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Lessico

agg. [sec. XIV; dal latino liberālis, proprio di uomo libero, generoso].

1) Che dona con larghezza, che non esita a dare, a spendere, munifico: un principe liberale verso gli artisti; esser liberale con i bisognosi. Per estensione, di cosa che rivela generosità: una liberale concessione.

2) Che sostiene, che osserva principi di libertà, di rispetto dei diritti individuali; seguace della dottrina etico-politica del liberalismo; appartenente al partito liberale; anche sm.: un governo poco liberale; le lotte dei liberali.

3) Lett., nutrito di spirito libertario, non servile.

4) Ant., che si conviene a persona di condizione libera: arti liberali.

Scienze politiche: generalità

Eredi ideali del movimento liberale ottocentesco, che seppe rinnovare le strutture politiche, sociali ed economiche dei maggiori Paesi europei con la sua fede nel valore essenziale della libertà individuale e collettiva contro ogni confessionalismo e assolutismo e contro le barriere di classe degli antichi regimi, i partiti liberali mantengono una loro funzione principalmente nel Vecchio Continente. Il declino dell'Europa liberale negli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale portò i movimenti, che in essa si erano identificati, a un rinnovamento che tenesse conto della nuova realtà sociale e politica espressa dalle grandi masse democratiche ormai inserite nella vita pubblica attraverso i loro istituti politici e sindacali. Nacquero, così, nel secondo dopoguerra i moderni partiti liberali, più rigidamente organizzati e alla ricerca, in molti Paesi soprattutto dell'Europa settentrionale, di un consenso più vasto di quello offerto tradizionalmente dal ceto dell'alta borghesia. Al di fuori del Vecchio Continente, nel Terzo Mondo “colonizzato”, dove è mancato un paritetico sviluppo politico ed economico, l'esistenza di partiti liberali è solo il frutto di un'imitazione dei termini del dibattito partitico proprio della madrepatria, oppure, come nell'America Latina, il richiamo ad antiche esperienze ottocentesche di lotta per l'indipendenza nazionale condotte da gruppi “liberali”, anch'essi, del resto, modellati su analoghi schemi europei.

Scienze politiche: il Partito Liberale Italiano (PLI)

Partito politico che si riallaccia idealmente alla matrice storica del Risorgimento, da esso realizzato in concorrenza con le forze radicali e rivoluzionarie del mazzinianesimo (da cui il nome di “moderati” dato ai suoi maggiori esponenti). Benché ideologicamente preesistesse come dottrina politica (C. Balbo, G. Durando), il PLI si organizzò in forza parlamentare dopo il marzo 1848 (Statuto Albertino) e dominò, con l'alternarsi al potere delle sue correnti conservatrici e riformiste, la vita pubblica italiana sino all'avvento del fascismo. Maggiori interpreti e uomini di governo furono: M. D'Azeglio, Cavour, B. Ricasoli, M. Minghetti, S. Spaventa, R. Bonghi, G. Giolitti. Nell'immediato dopoguerra, dopo l'introduzione del suffragio universale maschile (1912) e del sistema elettorale proporzionale (1919), per fronteggiare la nuova presenza dei grandi partiti di massa (Partito Popolare e Partito Socialista Italiano), il PLI volle darsi struttura di partito moderno – operazione già tentata agli inizi del 1900 da G. Borelli – e riorganizzare unitariamente nel suo interno le correnti della borghesia conservatrice e riformista (Congresso di Bologna, ottobre 1922). Al Congresso bolognese, però, prevalse sui riformisti ispirati da Giolitti (che si iscrisse al PLI soltanto nel 1924) e rappresentati da Soleri, la corrente conservatrice di Salandra. La non ostilità dei liberali verso i fascisti durò fino al delitto Matteotti (1924), quando Giolitti, che aveva sempre creduto di poterli controllare e persino guidare, e B. Croce, l'uno alla Camera, l'altro al Senato, passarono all'opposizione. Il partito venne sciolto, come le altre formazioni politiche nel 1928, ma si organizzò in resistenza clandestina nelle file dell'antifascismo. Rimaneva sempre però la voce di Croce che col Manifesto degli intellettuali antifascisti (1925) cominciò a esercitare l'alto magistero di custode della “religione della libertà”. E a quell'insegnamento si richiamarono, nell'inverno 1942-43, per l'elaborazione teorica dei primi documenti clandestini della rinascita del PLI, il gruppo di Ricostruzione Liberale di Roma, con Manlio Lupinacci, G. B. Rizzo, L. Cattani, B. Villabruna, e i giovani che facevano capo a Casati e a Bergamini. Seguirono, nell'inverno 1943-44, altri contributi teorici di C. Antoni, N. Carandini, L. Einaudi, M. Pannunzio, Medici e G. Carli, e la nascita, alla macchia, assieme ad altre trenta testate clandestine, del giornale Risorgimento Liberale, (più tardi divenuto quotidiano ufficiale del partito), mentre nel Sud ormai liberato si ricostituivano gruppi politici di orientamento liberale. Nel giugno 1944, a Napoli, intorno a Croce, su posizioni centriste, nacque ufficialmente il nuovo PLI (segretario G. Cassandro, poi L. Cattani e, dopo la Liberazione, M. Brosio). Partito essenzialmente borghese, ma di ispirazione progressista, il PLI fu subito travagliato da gravi contrasti interni circa la propria collocazione politica nell'arco delle altre forze parlamentari. Ne derivarono drammatiche scissioni sulla sinistra e confluenze sulla destra, che contribuirono a caratterizzare il PLI come partito conservatore. Già nel 1946, la questione istituzionale portò all'uscita dal partito del repubblicano Brosio. Nel 1948 lasciò il PLI tutta la sinistra (M. Pannunzio, C. Antoni, N. Carandini, L. Cattani, Libonati), per protestare contro l'alleanza elettorale del PLI con il movimento qualunquista. Il gruppo, raccoltosi intorno alla nuova rivista Il Mondo, andò riaccostandosi al partito, durante la segreteria di Villabruna, rientrandovi nel 1951, ma nel 1954 si verificò la crisi più grave, con la nuova scissione che coinvolse la “dissidenza radicale” (il gruppo degli Amici del Mondo); Villabruna venne sostituito da G. Malagodi, che da allora mantenne la carica di segretario del PLI fino al giugno 1972, allorché il partito entrò nel governo Andreotti: Malagodi fu nominato presidente del partito e A. Bignardi gli succedette alla segreteria. Entrambi furono confermati nelle cariche al XIII e al XIV Congresso del partito (1973 e 1974). In sede politica elettorale le perdite sulla sinistra del partito venivano in parte compensate da recuperi a destra a detrimento dei monarchici, come nel caso dell'assorbimento dell'Unione Monarchica Italiana (1956). Analoghe crisi ha attraversato il movimento giovanile, la Gioventù Liberale Italiana. I più fervidi sostenitori di democrazia laica si univano intanto a formare il Partito Radicale (1956), mentre nel 1960 nasceva il Movimento Italiano di Democrazia Liberale e nel 1967, il gruppo Democrazia '67, indebolendo sempre più i quadri del partito, che nelle elezioni politiche del 1963 aveva però ottenuto una notevole affermazione confermata dalle elezioni amministrative dell'anno successivo. Da allora la risposta degli elettori andava declinando. Alla formula del centro-sinistra Malagodi e Bignardi contrapponevano prima quella dell'alternativa liberale e successivamente quella della riscossa democratica, quest'ultima ribadita dal Congresso del 1974, mentre dal Congresso dell'aprile 1976 emergeva, con l'elezione a nuovo segretario di V. Zanone, la necessità dell'intesa con altre forze laiche per un rilancio del partito. Questo avveniva però solo con le elezioni politiche del 1979 e 1983 (2,9%), che confermavano al PLI il ruolo di piccola forza laica di centro e gli consentivano di far parte delle coalizioni politiche di pentapartito che hanno caratterizzato la vita politica italiana degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta. Nel maggio 1986 (XIX Congresso), la leadership del partito, dopo un breve segretariato di A. Biondi (1985-86), passava nelle mani di R. Altissimo. Ciò non valeva tuttavia ad arrestare l'erosione del consenso registrata nelle elezioni regionali del 1985 (2,2%) e confermata nelle politiche del 1987 (2,1%) e ancora nelle regionali del 1990 (2%). Il risultato del 1992 (2,8%) sembrava invertire la tendenza negativa, ma le indagini della magistratura sui finanziamenti illegittimi ai partiti coinvolgeva anche il segretario liberale Altissimo che si dimetteva, lasciando il PLI in una crisi irreversibile. Nelle elezioni politiche del 1994, svoltesi con il sistema maggioritario, una parte dei liberali si presentavano con l'Unione di Centro nelle liste di Forza Italia. Nonostante la vittoria elettorale e la possibilità di riprendere un ruolo di governo, l'Unione dei liberali di Centro non riusciva a decollare, anche per la breve durata (maggio-dicembre 1994) dell'esecutivo guidato dal leader di Forza Italia, S. Berlusconi. La testimonianza dell'esperienza storica del PLI era così affidata all'impegno di singole personalità e del resto anche il tentativo di resuscitare l'antica bandiera, il periodico L'Opinione, non sortiva effetti positivi. Del resto, sino a che aveva potuto contare su un minimo retroterra organizzativo, il PLI era riuscito a barcamenarsi anche in una realtà in trasformazione. Ma con il passare degli anni aveva dovuto fare i conti con l'accelerazione del processo di palingenesi delle tradizionali categorie partitiche: gli ideali del liberalismo erano ormai presenti in molte forze politiche tanto da rendere quasi superflua, come dimostravano gli andamenti elettorali, l'esistenza di un partito dallo specifico nome di liberale. Il terremoto che aveva interessato il panorama politico italiano degli anni Novanta, d'altra parte, aveva favorito la formazione di nuove organizzazioni e tra queste Forza Italia, che del liberalismo moderato aveva fatto la sua bandiera raggiungendo immediatamente dimensioni di massa. L'insieme di questi elementi, ma anche la logica del maggioritario, cospiravano, dunque, a danno del rinnovato orgoglio di partito che portava alcuni leader storici, tra la fine del 1996 e il 1997, a tentare di resuscitare il PLI.

Scienze politiche: i partiti liberali in Germania

L'epoca d'oro del liberalismo in Germania risale al 1866-78, ma complessivamente i partiti liberali (il liberale di sinistra Freisinnige Volkspartei e il liberale di destra Nationalliberale Partei) ottennero i maggiori successi elettorali nel 1912. Dopo la caduta dell'Impero (1918), il tentativo di riunificare le due anime del liberalismo fallì e si protrasse la divisione tra il liberale di sinistra e repubblicano Deutsche Demokratische Partei (DDP) e il liberale di destra Deutsche Volkspartei (DVP). Il DVP, tuttavia, con G. Stresemann (che era stato tra i suoi fondatori nel 1918), accettò la Repubblica di Weimar e venne anzi coinvolto nel drammatico fallimento di questa, nonostante la politica moderata e stabilizzatrice dello stesso Stresemann, prima cancelliere (1923) e poi fino alla morte (1929) ministro degli esteri. Ne scaturì il crollo del voto liberale, che fu tra le cause del successo del Partito nazistain quanto molti moderati finirono per indirizzarsi in massa verso Hitler. Alla fine della seconda guerra mondiale – mentre in Germania orientale nasceva un Partito liberale (1945) presto sottomesso dal regime comunista – veniva fondato in Germania occidentale il Frei Demokratische Partei, (FDP, Partito Liberal-Democratico, 1948) successivamente giunto a conquistare il 5-10% dei suffragi. In quanto terzo partito come numero di voti (fino all'avvento dei Verdi negli anni Ottanta) la sua influenza si dimostrava superiore rispetto alla sua forza effettiva, facendone un partner di governo nei periodi 1949-59, 1961-66 e dal 1969 in poi. Fortemente caratterizzato in senso conservatore, il FDP costituiva uno dei sostegni più sicuri alla politica atlantista e di appoggio alla libera iniziativa economica perseguita dal cancelliere Adenauer. L'anima del vecchio liberalismo prussiano, nazionalista e autoritario, fedele alleato del cancelliere Bismarck, riviveva nel partito che aveva alla sua guida uomini come T. Dehler ed E. Mende. Dopo la sconfitta alle elezioni del 1965 e la nascita della “grande coalizione” tra socialisti e cristiano-sociali (1966), una brusca svolta veniva impressa al partito tra il 1967 e il 1968, con l'avvento alla sua testa di W. Scheel, eletto presidente al Congresso di Friburgo del gennaio 1968. Anch'egli sviluppava la tesi di un liberalismo moderno, disposto a farsi interprete delle istanze di libertà non ancora soddisfatte dall'attuale civiltà industriale di massa. Al governo con la socialdemocrazia dal 1969, la FDP poteva tentare di dare concreta attuazione al suo programma innovatore, mentre il suo presidente, divenuto ministro degli Esteri, si faceva valido esecutore dell'Ostpolitik del cancelliere Brandt. Dopo l'elezione di Scheel alla presidenza della Repubblica nel 1974, la guida del partito passava a H.-D. Genscher. La progressiva svolta a destra impressa al partito dallo stesso Genscher, culminata nell'autunno 1982 con il capovolgimento dell'alleanza di governo e la formazione di un ministero con la CDU- CSU (e il conseguente passaggio all'opposizione dei socialdemocratici) provocava tuttavia una crisi interna della FDP che subiva alcune sconfitte elettorali in vari Länder non riuscendo a superare lo sbarramento elettorale del 5%. Nel 1985 Genscher pur rimanendo al governo lasciava la guida del partito a M. Bangemann. Superata la crisi con un discreto successo nelle elezioni regionali e politiche del 1990, la FDP, sotto la guida di O. G. Lambsdorff, procedeva a incorporare le varie formazioni liberali sorte nella Repubblica Democratica Tedesca.Partner di governo anche dopo la riunificazione tedesca, il partito non riusciva però ad elaborare una linea politica nuova ed originale vedendo progressivamente diminuire il consenso elettorale. La clamorosa sconfitta della coalizione cristiano-liberale alle elezioni legislative del 1998 sanciva la fine della lunga egemonia conservatrice nel Paese, ma non la partecipazione dei liberali al governo socialdemocratico guidato da G. Schröder .

Scienze politiche: i partiti liberali in Gran Bretagna

IlLiberal Party inglese nacque alla metà dell'Ottocento, quando i liberali si unirono ai Whigs e ai radicali e dominarono il governo per gran parte dei sessant'anni seguenti. Dall'inizio del Novecento al 1915 il governo varò un esteso programma di legislazione sociale che gettò le basi dello Stato assistenziale britannico. Allo scoppio della prima guerra mondiale il partito si divise sulla questione della partecipazione alla stessa e poi, nel 1916, sulla coscrizione obbligatoria, con conseguente perdita di sostegno dei pacifisti, tradizionale spina dorsale dell'elettorato liberale Anche la dottrina economica liberistaerorata dal partito entrò in crisi nel dopoguerra, quando tra l'altro i liberali dovettero fronteggiare la sfida di un sempre più organizzato Partito laburista e la concorrenza del Partito conservatore, in grado di attirare settori della popolazione di tendenza liberale. Internamente diviso e ideologicamente in affanno, il partito declinò sensibilmente negli anni Venti, pur ricompattandosi in modo formale nel 1926 con Lloyd George e pur rinnovandosi con la progettazione di una politica economica keynesiana. Un'ulteriore spaccatura avvenne nel 1930-31, quando Lloyd George decise di appoggiare un governo laburista di minoranza contro l'opinione di molti esponenti favorevoli invece ad allearsi con i conservatori. Con una sorta di colpo di mano nel 1931, il vice leaderH. Samuel, esautorando dalla direzione del partito Lloyd George, entrò in un governo nazionale con i conservatori, per uscirne però l'anno seguente. Dopo la seconda guerra mondiale i consensi ai liberali inglesi decrebbero ancora con la direzione di C. Davies (1945-56): alle elezioni del 1951 e del 1955 i seggi da loro guadagnati si ridussero a sei. Il partito cominciò a recuperare voti sotto la guida di J. Grimond (1956-67), che lo rinnovò introducendovi tendenze progressiste, anche se radicalmente antisocialiste, senza tuttavia riuscire a fargli oltrepassare il ruolo secondario ormai assunto nel sistema politico britannico dominato dal confronto tra conservatori e laburisti. A Grimond succedeva J. Thorpe (1967-76), incapace di far uscire il Liberal Party dalle secche con la sua proposta di una “terza via” tra statalismo laburista e individualismo conservatore, e quindi D. Steel, che nel 1981 si alleava con il Partito socialdemocratico (nato quell'anno in seguito alla scissione nel Partito laburista) ottenendo risultati alterni nelle elezioni del 1983 e 1987. Nel marzo 1988 i due gruppi decidevano comunque di fondersi dando vita al Social and Liberal Democrats che debuttava con scarso successo alle elezioni europee del 1989, pur recuperando consensi alle consultazioni del 1992 e del 1997.

Scienze politiche: i partiti liberali in Austria

Lo sviluppo del liberalismo in Austria è legato non solo all'affermazione dei suoi principi tradizionali, ma anche alla permanenza di ideologie di destra retaggio del nazismo. Malgrado il vasto processo di “denazificazione” cui venne sottoposto il Paese nel secondo dopoguerra, infatti, risorsero dopo il 1945 vari gruppi neonazisti, tra cui il Ring Freiheitlicher Studenten (Alleanza degli Studenti Liberali, scomparsa nel 1989) e la Lega degli Indipendenti (VDU), costituitasi nel 1949 e tesa a conquistare il conseso degli epurati ex nazisti. Dal VDU sorgeva il Freiheitliche Partei Österreichs (FPÖ, Partito Liberale Austriaco) che, alla fine degli anni Settanta, vedeva crescere al suo interno la componente più autenticamente liberale, con a capo Steager, in grado di far entrare la formazione nell'Internazionale liberale e di poter usufruire di un bacino elettorale oscillante tra il 5 e il 10%. Ciò facilitava la coalizione di governo con il Partito Socialista Austriaco (SPÖ) nel 1983, quando l'FPÖ otteneva la propria legittimazione democratica. La coabitazione coi socialisti determinò però l'insofferenza dei militanti del partito e al Congresso del 1986 il leader della Carinzia, Jorg Haider (già attivista del Ring Freiheitlicher Studenten), conquistava la maggioranza con una linea radicale di destra, nazionalistica e xenofoba. Si rompeva l'alleanza coi socialisti e l'FPÖ iniziava una costante progressione elettorale che nel 1999 lo portava a guadagnare oltre il 22% dei consensi, penterando impetuosamente anche tra i ceti operai. Espulso nel 1993 dall'Internazionale liberale e subita una scissione dal Forum liberale di H. Schmid (che otteneva il 5,7% dei voti alle elezioni del 1994), il partito si accentrava sempre più nelle mani di Heider ed accentuava i suoi toni nazionalisti, antieuropeistici (opponendosi all'ingresso dell'Austria nell'Unione Europea) e razzisti. L'FPÖ raggiungeva quasi il 27% dei voti alle elezioni del 1999, che determinavano la fine della tradizionale alleanza governativa tra i socialisti e i conservatori dell'Ö.V.P. (Partito Popolare austriaco) e la formazione di un governo ÖVP-FPO.

Scienze politiche: altri partiti liberali in Europa

§ I partiti liberali in Francia. La complessa vicenda del movimento liberale francese – il più tipico interprete forse delle classiche tematiche di umanitarismo razionale e tollerante, di antiautoritarismo, di liberismo economico – si identifica con quella del radicalismo d'oltralpe, cui occorre richiamarsi specie per le idee progressiste di un Servan-Schreiber o per i tentativi riformisti di Giscard d'Estaing, che nel 1978 fondava L'Unione per la Democrazia Francese (UDF) allo scopo di creare un'ampia coalizione di centro-destra non gollista che perseguisse idee di liberalismo e di riformismo sociale. Alla fine degli anni Novanta la corrente più marcatamente liberale dell'UDF lasciava il partito per fondare Democrazia Liberale (DL).§ Il partito liberale in Belgio. Un vento di novità, con l'inizio degli anni Sessanta del XX secolo, spirò tra le file del partito liberale del Belgio, il quale, sotto l'impulso del segretario O. Vanaudenhove, mutò la sua denominazione tradizionale in Parti de la Liberté et du Progrès, proprio per accentuarne i connotati innovativi. Moderando i toni della polemica laicista, il partito faceva breccia su alcune frange del mondo cattolico timorose dell'alleanza con i socialisti. Pur mantenendo un ruolo di opposizione, i liberali belgi consolidavano la loro forza conquistando, nel 1987, 48 dei 212 seggi disponibili. Negli anni Novanta il consenso verso i liberali cresceva ulteriormente e anche nel 2001, quando conquistavano il governo del Paese con A. Duquesne. § I partiti liberali nei Paesi Bassi. Legato alle tradizionali prospettive politiche di un partito liberale classico (esaltazione delle virtù della libertà individuale e della libertà d'impresa), si mostrò il VVD (Volkspartij voor Vrijheid en Demokratie, Partito del Popolo per la Libertà e la Democrazia) dei Paesi Bassi. Anch'esso fu erede del movimento riformatore ottocentesco costituitosi in partito fin dal 1885 e subito diviso tra destra e sinistra, unite dal comune anticlericalismo, ma in contrasto sulla legislazione sociale e sull'estensione del diritto di voto. Nacquero così due formazioni distinte, il Partito liberale, più moderato, e quello Liberal-democratico, più progressista. Nel secondo dopoguerra avvenne l'unificazione, che portò il movimento a rappresentare la terza forza politica di maggior consistenza nel complesso e frantumato mondo politico dei Paesi Bassi. § I partiti liberali nei Paesi scandinavi. La funzione dei partiti liberali nei Paesi scandinavi è stata negli anni soprattutto quella di porsi come tramite indispensabile (sia facendo parte del governo sia rimanendo all'opposizione) tra la socialdemocrazia da lunghi decenni in posizione dominante e i partiti cosiddetti borghesi della destra. In Danimarca, per esempio, è stato proprio il raddoppio dei voti (dal 7% al 15%) della Det Radikale Venstre (Sinistra Radicale), nelle elezioni del 1968 a caratterizzare la vittoria della coalizione “borghese” sulla socialdemocrazia al governo. Una coalizione che dopo un decennio di difficili equilibri politici si confermava vittoriosa anche nelle consultazioni del 1982, 1984, 1987 e 1990. Pure in Norvegia il cartello che nel 1965 riuscì a strappare per alcuni anni il predominio socialista, si caratterizzò in senso liberale grazie al programma del Venstre (Partito della sinistra). Intorno al 13% dei consensi si è assestata negli anni Novanta la forza elettorale del Folkpartiet (Partito del popolo) svedese, anch'esso alla ricerca di un punto d'intesa con altre formazioni dell'opposizione antisocialdemocratica, soprattutto il movimento degli Agrari, per offrire una valida alternativa di governo. Il piccolo Liberaalinen Kansanpuolue (Partito Liberale del Popolo) finlandese ha fornito spesso il suo appoggio alle coalizioni di governo imperniate sul forte partito di centro, in una situazione politica più eterogenea rispetto a quella degli altri Paesi scandinavi, marcata dalla predominante forza della socialdemocrazia. § I partiti liberali in Svizzera. Di antiche tradizioni è anche il Freisinnige Partei der Schweiz (Partito Radicale Svizzero), lungamente al potere negli anni anteriori alla seconda guerra mondiale e ancora al governo all'inizio del XXI secolo.

Scienze politiche: il partito liberale in Israele

Frutto di esperienze politiche maturate in Europa e trasferite nel nuovo Stato ebraico, il partito liberale viveva, in Israele, una breve e difficile vita dall'anno di fondazione (1961), lacerato tra un'ala progressista e una conservatrice. Proprio quest'ultima spingeva il partito a unirsi con l'Ḥerūt (1965) dando vita alla formazione Gahal e successivamente al Likud: una forza che si andava sempre più caratterizzando in senso conservatore sulla spinta del drammatico confronto con il mondo arabo e la popolazione palestinese e cresceva enormemente di peso politico, tanto da essere il perno delle coalizioni di governo tra gli anni Ottanta e i primi anni Novanta, fino alla vittoria laburista del 1992. Di scarso rilievo, invece, il tentativo della componente liberale progressista che, dissociandosi dall'unificazione con l'Ḥerūt e fondando l'Independent Liberal Party, otteneva solo 4 seggi nelle elezioni del 1974. Le elezioni del 1996 segnavano la vittoria di misura del Likud che, con il nuovo leader del partito Netanyahu, inaugurava una politica di deciso rallentamento del processo di pace con i Palestinesi avviando un nuovo piano di colonizzazione nella parte araba di Gerusalemme. In un clima di crescente lacerazione nazionale, il partito si divideva tra una destra nazionalista e un'ala più moderata, subendo un netto calo di popolarità. La spaccatura si accentuava con la stipulazione dell'accordo di Way Plantation con ‘Arafāt (1998), che di fatto consacrava il principio, fino ad allora respinto dal Likud, della restituzione della terra ai Palestinesi in cambio della sicurezza per lo Stato ebraico. La crisi si ripercuoteva sul governo, costretto ad affrontare elezioni anticipate (1999) che sancivano la rotta del Likud e di Netanyahu, sconfitto da una coalizione capeggiata dai laburisti.Netanyahu si dimetteva dalla presidenza del partito, sostituito da A. Sharon, leaderdella destra oltranzista. Nel 2000, però, le insormontabili difficoltà insorte nel processo di pace israelo-palestinese, consentivano a un esponente del partito, M. Katzav, di essere eletto presidente d'Israele e, dopo le dimissioni del governo laburista, favorivano nel 2001 la vittoria elettorale del Likud, il cui leader era eletto primo ministro.

Scienze politiche: il partito liberale in Canada

Nato dai primi riformatori alla fondazione della confederazione canadese (1867), il Partito liberale seguì l'esempio di quello britannico di Gladstone chiedendo parità di trattamento per tutte le confessioni e la fine dell'intervento dello Stato nelle questione religiose. Più critici dei rivali conservatori in merito alle relazioni tra Canada e Gran Bretagna, i liberali canadesi si legarono alle istanze nazionalistiche, contraddicendo così la loro scelta per il libero scambio economico. Dal 1887, sotto la pragmatica guida di W. Laurier, divenuto primo ministro nel 1896 (carica mantenuta per quindici anni), il partito divenne più unito e moderato, promuovendo una politica di unità nazionale, antibritannica e filostatunitense. Proprio la linea di apertura economico-commerciale agli Stati Uniti, però, provocò la reazione dei filobritannici e la caduta del governo di Laurier (1911). Durante la prima guerra mondiale i liberali canadesi sfiorarono la scissione allorché l'unione tra francofoni e anglofoni, accuratamente preparata da Laurier, crollò sulla questione del servizio militare obbligatorio oltreoceano. Laurier aveva comunque gettato le basi affinché la formazione liberale potesse divenire la principale forza di governo del XX secolo: cosa che puntualmente accadde con W. L. Mackenzie King, leaderdal 1919 del partito, che sotto la sua direzione ritrovò l'unità, e ripetutamente primo ministro (1921-26, 1926-1930, 1935-48) grazie ad una politica sociale ed economica capace di aggregare interessi diversi, dai lavoratori agli imprenditori, dai liberisti dell'ovest ai protezionisti dell'Est. Dopo la seconda guerra mondiale – alla cui partcipazione Mackenzie King fu favorevole, pur promettendo di non introdurre il servizio militare obbligatorio – il blocco sociale costruito dai liberali cominciò a logorarsi, soprattutto quando a dirigere il partito fu L. S. Saint-Laurent, che tuttavia proseguì nell'edificazione del welfare statee rimase al governo fino al 1957, definendo altresì le basi della politica estera filoatlantica del Canada grazie all'opera di un altro esponente liberale, L. B. Pearson, premiato col Nobel per la pace nel 1957. Divenuto l'anno seguente capo del partito, Pearson doveva attendere fino al 1963 per riportarlo al governo. Nel 1968 gli succedeva il più vivace P. Trudeau che, al potere fino al 1984, ribadiva la forte connotazione riformatrice dei liberali canadesi, ma doveva affrontare il problema del Québec, tradizionale serbatoio di voti dei liberali: qui infatti si sviluppava un forte movimento separatista, giunto talora ad atti di terrorismo, le cui istanze nazionalistiche Trudeau non riusciva ad assorbire nonostante la proclamazione di una nuova Costituzione (1982). Divenuto sempre più impopolare, anche perché incapace di far fronte alla cisi economica, si dimetteva dal partito e dal governo nel 1984. Dopo una breve successione di J. Turner, i liberali canadesi dovevano lasciare il campo ai conservatori, ma tornavano al potere, con larga maggioranza, nel 1993 grazie a J. Chrétien che conservava ininterrottamente la carica di primo ministro fino al 2001.

Scienze politiche: il cattolicesimo liberale

Atteggiamento assunto nel sec. XIX da gruppi di cattolici sulle proposte politiche avanzate allora dal liberalismo: le quattro libertà (d'insegnamento, di stampa, di associazione e di coscienza) rivendicate dai liberali incontravano il favore degli spiriti cattolici più aperti, che in esse vedevano la possibilità di fondare il rispetto dei diritti della Chiesa e una fattiva collaborazione politica con i liberali. Il movimento ebbe la sua formulazione teorica in Francia a opera di F. R. de Lamennais e raccolse consensi in vari ambienti (da ricordare R. Fr. Rohrbacher, C. R. Montalembert, H. D. Lacordaire e altri). Ma le gerarchie ecclesiastiche, ferme ancora alla Restaurazione del 1815, condannarono il movimento (Mirari vos di Gregorio XVI, 1832), provocando l'abbandono della Chiesa da parte di Lamennais e l'amputazione netta di ogni interessante esperimento di collaborazione politica fra cattolici e liberali. Lacordaire rientrò nella più osservante ortodossia. Nel 1864 il Sillabo stroncava definitivamente il movimento. In Italia il cattolicesimo liberale s'identificò in origine con il neoguelfismo di Gioberti e di Rosmini; in R. Lambruschini, che vedeva l'apertura del cattolicesimo al liberalismo come capacità riformatrice nel seno stesso della Chiesa; in M. Minghetti, assertore della separazione della Chiesa dallo Stato. In Germania spezzò una lancia per il cattolicesimo liberale I. von Döllinger, provocando lo scisma dei “vecchi cattolici”. Prevalse tuttavia in Europa l'azione repressiva delle condanne inflitte dalla Chiesa. Quello che del movimento rimase vivo preparò in una travagliata gestazione intellettuale le idee del modernismo.

Bibliografia

J. Cros, Le néolibéralisme. Ètude positive et critique, Parigi, 1952; L. Baudin, L'aube d'un nouveau libéralisme, Parigi, 1953; G. Malagodi, Massa non-massa: riflessioni sul liberalismo e la democrazia, Firenze, 1962; J. S. Rasmussen, Retenchment and Revival; a Study of the Contemporary British Liberal Party, Tucson, 1964; K. Berchtold, Osterreichische Parteiprogramme 1868-1966, Vienna, 1967; E. Gruner, Die Parteien in der Schweiz, Berna, 1969; R. I. Douglas, The History of the Liberal Party, 1895-1970, Madison, 1971; G. Bedeschi, Storia del pensiero liberale, Bari, 1990.

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