviata la sua espansione in terraferma, fu impegnata in due guerre contro Genova (1350-54 e 1378-81), che misero in gioco non solo il suo impero commerciale in Oriente ma anche, la seconda (la “guerra di Chioggia”), la sua stessa incolumità. Uscitane salva, si trovò nella necessità di svolgere una più attiva politica continentale e, per frenare i progressi verso il mare degli Scaligeri di Verona e dei Carraresi di Padova, solidarizzò contro costoro con i Visconti di Milano. Quanto a Firenze, proprio negli anni del più temibile balzo visconteo, attraversava la duplice crisi di una guerra con il papa reduce da Avignone (guerra degli “otto santi”) e, alla fine di questa, del tumulto dei Ciompi (1378), la prima grande rivolta proletaria indotta dalla dittatura economica e politica borghese; rivolta, dopo effimeri successi, soffocata e seguita da oltre mezzo secolo di oligarchia borghese (1382-1434), nel quale si dissolsero, insieme con le aspirazioni dei ceti più umili, le superstiti libertà comunali. I disegni di egemonia di Firenze oligarchica sulla Toscana, di cui è esempio insigne la sottomissione di Arezzo (1384), furono a fine secolo tenacemente sventati da Gian Galeazzo Visconti. Negli Stati della Chiesa, la ricostruzione del cardinale Albornoz, se predispose un risoluto ritorno a Roma della sede papale con Gregorio XI (1377), non ebbe tempo di fruttificare per l'aprirsi dello scisma d'Occidente (1378), che vi portò guerra, accentuato frazionamento in signorie locali, aggressioni come terra di agevole conquista, asservimento finanziario (ai banchieri fiorentini) e deperimento economico; una situazione di cui Roma stessa sofferse. Il Regno di Napoli, leader fino alla morte del prestigioso re Roberto (1343), con la sua erede Giovanna I precipitò nel caos per le lotte fra i tre rami della casa d'Angiò (d'Ungheria, di Durazzo e di Taranto), che scatenarono l'anarchia o brigantaggio dei baroni e richiamarono rapaci milizie mercenarie italiane e straniere, prostrando un Paese già economicamente depresso e socialmente dissestato. Nel 1372, a novant'anni dai Vespri, cessò la guerra mai spenta del tutto per togliere nuovamente agli Aragonesi la Sicilia, anch'essa senza pace interna; ma in occasione dello scisma, altri conflitti, legati a quelli dinastici, si accesero tra il regno e il Papato, a spese del quale infine il re Ladislao di Durazzo s'impose su Roma e su tutti i domini della Chiesa. Ma questo straordinario ed effimero rilancio avvenne, nel primo quindicennio del sec. XV, entro un quadro politico generale molto diverso da quello trecentesco.

Storia: le lotte tra gli Stati italiani

Caduta d'un colpo con la morte di Gian Galeazzo (1402) l'egemonia viscontea e ridotto il Ducato di Milano alla Lombardia, insorsero numerose signorie locali e, ciò che è ben più rilevante, Venezia avanzava rapidamente, eliminando per sempre Scaligeri e Carraresi, nel Padovano, nel Vicentino, nel Veronese, mentre il papa raggiungeva Bologna; Firenze conquistava Pisa (1406), e Genova entrava in orbita francese. La convulsa gara tra gli Stati italiani per trarre profitto dal rovescio visconteo, che interessava l'intera penisola, assunse una più precisa configurazione politica quando il Ducato di Milano passò dall'imbelle Giovanni Maria Visconti a suo fratello Filippo Maria (1412-47), che intraprese, sulle orme del padre Gian Galeazzo, la ricostruzione e la riconquista; e in un decennio ricompose il ducato da Vercelli a Brescia e da Alessandria a Parma e ottenne la signoria su Genova. Ma si scontrò allora con Venezia, per cui i domini di terraferma erano ormai divenuti una fonte indispensabile di sopravvivenza, e con Firenze alleata di Venezia: le due grandi potenze mercantili esigevano almeno libertà di transito per la valle del Po. Si combatterono perciò contro Filippo Maria tre guerre, il cui risultato più importante fu l'espansione di Venezia fino a Brescia e a Bergamo (1428). Ma, contemporaneamente, Firenze cresceva di prestigio e di potenza con la fine del regime oligarchico e l'avvento della signoria di fatto di Cosimo de' Medici (1434), uomo di punta del nuovo e più agguerrito manipolo di mercanti e banchieri formatosi dopo la crisi del sec. XIV; gli Stati della Chiesa, chiuso lo scisma (1418), risalivano lentamente la china; nel Regno di Napoli, morta senza figli Giovanna II d'Angiò-Durazzo (1435), sui pretendenti Angioini di Francia prevaleva, designato dalla stessa regina e, con un clamoroso rovesciamento di alleanze, aiutato da Filippo Maria Visconti, Alfonso V re d'Aragona, di Sardegna e di Sicilia (1442) così che tutta l'Italia meridionale e insulare a eccezione della Corsica genovese rientrava nel circuito politico iberico, con conseguenze rilevantissime per la storia futura di tutta l'Italia, anzi di tutta l'Europa. Alla morte di Filippo Maria (1447), con il quale si estinse la dinastia viscontea, l'aristocrazia di Milano rivendicò le antiche e desuete libertà comunali, proclamando la Repubblica ambrosiana, e analoghe esperienze furono promosse in altre città, così che il ducato fu di nuovo sul punto di disgregarsi. Si fecero allora avanti per spartirselo i veneziani da una parte e dall'altra il duca Ludovico di Savoia, già da tempo insediato a Vercelli (1427), mentre avanzavano rivendicazioni a vario titolo il duca Carlo d'Orléans, il re Alfonso d'Aragona, il marchese Giovanni di Monferrato. Ma tra tutti finì con l'aver ragione Francesco Sforza, genero di Filippo Maria, condottiero e politico di gran classe, che Milano repubblicana ebbe dapprima come difensore, poi come aggressore e infine, per spontanea dedizione, come signore, anzi, per acclamazione, quindi illegalmente, come duca (1450). Venezia insistette nella guerra, ma perdette la preziosa alleanza di Firenze, che Cosimo de' Medici le tolse e accordò allo Sforza, giudicando nefasta per la sua patria un'eventuale egemonia veneziana nell'Italia settentrionale quanto lo era stata quella viscontea. Questa svolta politica, che si ripercosse anche sugli altri avversari dello Sforza, smorzò in breve gli ardori guerreschi, mentre la notizia della caduta di Costantinopoli nelle mani di Maometto II (1453) e il conseguente appello di papa Niccolò V alla pace e alla meditazione sul pericolo che incalzava la cristianità affrettarono un accordo tra Venezia e Milano, nella persona di Francesco Sforza, che consacrò come confine tra i due Stati l'Adda, con qualche eccezione di scarso rilievo (Pace di Lodi, 1454). Seguì, sempre sotto l'egida del papa, un patto di non aggressione e di mutuo appoggio tra Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli, i cinque Stati maggiori, “per la pace e la quiete dell'Italia e per la difesa della santa fede cristiana”, cui aderirono via via gli Stati minori. Si iniziò in tal modo la cosiddetta “politica dell'equilibrio”, unica alternativa ai vani ed estenuanti tentativi di conquista o quanto meno di durevole egemonia su tutta la penisola fatti da Napoli o Milano o Venezia. Il sistema dell'equilibrio si resse per quarant'anni (1454-94) e Firenze – con Cosimo de' Medici e poi con Lorenzo il Magnifico – ne fu il cardine. La relativa solidarietà tra i cinque Stati più forti salvaguardò la penisola da interventi stranieri (la “libertà d'Italia”), ancorché per il momento non prevedibili. Le apparizioni degli imperatori nella seconda metà del sec. XIV e nel sec. XV, non ebbero infatti alcun fine di conquista o di affermazione; Alfonso V di Aragona, dopo la conquista, si stabilì a Napoli e la antepose alla sua patria e il suo successore, l'illegittimo Ferdinando I, erede della sola corona di Napoli, fu un principe schiettamente italiano; da parte francese, le rivendicazioni angioine per Napoli e orleanesi per Milano non destavano più, o non ancora, allarmi. Ma alla solidarietà verso l'esterno non ne corrispondeva una altrettanto salda all'interno: le inestinguibili ambizioni di egemonia dei singoli Stati riaffiorarono infatti in una serie di episodi che misero in crisi equilibrio e pace: la congiura dei Pazzi a Firenze (1478), la progettata spartizione del ducato estense di Ferrara (1482-84), la Congiura dei baroni nel Regno di Napoli (1484-86) sboccarono in atti di guerra tra i leader d'Italia, che la diplomazia fiorentina contribuì con estrema maestria a smorzare.

Storia: il XVI secolo

La crisi dell'equilibrio politico in Italia tra gli Aragonesi di Napoli, la Firenze medicea, gli Sforza di Milano, il Papato rinascimentale e nepotista a Roma precipitava per il dinamismo degli Stati europei: l'Italia diveniva possibile oggetto di dominio o almeno zona d'intrigo per Francia, Spagna, per gli Asburgo, per la stessa lontana Inghilterra: per tale predominio nella penisola si combatterono le più grosse guerre del sec. XVI. La prima a impegnarvisi fu la Francia di Carlo VIII che, con il motivo ufficiale della crociata e con l'alleanza di Ludovico il Moro, contando sull'appoggio a Roma degli avversari di Alessandro VI Borgia e la fiacchezza di Piero de' Medici a Firenze, conquistava il Napoletano (1494). Ma una coalizione si serrava intorno ai francesi, obbligandoli a ritirarsi oltralpe. La Francia, con Luigi XII, ritentava con successo l'impresa, stavolta puntando su Milano, per discendenze da un Visconti, previ accordi con Venezia, con Alessandro VI a favore del figlio Cesare, che così avviava la creazione di un Ducato di Romagna, con gli stessi svizzeri al servizio del Moro (1500-12), spartendo quindi il Napoletano con gli Aragonesi: ma per poco (1501-03), restando poi esso, e per due secoli (1503-1713), spagnolo, con già la Sicilia e la Sardegna. L'intervento straniero di Asburgo e Francia era mobilitato nuovamente da papa Giulio II della Rovere contro Venezia (Lega di Cambrai, 1508-10) con la partecipazione anche di Inghilterra e Ungheria; esso era mantenuto sotto insegna antifrancese addirittura come Lega Santa (1511-13) per via del concilio scismatico convocato a Pisa da Luigi XII, subito contrastato da quello Lateranense (1512). L'Italia veniva così perduta dai francesi per l'azione concomitante e concentrata di veneziani, Imperiali, svizzeri e spagnoli. Per poco, però: il nuovo re di Francia, Francesco I, si riconciliava con il nuovo papa Leone X e riprendeva l'iniziativa egemonica in Italia riconquistando Milano (1515), ma perdeva la partita con il nuovo imperatore Carlo V d'Asburgo a Pavia (1525) nonostante la Lega di Cognac contro Spagna e Impero (1526) di Milano, Firenze, papa Clemente VII. Il “sacco” di Roma (1527), la Pace di Cambrai (1529), il Congresso di Bologna (1530) con l'incoronazione di Carlo V segnavano il predominio di Spagna-Impero con il Milanese nuovamente agli Sforza, ma sotto tutela imperiale, e il Napoletano confermato alla corona di Spagna, Firenze repubblicana (1512-29) ridotta con forze imperiali di nuovo sotto la signoria dei Medici (1530). Francesco I ritentava la conquista del Milanese con le armi e con la diplomazia valorizzando le irrequietudini interne di Firenze, di Lucca (1540), di Genova (congiura dei Fieschi, 1547) oltreché l'alleanza con i Turchi e l'insoddisfazione di Paolo III Farnese per Carlo V, con qualche successo ma senza esito finale. Analogo tentativo faceva il figlio Enrico II (1547-59) appoggiandosi pur esso su propensioni antispagnole e antimperiali del papa e avvalorando la resistenza antimedicea e antispagnola di Siena (1552-56), mentre stavolta Genova appoggiava la Spagna: il tutto nel quadro di più vaste azioni belliche in Europa e nel Mediterraneo. L'egemonia ispano-asburgica subiva in Italia un'ulteriore minaccia per l'iniziativa papale di Paolo IV Carafa che, alleandosi con la Francia di Enrico II, metteva in moto gli alleati di questa, Turchi e protestanti, su più vasto scacchiere, e così apriva lo Stato papale all'invasione da sud delle truppe spagnole di Filippo II. La Pace di Cateau-Cambrésis (1559) sigillava il predominio spagnolo in Italia (Milanese, Napoletano, Sicilia e Sardegna, i presidi già di Siena), ma anche la presenza francese (Marchesato di Saluzzo). Nella penisola, in questo quadro politico-territoriale, si consolidavano le nuove dinastie dei Medici a Firenze, dei Farnese a Parma e Piacenza, dei Gonzaga a Mantova e anche nel Monferrato. La vita politica e culturale, con l'egemonia spagnola non più contrastata da iniziative e resistenze appoggiate dalla Francia in crisi, e per di più sotto l'insegna della repressiva Controriforma, si veniva affievolendo. Il Papato accentuò il suo carattere di guida spirituale sia nella riforma interna (Concilio di Trento, 1545-63) sia nell'azione di contenimento e di riconquista del protestantesimo in Italia e fuori, in questo valorizzando uomini e istituzioni italiani, come pure nelle missioni extraeuropee (Pio V, Gregorio XIII), talora (Sisto V) impegnandosi energicamente anche nel governo dello Stato papale. Tutti gli Stati d'Italia intrecciarono relazioni con quelli maggiori d'Europa, sostenendo i loro particolari interessi marittimi e commerciali come Venezia, Genova, Firenze, in consapevole solidarietà soprattutto nel difendersi dai Barbareschi, inserendosi così anche con matrimoni (Medici con i Valois e poi con i Borbone di Francia) nel sistema politico europeo in formazione. Le lettere e le arti, già ispirate a un gioioso individualismo, ora erano costrette in un'atmosfera di severi canoni formali ed etici. Lo stile rinascimentale cedeva il passo al barocco con contenuti di ispirazione religioso-controriformistica, ma anche mondani. La vita di società era attiva, ma diventava sempre più privilegio dei ceti dominanti. La ricchezza, già mercantile, cominciava a preferire e ricercare l'impiego agrario e con esso talora, mediante l'acquisto di feudi, anche dignità e privilegio nobiliari.

Storia: gli spagnoli in Italia

Durante il predominio spagnolo l'assetto territoriale dell'Italia subiva modifiche di minor rilievo: dopo Ferrara (1598) anche Urbino veniva restituita al territorio pontificio (1631); il Piemonte sabaudo aveva avuto Saluzzo (1601); Mantova e Monferrato ricevevano nuove dinastie (1631), mentre la Valtellina, dopo una rivolta appoggiata dalla Spagna, rimaneva dei Grigioni con garanzie di libertà religiosa (1629). Però gli Stati d'Italia venivano pur sempre investiti, anche se in minore misura, dai conflitti in cui era implicata la Spagna: sia nei domini della corona per pressioni fiscali in vista di reclutamenti di milizie, sia per la necessità dei principi di schierarsi per l'uno o per l'altro dei contendenti. La Francia di Luigi XIV riusciva a soppiantare in numerose corti l'influsso di Madrid avviata alla decadenza. I vari Stati, pur tendendo tutti alla struttura assolutistica od oligarchica, mantennero ordinamenti interni della tradizione comunale. Negli stessi vicereami spagnoli di Napoli e Sicilia sopravvivevano istituzioni rappresentative (“Parlamenti”, “Bracci”), che però erano usate dai ceti locali a difesa del privilegio economico e sociale, determinando impacci e squilibri nella vita economica e sociale e anche rivolte (Masaniello a Napoli, 1647). Più efficienti gli organi locali nel Ducato di Milano. Alquanto simile a quella del Milanese la situazione della Toscana medicea e quella di Genova, piegata alla volontà del Re Sole dal bombardamento della flotta francese (1680). Più attiva la politica interna ma anche quella internazionale del Piemonte sotto Carlo Emanuele I con iniziative dapprima antifrancesi e poi antispagnole (Monferrato, Valtellina, Mantova). Ne risultarono un quasi vassallaggio francese e una guerra civile da cui lo Stato sabaudo si riprese a fine secolo con Vittorio Amedeo II che seppe creare nei suoi domini un'organizzazione accentrata sul modello delle maggiori monarchie europee. Dimensioni europee ebbe pure la politica di Venezia, provata nel prestigio e nelle risorse finanziarie dalla lunga guerra di Candia: però essa si riprese nelle coalizioni antiturche con Papato, Asburgo, Polonia. L'attività artistica, letteraria, musicale sotto l'insegna del barocco manteneva la sua vivacità, anche per la circolazione di uomini e libri tra i diversi Stati italiani e stranieri, nonché per il fervore delle accademie collegate al movimento culturale europeo. Pur essendo ostacolato dalla censura della Chiesa e dello Stato, il dibattito sulle idee portava a significativi progressi tra l'altro nella fondazione della “nuova scienza” di G. Galilei e della sua scuola.

Storia: il XVIII secolo

Agli inizi del Settecento la struttura politica dell'Italia era caratterizzata dall'assolutismo dei sovrani, sia pure con qualche eccezione nell'Italia settentrionale. La situazione economica ristagnava per arretratezze nelle tecniche di produzione e di commercio. La miseria diffusa era accompagnata dal brigantaggio sulla terraferma e dalla pirateria di musulmani e cristiani sul mare. Qualcosa di nuovo, tuttavia, si stava verificando, poiché l'Europa più progradita cominciava a seguire l'esempio di Inghilterra e Francia. I numerosi Stati dell'Italia continuavano a essere più oggetti che soggetti nel gioco della politica internazionale e gravitavano sull'uno o sull'altro dei grandi centri d'attrazione, sulla Vienna degli Asburgo o le regge dei Borbone, che con la Pace di Utrecht erano presenti non solo a Versailles, ma pure a Madrid. La preoccupazione del controllo dell'Italia, in concreto delle sue corti, rimaneva un problema centrale dell'equilibrio europeo. Durante la guerra di successione spagnola l'Italia era stata percorsa da eserciti nostrani e stranieri in funzione delle alleanze, talora discontinue, delle sue corti, dei Savoia, dei Medici, degli Estensi. Le paci di Utrecht e di Rastatt (1713-14) avevano sanzionato la sostituzione, alla corona di Spagna, degli Asburgo d'Austria in Lombardia, nel Regno di Napoli, in Sardegna con incremento in territorio e prestigio, mentre i Savoia ottenevano, con la Sicilia, la corona di re. L'insoddisfazione di Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V di Spagna, trovava nel cardinale piacentino Alberoni il programmatore audace di una rottura dei trattati suddetti; ma la reazione di una quadruplice alleanza nel 1718 bloccava tale tentativo. La Farnese però otteneva per il figlio Parma e Piacenza e l'aspettativa sul Granducato di Toscana, dove stava per spegnersi la dinastia medicea, mentre i Savoia dovevano adattarsi a ricevere la Sardegna in cambio della Sicilia, che era attribuita agli Asburgo (Pace dell'Aia, 1720). Le ulteriori guerre di successione (quella polacca, 1731-38, e ancor più quella austriaca, 1741-48) determinavano anche in Italia nuove combinazioni di alleanze, nuove devastazioni, nuovi assestamenti, tutti sanzionati dalla Pace di Aquisgrana (1748). In virtù di questa l'Italia risultava politicamente divisa in tre parti: l'una direttamente (il Milanese) o indirettamente (Firenze con la nuova dinastia degli Asburgo-Lorena, Modena con gli Asburgo-Este) nella sfera di potere o d'influenza di Vienna; una seconda “borbonica”, con due infanti di Spagna insediati sui troni di Napoli-Sicilia e Parma-Piacenza; una terza era l'Italia dei vecchi Stati, tra cui emergeva quello sabaudo ampliato a est di altre foglie del “carciofo lombardo”, accresciuto in prestigio internazionale, rafforzato da un riordinamento interno sulla linea del dispotismo paternalistico. La stabilità politica seguita al 1748 stimolava ovunque sviluppi nella vita civile, nelle attività economiche, nella cultura sotto l'influsso degli intensificati rapporti con l'Europa dell'Illuminismo. La diffusione delle nuove dottrine e delle “riforme” da esse ispirate fu assai disuguale per le diverse condizioni degli Stati d'Italia; tuttavia il dispotismo illuminato dava l'avvio a una trasformazione incisiva in diverse zone dell'Italia, da considerarsi premessa lontana del Risorgimento. Di conseguenza, le relazioni con la cultura europea si facevano più vivaci e continue. La penisola non era più soltanto centro del mondo cattolico nell'ambito religioso, ma diveniva uno dei nuclei della cultura illuministica, offrendo suoi contributi al grande movimento politico-culturale e ispirando riforme politico-amministrative ed ecclesiastiche non solo nella Lombardia di Maria Teresa e di Giuseppe II, ma pure a Modena e Parma, nella Toscana di Pietro Leopoldo, nella Napoli di Tanucci, ma con minore incisività. Nella stessa Roma al tradizionale mecenatismo artistico e culturale s'affiancava sotto Benedetto XIV Lambertini e con Pio VI Braschi l'apertura alle esigenze riformistiche in campo amministrativo ed economico. Invece i principi sabaudi, fedeli al sistema del governo burocratico-militaresco diffidente della libertà di espressione, rimanevano in sostanza estranei al moto culturale dell'Europa cosmopolita.

Storia: l’Italia napoleonica

In Italia il dispiegarsi della Rivoluzione francese provocava insieme una crisi del riformismo dei principi e il manifestarsi di gruppi giacobini che univano presto alle aspirazioni rinnovatrici in campo politico-sociale quella dell'unificazione nazionale. Deluse dalla politica spoliatrice degli eserciti di Francia in Savoia e a Nizza, le speranze dei giacobini si ravvivarono nel 1796 all'arrivo del generale Napoleone Bonaparte salutato come “liberatore” perché più aperto a tali aspirazioni sociali e nazionali. Nasceva così in un'assemblea di patrioti di città dell'Emilia l'idea di una Repubblica Cispadana alleata a quella francese con proprio esercito e propria bandiera, il tricolore verde-bianco-rosso (gennaio 1797). Intanto Bonaparte aveva imposto al re di Sardegna la cessione di Nizza e Savoia alla Francia, aveva battuto gli austriaci, imposto le proprie condizioni ai duchi di Parma e di Modena, nonché a Pio VI, compresa un'indennità di guerra in denaro e in opere d'arte, aggravando le condizioni nella Pace di Tolentino (febbraio 1797). Nella Lombardia sgombrata dagli austriaci veniva costituita la Repubblica Cisalpina con il confine all'Adige in virtù del sacrificio dello Stato della laguna (Pace di Campoformido, 1797). La Repubblica Cisalpina, come le similari Repubbliche Ligure, Romana e Napoletana (1798-99), rappresentava l'esperienza delle nuove idee e forze politico-culturali affiorate al potere. Esse però, con i regimi filofrancesi di Toscana e Piemonte, venivano travolte di lì a poco dal ritorno offensivo austro-russo in coordinazione con forze popolari ostili a Milano, Roma, Napoli. Ma la riapparizione vittoriosa di Bonaparte, ora primo console, che travolgeva le forze austriache della seconda coalizione imponendo, in concomitanza con l'esercito del Reno, il Trattato di Lunéville (1801), permetteva il ricostituirsi della Repubblica Cisalpina, che diveniva ora Repubblica Italiana, e ai Borbone di Parma di divenire “re d'Etruria”. Ma altra ridistribuzione era riservata ai territori d'Italia nel quadro dell'Impero napoleonico (1805-14). L'intento era di mantenere la penisola soggetta all'Impero francese, sia pur provvedendo al suo sviluppo economico e civile, dando così soddisfazione iniziale a quanti attendevano da Napoleone l'unità politica e l'indipendenza dell'Italia. Nel Regno d'Italia allargato a E e a S vennero così favoriti con il miglioramento della viabilità i commerci, già promossi anche dall'introduzione del Codice napoleonico; la subordinazione dell'economia italiana agli interessi industriali francesi veniva però accentuata dal blocco continentale del 1806. Maggiore autonomia ebbe il Regno di Napoli, sia sotto il re Giuseppe Bonaparte sia sotto Gioacchino Murat, e anche più incisive riforme (abolizione del regime feudale, Codice napoleonico, istituzioni cautamente rappresentative, esercito nazionale). Nel 1810 tra i due regni d'Italia e Napoletano era incuneato in profondità l'Impero francese che si era annesso la Toscana e lo Stato Pontificio: rimaneva fuori la Sicilia sempre sotto i Borbone protetti dalla flotta inglese come pure la Sardegna sabauda. E questa semplificazione di confini facilitava gli interscambi in più vaste zone. Ma, nonostante questo, pure in Italia il sentimento nazionale si rivoltava contro il dispotismo napoleonico, sempre più oppressivo per le leve militari, la pressione fiscale, il blocco, gli arbitri, le prepotenze (per esempio nei riguardi di papa Pio VII). Di questo approfittarono gli austriaci nella grande, decisiva controffensiva del 1813-14, annunciandosi anch'essi quali liberatori dallo straniero e fautori dell'unità italiana. Invano il viceré Eugenio di Beauharnais cercava di conservare il regno: gli antifrancesi prevalevano sui suoi fautori e Milano veniva rioccupata dagli austriaci. Nel contempo a Torino rientrava dalla Sardegna Vittorio Emanuele I, a Roma dall'esilio coatto Pio VII e così gli altri principi avviando la Restaurazione. Più tenace la resistenza, insieme politico-diplomatica e militare, di Murat a Napoli, che già nel 1813 si era dissociato da Napoleone e che inalberava addirittura il programma dell'unità durante i Cento Giorni del ritorno di Napoleone al potere (proclama di Rimini, 30 marzo 1815). Ma egli pure travolto dalle armi doveva sgombrare a favore di Ferdinando IV di Borbone e un tentativo di ritorno si concludeva con la sua cattura e fucilazione (ottobre 1815).

Storia: Restaurazione e primi moti

Le rilevanti innovazioni napoleoniche, ispirate a esigenze economiche, oltreché politico-dinastiche e strategiche, lasciavano le loro impronte anche negli Stati anterivoluzione restaurati con le decisioni stabilite dal Congresso di Vienna (1815). Dalle unificazioni realizzate nel Regno d'Italia traeva vantaggio l'Austria mantenendo un Regno Lombardo-Veneto, e in esso talune riforme assieme a corpi rappresentativi (le Delegazioni), pur reintroducendo il Codice austriaco. Nella Restaurazione dei Lorenesi in Toscana riemergevano le tradizioni del riformismo leopoldino e mite era pure, per ragioni diverse, l'assolutismo reintegrato da Maria Luisa d'Austria (la madre del “Re di Roma” Napoleone II ora duca di Reichstadt), di Luisa di Borbone a Lucca, pur sotto il controllo della corte di Vienna. Più radicale la reazione alle istituzioni, alle idee, agli uomini del periodo francese a Modena e Reggio con Francesco IV d'Austria-Este; come pure nei domini dei Savoia, inoltre accresciuti dal Genovesato, al ritorno di Vittorio Emanuele I. Diverse istituzioni napoleoniche aveva dovuto conservare nel Napoletano Ferdinando IV di Borbone, pur non tardando a reintegrare in privilegi e beni i nobili e, con il concordato del 1818, anche la Chiesa. Assumendo poi il titolo di re delle Due Sicilie nel 1815 egli si illudeva di spezzare, con le tradizionali autonomie della Sicilia, anche le aspirazioni liberali in esse implicite che pure aveva lasciato sviluppare nell'isola durante il periodo napoleonico, anche per sollecitazione inglese. Nello Stato Pontificio la Restaurazione, dapprima sotto il cardinale Rivarola, significò reazione radicale alle istituzioni francesi e persecuzione dei loro fautori; in un secondo tempo però, con il più illuminato governo del cardinale Consalvi, essa valorizzò le esperienze del periodo napoleonico. Anche in politica estera Consalvi mantenne un certo distacco dal direttorio delle grandi potenze, tra l'altro rifiutando di aderire, oltreché alla Santa Alleanza, alla stessa Lega Italica progettata da Metternich. Il malcontento che fermentava a opera di ex ufficiali napoleonici, di ex funzionari filofrancesi, di liberi spiriti aveva una prima manifestazione nel 1820-21. Da Napoli, sotto la suggestione della rivoluzione di Spagna del gennaio 1820 e per iniziativa di “carbonari” muratiani, il moto si estendeva alla Sicilia, dove però le istanze autonomistiche del governo liberale formatosi a Napoli secondo la richiesta costituzione di modello spagnolo furono subito represse. Presto erano corse intese anche tra le società segrete di Lombardia, Romagna, Piemonte, dove raggiungevano persino un erede al trono, Carlo Alberto di Savoia-Carignano. Ma anche l'organo repressivo della Santa Alleanza si metteva in movimento: nel Congresso di Lubiana, con l'adesione dello spergiuro re Ferdinando, era decisa la repressione nel regno del Sud con truppe austriache (1821). Cosa analoga queste facevano per iniziativa del reggente Carlo Felice in Piemonte (aprile 1821). In Lombardia, a Modena, nello Stato Pontificio avrebbero completato l'azione repressiva polizia e tribunali nel 1823-24 (S. Pellico, P. Maroncelli, F. Confalonieri). La Rivoluzione francese del luglio 1830 spingeva nel 1831 nuovamente all'azione gruppi di carbonari, che facevano affidamento sulla Francia liberatrice, ma pare, con calcolo errato, anche su ambizioni dinastiche di Francesco IV di Modena: l'insurrezione dilagava da Modena e Reggio alle Legazioni e alle Marche, dove gli insorti creavano uno Stato delle province unite con governo provvisorio a Bologna. Nuovamente intervenivano le truppe austriache su richiesta del duca di Modena. Queste entravano poi ancora nelle Legazioni e nelle Marche quando i liberali, insoddisfatti delle riforme introdotte nell'amministrazione in seguito al memorandum delle potenze (21 maggio 1831), avevano ripreso le agitazioni. Ma stavolta a controbilanciare la presenza austriaca nello Stato Pontificio, sbarcavano ad Ancona forze francesi: e la duplice occupazione durò fino al 1835. Dal 1831, a fianco dell'iniziativa liberal-costituzionale e indipendentistica, appoggiata a principi e sostenuta dalla Carboneria, si dispiegarono dal basso quella democratico-repubblicana e rigorosamente unitaria di G. Mazzini e della sua Giovine Italia, società inserita presto nel più ambizioso quadro della Giovine Europa. Essa fece le sue prime esperienze, invero negative, in Piemonte (1834) partecipe Garibaldi, in Calabria nel 1844 con i fratelli Bandiera, poi in Romagna nel 1854. Tali azioni accentuavano la polemica politica e fornivano argomenti ai programmi moderati che prospettavano l'unità politica nella forma attenuata di una confederazione degli Stati esistenti, previe riforme interne che li modernizzassero nelle strutture, nella vita economica, nella cultura, e questo con il rilievo precipuo dell'elemento cattolico-papale nella tradizione nazionale in spirito neoguelfo (V. Gioberti, A. Rosmini, N. Tommaseo, M. D'Azeglio) e con riguardo alle possibilità offerte dal gioco dell'equilibrio delle potenze (C. Balbo). E non mancava un federalismo repubblicano (C. Cattaneo) con forte accento anticlericale (G. Ferrari), che era condiviso dai “neoghibellini” (G. Niccolini). A codesti moti e a codesti sviluppi di pensiero risorgimentale in concordia discors si contrapponevano sia la repressione poliziesca sia la polemica ideologicamente conservatrice, particolarmente impegnata nel fronteggiare il movimento mazziniano. E questo nel Sud sotto Ferdinando II, in Sicilia (1837), nello Stato Pontificio sotto Gregorio XVI, a Modena; mentre nel Lombardo-Veneto dal nuovo imperatore Ferdinando I erano elargite amnistie e in Toscana perdurava la tradizione leopoldina di buona amministrazione e di tolleranza. In Piemonte sotto Carlo Alberto si venivano intanto preparando gli uomini e i programmi che avrebbero fatto del regno subalpino la guida del moto risorgimentale nella direttiva liberale-moderata. Un impulso imprevisto veniva dato al movimento delle riforme dal nuovo papa Pio IX con amnistie per reati politici, con l'introduzione di laici nel governo, con la creazione di una Consulta di Stato, creando con ciò l'equivoco e il mito del papa “liberale”. Intanto si delineava nell'economia del Paese una crescita, sia pur lenta e graduale, della produzione industriale con la meccanizzazione delle imprese di tessitura e filatura; più invero nel Lombardo-Veneto e in Toscana e meno nello Stato Pontificio e nel Piemonte. Sostanzialmente rurale e a coltura estensiva rimaneva l'economia nel Sud con la proprietà terriera accentrata in latifondi. La cultura invece passando dal classicismo al romanticismo era in vigoroso sviluppo. L'Italia, già in fermento fin dal 1846-47 per le riforme di Pio IX e la loro valorizzazione da parte dei promotori di liberalismo e unità nazionale, veniva investita dal movimento rivoluzionario di fuori con sviluppi cui apportavano il loro contributo sia iniziative dall'alto (dei Savoia, di Pio IX, parzialmente dei Borbone di Napoli e dei Lorenesi di Toscana), sia iniziative popolari (di Mazzini, di Garibaldi, di Cattaneo con i democratici lombardi, di Montanelli e dei democratici toscani). Anche in Italia il biennio 1848-49 può essere distinto in due fasi: una prima di insurrezioni vittoriose e una seconda di rallentamento nei moti, di isolamento dei radicali e infine di eliminazione dei governi insurrezionali. Inoltre l'insuccesso delle correnti liberali e democratiche nella loro fase di potere, a Milano, in Toscana, a Napoli-Palermo, a Roma, con la confermata egemonia austriaca nella “seconda Restaurazione”, aprì la strada al costituzionalismo piemontese (D'Azeglio, Cavour), che dispiegava ardite iniziative tanto nelle innovazioni interne quanto nella politica estera in vista dell'ormai prossima indipendenza e dell'unità nazionale.

Storia: il 1848

Questo anno si caratterizza per la molteplicità dei centri e la multiformità delle forze che premono per il mutamento o addirittura per il rovesciamento dell'ordine esistente. Con il passare del tempo, alle richieste di libertà politica, di istituzioni rappresentative, di indipendenza e unità nazionale, si sono aggiunte istanze più radicali di rivendicazione del potere al popolo o addirittura socialiste di una nuova struttura economica e sociale. Però nel biennio sono gli interessi della borghesia che in prevalenza si fanno valere (libero commercio, sviluppo di strade, canali, ferrovie, espansione del capitale, applicazione delle macchine alla produzione artigianale). Già nel gennaio 1848 la Sicilia era insorta reclamando la Costituzione autonomistica del 1812 e Ferdinando II (1830-59) elargiva a Napoli il 29 gennaio una Costituzione. Carlo Alberto il 4 marzo 1848 pubblicava lo Statuto formando un governo costituzionale con a capo C. Balbo; già Leopoldo II di Toscana aveva concesso la richiesta Costituzione sul modello di quella francese del 1830; e pure Pio IX pubblicava una Costituzione (14 marzo), invero con disposizioni particolari. Per riflesso della rivoluzione di Vienna si agitava anche il Lombardo-Veneto come pure i ducati padani. I milanesi respingevano un editto imperiale che prevedeva rappresentanze di tutte le province in una dieta e, con lo stimolo e sotto la direzione di radicali democratici (Cattaneo), organizzavano la rivolta armata, obbligando gli austriaci a sgombrare la città (Cinque Giornate, 18-22 marzo). E con il ritiro delle truppe austriache anche i duchi di Parma e di Modena erano costretti a cedere ai rivoltosi. A dare man forte agli insorti lombardi organizzatisi rapidamente in milizie volontarie, interveniva Carlo Alberto inalberando il tricolore del Regno d'Italia, sia pure inserendovi la croce sabauda. La guerra antiaustriaca si proclamava guerra “nazionale” e a essa aderivano i governi costituzionali di Toscana e Napoli e, inizialmente, lo stesso Pio IX. Questi però, a breve scadenza, in un'allocuzione del 29 aprile, limitava la funzione delle truppe pontificie alla salvaguardia dei confini, pur consigliando a Vienna di rinunziare alle sue province di qua dalle Alpi. Intanto anche Venezia era stata sgombrata dagli Austriaci e aveva creato un governo provvisorio inalberando nuovamente l'insegna di San Marco su ispirazione di Manin. I successi militari di Carlo Alberto (Peschiera) e politici (il plebiscito di annessione al Piemonte) erano però di corta durata; sconfitto nel luglio a Custoza, nell'Armistizio Salasco si obbligava a sgomberare i ducati padani e a sciogliere i corpi di volontari lombardo-veneti. Queste vicende politico-militari, in cui si era inserito anche G. Garibaldi, accorso dall'America, avevano avuto immediate ripercussioni su quelle interne dei singoli Stati, dove i partiti si scontravano nei giornali, nei Parlamenti, nei comizi, propugnando i loro programmi: dal costituzionalismo moderato al radicalismo democratico-repubblicano, dal tradizionale municipalismo al federalismo giobertiano o addirittura all'unitarismo mazziniano, che sollecitava la “costituente italiana”, in cui i radicali senza volerlo facevano il gioco dei fautori dell'assolutismo. Infatti già nel maggio 1848 Ferdinando II scioglieva la Camera a Napoli, senza tuttavia, per il momento, piegare il separatismo siciliano; Pio IX, con l'assassinio del suo ministro costituzionale P. Rossi a opera di un popolano mazziniano (Ciceruacchio), vedeva infranto il suo tentativo di stabilire ordine nel quadro delle nuove istituzioni e abbandonava Roma per non contestare né subire le direttive del nuovo governo “democratico”. In tal modo i radicali mazziniani avevano mano libera: un triumvirato, Mazzini, Saffi e Armellini, convocava un'Assemblea Costituente romana, pensata come parte della Costituente italiana (febbraio 1849), che dichiarava decaduto il potere temporale dei papi e proclamava la Repubblica Romana. Una radicalizzazione analoga era avvenuta pure in Toscana con il governo di D. Guerrazzi, inducendo il granduca a raggiungere Pio IX nell'esilio di Gaeta (febbraio 1849). Anche a Torino falliva il moderatismo del governo Gioberti sia in politica interna sia in quella estera: i democratici con U. Rattazzi al governo imponevano la denunzia dell'armistizio con l'Austria, la ripresa delle ostilità, in coordinazione con l'insurrezione di Brescia (marzo 1849); ed esse si concludevano rapidamente con la sconfitta di Novara, l'abdicazione di Carlo Alberto, la successione di Vittorio Emanuele II che, pur accettando pesanti clausole militari e finanziarie, sapeva resistere alla richiesta di abolire lo Statuto (Pace di Torino, agosto 1849). Ne conseguiva la dura repressione di Brescia (Dieci Giornate) e anche la Repubblica di S. Marco, assediata, doveva, pur difesa da patrioti d'ogni regione, capitolare per la fame e per il colera (24 agosto 1849). La seconda Restaurazione procedeva rapida: nel maggio Palermo cedeva ai Borbone; in Toscana Leopoldo II, richiamato, era rientrato a Firenze con scorta austriaca; la Repubblica romana rimaneva isolata, divisa da fazioni, premuta dall'esterno dagli interventi chiesti dal papa alle potenze cattoliche (Napoli, Spagna, Austria e la Francia con Luigi Napoleone presidente). E alle forze francesi, la difesa, diretta da Garibaldi, doveva cedere il 1º luglio 1849. L'Italia sembrava così ritornata alla situazione del 1846: ma i fermenti e le esperienze del 1848-49 erano destinati a spezzare definitivamente anche la seconda Restaurazione di lì a un decennio.

Storia: la politica di Cavour

Nel 1849, dopo una fase di predominanza del radicalismo mazziniano, i vecchi regimi erano ritornati al potere in virtù delle forze conservatrici di fuori ma in collaborazione con quelle interne (fatta eccezione per lo Regno subalpino). La durezza delle repressioni e la dimostrazione di forza della polizia e degli eserciti, che Vienna controllava e coordinava, senza tuttavia riuscire nel progetto di una lega doganale sul modello di quella tedesca (1852), avevano come risposta un'intensificazione della propaganda mazziniana coordinata da fuori da un Comitato democratico europeo e attiva in comitati locali (a Mantova con E. Tazzoli, 1852; a Milano, con A. Sciesa, febbraio 1851; in Cadore, con P. F. Calvi, settembre 1853). Meno energica l'azione nei ducati padani, a Modena e Parma, anche per un certo ritorno di quei principi al riformismo paternalistico e per un certo distanziamento da Vienna. Vive le aspirazioni liberali in Toscana di fronte al governo decisamente reazionario di Leopoldo II, che aveva revocato la Costituzione e abbandonato il tradizionale giurisdizionalismo nel concordato del 1851 con Pio IX. Fortemente controllata l'opinione pubblica nello Stato Pontificio con un motu proprio di riforme, promesse, ma non applicate, e l'occupazione straniera austriaca e francese di buona parte del territorio. Il regime ierocratico si rivelava sempre meno conciliabile con le nuove idee e con le nuove istituzioni costituzionali e il mito di Pio IX liberale e generoso svaniva non solo negli animi degli intellettuali e borghesi già fautori del neoguelfismo, ma pure in gran parte del popolo. Anche l'azione di un Comitato nazionale romano di moderati in relazione con Torino era presto bloccata, mentre continuava l'iniziativa rivoluzionaria dei mazziniani nell'illegalità. A Napoli Ferdinando II riprendeva a governare dispoticamente, simpatizzando con il popolino, ma isolandosi dal ceto culturale del Paese: personalità come L. Settembrini, C. Poerio, S. Spaventa venivano duramente condannate per la loro attività nella società segreta Unità italiana (gennaio 1851 e ottobre 1852). All'isolamento del re nei rapporti con i sudditi si aggiungeva quello del regno sul piano internazionale, soprattutto nelle relazioni con l'Inghilterra (Due lettere di Gladstone sulle persecuzioni del governo napoletano) e con la Francia dal 1856. Anche qui ci fu un moto mazziniano (quello di C. Pisacane a Sapri, 1857), che venne di nuovo represso, determinando indirettamente una crisi nei rapporti con il governo di Torino. Così il Regno delle Due Sicilie, nonostante un forte impegno in lavori pubblici, si avviava alla crisi, persistendo pure il contrasto tra Napoli e Palermo, dove l'avversione ai Borbone era pressoché generale e cresceva la simpatia per il Piemonte. L'iniziativa indipendentistica e, subordinatamente, unitaria rimaneva pertanto con prospettive di concreta efficienza nel Piemonte costituzionale: esso si veniva preparando alla sua funzione italiana con la trasformazione delle sue strutture interne in senso liberale, sia in campo ecclesiastico e fiscale (leggi Siccardi-Rattazzi, 1855), sia in campo economico, sotto la salda direzione di C. Benso di Cavour e la sua maggioranza parlamentare di centrosinistra. Il Regno subalpino si inseriva poi, in vista delle aspirazioni indipendentistiche italiane, nella politica delle grandi potenze alleandosi con Francia e Inghilterra nella guerra antirussa di Crimea (1854-55) e tentando di inserire il problema italiano nell'ordine del giorno della Conferenza di Parigi (1856) in posizione nettamente antiasburgica. Miglior esito ebbero al riguardo gli Accordi di Plombières (1858) per una guerra all'Austria, che Cavour, eludendo la mediazione di pace inglese, si faceva dichiarare, rifiutando lo scioglimento dei corpi volontari intimato dall'Austria. Francesi e piemontesi riuscivano a riunirsi, a battere gli austriaci, a entrare trionfalmente accolti in Milano; e questo in coordinazione con i Cacciatori delle Alpi organizzati e comandati da Garibaldi. Intanto la Società nazionale d'ispirazione cavouriana, che accettava la direzione piemontese del movimento nazionale, provocava il crollo del regime granducale a Firenze e quello dei Borbone e degli Estensi a Parma e Modena, nonché del governo papale nelle Legazioni, dando vita ai governi provvisori di Ricasoli in Toscana, di Farini in Emilia, che subito chiedevano l'appoggio del Piemonte e vi si dichiaravano annessi, proclamando Vittorio Emanuele “dittatore”. Nelle Marche e in Umbria invece le insurrezioni venivano represse dai pontifici. Ma la guerra di liberazione, dopo le sanguinose battaglie a Solferino e San Martino (24 giugno 1859), veniva improvvisamente fermata dall'Armistizio di Villafranca (11 luglio 1859) concordato a due tra Francesco Giuseppe e Napoleone III e dalla successiva Pace di Zurigo (10 novembre 1859) senza consultazione del re subalpino. I sovrani di Modena, Parma, Firenze potevano ritornare sui loro troni (ma senza aiuto di fuori, come era avvenuto nel 1849) e l'Austria era ammessa nella prevista confederazione degli Stati d'Italia. Cavour dava le dimissioni, ma continuava ad alimentare l'azione clandestina contro le clausole dell'armistizio: ufficialmente i commissari sardi nei ducati e in Toscana erano ritirati dal nuovo governo Lamarmora-Rattazzi; ma questi vi rimanevano di fatto per voto di assemblee costituenti che rinnovavano l'annessione al Piemonte. Codesti avvenimenti mantenevano così aperta la questione italiana. Era quanto voleva Cavour, il quale, ritornato al potere (gennaio 1860), riusciva a convincere Napoleone III a riconoscere il diritto di autodecisione delle popolazioni (come già aveva fatto l'Inghilterra), sia pure cedendo quale contropartita Nizza e Savoia. E i plebisciti sanzionavano nel marzo 1860 le annessioni di Toscana, ducati e Legazioni al Regno subalpino.

Storia: da Garibaldi al Regno d’Italia

Gli avvenimenti politico-militari del Nord non tardavano a ripercuotersi nel Sud. Qui l'agitazione antiborbonica, sia tra intellettuali e borghesia sia tra i contadini, era esplosa in turbolenze alimentate dai mazziniani di Sicilia, specialmente a Palermo. Vi si inseriva la Società nazionale da fuori con F. Crispi e G. La Farina, organizzando la “spedizione dei Mille”, volontari sotto il comando di Garibaldi (maggio 1860), non senza l'aiuto finanziario piemontese e il tacito assenso di Cavour. La conquista della Sicilia era rapida per l'apporto dei contadini insorti (picciotti), per i decreti agrari di Garibaldi che accentuavano il carattere rivoluzionario e sociale dell'impresa, per lo sfaldamento dell'esercito borbonico. Ancor più facile l'ulteriore marcia su Napoli per l'entusiasmo delle popolazioni e la demoralizzazione dell'esercito borbonico. A Napoli il “prodittatore” veniva raggiunto da Mazzini che premeva per un'assemblea costituente in vista di uno Stato unitario repubblicano. Garibaldi dichiarava che il Regno unito d'Italia sotto Vittorio Emanuele l'avrebbe proclamato solo a Roma. Di fronte a questo, per riavere in mano l'iniziativa, Cavour, assicuratosi il consenso di Napoleone III, decideva l'intervento regio. Con il motivo di disordini in Umbria e nelle Marche papali, le faceva occupare (settembre 1860) e poco dopo (novembre) le chiamava con un plebiscito all'annessione. Le truppe piemontesi stringevano poi d'assedio Gaeta, ultimo fortilizio dei Borbone, quando già a Napoli e a Palermo era stato tenuto (21 ottobre 1860) il plebiscito per l'annessione a Torino. Tuttavia la battaglia diplomatica per ottenere il riconoscimento delle annessioni si presentava dura: però l'assenso, calcolato, inglese determinava quello, meno convinto, di Parigi. Nel febbraio del 1861 si poteva pertanto riunire il primo Parlamento con deputati di tutta l'Italia libera: esso proclamava (17 marzo 1861) il Regno d'Italia e per esso rivendicava subito Roma come capitale. L'unificazione così rapidamente attuata poneva al nuovo Stato un gran numero di problemi: un bilancio gravato di spese, dell'onere di debiti con il difficile reperimento di nuove entrate; l'ordine pubblico minacciato dal malcontento organizzato nel Sud, leggi, consuetudini, procedure giudiziarie assai differenti nelle diverse parti dello Stato; un diverso sviluppo economico e un diverso tenore di vita tra il Nord e il Sud. L'improvvisa morte di Cavour (giugno 1861) ne rendeva anche più difficile la soluzione. Lo Stato unitario si costituiva inoltre centralizzato a scapito di autonomie attese e senza riguardo alle tradizioni regionali. La pressione dei radicali per il completamento dell'unità con il Veneto e Roma, ispiratore Garibaldi, era forte e imponeva prese di posizione impopolari (Aspromonte, 1862). La questione romana del 1864 (convenzione di settembre) veniva accantonata per riguardo a Napoleone III: quella del Veneto era risolta, invero in modo insoddisfacente, inserendo l'Italia (1866) nella tensione tedesca tra Prussia e Austria, con l'alleanza italo-prussiana (anche per prevenire l'azione di forza progettata dalla sinistra mazziniana con Garibaldi). La sola Venezia Euganea era così annessa nell'ottobre 1866, sempre con plebiscito. Anche la questione romana maturava in connessione con la situazione internazionale, dopo il vano tentativo di ottenere da Pio IX la cessione pacifica di Roma al nuovo Stato unitario con la controparte di una politica ecclesiastica ispirata al principio enunciato da Cavour di “libera Chiesa in libero Stato”. La caduta di Napoleone III, protettore interessato del residuo di potere temporale dei papi, permetteva all'esercito regio l'azione di forza di porta Pia (20 settembre 1870). Questa soluzione militare doveva però attendere a lungo quella politica del riconoscimento internazionale. Pio IX infatti sospendeva il Concilio Vaticano I, si dichiarava prigioniero e non più in grado di esercitare liberamente le sue funzioni di reggitore della Chiesa universale, comminava nuovamente la scomunica sugli “usurpatori” dello Stato Pontificio e rifiutava per il contenuto, oltreché per il suo carattere unilaterale di disposizione non negoziata, la “legge delle guarentige” (maggio 1871). Questa, approvata non senza contrasti tra moderati e radicali, intendeva salvaguardare le prerogative del pontefice romano e della Santa Sede, mantenendo, per quanto riguardava le relazioni dello Stato con la Chiesa, il placet e l'exequatur dello Stato alla nomina di vescovi e parroci, lasciando inoltre sopravvivere le leggi eversive delle istituzioni e proprietà ecclesiastiche, riservando la nuova regolamentazione a ulteriore legge, che però non fu mai impostata fino al 1925.

Storia: la destra storica

L'unità territoriale si era realizzata con il consenso piuttosto passivo di una parte considerevole della classe dirigente nell'euforia del successo militare e politico del Piemonte: rimaneva da realizzare l'unità nell'amministrazione, nelle leggi e, più oltre, nella struttura economica, nel costume, nella cultura, nella mutua conoscenza e nella mutua estimazione. Occorreva radicare l'unità nelle coscienze con l'educazione e la cultura popolare, con la partecipazione più larga di ceti e gruppi alla vita dello Stato, alla determinazione dei suoi compiti e alla formulazione delle sue leggi. Ne dovevano essere premessa la scuola primaria obbligatoria e gratuita, l'allargamento del diritto di voto, il mitigamento delle esclusioni politiche. L'accentramento amministrativo contro le istanze autonomistiche avanzate tra gli altri da M. Minghetti e C. Farini si accompagnava all'uniformità legislativa, che era in sostanza rappresentata dall'estensione al resto dell'Italia delle leggi piemontesi. Bisognava fondere le economie di numerosi Stati che si erano sviluppate isolatamente, con proprie barriere doganali e differenti criteri d'imposizione tributaria. L'abolizione delle barriere interne danneggiò pertanto le industrie locali, specialmente nel Sud: tuttavia le costruzioni ferroviarie e il miglioramento della viabilità avviarono all'integrazione dell'economia prevalentemente agricola del Sud con quella sempre più industrializzata del Nord, mentre la Toscana sviluppava le sue tipiche manifatture e ne impiantava di nuove. Anche la navigazione si adeguava all'unità territoriale con il maggior movimento di merci e passeggeri, dando incremento all'industria dei cantieri navali, ancora agli inizi. Il credito affiancò lo sviluppo dell'economia, con larga partecipazione anche di capitale straniero. Nel sistema fiscale prevalevano tuttavia le imposte indirette sui generi di largo consumo rispetto a quelle dirette sui redditi. Perdurava il divario nel tenore di vita tra le zone industrializzate del Nord e quelle ad agricoltura, prevalentemente estensiva, del Meridione. E di questo lo Stato si rendeva consapevole attraverso inchieste parlamentari sulle condizioni di vita nelle campagne (inchiesta Jacini, 1876) e nelle industrie. Anche per merito della pressione dal basso delle organizzazioni operaie, confortata da un largo movimento di opinione pubblica, lo Stato si avviava sulla strada della legislazione sociale. Tuttavia, in seguito all'aumento della popolazione in misura superiore a quello dei mezzi di sussistenza diretti o indiretti, si determinò a partire dal 1880 il grande fenomeno dell'emigrazione in Europa e oltreoceano, che ha dato per alcuni anni una sua impronta alla vita economica nazionale, e non soltanto a quella. L'attività politico-legislativa e quella amministrativa locale erano consentite, come elettori ed eletti, solo a chi aveva un reddito, all'incirca solo al 2% della popolazione. Ma da quella politica rimanevano assenti anche quanti riluttavano in coscienza a riconoscere lo Stato unitario che aveva manomessi diritti dichiarati intangibili dalla Santa Sede e sviluppato una legislazione antiecclesiastica. Nel ceto, poi, che esercitava il potere, la maggioranza (di destra) considerava suo compito immediato il consolidamento delle istituzioni esistenti, il rafforzamento dello Stato in senso accentratore, il pareggio del bilancio. Ma tale politica era contestata da gruppi della borghesia intellettuale di formazione giacobina e mazziniana, che sollecitavano una laicizzazione più radicale per scuole e opere pie, che propugnavano un sistema tributario meno gravoso per le classi lavoratrici, nonché un allargamento del diritto di voto ai cittadini non abbienti, operai e artigiani: e questo nello spirito di Mazzini e di Saint-Simon in “patti di fratellanza”, ma anche in quello di K. Marx in società operaie esprimenti la solidarietà del proletariato nella lotta contro i detentori della ricchezza e del potere, ovvero, addirittura nello spirito ancor più radicale dell'anarchico M. A. Bakunin contro ogni forma di autorità e di disuguaglianza. Dei 600.000 iscritti nelle liste elettorali del 1871 (su 25 milioni) si presentarono alle urne solo i due terzi: e tra i non votanti erano facilmente avvertibili gli astensionisti (più nel Nord e nel Centro che nel Sud) per protesta contro la direttiva antipapale e anticlericale dello Stato. Il governo democratico e radicale della sinistra iniziato nel 1876 avviava a un allargamento del voto: nel 1882 gli elettori salivano al 10% pur venendo ridotti di nuovo da Crispi con una legge elettorale restrittiva (1887) al 7%. Nel 1892 si costituiva il Partito Socialista Italiano (PSI), con una rappresentanza parlamentare di uomini autorevoli. Nuovi problemi venivano così posti alla tribuna parlamentare come nei giornali e nei comizi. La critica socialista, poi, della società per le misere e insicure condizioni cui in essa erano ridotti operai, braccianti, piccoli coltivatori, era sempre più affiancata da quella di agguerrite cerchie cattoliche fuori del Parlamento, ma già attive nelle amministrazioni locali, in organizzazioni cooperative e assistenziali sulla scorta dell'enciclica Rerum Novarum di Leone XIII. Esse, coordinate nazionalmente in un'Opera dei Congressi cattolici, stavano preparando, pur nell'astensione dalle urne politiche imposta dal non expedit papale, l'azione politica organizzata. Ma lo scioglimento di associazioni socialiste, cattoliche e repubblicane ebbe per la formazione della coscienza nazionale l'effetto negativo di confermare in larghe cerchie della popolazione l'idea che lo Stato messo in vita dal Risorgimento fosse qualcosa di estraneo e di ostile alla povera gente e a istituzioni che essa aveva care. La destra storica, con i ministeri Lanza (1869-73) e Minghetti (1873-76) nel frattempo era riuscita a consolidare la situazione internazionale del giovane Regno, aveva portato al pareggio il bilancio, ma introducendo odiose imposte indirette (quella sul macinato), aveva ampliato la rete ferroviaria, impostandone inoltre il riscatto dal capitale straniero; aveva represso tentativi insurrezionali in Romagna e Toscana.

Storia: dall’ascesa della sinistra a Giolitti

Nel marzo 1876, su una questione di procedura, Minghetti era messo in minoranza e cedeva la direzione del governo alla sinistra guidata da A. Depretis, che fin dal 1871 ne aveva delineato il programma. Nel nuovo gabinetto entravano, tra gli altri, G. Nicotera e G. Zanardelli, mentre alla presidenza della nuova Camera era nominato Crispi. Il nuovo re Umberto I affidava la formazione del governo a B. Cairoli (1879-80); però Depretis ritornava presto e per ben sette anni al potere (1881-87), mettendosi in grado di far approvare da maggioranze combinate di volta in volta tra sinistra e opposizione (trasformismo) l'istruzione elementare obbligatoria e gratuita, la semplice facoltatività dell'insegnamento religioso, la riduzione delle imposte indirette e della tassa sul macinato, l'allargamento del diritto di voto a tutti quanti sapevano leggere e scrivere. In politica estera la sinistra s'impegnava nella Triplice Alleanza con Germania e Austria-Ungheria (1882) per rivalsa contro la Francia a Tunisi, ottenendo, nella rinnovazione del 1887, garanzie di compensi nel caso di modifica dello status quo nei Balcani o nel Mediterraneo. Più vivaci tensioni interne e maggiore attivismo nella politica estera erano aperte dal ministero di Crispi a carattere autoritario e imperialistico (1887-96) con l'intermezzo di un gabinetto Di Rudinì (1891-92) e del ministero Giolitti (1892-93); ma l'impresa d'Africa portava a un'umiliante sconfitta (Adua, 1896). Di Rudinì, richiamato (1896-98), riusciva a concludere la guerra con l'Abissinia e cercava di mitigare gli animi dei promotori delle agitazioni sociali, rudemente represse da Crispi in Sicilia e in Lunigiana, con amnistie. Ma a Milano, al fine di soffocare tumulti di operai e massaie per il rincaro del pane, si ricorreva all'autorità militare che sparava sulla folla e arrestava esponenti socialisti, repubblicani (1898) e cattolici (don Albertario, portavoce del movimento cattolico, insieme religioso, politico e sociale). Codesti “fatti di Milano” facevano cadere il ministero Di Rudinì: il suo reazionario successore, generale Pelloux (1898-1900), combattuto fieramente dalla Camera, lasciava infine il posto a G. Saracco (1900-01), non sgradito alle sinistre. Ma quanto fosse difficile placare le esasperazioni lo mostrava di lì a poco (29 luglio 1900) l'assassinio di Umberto I a Monza, per mano di un anarchico. Il giovane nuovo re Vittorio Emanuele III (1900-46) incaricava della formazione del governo G. Zanardelli (1901-03), che con G. Giolitti agli Interni e Prinetti agli Esteri avviava al decennio di potere di Giolitti (1903-14), caratterizzato da una nuova direttiva di governo e di amministrazione. Essa consisteva nell'inserire nel programma di governo le istanze delle opposizioni e nell'attrarre nell'orbita dell'azione legale, e quindi della collaborazione, i rappresentanti delle opposizioni più sensibili alle realizzazioni pratiche, isolando gli intransigenti (internazionalisti, anarchici, repubblicani). Ciò avveniva con l'ulteriore sviluppo della legislazione sociale, con la fondazione di un Consiglio superiore del lavoro (1906) di cui erano membri anche rappresentanti dei sindacati, di un Commissariato dell'emigrazione per l'assistenza agli emigrati, nonché grazie a un nuovo atteggiamento della forza pubblica e dei tribunali nei riguardi delle organizzazioni operaie e delle loro agitazioni per migliorare le loro condizioni di lavoro. Nel PSI si delineava, di fronte a questo, una corrente disposta ad accettare il metodo democratico per ottenere la soddisfazione delle aspirazioni delle masse. Anche nei riguardi dei cattolici intransigenti, già attivi nelle amministrazioni degli enti locali e di istituzioni sociali pubbliche, riusciva la tattica giolittiana, ottenendo che l'elettorato cattolico ubbidiente alle direttive della gerarchia sostenesse contro candidati socialisti candidati liberali, previo loro impegno di rispettare le istituzioni religiose (patto Gentiloni, 1913), senza però riaprire per questo e con questo la questione romana con la Santa Sede. In politica estera veniva attenuato da Giolitti il rigido triplicismo con un riavvicinamento alla Francia, che riconosceva ora gli interessi italiani in Africa. Così veniva preparata e attuata la conquista della Libia (1911-12) che rispondeva alle sollecitazioni della destra nazionalista (E. Corradini) per una politica espansionistica. Quasi a contrappeso di codesta politica militarista Giolitti nel 1913 promuoveva il suffragio universale maschile, in virtù del quale gli elettori politici salivano al 24%, per passare al 29% nel 1919. Ma l'inserzione delle nuove forze popolari non consentiva più al governo il tradizionale controllo delle elezioni e della Camera. L'avanzata dei socialisti e la presenza di cattolici spaventava la maggioranza dei deputati “ministeriali” che sollecitavano una politica più conservatrice. Il portavoce riconosciuto di tale esigenza, A. Salandra (1914-16), formava il nuovo governo, che rivelava subito la sua direttiva reprimendo duramente le agitazioni antimilitariste della “settimana rossa” (1914).

Storia: la Grande Guerra

La crisi internazionale che maturava poneva in primo piano i problemi di politica estera, riservata per consuetudine a cerchie ristrette di corte e di governo, senza partecipazione del Parlamento. Ed essi erano la neutralità o l'intervento e le condizioni dell'una e dell'altro; e anche questo, nel quadro degli accordi politico-militari esistenti o diversamente considerando le prospettive di un conflitto europeo di vaste proporzioni, presentito da molti come ineluttabile e che di fatto iniziava nei Balcani per estendersi rapidamente a tutta l'Europa nell'aprile 1914. Nel rapido susseguirsi delle dichiarazioni di ostilità, l'Italia aveva dichiarato la propria neutralità, ma per l'intervento premevano molteplici forze dall'esterno e dall'interno. Con maggior efficacia si muovevano i fautori dell'intervento a favore di Francia, Belgio e Gran Bretagna democratiche: radicali, massoneria, socialisti riformisti, l'ex socialista B. Mussolini, gli irredentisti trentini e triestini tra cui il socialista C. Battisti, ai quali presto si univano anche i nazionalisti con la vivace propaganda del poeta G. D'Annunzio. Larghe cerchie dell'opinione pubblica però rimanevano contrarie all'intervento: oltre ai socialisti per tradizione pacifisti, gran parte dei cattolici per avversione alla guerra e per solidarietà con le direttive papali di pace. Nel Parlamento la corrente giolittiana, che vi deteneva la maggioranza, era per una neutralità negoziata con l'Austria al fine di ottenere pacificamente, quale controparte, le terre irredente. Il governo Salandra, orientato in senso nazionalistico, autorizzava il ministro degli Esteri A. Paternò-Castello, marchese di San Giuliano, e poi S. Sonnino a trattare con Vienna e Berlino (ottobre 1914) per ottenere Trento e Trieste quale compenso per l'espansione dell'Austria-Ungheria nei Balcani. Al rifiuto di Vienna, nonostante le pressioni di Berlino, erano aperte trattative segrete con l'Intesa che si concludevano con il Patto di Londra (26 aprile 1915): il corrispettivo dell'intervento dell'Italia contro l'Austria (non contro la Germania, cosa che avverrà nel 1916) era il Trentino, l'Alto Adige fino al Brennero, Trieste e l'Istria, parte della Dalmazia esclusa Fiume, e altre terre nei Balcani e in Asia Minore a spese dell'Impero ottomano. Alla denunzia della Triplice la maggioranza del Parlamento si distanziava dal governo; ma a favore di questo si scatenavano manifestazioni di piazza e quando Salandra presentava le dimissioni, il re le respingeva coprendo con il prestigio della corona Salandra e la sua politica. Il lealismo monarchico prevaleva nella Camera, che accordava i pieni poteri richiesti, contrari i socialisti: e il governo dichiarava la guerra all'Austria il 24 maggio 1915. Cominciò così quella lunga guerra di logoramento che mutò volto nel 1916, quando la Germania, alleggerita sul fronte orientale dalla crisi russa, appoggiava gli austriaci in un'azione pensata decisiva sul fronte italiano. L'armata dell'Isonzo veniva travolta per aggiramento, aprendo la pianura (Caporetto, ottobre 1917); però il fronte era ristabilito sul Piave con rinforzi alleati e l'Italia rimaneva nell'Intesa, accettando la direzione strategica unitaria di un comando interalleato. Il Paese aveva reagito alla sconfitta di Caporetto e alle recriminazioni circa i responsabili (i generali o il disfattismo interno di socialisti e cattolici pacifisti?) con slancio patriottico intensificando anche l'apprestamento di uomini e mezzi. La controffensiva italiana dell'ottobre 1918 si trovava ancora di fronte un esercito combattivo e piegandolo con le armi (Armistizio di Villa Giusti, 4 novembre 1918) sigillava la dissoluzione dell'Impero asburgico. La politica estera era stata sempre coordinata a quella dell'Intesa sia nella dichiarazione di guerra anche alla Germania e ai suoi alleati, sia nella determinazione nei fini della guerra, come pure nella risposta all'appello di pace di papa Benedetto XV nel 1917, e nei riguardi della Rivoluzione russa e dei “14 punti” di Wilson. Nel giugno del 1916 Salandra aveva ceduto il posto a P. Boselli che aveva allargato il governo a cattolici e socialisti riformisti. Nel 1917 nella crisi di Caporetto la direzione del governo era assunta da V. E. Orlando con un impegno di unione nazionale e di resistenza patriottica, accettando più apertamente la politica interalleata. E Orlando rappresentò l'Italia a Parigi nella conferenza per la pace (1919).

Storia: la nascita del regime fascista

Nella Conferenza di Parigi l'Italia non ebbe difficoltà a ottenere nei confronti dell'Austria umiliata il confine del Brennero (Trattato di Saint-Germain-en-Laye, 10 settembre 1919): aveva incontrato invece l'opposizione del nuovo Stato dei Serbi-Croati-Sloveni la rivendicazione di Istria e Dalmazia, in particolare quella di Fiume, che si era dichiarata italiana e che D'Annunzio aveva occupato con volontari non senza intenzioni rivoluzionarie di maggiore portata contro il governo di F. S. Nitti, succeduto a Orlando nel giugno 1919. Il Trattato di Rapallo, negoziato laboriosamente in seguito da Giolitti, stabilì i confini con la Iugoslavia, riconoscendo a Fiume la condizione di “Città libera” (1920; un successivo compromesso nel 1924 con Mussolini ne dividerà il territorio tra Italia e Iugoslavia). Queste trattative di Parigi si erano svolte in un'atmosfera di vivaci tensioni interne, di recriminazioni (“la vittoria mutilata”), di aspettative rivoluzionarie, di insoddisfazioni diffuse. Il dopoguerra italiano presentava infatti con particolare accentuazione i problemi e le tensioni di quello degli altri paesi europei, usciti come l'Italia dalla guerra spossati, delusi, ansiosi: i reduci stentavano a riadattarsi alla vita civile, la riconversione delle industrie di guerra in industrie di pace era ardua, il bilancio era appesantito dai debiti di guerra e dall'onere del prezzo politico del pane. Le istituzioni, monarchia, governo, Parlamento, polizia, amministrazione pubblica, avevano perduto prestigio e fiducia. I vecchi partiti si erano logorati e ne avevano tratto vantaggio innanzitutto il PSI, critico delle istituzioni, della guerra, del sistema economico-sociale, ma anche il nuovo Partito Popolare Italiano (PPI), sorto nel gennaio 1919 per iniziativa di esponenti del movimento cattolico, anch'esso in posizione critica, ma meno radicale. Pure un movimento di ex combattenti, che esaltava l'azione a servizio dell'orgoglio nazionale (Fasci di combattimento), si attestava su una posizione critica. Il governo Orlando aveva ceduto alle correnti imperialistiche e lasciato inasprire la polemica interna sulla “vittoria mutilata” a Parigi. Il governo Nitti, che si presentava con più larga partecipazione di cattolici e socialisti riformisti (1919-giugno 1920), continuava a essere assillato, oltreché dalla questione di Fiume, da agitazioni operaie e contadine (occupazione delle terre), dall'aggravio del bilancio. Le elezioni del 1919, fatte con il sistema proporzionale, significavano per i liberali la perdita della maggioranza, per i socialisti con 156 deputati assurgere a maggiore gruppo di possibile maggioranza, per i 100 deputati popolari divenire gli arbitri di qualsiasi maggioranza. Giolitti, richiamato al potere, costituiva il nuovo governo, oltreché con liberali e democratici, con cattolici e socialisti riformisti. Lasciava sfogare agitazioni rivoluzionarie come l'occupazione delle fabbriche a Torino (1920) e l'usurpazione contadina di terre demaniali nel Sud, ma permetteva anche le violenze antisocialiste di squadre “fasciste”, cui venivano contrapposte “guardie rosse” e “avanguardie” di giovani cattolici. Le elezioni del 1921 deludevano le speranze di Giolitti di assicurarsi con esse una maggioranza che comprendesse nazionalisti e fascisti: socialisti e “popolari” infatti erano ritornati alla Camera con la stessa forza e le stesse esigenze. I governi del riformista I. Bonomi (luglio 1921-febbraio 1922) e del giolittiano L. Facta (febbraio-ottobre 1922) non riuscivano a restituire vigore e dignità allo Stato di fronte alla violenza faziosa e tracotante, che sembrava contare su tolleranze di polizia e magistratura, ed era finanziata da agrari e conservatori timorosi della rivoluzione socialista conclamata dai massimalisti di sinistra. Le istituzioni erano state infatti indebolite pure dall'interno con approcci dei fascisti alla monarchia, alle gerarchie ecclesiastiche, a generali e magistrati, sotto veste di difensori o restauratori dell'ordine. Allo sciopero generale proclamato dai sindacati e dal PSI contro lo squadrismo di fascisti e nazionalisti questi rispondevano provvedendo ostentatamente a servizi pubblici e affermando la propria volontà di conquistare il potere (Congresso di Napoli, luglio 1922). La loro “marcia su Roma” veniva bloccata alle porte dell'Urbe, ma il re rifiutava di firmare il decreto di stato d'assedio sottopostogli dal governo, prendeva contatto con B. Mussolini, rimasto a Milano, e gli affidava la formazione di un nuovo governo (28 ottobre 1922). Questo si presentava come “nazionale”, di pacificazione e di restaurazione dell'ordine, ottenendo l'approvazione di una legge che attribuiva al governo pieni poteri (novembre 1922); con essi venivano legalizzate le squadre d'azione come Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, e un Gran Consiglio del fascismo, sia pure solo con funzioni consultive, veniva inserito nello Stato quale organo della rivoluzione fascista; si ampliavano i poteri della polizia e si restringeva la libertà di stampa. Nuove elezioni nel 1924, per merito della nuova legge maggioritaria (aprile), assicuravano la maggioranza a liste “nazionali”; però le opposizioni (socialisti, popolari, liberaldemocratici) rivelavano, nonostante le intimidazioni e i brogli, un seguito rilevante: 2.373.632 su oltre 7 milioni di votanti. La denunzia di codeste violenze e di codesti brogli alla Camera costava al leader socialista G. Matteotti (1924) il rapimento e l'assassinio. La reazione a questo delitto era profonda alla Camera e nel Paese: al fine di imporre alla corona il licenziamento di Mussolini i deputati dell'opposizione abbandonavano Montecitorio; ma il re resisteva dando modo al fascismo di superare il proprio disorientamento e Mussolini, nel gennaio 1925, si sentiva in grado di dichiarare alle Camere che “governo e partito si assumevano tutta la responsabilità politica, morale e storica dell'accaduto”.

Storia: la politica di Mussolini dal 1925 al 1938

Al discorso di gennaio seguiva l'ulteriore fascistizzazione dello Stato con la soppressione di altre strutture liberali-democratiche risorgimentali. Sempre più autoritario e di polizia, esso sopprimeva di fatto la libertà di parola, di stampa, di riunione: per i delitti contro il capo dello Stato, ma anche contro il capo del governo, era ristabilita la pena di morte. Il principio corporativo della solidarietà delle classi si concretava nella loro subordinazione agli interessi superiori della nazione (carta del lavoro, 21 aprile 1927). Sindacati di datori e assuntori di lavoro unificati e privati di un reale potere affidarono a una magistratura del lavoro, con la proibizione di scioperi e serrate, la definizione delle controversie di lavoro. In un secondo tempo codesti sindacati confluirono in organi unitari, le “corporazioni”, chiamate ad assicurare la solidarietà dei fattori della produzione in funzione della direttiva politico-economica del governo. Tale politica economica e finanziaria era stata ed era ispirata a idee di prestigio, autosufficienza, statalismo con il controllo delle attività economiche (rivalutazione della lira, 1926; “battaglia del grano”, migrazioni interne, lavori pubblici, anche di scavi archeologici a esaltazione della romanità). Le difficoltà di industrie siderurgiche, meccaniche, cantieristiche, nonché la crisi di solvibilità di molte banche offrivano al governo il destro di intervenire in loro favore, ma assumendone il controllo, con il trasferire le azioni di maggioranza a enti pubblici di gestione (IRI, IMI), avviando a un'indiretta nazionalizzazione dell'economia. Ne risultavano rafforzate le strutture monopolistiche che per di più rimanevano nelle mani delle vecchie dinastie industriali, opportunisticamente inseritesi nelle gerarchie fasciste. In linea con la sua antitesi allo Stato liberale era anche la politica ecclesiastica di Mussolini con l'intento dichiarato di risolvere la “questione romana” anche per prestigio interno ed esterno. La soluzione in realtà era matura, dopo che i cattolici avevano dimostrato il loro lealismo nei riguardi dello Stato unitario durante la guerra e nel PPI; e aperture erano state fatte da Orlando nel 1919. Con i popolari all'opposizione Mussolini aveva un motivo in più per intendersi direttamente con la Santa Sede. L'intesa era poi predisposta da misure gradite al Vaticano, quali la repressione della massoneria e il riconoscimento della rilevanza della Chiesa nella tradizione italiana. Le trattative aperte nel 1926 furono laboriose e conobbero interruzioni per violenze fasciste a istituzioni e persone della Chiesa: alla fine la “Conciliazione” venne realizzata nei Patti Lateranensi (11 febbraio 1929) sulla base di un “trattato politico” che ristabiliva lo Stato Pontificio in limiti ridottissimi, di un “Concordato” che rivedeva la legislazione laica risorgimentale, e di una “convenzione finanziaria” che stabiliva un indennizzo di 1750 milioni di lire sia per la perdita del territorio papale sia per i beni ecclesiastici secolarizzati. Il significato politico interno della conciliazione si rivelava poco dopo, nel maggio 1929, quando gli italiani venivano chiamati a votare, con nuovo sistema, su una lista unica compilata dal Gran Consiglio del fascismo senza possibilità di esclusioni, con un “sì” o un “no”, e le gerarchie ecclesiastiche impegnavano i fedeli a votare il “sì” con il risultato, invero non senza manipolazioni e pressioni, di 8.500.000 “sì” su 8.650.000 votanti. L'idillio però tra Chiesa e regime fascista era breve: affiorava una diversa interpretazione, specialmente del Concordato, in personalità della Chiesa e del regime con la diretta polemica tra Pio XI e Mussolini; tuttavia il re faceva visita in Vaticano. Tale sopravvivenza di divergenze sull'azione consentita alle organizzazioni di Azione Cattolica si manifestava anche in violenze fasciste su queste ultime. Di qui nuove polemiche di larga risonanza dentro e fuori il Paese, assai sgradite al regime; questo accedeva a un accordo interpretativo (1931) che, pur facendo concessioni formali, manteneva l'Azione Cattolica italiana, quale vivaio di formazione religiosa e sociale, fuori dall'influsso dell'ideologia e organizzazione fascista e in potenziale antitesi con essa. La politica estera di Mussolini mantenne dapprima l'allineamento con gli antichi alleati nei riguardi dei grossi problemi comuni delle riparazioni richieste ai vinti, dei debiti di guerra interalleati, dell'applicazione dei trattati di pace, per bisogno di materie prime, di capitali, di sbocchi commerciali, sia pur con iniziative autonome (occupazione di Corfù, 1924) e con l'affermazione di un certo distanziamento dallo spirito pacifista e democratico della Società delle Nazioni. In questo spirito tuttavia concludeva la questione di Fiume (1924). Codesta politica estera era ispirata dal nazionalismo imperialistico integrato dalla teoria geopolitica dello “spazio vitale” nonché dal mito di Roma dominatrice del Mediterraneo. In siffatto quadro essa appoggiava movimenti revisionistici di Ungheria e Bulgaria e si dichiarava solidale con regimi autoritari e antidemocratici che si venivano instaurando in Spagna, Portogallo, Polonia, Iugoslavia, Ungheria; nel contempo si delineava una crescente irritazione nei riguardi di Francia, Inghilterra, Belgio, Spagna popolare per l'accoglienza che vi riceveva e la risonanza che vi otteneva l'opposizione antifascista in esilio. A partire dal 1930 si facevano sentire anche in Italia le ripercussioni della crisi economico-finanziaria suscitando diffuso malcontento. Inoltre il fermento pangermanistico con la proposta dell'annessione (Anschluss) dell'Austria alla Germania investiva anche l'Italia per via della resistenza dei sudtirolesi di lingua tedesca alla snazionalizzazione imposta da proconsoli fascisti in Alto Adige. L'insoddisfazione nei confronti degli ex alleati si manifestava alla Conferenza del disarmo (1930) con la richiesta della parità con la Francia e nel condizionare a concessioni economiche e politico-coloniali la richiesta solidarietà di fronte al revisionismo tedesco. L'accordo italo-franco-inglese avrà tuttavia modo di ricostituirsi ancora sia nel 1934 per reazione al putsch nazista in Austria con l'uccisione di Dollfuss, sia negli Accordi di Stresa (14 aprile 1935). Codesta solidarietà veniva però spezzata senza rimedio dall'iniziativa italiana in Etiopia, per la quale Mussolini aveva creduto di essersi assicurato tacitamente mano libera da Londra e Parigi. Il governo di Addis Abeba ricorreva alla Società delle Nazioni e questa non tardava a dichiarare l'Italia “aggressore” e a raccomandare nei suoi riguardi sanzioni economiche, che invero furono applicate fiaccamente e con un effetto politico-psicologico ben diverso da quello atteso. Travolta la resistenza del negus, occupata la capitale dell'Abissinia, a Roma il re era proclamato “imperatore d'Etiopia” e Mussolini “fondatore dell'Impero” (9 maggio 1936). La Società delle Nazioni decideva la cessazione delle sanzioni contro l'Italia, ma senza riconoscere il fatto compiuto e continuando ad ammettere alle assemblee il rappresentante del negus: ragion per cui l'Italia prima si asteneva e poi (dicembre 1937) si ritirava dalla Società delle Nazioni. Nel frattempo, con il distacco da Francia e Inghilterra, si intensificava la solidarietà del regime con l'ideologia e la pratica tedesco-nazista. Già nell'ottobre 1936 veniva impostato l'asse Roma-Berlino, politico-ideologico, preludio all'alleanza militare (“patto d'acciaio”, 22 maggio 1939). Codesta solidarietà si manifestava nel comune intervento nella guerra civile spagnola del 1936-38, con il comune riconoscimento del governo nazionalista del generale Franco e l'invio di materiale bellico e di truppe sotto la finzione di “volontari”.

Storia: l’attività delle forze di opposizione

Nonostante le restrizioni e le repressioni, gli oppositori del fascismo rimanevano un fattore della vita italiana. Sciolti partiti e sindacati, dopo il 1927 (imprigionati U. E. Terracini, A. Gramsci e altri fieri nemici del fascismo), l'opposizione si era fatta clandestina all'interno, ma continuava apertamente all'estero in emigrati di prestigio, quali i socialisti G. E. Modigliani, F. Turati, P. Nenni, G. Saragat, i democratici G. Salvemini, G. Amendola, F. S. Nitti, C. Sforza, i popolari L. Sturzo, G. Donati, G. L. Ferrari. A Parigi essi avevano creato una “concentrazione antifascista” quasi a continuazione ideale dell'Aventino (1927-33) con esclusione dei comunisti, orientati dalla Terza Internazionale di Mosca, mantenendo collegamenti con l'opposizione interna. Questa a sua volta era duplice: c'era quella legalitaria in Parlamento, costituita da senatori liberali e democratici, nella cultura laica con il distanziamento critico dalle teorie fasciste (B. Croce, Manifesto degli intellettuali antifascisti in polemica con quello degli intellettuali fascisti del 1925), in settori della cultura cattolica che del fascismo denunziavano i motivi antitetici alla morale e allo spirito del cristianesimo. C'era inoltre, all'interno, la resistenza illegale, clandestina: di gruppi collegati al PSI, ma specialmente al Partito Comunista Italiano (PCI), come pure di nuovi gruppi del genere di quello Giustizia e Libertà (1929) dei fratelli Rosselli (assassinati in Francia nel 1937), rappresentanti in Italia della concentrazione antifascista fino al 1934 (quando questa cessò e diede inizio al “patto d'azione” tra socialisti e comunisti), riemergendo inoltre gruppi anarchici. La prassi degli attentati facilitò al fascismo la creazione di ulteriori organi di repressione, di una polizia segreta (OVRA), di un tribunale speciale per la sicurezza dello Stato con condanne asprissime. La guerra d'Etiopia segnò una certa incrinatura dell'antifascismo all'interno; ma la guerra di Spagna creò un nuovo legame tra l'antifascismo interno e quello di fuori, in attesa che l'irrigidimento dittatoriale del regime e il suo progressivo scivolamento nei programmi imperialistici e nell'imitazione aberrante della politica razziale nazista determinasse una crisi di fiducia e atteggiamenti di condanna in cerchie più vaste di italiani.

Storia: la seconda guerra mondiale

All'apertura delle ostilità tedesco-naziste contro la Polonia e, poco dopo, contro le sue garanti Francia e Inghilterra, l'Italia, pur impegnata dal “patto d'acciaio” dichiarava la sua non-belligeranza per l'impreparazione militare e morale del Paese a un intervento a lato della Germania hitleriana (settembre 1939). Suggestionato dai fulminei successi delle armate tedesche anche sul fronte occidentale (primavera 1940) Mussolini aveva superato le esitazioni, dichiarando guerra a Francia e Inghilterra per potersi sedere al tavolo dei vincitori. E i francesi il 24 giugno 1940 firmavano a Roma l'armistizio anche con l'Italia, che partecipava pure all'arbitrato tra l'Ungheria e la Bulgaria revisioniste, da un lato, e la Romania, dall'altro. Nel frattempo l'asse Roma-Berlino si era allargato al Tripartito Roma-Berlino-Tſkyſ con il reciproco riconoscimento dei compiti egemonici di Italia e Germania in Europa e del Giappone nella “più grande Asia orientale” (Berlino, 27 giugno 1940) integrando la sua adesione al Patto Anticomintern del 1937. A contrappeso poi dell'espansione di URSS e Germania nell'Europa centrorientale, l'Italia dall'Albania (annessa nel 1939, detronizzandone il re Zogu alleato) premeva sulla Grecia (28 ottobre 1940) incontrando però imprevista resistenza e facendo così entrare in funzione il Patto di assistenza anglo-greco. Cosa che a sua volta provocava l'intervento tedesco nei Balcani, a Salonicco e poi contro Belgrado con la partecipazione di truppe italiane e ungheresi in virtù del Tripartito (aprile 1941). I sovrani di Iugoslavia e Grecia si rifugiavano in Inghilterra; Grecia e Iugoslavia erano assoggettate all'amministrazione militare tedesca e italiana, non senza attriti tra i due occupanti. Intanto l'Italia aveva dovuto subire nei suoi possessi d'Africa l'iniziativa inglese che rapidamente restituiva al negus l'Etiopia e l'Eritrea. Alla “crociata antibolscevica” che accompagnava propagandisticamente l'attacco tedesco all'URSS (giugno 1941) l'Italia si affrettava a partecipare con un'armata, come l'Ungheria. Ma la grande controffensiva russa dell'inverno 1942-43 travolgeva lo schieramento dell'Asse e in esso l'ARMIR italiana. Le forze italo-germaniche erano intanto eliminate dall'Africa (maggio 1943) e nel Paese tutto ciò si ripercuoteva, tra l'altro, in un approfondimento del distacco degli animi dai fini e dai metodi della guerra in atto e dal “nuovo ordine” autoritario e razziale. L'indebolimento politico e organizzativo del regime si era rivelato di fronte a scioperi in grandi industrie di Milano e altre città (marzo 1943) con rivendicazioni economiche, ma anche trasparenti sottintesi politici. La convinzione che la guerra per l'Italia fosse ormai perduta si era diffusa nelle stesse sfere dirigenti. Militari, corte, gerarchi cercavano intese per un colpo di stato che eliminasse persona e funzioni di Mussolini (il duce). Nel contempo autorevoli oppositori all'estero (C. Sforza, G. Salvemini negli USA) si industriavano per ottenere il riconoscimento alleato di un Comitato dell'Italia libera. Intanto forze anglo-americane e della Francia Libera nel luglio 1943 occupavano la Sicilia e il Gran Consiglio del Fascismo votava a maggioranza su proposta di D. Grandi (con l'adesione tra gli altri di G. Ciano) il ristabilimento delle prerogative regie. Vittorio Emanuele III destituiva il duce; lo faceva arrestare e promuoveva, sotto la presidenza del generale Badoglio, un ministero di funzionari (25 luglio 1943). Ma la politica ambigua di tale governo suscitava diffidenze e insoddisfazioni sia all'interno, tra i partiti riemersi, sia negli Alleati che intendevano avvicinarsi, sia in Hitler da cui ci si voleva sganciare: i primi, così, persistevano nei bombardamenti aerei delle città; Hitler inviava altre divisioni in Italia, mentre quelle italiane rimanevano disperse in Iugoslavia, in Grecia, nelle isole. Così, quando l'8 settembre 1943 fu reso noto dagli Alleati l'Armistizio di Cassibile con l'Italia, firmato prima che fossero messe in atto le misure militari per fronteggiare la prevedibile reazione tedesca, questa si scatenò fulminea sorprendendo i reparti italiani rimasti privi di direttive, e perciò in gran parte in disfacimento, e bloccando gli stessi Alleati poco a N di Napoli. Intanto il re e Badoglio, per sottrarsi alla cattura, avevano abbandonato la capitale stabilendo la sede del governo a Brindisi in zona controllata dagli Alleati. A Roma, che reparti dell'esercito e forze popolari avevano arditamente tentato di difendere, Pio XII si adoperò quale defensor urbis, per l'azione diplomatica intesa a far riconoscere e rispettare Roma come “città aperta”. Nella parte dell'Italia centrosettentrionale che le forze germaniche riuscivano a controllare veniva tentata la ricostruzione del regime fascista sotto la nuova insegna di Repubblica Sociale Italiana (RSI) con un contenuto demagogico-anticapitalistico, ponendovi a capo formalmente l'ex duce, liberato da un commando di SS dalla prigionia il 12 settembre 1943. La RSI con le sue polizie diveniva l'organo dell'amministrazione e della polizia tedesco-nazista in Italia, arruolava uomini per corpi ausiliari e per le fabbriche tedesche e dava la caccia agli ebrei. Ma essa incontrava subito una resistenza organizzata nelle valli fra i militari renitenti, nelle città tra operai, presto in collegamento con i servizi d'informazione del governo Badoglio e con quelli inglesi e americani sull'esempio dei maquis francesi. Alla Resistenza militare si era affiancata quella politica dei Comitati di Liberazione Nazionale (CLN), che, composti dai rappresentanti dei partiti antifascisti, in spirito unitario rivendicavano la rappresentanza del potere legittimo in contestazione di quello dell'occupante e della RSI, assumendo la direzione della Resistenza nazionale allo straniero e ai suoi fiancheggiatori. Il regime di Salò, sede del governo di Mussolini, cercò invano di ricostituire sotto la direzione del maresciallo Graziani un esercito italiano che prendesse a combattere a fianco dei tedeschi; ma alle chiamate alle armi ben pochi rispondevano, preferendo rifugiarsi in montagna; e le divisioni istruite in Germania al ritorno in Italia si rivelarono infide. Il fronte alleato in Italia, su cui operavano anche reparti del Regno del Sud (Corpo Italiano di Liberazione), faceva un balzo in avanti nella primavera-estate del 1944 raggiungendo Roma (4 giugno 1944) e nell'agosto Firenze, comunicando fervore e vigore all'organizzazione politica e militare dei CLN: ma si arrestava sulla “linea gotica” a cavallo dell'Appennino. Nella primavera del 1945 le forze americane in cooperazione con i partigiani forzavano gli Appennini e penetravano nella Pianura Padana. Il 25 aprile l'insurrezione ordinata dal CLN Alta Italia contribuiva ad accerchiare e paralizzare le forze tedesche del Norditalia, il cui comando si arrendeva agli americani il 4 maggio. Nel 1943-45 le sorti dell'Italia occupata erano, con quelle dell'Europa, alla mercé dei “grandi” (Roosevelt, Churchill, Stalin) che prendevano in considerazione il suo distacco dalla Germania del settembre 1943 nelle conferenze di Teheran (1943), di Yalta (febbraio 1945) e di Potsdam (luglio-agosto 1945). Qui nella divisione dell'Europa in zone d'influenza l'Italia era stata assegnata a quella anglosassone. E nel quadro dell'Amministrazione Militare Alleata (AMG) aveva luogo la prima ripresa della sua attività politica e amministrativa, diretta primariamente alla ricostruzione del tessuto economico sconvolto dalla guerra e insieme all'epurazione dello Stato dalle istituzioni, idee e persone fasciste sotto la direzione dei governi dei partiti del CLN (V. Bonomi, giugno 1944-giugno 1945; e poi F. Parri, giugno-dicembre 1945), in uno spirito unitario che però non tardava a lasciar apparire le divergenze delle ideologie e dei metodi d'azione in attesa delle decisioni circa il territorio dell'Italia, che erano affidate a conferenze dei ministri degli Esteri dei “grandi”, più la Francia. Queste avevano dovuto constatare la difficoltà da un lato di conciliare le rivendicazioni punitive delle vittime dell'Asse nei riguardi anche dell'Italia (Francia, Iugoslavia, Grecia) con le esigenze di non creare situazioni di rancore e rivincita; dall'altro, di stabilire un accordo tra i “grandi” al fine di mitigare la condizione dei vinti che erano stati tacitamente riconosciuti pertinenti alle rispettive sfere d'influenza e che erano a essi ideologicamente ed economicamente vicini. In tal modo solo nella Conferenza di Parigi (luglio-ottobre 1946) fu definito l'abbozzo del trattato di pace con l'Italia assieme a quelli dei trattati con l'Ungheria e la Romania. Esso fu sottoposto al rappresentante dell'Italia, che era A. De Gasperi, il quale poté muovere solo obiezioni e avanzare proposte, senza venir ammesso alle discussioni conclusive. Il trattato fu firmato, con gli altri, nello stesso giorno (10 febbraio 1947): analogamente a quelli del 1919, imponeva riparazioni economiche, sanzioni punitive per i criminali di guerra, forti limitazioni negli armamenti, impegno di regime democratico, cessioni di territorio: e precisamente la rinuncia alle colonie d'Africa, il riconoscimento dell'Etiopia, la cessione alla Grecia del Dodecaneso, alla Iugoslavia della Venezia Giulia (esclusa Gorizia), alla Francia di Briga e Tenda, Trieste città libera. L'Alto Adige rimaneva all'Italia, ma un accordo di De Gasperi con il ministro degli Esteri austriaco Gruber impegnava l'Italia ad assicurare autonomia amministrativa, linguistica, culturale alla provincia di Bolzano di lingua tedesca. E similmente anche la provincia di Aosta, di lingua francese, otteneva uno statuto speciale.

Storia: l’Italia di De Gasperi

L'Italia usciva dalla guerra con rovine disseminate ovunque: con comunicazioni difficili, scarsità di viveri, un'inflazione monetaria preoccupante. L'apparato amministrativo in crisi, perché l'AMG restituiva le regioni a scaglioni al governo di Roma. Le esperienze diverse vissute dal Sud e dal Nord avevano creato divergenze e diffidenze nella pubblica opinione, soprattutto circa i criteri applicati nell'epurazione politica. I governi di emergenza del 1944-45 riflettevano le nuove forze politiche organizzate nei partiti e nei CLN: il loro impegno unitario non riusciva però più a eludere le divergenze soprattutto circa la monarchia e l'investitura dei poteri di governo (dal CLN o dal reggente Umberto di Savoia). Così, a liberazione compiuta, il governo Bonomi aveva ceduto il potere a un governo di F. Parri del Partito d'Azione, il cui programma si identificava con quello delle correnti più innovatrici della lotta di liberazione con il socialista Nenni e il liberale Brosio alla vicepresidenza, il democristiano De Gasperi agli Esteri e il comunista Togliatti alla Giustizia. A fianco del governo era stata creata una “Consulta” di personalità designate pariteticamente dai partiti del CLN oltreché dai parlamentari dell'opposizione 1922-25. Parri però non riusciva a dominare le tensioni riemerse tra i partiti fuori del governo con asprezze polemiche e manifestazioni di piazza. I liberali si ritiravano dal governo seguiti dai democristiani, che venivano distanziandosi dalle Sinistre. Il nuovo governo veniva formato da De Gasperi, sempre di espressione e investitura del CLN, ma con una diversa dosatura delle rappresentanze dei partiti. Sotto questo governo il 2 giugno 1946 veniva a soluzione il problema istituzionale con il referendum tra monarchia o repubblica e si tenevano prime elezioni a suffragio universale maschile e femminile con libertà garantita e rispettata, per un'Assemblea Costituente. Il referendum assegnava 12.700.000 voti a favore della repubblica contro 10 milioni e 700.000 per la monarchia, non senza contestazioni degli sconfitti: esso non veniva accettato da Umberto II (al trono dal maggio 1946 in seguito all'abdicazione del padre), che però finiva per cedere all'intimazione del governo di lasciare il Paese. Le elezioni per la Costituente rivelavano il seguito effettivo dei partiti del CLN. L'Assemblea Costituente, riunendosi il 25 giugno 1946, nominava a capo provvisorio dello Stato il giurista E. De Nicola, che a sua volta reincaricava De Gasperi di formare il governo. Lo statista trentino costituiva un gabinetto, ancora di impronta ciellenistica, con uomini della Democrazia Cristiana (DC), del PSI, del PCI e del vecchio Partito Repubblicano Italiano (PRI). L'Assemblea poi, in vista del suo compito primario, affidava a una Commissione ristretta di 75 membri il compito di preparare un progetto di Costituzione che poi discuteva essa stessa in sedute plenarie, ma il testo veniva a essere il risultato di molteplici compromessi fra i programmi e le forze rappresentate nell'Assemblea, precipuamente sulla scuola, sullo stato giuridico dei sindacati, circa i rapporti tra Stato e Chiesa, conferendo carattere costituzionale ai Patti Lateranensi del 1929. Esso veniva approvato il 22 dicembre 1947 e promulgato il 27 dicembre, perché entrasse in vigore dal 1º gennaio 1948. L'Italia diveniva una repubblica democratica parlamentare con una Corte Costituzionale che doveva garantire le libertà e i diritti dei cittadini annullando eventuali disposti anticostituzionali delle leggi. Alle sollecitazioni autonomistiche aveva corrisposto con la creazione delle Regioni; era anche previsto il referendum. Una sezione particolare, detta “economico-sociale”, delineava un programma di misure a difesa dei diritti del lavoro e di diritto al lavoro, sul quale la Repubblica si dichiarava fondata, dopo aver garantito le libertà tradizionali, di parola, di opinione, di stampa e associazione, di religione. Non essendo il suggello di una trasformazione politico-sociale già realizzata, ma solamente il disegno di una società in gran parte da realizzare, l'attuazione dei dettami della Costituzione era destinata a orientare e a rivelare dialetticamente nei decenni successivi la politica interna dei governi e dei partiti al potere. Sulla formazione dei governi, che esercitavano anche il potere legislativo con decreti legge, si faceva sentire la condizione del Paese ancora sotto il controllo delle potenze vincitrici, di una delle quali il PCI era il discreto portavoce all'interno di essi. Assumeva pertanto un significato anche politico-internazionale l'estromissione del PCI dal quarto governo De Gasperi (luglio 1947), assieme a quella dei socialisti fedeli al “patto d'unità d'azione” con i comunisti. Nel frattempo il governo aveva dovuto affrontare, assieme ai grossi e assillanti problemi economico-finanziari e tecnico-giuridici della ricostruzione, quello del trattato di pace: nonostante la cobelligeranza e il riconosciuto apporto della guerra partigiana alla vittoria alleata, l'Italia era stata trattata come una nazione vinta, anche se riusciva sostanzialmente a conservare la sua integrità etnico-territoriale. Si è visto come a Parigi De Gasperi, per svuotare le rivendicazioni indipendentistiche degli altoatesini di lingua tedesca e tradizioni tirolesi, avesse concluso l'accordo Gruber-De Gasperi (settembre 1946), impegnandosi per una sostanziale autonomia degli alloglotti. Nessun accordo diretto era invece riuscito allora circa le rivendicazioni iugoslave, corroborate dall'occupazione militare, salvo che per Trieste, dove i partigiani di Tito erano stati preceduti, via mare, da truppe britanniche. La Venezia Giulia, evacuata da ca. 300.000 italiani, creava anche per l'Italia un problema di profughi. Lo Stato libero di Trieste si configurava con una Zona A di occupazione anglo-americana e una Zona B occupata dagli iugoslavi. Le elezioni dell'aprile 1948 davano alla DC la maggioranza assoluta dei seggi in ambedue le Camere con la sconfitta di un fronte popolare di comunisti, socialisti e indipendenti di sinistra, lasciando emergere anche formazioni di destra (un partito monarchico e un Movimento Sociale Italiano, MSI, di ex fascisti della RSI). A tale risultato avevano contribuito due eventi di politica estera, la dichiarazione degli Alleati a favore del ritorno di Trieste all'Italia e il colpo di stato comunista a Praga (1948). Le nuove Camere eleggevano a presidente della Repubblica l'economista liberale L. Einaudi che reincaricava De Gasperi della formazione del governo: questo fu ancora di coalizione della DC con i partiti di democrazia laica socialdemocratici, staccatisi dal PSI al seguito di G. Saragat, repubblicani e liberali. Esso, con la sua maggioranza di Centro, sviluppava l'inserzione negli organismi internazionali dell'Italia che già aveva aderito al Piano Marshall nel 1947 ed era entrata nel 1948 nell'OECE, assicurando in tal modo al Paese gli aiuti e gli stimoli necessari alla sua ripresa economica. Affrontando l'ostruzionismo socialcomunista in una grossa battaglia parlamentare, De Gasperi con la sua maggioranza riusciva a far approvare la partecipazione dell'Italia all'alleanza difensiva nordatlantica (NATO, 1949) e più tardi alla Comunità Europea di Difesa (poi abortita). Con ciò l'Italia riprendeva il posto che la sua consistenza economica e la sua volontà politica le assegnavano negli organismi politici ed economici europei (nel 1951 entrò pure nella CECA). Nella politica interna era pertanto venuto meno lo spirito unitario che aveva caratterizzato la Resistenza. Pure nell'organizzazione sindacale aveva luogo la rottura tra le correnti socialcomuniste (CGIL) e quelle “democratiche” sia laiche (UIL) sia cristiane (CISL). Nonostante talune preoccupazioni conservatrici, erano avviate da governo e Parlamento sotto direzione della DC la riforma tributaria Vanoni, quella agraria Segni e il piano Fanfani per l'edilizia popolare; il tentativo di risollevamento delle aree depresse del Sud (Cassa per il Mezzogiorno), la riorganizzazione delle partecipazioni statali nelle industrie, affidandone la gestione all'IRI. Erano queste le premesse che avrebbero posto l'Italia nel decennio successivo in condizioni competitive sul mercato europeo e mondiale e le avrebbero permesso di svolgere un ruolo di avanguardia nell'azione europeistica. De Gasperi riusciva a dominare governo e Parlamento fino al 1953. Dopo quasi otto anni di leadership sia nella DC sia nella maggioranza parlamentare, egli falliva nella sua politica di mediazione e di controllo: sull'esempio della Repubblica Federale di Germania di Adenauer, per assicurare continuità all'azione legislativa e di governo e ridurre la forza parlamentare delle Sinistre costituendo un forte gruppo di Centro, faceva approvare una legge elettorale maggioritaria (nota come “legge truffa”). Ma nelle elezioni il quorum della legge non scattava e la DC finiva con il perdere la maggioranza assoluta dei seggi.

Storia: il centrosinistra

I governi succedutisi al ritiro di De Gasperi mantenevano la vecchia formula e le precedenti direttive politiche con G. Pella (1953-54), M. Scelba (1954-55), A. Segni (1955-57), A. Zoli (1957-58). Con il secondo ministero di A. Fanfani (il primo era durato meno di un mese nel 1954) si avviava invece una politica di apertura ai socialisti (1958-59) continuata, anche se con difficoltà, dal secondo ministero Segni (1959-60). In questi governi era stata confermata la politica estera degasperiana di fedele alleanza atlantica, ciò che aveva contribuito alla ricostruzione del Paese e all'affermazione dell'Italia nel contesto internazionale: recupero di Trieste e della Zona A (1954), ammissione all'ONU (1955), partecipazione alla fondazione del MEC e dell'EURATOM (1957). La dinamica di alcuni avvenimenti internazionali come il passaggio dalla “guerra fredda” alla “coesistenza competitiva” e la destalinizzazione chrusceviana, si riflettevano anche nella politica interna dove maturava il graduale distacco dei socialisti dai comunisti, mentre questi ultimi, con Togliatti, elaboravano una linea di maggiore autonomia da Mosca. Nel 1956 il democristiano G. Gronchi, succeduto l'anno precedente al presidente Einaudi, insediava la Corte Costituzionale. Le vicende internazionali e i mutamenti economico-sociali interni sollecitavano modifiche negli schieramenti parlamentari e nella formula di governo. La crisi dei vecchi equilibri politici segnava un'accelerazione con il ministero Tambroni (marzo-luglio 1960): l'appoggio dato dal MSI a quel governo scatenava un'opposizione che riusciva a mobilitare vaste masse sotto l'insegna dell'antifascismo. La forza di quelle manifestazioni faceva intravedere la possibilità di una radicalizzazione della lotta politica con un possibile ritorno al frontismo. La DC, guidata da A. Moro, rompeva quindi gli indugi imponendo le dimissioni a F. Tambroni e predisponendo le condizioni di una collaborazione di governo con i socialisti di Nenni. Questa svolta politica si rendeva possibile anche per l'ascesa al soglio pontificio (1958) di Giovanni XXIII, un papa portato al dialogo con tutti i settori della società e che favoriva una maggiore autonomia del complesso mondo cattolico. D'altra parte negli anni Cinquanta si era andata realizzando nel Paese una forte produzione industriale favorita da un'intensa attività imprenditoriale che poteva contare sulla disponibilità di manodopera a basso costo. L'Italia riusciva così anche a inserirsi nel mercato mondiale incrementando vistosamente il commercio estero, ciò che le consentiva di ripristinare la convertibilità della lira (625 lire per un dollaro USA). Il notevole sviluppo economico non riusciva, tuttavia, a sanare i tradizionali squilibri Nord-Sud e industria-agricoltura, né a risolvere compiutamente il problema dell'occupazione (nel 1960 i disoccupati, che nel 1948 erano oltre 2.100.000, assommavano ancora a 1.500.000). Si assisteva, così, a un'imponente migrazione interna dal Sud al Nord e dalle campagne alle città, che contribuiva a modificare abitudini di vita e consumi. Allo sviluppo economico non era stato estraneo l'intervento statale con l'espansione dell'IRI e l'istituzione di Enti pubblici. Ciò si determinava prevalentemente nel campo siderurgico e delle fonti energetiche: Italsider, SNAM, ENI. In questo quadro, con il terzo governo Fanfani (1960-62) iniziavano le coalizioni di centrosinistra, con ambiziosi programmi di riforme, tra cui spiccava la nazionalizzazione dell'energia elettrica, realizzata nel 1962 con la creazione dell'ENEL. Nel 1964 A. Segni, presidente della Repubblica da due anni, si dimetteva per motivi di salute e veniva eletto il socialdemocratico G. Saragat. Le maggioranze di centrosinistra che si succedevano negli anni Sessanta, con la breve parentesi di un monocolore DC guidato da G. Leone (1963), non davano prova di grande stabilità. Ciò avveniva anche per il forte peso che nei partiti andavano assumendo le “correnti”, veri e propri gruppi di potere che alimentavano il fenomeno del sottogoverno “occupando” i grandi Enti pubblici e qualsiasi altro spazio si rendesse disponibile anche a livello periferico. La debolezza delle compagini governative era accentuata dalle manifestazioni di incongruenza che si verificavano nelle votazioni parlamentari, nelle quali gli scrutini segreti vedevano frequentemente all'opera i “franchi tiratori” che ribaltavano i risultati delle votazioni palesi. Tutto ciò determinava un diffuso malessere nell'opinione pubblica che accusava i partiti di incapacità a rappresentare adeguatamente le esigenze del Paese.

Storia: dal ’68 alle elezioni del ’79

Lo sviluppo economico aveva fatto maturare nelle masse operaie la volontà di partecipare a una migliore distribuzione delle ricchezze che si venivano creando anche grazie al loro lavoro. Nella seconda metà degli anni Sessanta, quindi, si determinavano una serie di agitazioni sindacali volte all'adeguamento dei salari. Ma una vera e propria esplosione del malcontento che serpeggiava nella società si evidenziava nel 1968 con la protesta studentesca. Nato sull'onda di manifestazioni che avevano investito buona parte del mondo occidentale, il Movimento Studentesco accusava le istituzioni scolastiche di essere uno strumento oppressivo, funzionale solo al mantenimento del sistema capitalistico. L'incapacità governativa ad approntare in modo organico le necessarie riforme dava alimento a una forte mobilitazione nelle scuole superiori e nelle università che venivano spesso occupate e al loro interno venivano svolti corsi autogestiti e alternativi. Nel crogiolo delle lotte studentesche, che si caratterizzavano anche per una rigida contestazione della democrazia rappresentativa, cui si contrapponeva la democrazia diretta, prendevano vita una miriade di organizzazioni, spesso effimere, influenzate in vario modo dal marxismo-leninismo. Al centro della polemica venivano così a trovarsi non solo le istituzioni, ma anche i partiti di sinistra, in primo luogo il PCI, accusati di non difendere in modo adeguato gli interessi delle nuove generazioni e dei lavoratori. I contenuti antiautoritari espressi dal Movimento Studentesco penetravano in vasti settori della società italiana e nello stesso mondo cattolico, dove i fermenti di rinnovamento favoriti dalle conclusioni del Concilio Vaticano II si manifestavano nella nascita di molte comunità di base e dei cosiddetti “cattolici del dissenso”. Anche all'interno del movimento operaio le parole d'ordine della contestazione studentesca trovavano un loro spazio: si costituivano comitati di base e organismi paralleli o in contrapposizione ai sindacati accusati di verticismo. Le organizzazioni sindacali riuscivano però a riassorbire ben presto la contestazione interna al mondo del lavoro sviluppando un processo unitario, adeguando le proprie strutture rappresentative (consigli di fabbrica) e dando vita a una nuova stagione di lotte contrattuali che ponevano al centro, con i problemi del salario, l'obiettivo di una profonda trasformazione sociale in grado di migliorare complessivamente le condizioni di vita dei lavoratori. Ne fu esempio emblematico “l'autunno caldo”, così definito per la forte conflittualità operaia che si dispiegava proprio in quella stagione del 1969. Ma nel dicembre dello stesso anno, con la strage di piazza Fontana a Milano, iniziava anche quella strategia della tensione che in un susseguirsi di attentati avrebbe insanguinato la vita italiana negli anni Settanta e Ottanta e i cui autori e mandanti sarebbero spesso rimasti impuniti. L'obiettivo reale della strage milanese, che si era tentato in tutti i modi di attribuire agli anarchici, era quello di suscitare una svolta autoritaria, ma la democrazia italiana si mostrava forte e riusciva a respingere la feroce provocazione. L'offensiva di sinistra sul piano sociale e politico metteva a dura prova le coalizioni di maggioranza e in particolare il ruolo del PSI all'interno del governo. Ne era riprova anche il braccio di ferro che si delineava nel 1971 in occasione dell'elezione del presidente della Repubblica: il candidato DC, G. Leone, era eletto da una stretta maggioranza e con il voto contrario di tutte le sinistre. La cronica debolezza dei governi (ben 6 nei 4 anni della quinta legislatura 1968-72) portava alle elezioni anticipate del 1972. Il risultato elettorale evidenziava un rafforzamento delle destre e l'indebolimento del PSI, che irrigidiva la sua posizione impedendo il varo di un nuovo centrosinistra. G. Andreotti, capo del governo dimissionario, formava il suo secondo ministero che riecheggiava le coalizioni degasperiane, per cedere la mano nel 1973 a un nuovo governo DC-PSI-PSDI-PRI presieduto da M. Rumor (alla sua quarta esperienza). La collocazione internazionale dell'Italia era rimasta fedele all'alleanza atlantica ma con maggiori aperture verso i paesi del mondo comunista e con l'auspicio di un allentamento dei blocchi e una riduzione bilanciata degli armamenti. Ma il quadro internazionale era carico di tensioni che sfociavano nella nuova guerra arabo-israeliana nel 1973. Ne seguiva un forte rincaro dei prezzi del petrolio che determinava effetti disastrosi sull'economia italiana assolutamente dipendente da quel prodotto e già minata da una crisi con caratteri prevalentemente strutturali. La grave situazione economica caratterizzata da un'elevata inflazione e il nuovo manifestarsi della strategia della tensione non trovavano una risposta adeguata in governi che si mostravano deboli e incapaci di prendere le misure drastiche che la situazione imponeva, mentre nel Paese si rafforzava la volontà di un cambiamento del quadro politico di cui era spia, nelle elezioni regionali del 1975, la forte avanzata comunista. La legislatura si concludeva ancora una volta anticipatamente nel 1976 con un nuovo ricorso alle urne. Il PCI, che con il segretario E. Berlinguer aveva da tempo definito una strategia del “compromesso storico”, otteneva un vasto consenso avanzando di quasi sette punti e raggiungendo il 34,4%; anche l'elettorato moderato si era però mobilitato a favore della DC che conquistava il 38,7%: ne avevano fatto le spese le destre e il PSDI. Lo spostamento a sinistra del quadro politico non aveva, quindi, indebolito la DC che rimaneva forza di maggioranza relativa. Ciò rendeva difficile la formazione di maggioranze basate sui vecchi equilibri, mentre non sembravano ancora maturate le condizioni per accordi organici di governo con il PCI. Una prima soluzione veniva trovata con un governo monocolore guidato da Andreotti (1976) che poteva contare su un benevolo atteggiamento dei comunisti. La gravità della crisi economica, con un'inflazione oltre il 20%, imponeva però misure radicali che potevano essere adottate solo con un vasto consenso nella realtà sociale e politica del Paese. Prendeva corpo così, particolarmente per l'impegno di Moro, la possibilità di un allargamento della maggioranza al PCI. Nella delicata fase politica che si apriva si inseriva però il fenomeno del terrorismo di sinistra che, già operante da alcuni anni, raggiungeva l'acme nel 1978 quando le Brigate Rosse (BR) sequestravano il presidente della DC Moro massacrando la sua scorta (16 marzo), proprio mentre stava per essere varato il nuovo governo di unità nazionale. Ciò non impediva che il Parlamento votasse immediatamente la nuova maggioranza, tuttavia la fase drammatica successiva al sequestro, conclusosi con l'assassinio dello statista (9 maggio), determinava nuove tensioni tra i partiti che si dividevano sull'opportunità di trattare con i terroristi. Ad acuire la crisi giungevano un mese dopo anche le dimissioni del presidente G. Leone, richieste insistentemente dal PCI per un suo presupposto coinvolgimento in uno scandalo finanziario e politico di vaste proporzioni. Nuovo presidente della Repubblica veniva eletto S. Pertini, socialista, candidato di tutto l'“arco costituzionale”. Ma la spinta solidale che aveva consentito ad Andreotti di affrontare con decisione la crisi economica con alcuni utili risultati, particolarmente sul fronte dell'inflazione, si stava ormai esaurendo. Le misure adottate, con il consenso dei comunisti e dei sindacati, finivano per colpire specialmente i redditi da lavoro dipendente, ciò che determinava aspre tensioni sociali nelle quali tentava una legittimazione lo stesso terrorismo. Nel gennaio 1979 il PCI usciva dalla maggioranza; il governo entrava in crisi anche per il successivo distacco del PSI e, dopo inutili tentativi di formare una maggioranza, a luglio gli elettori venivano chiamati nuovamente alle urne. Il risultato del voto vedeva una stabilità dei partiti di governo mentre il PCI perdeva il 4% del suo elettorato; significativa risultava l'affermazione del Partito Radicale che conquistava il 3,4% dei suffragi.

Storia: la stagione del pentapartito

Esauritosi il centrosinistra, fallita l'ipotesi dell'unità nazionale, i nuovi equilibri politici assumevano i contorni di un'alleanza DC-PSI-PSDI-PRI-PLI che si inaugurava nel giugno 1981 sotto la guida, per la prima volta, di un presidente del Consiglio laico, il repubblicano G. Spadolini. Nei due anni precedenti si erano succeduti due governi presieduti da F. Cossiga (il primo formato da DC-PSDI-PLI e il secondo da DC-PSI-PRI) e un ministero Forlani (DC-PSI-PSDI-PRI), che avevano operato incalzati dalla crisi economica e dallo stillicidio del terrorismo brigatista al quale si era sommato quello di destra: ne erano rimasti vittime uomini politici, magistrati, operatori economici, forze di polizia. Sempre nel 1981 (maggio), gli elettori confermavano, votando in maggioranza “no” ai referendum, la nuova legislazione sull'ordine pubblico e sull'interruzione volontaria della gravidanza. Con i governi di pentapartito, si apriva una stagione politica basata principalmente sull'asse DC-PSI. Questa nuova collaborazione, però, si caratterizzava per un'accesa competitività tra le due forze, ciò che rendeva questi governi alquanto instabili con la conseguenza che nemmeno l'ottava legislatura repubblicana arrivava al suo naturale compimento. Nel 1983 il responso elettorale decretava un serio arretramento della DC che perdeva ca. il 6%, un limitato ma ulteriore calo comunista, mentre incrementavano i loro suffragi i partiti laici e il PSI cresceva di oltre un punto: non tanto, ma quanto bastava a invertire una tendenza e a determinare uno scenario diverso per la nuova legislatura che si apriva. Il 4 agosto, infatti, B. Craxi varava il primo governo della storia italiana a guida socialista. Si trattava di una coalizione pentapartita nella quale, evidentemente, i contrasti tra i partners non avevano trovato una reale soluzione, e tuttavia Craxi riusciva a cogliere degli indubbi successi con la riduzione dell'inflazione (ottenuta grazie al contenimento della scala mobile), la riforma fiscale, la firma del nuovo concordato con la Santa Sede. Più in generale il sistema produttivo aveva ripreso a muoversi, risultato sia dei provvedimenti adottati sia di una favorevole congiuntura internazionale che aveva riportato il dollaro a valori accettabili e al calo del prezzo del petrolio. Sulla politica economica il governo Craxi doveva fronteggiare una forte offensiva del PCI, contrario all'accordo firmato da una parte dei sindacati (si erano pronunciati contro proprio i comunisti e la componente di sinistra della CGIL) per un taglio di 3 punti della scala mobile. Ne conseguiva un inasprimento dei rapporti politici a sinistra e lo stesso processo di unità sindacale subiva un colpo decisivo. Le tensioni sociali determinate anche da una forte opposizione operaia di base trovavano uno sbocco nel referendum proposto dai comunisti che però non riusciva a ottenere la maggioranza necessaria (1985). In politica estera il ministero Craxi proseguiva la linea di stretta collaborazione atlantica consentendo (1984) la disponibilità all'installazione sul territorio italiano di missili nucleari, nel quadro di un riarmo voluto dagli americani per fronteggiare le postazioni missilistiche sovietiche. Ma, nel 1985, sorgeva un conflitto proprio con gli USA, e all'interno stesso del governo, per le vicende seguite al sequestro della nave Achille Lauro. Il gabinetto riusciva, però, a superare i molti contrasti dimostrandosi il più longevo della storia repubblicana. Entrata in crisi nel giugno 1986, la coalizione si riformava nell'agosto ancora sotto la guida di Craxi, ma questo nuovo governo non riusciva a decollare e cadeva dopo sette mesi. L'impossibilità di superare adeguatamente la crisi induceva il presidente F. Cossiga, succeduto a Pertini nel 1985, a sciogliere anticipatamente le camere affidando ad A. Fanfani la guida di un gabinetto tecnico per la gestione della fase elettorale. Le elezioni politiche (giugno 1987) confermavano, pur nei risultati differenti dei vari partiti (recupero della DC, aumento del PSI, calo del PRI, del PSDI e del PLI), la maggioranza al pentapartito; buona l'affermazione dei Verdi, presenti per la prima volta, mentre continuava il calo comunista a conferma della tendenza già in atto da alcuni anni di un allentamento della presa elettorale del PCI, aggravata dopo la morte di E. Berlinguer (1984). Il capo dello Stato affidava al democristiano G. Goria l'incarico di guidare il nuovo pentapartito, che iniziava a operare nel luglio 1987, ma doveva fare i conti con un'accentuata litigiosità delle forze della coalizione. Goria si impegnava comunque a permettere lo svolgimento, nel novembre, di importanti consultazioni referendarie (nucleare, responsabilità civile dei giudici, commissione inquirente), ma il risultato favorevole ai “sì” accentuava le divisioni nella maggioranza. Entrato definitivamente in crisi in seguito alla bocciatura della legge finanziaria (febbraio 1988) il governo veniva affidato alla guida di C. De Mita, intenzionato ad avviare un vasto processo di riforme istituzionali. Proprio sui temi della riforma dello Stato si facevano però più aspri i contrasti con il PSI, sostenitore dell'ipotesi di una repubblica presidenziale. Indebolito all'interno della DC, di cui aveva dovuto lasciare la carica di segretario nel 1988, e pressato dai socialisti, De Mita era costretto ad abbandonare e nel luglio del 1989 Andreotti dava vita al suo sesto ministero. Il nuovo pentapartito resisteva circa due anni e l'ennesima crisi si risolveva con un ulteriore incarico ad Andreotti (aprile 1991), ma nell'occasione i repubblicani uscivano dal governo.

Storia: la crisi dei partiti

Gli avvenimenti internazionali (crollo dei regimi comunisti dell'Est europeo, nuova fase dell'integrazione europea) e quelli interni (escalation della criminalità organizzata e mafiosa, crisi economica, deficit pubblico) condizionavano l'attività di governo e tutta la vita politica. Tra le novità di rilievo si segnalava l'accelerazione del processo di rinnovamento del PCI dove A. Occhetto, succeduto ad A. Natta nel 1989, operava una svolta che si concludeva nel 1991 con la nascita del Partito Democratico della Sinistra (PDS), mentre una parte dei militanti del vecchio PCI dava vita al Partito della Rifondazione Comunista in cui confluiva Democrazia Proletaria. Nel Paese, intanto, si levavano evidenti segnali di protesta nei confronti del ceto politico, in particolare delle forze di governo, accusate di aver occupato lo Stato e di gestire la cosa pubblica in modo disinvolto. Una spia di questa insofferenza si aveva nelle elezioni regionali del 1990 con l'affermazione della Lega Nord (18,9%) e nelle regionali siciliane del 1991 dove la Rete, il movimento fondato dall'ex sindaco democristiano di Palermo L. Orlando, raccoglieva il 7,3% dei suffragi. Ancora più clamoroso si rivelava l'esito del referendum sui temi elettorali (1991) che, nonostante lo schieramento contrario dei partiti di governo, risultava vincente (95,6% dei “sì”). Il panorama politico si caratterizzava anche per l'attiva presenza del capo dello Stato F. Cossiga che, con continui interventi su vari aspetti della vita politica e istituzionale, suscitava reazioni contrastanti nell'opinione pubblica e tra i partiti. Incapace di aggredire le questioni sul tappeto e in particolare i temi delle riforme istituzionali, della crisi economica, del risanamento della finanza statale, della lotta alla criminalità, il settimo governo Andreotti si presentava a una prova elettorale particolarmente difficile (aprile 1992). A rendere ancora più incerto l'esito del voto, a tutto ciò si aggiungeva un sempre più diffuso sentimento di moralizzazione della vita pubblica. Il risultato delle urne esplicitava i segnali di insofferenza verso un ceto politico incapace di imboccare la strada delle riforme istituzionali. La coalizione di governo veniva battuta in particolare per l'arretramento della DC che giungeva al suo minimo storico (27,3% al Senato e 29,7% alla Camera). Il partito di maggioranza relativa scontava anche la particolarità di un'elezione nella quale il pericolo comunista non esisteva più, ciò che rendeva più libero il tradizionale elettorato moderato. Gli stessi socialisti vedevano diminuire, anche se in modo molto limitato, i loro consensi, mentre tra le opposizioni si assisteva al trionfo della Lega Nord (primo partito a Milano), a una buona affermazione di Rifondazione Comunista e della Rete, al soddisfacente risultato dei repubblicani e dei Verdi; il PDS perdeva molti dei voti conquistati in precedenza dal PCI, ma si confermava primo partito della sinistra. Alla complicazione della crisi politica, determinata dalla grande articolazione del nuovo Parlamento, si aggiungevano le dimissioni di F. Cossiga (fine aprile) che anticipava di due mesi la naturale scadenza del suo mandato. Il 25 maggio 1992, al sedicesimo scrutinio, il nuovo Parlamento eleggeva alla presidenza della Repubblica O. L. Scalfaro. Questi incaricava della formazione del nuovo governo il socialista G. Amato il quale, riproponendo la formula quadripartita DC-PSI-PSDI-PLI, otteneva in luglio la fiducia dalle Camere. Il suo governo si trovava a fronteggiare una grave crisi economica, politica e istituzionale, precipitata in seguito alle inchieste giudiziarie del 1992-93, che mettevano in luce una vasta rete di corruzione e di illeciti, evidenziando tutti i guasti di una partitocrazia troppo a lungo dominante.

Storia: gli anni Novanta

La difficile congiuntura politico-economica non consentiva ad Amato, nonostante l'impegno in direzione del contenimento della spesa pubblica, di proseguire nel suo compito, ciò che portava al varo di una nuova compagine governativa a guidare la quale era chiamato (aprile 1993) il "tecnico" C. A. Ciampi, governatore della Banca d'Italia. Il nuovo esecutivo otteneva la fiducia di DC, PSI, PSDI, PLI, radicali, ma anche l'astensione del PDS, della Lega Nord, del PRI, dei Verdi, sulla base di un programma limitato che aveva come suoi punti principali l'avvio del risanamento finanziario (la lira era stata sottoposta a una forte pressione speculativa su tutti i mercati internazionali) e la riforma elettorale. Proprio quest'ultima era ormai indilazionabile, visto l'esito del referendum (aprile 1993) nel quale l'82% dei votanti si era espresso a favore di una modifica in senso maggioritario dell'elezione del Senato. Pur tra vari contrasti, il governo Ciampi riusciva ad arginare la grave situazione economica creando le basi per una ripresa produttiva e a varare la riforma elettorale. La nuova legge sostituiva a quello proporzionale puro, un sistema prevalentemente maggioritario a unico turno (il 75% dei deputati e senatori eletti in collegi uninominali, il restante 25% assegnati proporzionalmente ai voti di lista ottenuti da quelle forze che avessero raggiunto la soglia del 4% dei suffragi a livello nazionale). Il nuovo modello elettorale rendeva di fatto superata la legislatura uscita dalle urne del 1992, messa in crisi dall'alto numero di parlamentari inquisiti e non più riflettente l'orientamento del Paese come avevano dimostrato le elezioni amministrative in grandi città italiane (Milano, Torino, Roma, Napoli) dove era crollato il consenso ai partiti che avevano costituito l'asse portante della politica italiana; pertanto Ciampi, considerato esaurito il suo compito, si dimetteva; il presidente Scalfaro, pur non accettando le dimissioni, scioglieva le Camere e, nel marzo 1994, venivano indette le prime elezioni politiche con il sistema maggioritario. Il nuovo modello elettorale obbligava le vecchie formazioni politiche a riorganizzarsi (di qui la trasformazione politica della DC in Partito Popolare) e tutte le forze politiche a ricercare forme più ampie di aggregazione, donde la nascita a sinistra del Polo dei Progressisti, nel quale confluirono il PDS, i Verdi, Rifondazione Comunista, la Rete, i Cristiano-Sociali, Alleanza Democratica (composta di personalità di varia provenienza e caratterizzate da un impegno di sinistra moderata). Il centro dello schieramento politico rimaneva sostanzialmente isolato nonostante l'alleanza stabilita dal Partito Popolare con il movimento fondato per l'occasione da M. Segni, il Patto per l'Italia, oltreché con il PSDI e con i repubblicani (ma alcuni di questi avevano preferito essere presenti nel cartello progressista con Alleanza Democratica). Convinto che lo schieramento di centro si sarebbe mostrato incapace di contrastare i progressisti, il presidente della Fininvest, S. Berlusconi, decideva di cimentarsi direttamente nella lotta politica, fondava un nuovo movimento, Forza Italia, e costruiva un cartello elettorale denominato Polo delle Libertà e del Buon Governo, che lo vedeva alleato con la Lega di U. Bossi, con il Centro Cristiano Democratico (CCD, un gruppo staccatosi nel gennaio 1994 dai Popolari), con alcune personalità del vecchio Partito Liberale riorganizzatosi nell'Unione di Centro (UC), con i radicali di M. Pannella e, infine, con Alleanza Nazionale (AN, costituita dal MSI di G. Fini e da alcuni esponenti dei settori più tradizionalmente di destra del vecchio mondo democristiano). Benché caratterizzato da una forte contraddittorietà, il Polo otteneva la maggioranza relativa e, in forza del nuovo sistema maggioritario, la maggioranza dei seggi in Parlamento (356 deputati e 156 senatori); Berlusconi veniva nominato presidente del Consiglio della nuova coalizione governativa. Dopo un breve periodo di governo caratterizzato da una totale mancanza di accordo con l'opposizione, Berlusconi si dimetteva e veniva sostituito, non senza suscitare polemiche, da L. Dini, a capo di un governo di tecnici (gennaio 1995). Il governo Dini, composto esclusivamente da tecnici non appartenenti direttamente a partiti politici, nasceva con un programma limitato ad alcuni obiettivi principali: nuove norme in materia di propaganda elettorale attraverso il mezzo radiotelevisivo, allo scopo di garantire la parità di condizione a tutti i partecipanti alla competizione elettorale (un disegno di legge sulla cosiddetta par condicio fu approvato dal Consiglio dei ministri), una nuova legge elettorale, interventi sulla finanza pubblica e l'avvio della riforma del sistema previdenziale. Nei mesi successivi Forza Italia e i suoi alleati assunsero una posizione contraria al governo e, quando quest'ultimo in marzo ricorse a un voto di fiducia per ottenere l'approvazione di una manovra economica aggiuntiva, votarono contro; a favore della manovra si schierò, oltre alle forze che sostenevano l'esecutivo, anche una parte di Rifondazione Comunista, che in giugno si sarebbe staccata dal partito per formare il partito dei Comunisti Unitari. Anche all'interno del PPI si erano verificati importanti cambiamenti, che avevano portato a una scissione del partito stesso in due ali contrapposte, guidate rispettivamente da R. Buttiglione (che avrebbe in luglio dato vita a un nuovo partito, denominato Cristiani democratici uniti, CDU) e da G. Bianco. A sinistra, il PDS continuava nella politica già avviata a livello amministrativo e volta a stringere un'alleanza di governo con i partiti di centro, dando a luglio il sostegno ufficiale alla candidatura di R. Prodi a capo dello schieramento di centrosinistra denominato L'Ulivo. La situazione politica andava quindi evolvendosi verso una semplificazione degli schieramenti politici con i popolari orientati a far parte di un'alleanza di centrosinistra che già in occasione delle elezioni regionali (aprile 1995) mostrava una discreta capacità di attrazione conquistando la maggioranza delle presidenze regionali. Il governo tecnico, da parte sua, riusciva a concludere una trattativa con i sindacati (maggio 1995) per l'avvio di una riforma delle pensioni ritenuta fondamentale per il risanamento dei conti pubblici, ma a tenere alto il livello dello scontro politico erano ancora le questioni della giustizia con il guardasigilli Mancuso, che ingaggiava un duro braccio di ferro con le procure più in vista d'Italia e particolarmente quelle di Milano e di Palermo sulle quali, d'altra parte, si scagliava anche Berlusconi, convinto di una persecuzione giudiziaria ai suoi danni. I parlamentari del centrosinistra, direttamente impegnati nel sostegno al governo, decidevano di approvare una mozione di sfiducia personale a Mancuso (ottobre 1995). Sottoposto a un duro attacco dalla destra, che presentava una mozione di sfiducia, il governo Dini riusciva a salvarsi (26 ottobre 1995) per l'astensione decisiva di Rifondazione Comunista e ciò gli consentiva di concludere la manovra finanziaria evitando il ricorso all'esercizio provvisorio. Ma l'esperienza del governo tecnico si era comunque conclusa per l'evidente necessità di un'azione più politicamente incisiva in grado di completare quella transizione che, inaugurata dal nuovo sistema elettorale, aveva però bisogno di sostanziarsi in un complesso di norme in grado di assicurare una reale governabilità del Paese. Un tentativo in questa direzione era condotto da A. Maccanico, incaricato dal presidente Scalfaro di sondare la possibilità di un esecutivo di larghe intese per avviare una riforma istituzionale (febbraio 1996), ma l'incrociarsi dei veti rendeva inevitabile il ricorso a elezioni anticipate fissate per il 21 aprile 1996. In vista del nuovo appuntamento i partiti si sforzavano di mettere in campo schieramenti e alleanze più omogenee per evitare l'impasse che aveva portato alla fine prematura della legislatura. Alla sostanziale sparizione di un “centro” autonomo, corrispondeva la formazione di due schieramenti contrapposti di centrosinistra e di centrodestra. Il primo era costituito dall'alleanza dell'Ulivo, guidata da Prodi e comprendente il PDS, il raggruppamento “Per Prodi” (PPI, PRI, Südtiroler Volkspartei, Unione democratica), la Lista Dini (Rinnovamento Italiano, Socialisti Italiani, pattisti di Mariotto Segni), i Verdi. Nell'impossibilità di stringere un'intesa organica con Rifondazione Comunista l'Ulivo siglava con quest'ultima un “patto di desistenza elettorale” per evitare una dispersione di voti che avrebbe favorito lo schieramento avversario. Al Polo delle Libertà, di centrodestra e guidato da Berlusconi, partecipavano FI, AN, CCD, CDU. Pure in occasione della nuova tornata elettorale si registrava la presenza di liste che concorrevano in modo autonomo, ma di queste ultime solo la Lega Nord aveva una reale speranza di successo. Isolata, anche per l'inconciliabilità della sua proposta politica con i programmi delle due alleanze alternative, la Lega aveva accentuato proprio nell'ultimo periodo la sua radicalità ponendo al centro del suo orizzonte strategico l'indipendenza del Nord dal resto del Paese. Il risultato delle urne era complessivamente favorevole all'Ulivo, che conquistava la maggioranza parlamentare. Pur vincendo le elezioni, la coalizione dell'Ulivo poteva contare su una stabile maggioranza solo al Senato ed era quindi costretta, per formare il governo, a chiedere il sostegno di Rifondazione Comunista. Nonostante l'evidente contraddizione di una compagine che si reggeva anche grazie ai voti di una forza contraria su molti punti del suo programma, il presidente del Consiglio Prodi varava un governo che sin dalle prime battute trovava una buona accoglienza internazionale. Giovandosi anche dell'indubbia competenza di C. A. Ciampi, chiamato alla guida di una sorta di superdicastero economico, l'azione del governo di centrosinistra si incentrava particolarmente sul risanamento finanziario, con una politica che favoriva la stabilizzazione della moneta, il decremento dei tassi di interesse, la discesa dell'inflazione. Il raggiungimento di questi primi risultati consentiva (novembre 1996) il rientro della lira nel Sistema Monetario Europeo (SME), condizione indispensabile per il rispetto di quei parametri fissati a Maastricht per l'avvio, nel 1999, della moneta unica europea. Era proprio sull'ingresso in Europa, del resto, che il governo definiva il suo progetto di legislatura, ma si trattava di un obiettivo raggiungibile solo attraverso l'attuazione di una rigorosa politica dei conti pubblici. Proprio questa finalità, con le scelte economiche che ne derivavano (privatizzazione delle aziende di Stato, riforma del Welfare State ecc.) determinavano, però, una serie di impacci nell'azione dell'esecutivo per l'insorgere di serie differenziazioni con Rifondazione Comunista; contrasti giunti a un punto critico nell'aprile 1997, quando il governo decideva di inviare in Albania un contingente militare per organizzare la distribuzione di aiuti in quel Paese ormai al limite del collasso. Il dibattito politico della legislatura era anche animato dal problema delle riforme istituzionali, ritenute indifferibili per la necessità di aggiornare la Costituzione in quelle parti non rispondenti a una fase politica del tutto nuova e, soprattutto, alle istanze di autonomismo e federalismo che si esprimevano nel Paese. La questione delle riforme istituzionali diveniva anche l'occasione per una vivace contrapposizione sulla scelta dello strumento da adottare, con le forze d'opposizione dapprima schierate per la richiesta di un'Assemblea Costituente. Prevaleva la scelta di nominare una Commissione bicamerale alla cui presidenza era chiamato M. D'Alema (febbraio 1997), un riconoscimento al leader del PDS che, a capo del primo partito italiano, aveva svolto nell'occasione un ruolo di mediazione e di rasserenamento della polemica politica. Ma il più radicale scetticismo sulla possibilità di giungere a una sostanziale riforma dello Stato era espresso dalla Lega Nord che fin dall'inizio della legislatura si era andata sempre più caratterizzando sull'ipotesi separatista. In questo non facile contesto la Commissione Bicamerale trovava un fragile accordo (giugno 1997), che rimaneva però lettera morta per l'assenza di un reale accordo tra le grandi formazioni politiche sia dello schieramento di centrodestra che di quello di centrosinistra. Il governo guidato da Prodi, intanto, pur potendo vantare risultati positivi in tema di risanamento finanziario e di lotta all'inflazione, e pur varando provvedimenti di rilievo (come il decentramento amministrativo, la semplificazione delle procedure burocratiche, il riassetto del sistema radiotelevisivo, l'istituzione del giudice unico di primo grado, la liberalizzazione del commercio), subiva i violenti attacchi dell'opposizione, in particolare sulla prevista riforma della giustizia, questione al centro delle polemiche condotte personalmente contro la magistratura da Berlusconi, sottoposto ad alcune inchieste giudiziarie. Alle elezioni amministrative parziali dell'aprile 1997, comunque, la coalizione di governo sembrava reggere la prova, aumentando anzi leggermente i propri voti, al pari di FI e AN. Nel sostanziale pareggio tra i due schieramenti era invece la Lega Nord a perdere slancio, dimostrando quanto i propositi secessionisti incontrassero un limitato consenso elettorale. I leghisti, tuttavia, continuavano a godere nel Settentrione di un intangibile bacino di consensi, sia per i ritardi e le lentezze nell'introduzione del federalismo, largamente condiviso dall'opinione pubblica, sia per la loro linea di intransigente opposizione all'immigrazione extracomunitaria, questione che non smetteva di affliggere la penisola, assumendo toni persino drammatici per i massicci e ripetuti sbarchi di profughi albanesi sulle coste pugliesi. Oggetto di una nuova legge (febbraio 1998) per regolarizzare la posizione degli stranieri presenti nel territorio nazionale e programmarne i nuovi accessi in base alle reali possibilità di assorbimento dell'economia, il problema dell'immigrazione clandestina non cessava tuttavia negli anni seguenti di essere al centro di forti polemiche antigovernative da parte dell'opposizione, costituendo un fattore non secondario della fibrillazione di un quadro politico e istituzionale ormai in stallo. Sintomo ne era, all'interno della coalizione di centrosinistra, la perdurante conflittualità tra l'Ulivo e Rifondazione Comunista culminata tra il settembre e l'ottobre del 1997 con il dissenso dei neocomunisti sulla legge finanziaria, che apriva di fatto una crisi di governo subito però rientrata grazie a un compromesso sulla riduzione dell'orario di lavoro a 35 ore settimanali entro il 2001 (poi disatteso) e sull'intangibilità delle pensioni degli operai. Elettoralmente, la tenuta della maggioranza di governo era sostanzialmente confermata dalle nuove consultazioni amministrative parziali del novembre 1997; ma a risolvere le persistenti tensioni del centrosinistra non era però sufficiente nel 1998 né l'intento del presidente del Consiglio di rilanciare l'originario spirito unitario dell'Ulivo, corroso dalle ambizioni di rafforzamento dei partiti di centro, né la sua volontà di rilanciare, dopo il fallimento della Bicamerale, l'impegno per le riforme istituzionali e il federalismo. Anzi, il governo iniziava a pagare in termini di popolarità la politica di austerità perseguita per raggiungere l'obiettivo dell'ingresso del Paese nell'euromoneta, come dimostravano le nuove elezioni amministrative parziali del maggio 1998, che tornavano a premiare l'opposizione del Polo e della Lega Nord, mentre anche Rifondazione Comunista subiva una pesante flessione. Se del febbraio 1998 era la trasformazione del PDS nei Democratici di Sinistra (DS), forza che, attorno agli eredi del vecchio Partito Comunista, raccoglieva altre correnti della sinistra italiana (laburisti, sinistra repubblicana, comunisti unitari), era soprattutto il centro a registrare la nascita di nuove formazioni politiche. Nell'area moderata, infatti, la crisi d'identità causata dalla perdita di un unico partito d'ispirazione cattolica provocava tentativi di ricostruire un centro alternativo sia alla sinistra sia alla destra. A farsi carico di questo progetto, avverso all'appiattimento del PPI nell'Ulivo e del CCD nel Polo, era fin dal 1997 l'ex presidente della Repubblica Cossiga, che battezzava una nuova formazione politica, l'Unione dei Democratici per la Repubblica (UDR), tesa ad aggregare le forze moderate cattoliche nella prospettiva di un bipolarismo di tipo europeo tra sinistra e destra. Una formazione che, alleatasi poi nel cosiddetto “Trifoglio” con i SDI (Socialisti Democratici Italiani) nati nel 1998 e con i repubblicani di G. La Malfa, riusciva a giocare un qualche ruolo in un quadro politico tornato fluttuante nell'autunno del 1998 per il rinnovato dissenso di Rifondazione Comunista sulla legge finanziaria proposta dal governo. Ne scaturiva questa volta la crisi dell'esecutivo di Prodi (ottobre 1998), ma non la fine della coalizione di centrosinistra che, malgrado le tensioni interne (testimoniate dal fallimento del reincarico allo stesso Prodi, nominato in marzo presidente della Commissione delle Comunità europee), dava vita a un nuovo governo guidato da D'Alema. Questi rinnovava in parte la precedente maggioranza parlamentare, potendo contare al centro sul gruppo di Cossiga e appoggiandosi a sinistra ai dissidenti comunisti che, contrari ad affossare la prima esperienza di governo delle sinistre, uscivano sotto la guida di A. Cossutta da Rifondazione per creare il Partito dei Comunisti Italiani (ottobre 1998). L'arrivo di D'Alema alla presidenza del Consiglio segnava la definitiva legittimazione nella scena politica nazionale degli ex comunisti, ora DS, e l'avvio della trasformazione dell'Ulivo in una coalizione più moderata e liberale. Il nuovo capo del governo poteva volgersi senza impacci verso una politica pragmatica e liberalsocialista, affine a quella dei laburisti britannici, cercando di guadagnare i consensi dell'elettorato moderato, la cui importanza era confermata dalle consultazioni amministrative del novembre 1998, che sancivano una flessione del Polo ma anche, nel complessivo avanzamento del centrosinistra, un calo dei DS e una crescita del PPI. Nello stesso tempo le dimissioni anticipate del Capo dello Stato, Scalfaro, consentiva alle forze politiche della maggioranza e dell'opposizione di trovare un accordo per l'elezione alla Presidenza della Repubblica del ministro del Tesoro Ciampi (maggio 1999) che, non essendo iscritto ad alcun partito e non essendo mai stato deputato, appariva particolarmente idoneo ad assolvere quel ruolo super partes indispensabile per condurre a termine il faticoso processo di rinnovamento delle istituzioni. Ciò rafforzava il prestigio di D'Alema, ma anche di Berlusconi, che riacquisiva appieno il ruolo d'indiscusso capo dell'opposizione e riusciva ad assopire le polemiche sul conflitto d'interessi derivante dalla sovrapposizione del suo impegno politico con quello d'imprenditore alla guida di uno dei più grandi gruppi economico-finanziari del Paese. A spingere a un rapido accordo sul nome di Ciampi, tuttavia, non era stato estraneo lo scenario internazionale, improvvisamente aggravatosi per il precipitare della crisi dei Balcani. La guerra civile in Kosovo e i conseguenti bombardamenti intrapresi dalla NATO contro la Serbia (marzo-giugno 1999) provocavano infatti uno choc emozionale nell'opinione pubblica, consapevole che l'Italia era in prima linea nella gestione della crisi. Il Paese comunque, fedele all'alleanza occidentale, e pur lavorando per una soluzione diplomatica del conflitto, metteva a disposizione basi e aerei per l'effettuazione dei raids antiserbi, ingaggiando poi proprie truppe nella forza multinazionale di pace operante in Kosovo. Sul fronte interno, tensioni continuavano ad allignare nella maggioranza, tanto che si assisteva alla nascita di una nuova forza politica, i Democratici per l'Ulivo (febbraio 1999), fondata da Prodi per riequilibrare i rapporti interni alla coalizione di centrosinistra spostandone il baricentro verso l'area moderata. Una scelta che, nell'ambito ulivista, non mancava di sollevare contrasti, essendo tesa ad arginare i rischi di egemonia dei DS e a presentarsi come concorrenziale verso il PPI, che traeva i propri consensi dal bacino elettorale centrista. I Democratici prodiani, comunque, raccoglievano l'adesione di molti sindaci di centrosinistra e dell'ex magistrato A. Di Pietro, già eletto senatore nelle liste dell'Ulivo nel 1997 e fondatore l'anno seguente dell'Italia dei Valori, movimento nato con il fine di favorire il referendum, proposto da varie personalità, per l'abrogazione del metodo elettorale proporzionale nell'attribuzione del 25% dei seggi alla Camera dei deputati. Proprio questo referendum, che aveva diviso trasversalmente le forze politiche (favorevoli erano AN, DS, CCD, assai tiepida FI e contrari PRC, PPI, Lega e Verdi) e falliva per il mancato raggiungimento del quorum (aprile 1999), ribadiva l'impasse politico-istituzionale del Paese, le cui conseguenze ricadevano ormai soprattutto su una sfilacciata coalizione di governo. A trarne beneficio era invece il Polo delle Libertà, che, più compatto, alle elezioni per il Parlamento europeo del giugno 1999 vedeva FI tornare a guadagnarsi il primo posto tra i partiti italiani, distanziando notevolmente i DS, mentre AN si confermava al terzo posto seguita dai Democratici di Prodi e da Di Pietro. Un successo del centrodestra, insomma, ribadito alle elezioni amministrative parziali tenute nello stesso mese, in cui particolarmente eclatante era la vittoria del candidato del Polo alla carica di sindaco di Bologna, storica roccaforte della sinistra. Al cedimento elettorale, che provocava la fuoriuscita dalla maggioranza del CDU di R. Buttiglione (luglio 1999), si sommavano ulteriori contrasti nel centrosinistra sui temi della riforma dello Stato sociale e del sistema previdenziale, cui D'Alema si dichiarava pronto a procedere, turbando così il già fragile equilibrio del governo e provocando uno strappo con i sindacati. Del resto simili attriti potevano essere alimentati dai contraddittori risultati della politica economica governativa: alla positiva riduzione del debito pubblico e ai progressi delle privatizzazioni (che nel 1999 fruttavano allo Stato introiti superiori al doppio di quelli programmati) facevano infatti negativo riscontro l'immutato tasso di disoccupazione e la mancata riduzione della pressione fiscale, necessaria per accrescere la competitività economica del Paese in uniformità alla rivendicata urgenza di innalzare la flessibilità del mercato del lavoro, di aumentare la destinazione delle risorse per la ricerca e la formazione e di diminuire l'incidenza della spesa pubblica. Erano tuttavia le persistenti polemiche politiche interne alla maggioranza che nel dicembre 1999 si sviluppavano al punto di provocare una prima crisi del governo D'Alema, causata dai Democratici e dalle forze del Trifoglio (SDI, PRI e UDR) che, in un complicato contesto di veti incrociati, davano l'ultimo colpo a una coalizione già debole, chiedendo esplicitamente la sostituzione del premier. Mentre il Polo sollecitava nuove elezioni, le dimissioni dell'esecutivo si risolvevano con un nuovo incarico allo stesso D'Alema, che riusciva a varare un governo in cui l'unica novità era l'assunzione di responsabilità ministeriali da parte dei Democratici prodiani e l'uscita dello SDI e dei cossighiani, astenutisi entrambi al momento della fiducia parlamentare. Un riassetto che non modificava dunque la politica della coalizione, né le linee programmatiche del governo, disponibile però ora ad aprire alle opposizioni in merito all'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta sulle attività giudiziarie condotte negli anni della cosiddetta “Tangentopoli”, richiesta a gran voce dal Polo e tornata di scottante attualità tra la fine del 1999 e i primi mesi del 2000 per la spinta emozionale suscitata nel mondo politico dalla morte di Craxi (gennaio 2000), ritiratosi ad Hammamet in Tunisia per evitare le condanne della giustizia italiana.

Storia: il Duemila

Il clima di forte polemica s'instaurava ormai non solo tra opposizione e maggioranza, ma anche all'interno di quest'ultima, le cui tensioni esplodevano in seguito ai risultati delle elezioni regionali dell'aprile 2000. La netta vittoria del centrodestra, favorito dalla sua maggior compattezza e dall'alleanza con la Lega Nord, tornata a chiedere un federalismo non secessionista, segnava un chiaro spostamento a destra dell'elettorato, sofferente al Sud per la persistente disoccupazione e al Nord per l'impatto dell'immigrazione extracomunitaria e la diffusione della microcriminalità. L'incontestabile valore politico nazionale assunto da questa tornata elettorale consentiva agli esponenti del Polo di chiedere l'immediata crisi di governo e le elezioni anticipate, mentre ridava voce nel centrosinistra alle istanze favorevoli a un cambiamento. Le richieste avanzate dall'UDEUR e dal PPI, unitamente alla volontà di ricercare un nuovo candidato premier per la coalizione in vista delle elezioni politiche del 2001, conducevano nello stesso aprile alle dimissioni di D'Alema e alla nascita di un governo presieduto dal ministro del Tesoro, G. Amato, sostenuto da DS, PPI, Democratici, PdCI, UDEUR, SDI, Rinnovamento Italiano e Verdi, anche se non senza sofferenze per questi ultimi (inizialmente divisi sull'atteggiamento da tenere) e per i Democratici. La volontà dei partiti della maggioranza di proseguire con la legislatura veniva bollata come mera manovra di potere dall'opposizione, pronta di fatto ad aprire in anticipo una rovente campagna elettorale, mentre da parte sua il governo si presentava con un programma limitato, diretto in sostanza a portare a termine le riforme già avviate, e per garantire lo svolgimento di una serie di referendum proposti dai radicali, il più importante dei quali, sostenuto anche dai DS, da AN e dal Patto Segni, riguardava di nuovo l'abolizione della quota proporzionale per l'elezione dei deputati. Il fallimento della consultazione referendaria, ancora una volta per mancato raggiungimento del quorum (maggio 2000), denunciava la stanchezza degli elettori verso problemi istituzionali che la classe politica si rivelava incapace di risolvere. Nello stesso tempo le divergenze sorte nel Polo tra Fini e Berlusconi, favorevole al proporzionale insieme con la Lega Nord, trovavano una ricomposizione nella comune richiesta di dimissioni del governo e di elezioni anticipate. Alla vigilia delle elezioni politiche il governo dell'Ulivo non riusciva né ad approvare una nuova legge elettorale né a trovare un accordo per le elezioni con Rifondazione Comunista e con la lista di Di Pietro. Faticosa anche la scelta del nuovo candidato premier che alla fine cadeva sul sindaco di Roma F. Rutelli, impegnatosi ad aggregare i partiti centristi della coalizione (PPI, Democratici, Rinnovamento Italiano e UDEUR) in un unico cartello elettorale, la Margherita. Ai due grandi schieramenti si poneva in concorrenza una nuova forza politica, Democrazia europea, sorta a opera di G. Andreotti e di S. D'Antoni, ex segretario generale della CISL, allo scopo di riunire l'area moderata di centro e di rompere la logica bipolare e maggioritaria reintroducendo il proporzionale. Ma questo progetto neomoderato andava incontro a un clamoroso insuccesso alle elezioni politiche del maggio 2001 (analogo a quello di altre forze minori, come quella capeggiata da Di Pietro). La consultazione elettorale premiava il centrodestra e la leadership berlusconiana, forte del patto con la Lega Nord (pur elettoralmente ridimensionata) e di un programma incentrato sulla drastica riduzione delle tasse, l'aumento delle pensioni minime, il liberismo economico insistentemente richiesto dal ceto imprenditoriale e il federalismo regionalistico promesso ai leghisti. Nel giugno 2001 il nuovo esecutivo presieduto da Berlusconi poteva così ottenere la fiducia delle Camere, mentre il centrosinistra attraversava una crisi d'identità e di strategia in seguito a un risultato elettorale che indeboliva al suo interno i DS e i Verdi, e ne rafforzava invece l'area moderata rappresentata dalla Margherita. Nel luglio dello stesso anno l'Italia organizzava a Genova il vertice dei paesi più industrializzati, il G8. La città veniva invasa da migliaia di manifestanti provenienti da tutta Italia e da molti paesi europei, comprese le ali più dure dei movimenti no-global che scatenavano una guerriglia urbana con le forze dell'ordine, terminata con centinaia di feriti tra i due schieramenti e la morte di un giovane manifestante. A questi scontri seguivano polemiche e inchieste anche sull'operato delle forze dell'ordine, accusate per il loro comportamento tenuto durante il vertice. Intanto, il nuovo governo proseguiva il suo cammino, dovendo fare i conti con le dimissioni del ministro Ruggiero (gennaio 2002), che inducevano Berlusconi ad assumere l'interim degli Esteri. Il presidente del Consiglio manteneva la carica fino al novembre dello stesso anno, quando nominava F. Frattini suo successore. Dopo l'attacco terroristico di New York dell'11 settembre, l'Italia, in seguito a una forte condanna del terrorismo da parte del governo, partecipava con un proprio contingente alla missione militare in Afghanistan. Terminato il conflitto rimaneva nel Paese un distaccamento inquadrato nella forza di pace sotto il controllo dell'ONU. Il 19 marzo del 2002 le Brigate Rosse uccidevano il professor Marco Biagi, consulente di diversi ministri del Lavoro negli ultimi anni, padre del Libro Bianco sul Lavoro del governo Berlusconi, ma anche tra gli autori del Patto sul Lavoro dei governi del centrosinistra (insieme a D'Antona). Il 28 maggio del 2002 l'Italia presiedeva e organizzava, nella base militare di Pratica di Mare, la firma della Dichiarazione di Roma, trattato tra la Russia e i paesi aderenti alla NATO, che in pratica sanciva la fine della guerra fredda. Con il voto del Parlamento precedente l'attacco anglo-americano all'Iraq del 20 marzo 2003, l'Italia si impegnava a non inviare né soldati né mezzi permettendo però il diritto di sorvolo dello spazio aereo e l'uso delle basi militari. Terminate le operazioni belliche, veniva inviato nel sud del Paese, con base principale a Nasiriya, un contingente di bersaglieri e carabinieri con compiti di supporto logistico, di controllo del territorio e contrasto alla criminalità locale. Nel novembre 2003 un grave attentato alla base italiana di Nasiriya, provocava 28 morti: si trattava dell'attacco più grave subito dalle truppe italiane dal secondo conflitto mondiale. Il 29 ottobre 2004 si teneva a Roma la cerimonia per la firma della Costituzione europea, da parte dei paesi membri. Nell'aprile 2005 si svolgevano le elezioni regionali che segnavano una netta vittoria per il centrosinistra, che conquistava 11 regioni mentre il centrodestra vinceva in Lombardia e in Veneto. Nello stesso mese il Parlamento approvava la nuova Costituzione europea. In seguito alla sconfitta subita alle elezioni regionali, Berlusconi rassegnava le dimissioni e varava un nuovo governo, in attesa delle elezioni di fine legislatura. In novembre veniva approvata dal Parlamento la riforma della Costituzione da sottoporre a referendum popolare, in cui si prevede il superamento del bicameralismo perfetto, il rafforzamento dei poteri del premier, maggiori poteri per le regioni, introduzione di nuovi criteri per la costituzione di Corte costituzionale e CSM. In dicembre il Parlamento approvava una nuova legge elettorale, che segnava il ritorno al sistema proporzionale. Nell'aprile 2006 si svolgevano le elezioni legislative, vinte dalla coalizione di centro-sinistra con un esiguo margine di vantaggio e, dopo più di quarant'anni di latitanza veniva arrestato a Corleone, Bernardo Provenzano, ritenuto un capo della mafia. Il mese successivo venivano nominati i presidenti di Camera e Senato, F. Bertinotti e F. Marini, e si svolgevano le elezioni per la presidenza della repubblica, vinte da G. Napolitano, che conferiva l'incarico di formare il nuovo governo a R. Prodi. In giugno si svolgeva il referendum confermativo delle modifiche apportate alla Costituzione da parte del governo Berlusconi; l'esito del voto risultava contrario a tali modifiche che venivano respinte da più del 60% dei votanti. In agosto, dopo le operazioni belliche di Israele contro il Libano, l'Italia decideva di partecipare alla missione Unifil con 2500 soldati, mentre alla fine dell'anno terminava quella in Iraq, con il ritiro degli ultimi soldati da Nasiriya. Approvata la finanziaria, il governo si ritrovava in difficoltà sulla politica estera e nel febbraio 2007 veniva battuto per due voti al Senato, e Prodi rassegnava le dimissioni. Successivamente Napolitano gli rinnovava l'incarico e in marzo Prodi otteneva la fiducia delle camere sempre con lo stesso governo e la stessa maggioranza. Nell'ottobre del 2007 si svolgevano le elezioni primarie per il nascente Partito Democratico, vinte da W. Veltroni. Nel gennaio 2008, in seguito a uno scandalo, il ministro della Giustizia C. Mastella rassegnava le dimissioni e il suo partito usciva dal governo, che cadeva con un voto di sfiducia al senato. Dopo le dovute consultazioni, Napolitano incaricava il presidente del senato F. Marini di formare un nuovo governo destinato a cambiare la legge elettorale, ma date le difficoltà incontrate nelle consultazioni rimetteva l'incarico nelle mani del Presidente della Repubblica, che scioglieva le Camere. Le elezioni politiche si svolgevano in aprile e vedevano la vittoria del Popolo delle Libertà, coalizione formata da AN, Forza Italia, Lega, che otteneva un buon risultato, e altre formazioni minori di centro-destra. Molti partiti, tra cui La Sinistra Arcobaleno non superavano lo sbarramento elettorale, permettendo l'elezione di solo sei gruppi parlamentari. In maggio Berlusconi veniva nominato nuovamente premier. Nell'agosto 2008 si concludeva tra Italia e Libia un accordo di cooperazione che prevedeva un risarcimento allo stato libico per i danni subiti nel periodo coloniale. Nel quadro della grave crisi economica interna e internazionale, il governo approvava dei programmi per la riduzione delle spese di ministeri ed enti locali. Nel marzo 2009 si concludevano i lavori per la fondazione del nuovo partito di centro-destra, Il Popolo della Libertà, nato dalla fusione di Forza Italia, Alleanza Nazionale e altri piccoli movimenti. In aprile un forte scossa di terremoto colpiva l'Abruzzo e in particolare L'Aquila e i comuni vicini, causando la morte di quasi 300 persone e di un migliaio di feriti: moltissimi gli edifici distrutti tra cui la maggior parte di quelli d'importanza storica e artistica. E proprio all'Aquila si svolgeva il G8 in luglio al posto della sede già prevista dell' isola di Maddalena in Sardegna. In settembre un attentato suicida a Kabul causava la morte di sei soldati del contingente italiano. Nel luglio del 2010, una rottura tra il presidente del consiglio Berlusconi e il presidente della Camera G. Fini determinava una rottura all'interno della maggioranza e la formazione di un gruppo parlamentare autonomo, Futuro e Libertà. Anche nel PD avveniva una piccola scissione, con la nascita di Alleanza per l'Italia, partito di orientamento centrista. In dicembre il governo doveva affrontare in Parlamento un voto di fiducia, ottenuto con pochissimi voti di maggioranza; nello stesso giorno a Roma si svolgeva una manifestazione contro la politica del governo e la riforma universitaria con violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine. Nel gennaio del 2011, a Reggio nell'Emilia, il presidente della repubblica Napolitano dava il via alle celebrazioni per i 150 anni dell'unità d'Italia. In marzo, in seguito alle risoluzioni ONU contro il regime libico di Gheddafi, l'Italia entrava nella coalizione militare per garantire la no fly zone. Negli stessi giorni il Paese doveva affrontare un grande afflusso di migranti, per la maggior parte tunisini, verso le coste italiane e, in particolare, verso Lampedusa. La crisi economica globale e, in particolare, l'instabilità dei conti pubblici dei Paesi europei, costringevano il governo a misure drastiche per combattere il decifit di bilancio, ma l'immobilità politica della maggioranza e le divisioni interne agli schieramenti politici e le indicazioni del presidente Napolitano, imponevano a Berlusconi la via delle dimissioni, in favore di un governo guidato dall'economista Mario Monti. Il nuovo governo, composto da ministri "tecnici", otteneva una larghissima fiducia del parlamento, appoggiato dal PDL, dal PD e dalle forze minori di centro, mentre la Lega di U. Bossi rimaneva l'unica forza politica all'opposizione. Per far fronte alla grave crisi economica del Paese, in dicembre veniva approvata una manovra fiscale con un gettito lordo di circa 30 miliardi di euro in 3 anni, mentre nel gennaio del 2012 veniva approvato un maxi-emendamento "Milleproroghe", per rilanciare l'economia. In maggio due forti scosse di terremoto mettevano in ginocchio la provincia di Modena e soprattutto il polo industriale di Mirandola, causando alcune vittime e danni gravissimi agli edifici storici e ai capannoni industriali. In seguito al lavoro svolto da Enrico Bondi, nominato dal governo come commissario alla Revisione della spesa pubblica (spending review), in luglio il governo varava una serie di misure triennali per un risparmio complessivo di 26 miliardi di euro. In dicembre il governo si dimetteva, dopo essere stato messo in minoranza in parlamento. in dicembre il governo Monti si dimetteva in seguito a una sfiducia in parlamento. Alle elezioni del febbraio del 2013 l'Italia risultava divisa in tre: vinceva la coalizione di sinistra guidata da Bersani (29,55 %), seguita di pochissimo dal centrodestra (29,18 %), ma il partito più votato risultava il MoVimento 5 Stelle (25,55 %) del comico B. Grillo. In seguito a difficili consultazioni e trattative il capo dello Stato Napolitano non riusciva a dare l'incarico per la formazione del governo a Bersani e nominava una commissione di dieci saggi per trovare una soluzione prima della scadenza del suo mandato. La difficile situazione politica impediva al Parlamento di trovare un candidato condiviso da tutte le forze politiche; dopo la sconfitta di Marini, indicato dal PD, PDL e Lega, e di Prodi, indicato dal PD, che ignorava la candidatura di "sinistra" di Rodotà, fermamente voluta dal M5S, veniva trovato un accordo per la rielezione di Napolitano che otteneva 738 voti. La linea politica del segretario del PD Bersani, veniva fortemente contestata, causando le dimissioni di tutti i dirigenti del partito. Nei giorni seguenti il presidente incaricava Enrico Letta per la formazione di un governo, sostenuto dal PD e dal PDL, mentre all'opposizione si schieravano il M5S, Sinistra-Ecologia Libertà (SEL) e la Lega Nord. Venivano eletti a presidenti delle due camere Laura Boldrini per il Parlamento e Piero Grasso per il Senato. Nel febbraio del 2014 la direzione del PD sfiduciava Letta, che rassegnava le proprie dimissioni. La sopravvivenza del governo veniva messa a dura prova dalle vicende giudiziarie di Berlusconi; il 1°-VIII-2013 la Corte di Cassazione confermava la sua condanna in appello a 4 anni di reclusione per frode fiscale e la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici, che è poi sfociata nella decadenza dalla carica di senatore e nell'ineleggibilità in caso di successive elezioni. Il PDL, dopo una scissione guidata dal vice Primo Ministro Angelino Alfano, passava all'opposizione riprendendo il nome di Forza Italia, mentre il governo guidato da Letta incontrava nuove difficoltà dopo l'elezione alla segreteria del PD di Matteo Renzi. Il neosegretario spingeva il PD ha togliere di fatto l'appoggio a Letta, poi lo sostituiva a capo del governo (22-2-2014), sostenuto da una maggioranza uguale a quella dell'esecutivo precedente. Alle elezioni europee del maggio del 2014 il PD, guidato da Renzi otteneva il 40,8% delle preferenze. Nel gennaio del 2015 il presidente Napolitano rassegnava le dimissioni e il parlamento eleggeva Sergio Mattarella a capo dello Stato. Il 1 maggio si apriva a Milano l'EXPO 2015, dal tema “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita”. Nel 2015 il governo varava alcune riforme: sulla base della legge delega sul mercato del lavoro (Jobs act) del dicembre 2014, il governo varava i decreti attuativi che davano corpo all'attesa riforma del diritto del lavoro; venivano approvati i decreti per una prima riforma fiscale, rivedendo il sistema delle sanzioni e semplificando norme e controlli; infine il Parlamento approvava la riforma della scuola e della della pubblica amministrazione. Le elezioni regionali di giugno segnavano una prima parziale battuta d'arresto per il PD a guida Renzi. Il centrosinistra, che pure vinceva in 5 regioni su 7 (Campania, Marche, Puglia, Toscana e Umbria), perdeva nettamente in Veneto, con la conseguente conferma del governatore Luca Zaia (Lega Nord), e cedeva al centrodestra la Liguria. Gli arrivi di migranti dalle coste africane restavano ingenti (120.000 arrivi nei primi nove mesi del 2015), impegnando risorse e dividendo l'opinione pubblica in un contesto europeo ancora molto carente. Le difficoltà del governo di coalizione (PD, NCD-UdC e Scelta Civica) nella gestione dei migranti contribuiva a riportare la Lega Nord, forte della dura opposizione anti-UE e anti-immigrazione, al centro del panorama politico nazionale.

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