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Marche

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regione dell'Italia centrale, 9694 km², 1.553.063 ab. (stima 2007), 158 ab./km², capoluogo di regione: Ancona. Comuni: 246. Province: Ancona, Ascoli Piceno, Fermo, Macerata, Pesaro e Urbino. Confini: Emilia-Romagna e Toscana (NW), Repubblica di San Marino (NE), mare Adriatico (E, 173 km di costa), Abruzzo (SE), Lazio (S), Umbria (W).

Generalità

La regione ha la forma di un grande quadrilatero, i cui lati maggiori si presentano leggermente convessi verso NE; si estende dal crinale dell'Appennino Umbro-Marchigiano all'Adriatico e tra le valli dei fiumi Marecchia e Tronto. I confini amministrativi, però, non si identificano localmente sempre con gli elementi naturali, come la maggiore linea spartiacque appenninica: alcuni fiumi tributari dell'Adriatico, infatti, quali il Foglia, il Burano e specialmente il Tronto, nascono oltre il confine regionale, mentre la Nera, affluente del Tevere, sviluppa il suo corso superiore in territorio marchigiano.L'immagine delle Marche è quella tipica del Centro Italia, sia per quanto riguarda i paesaggi, dominati da colline e poggi coltivati, sia per i caratteristici borghi medievali, spesso murati, affacciati a terrazza verso l'Adriatico, sia per le tradizioni enogastronomiche e per i legami culturali con l'Umbria e con la Toscana orientale. La denominazione, in uso dal 1815, trae origine dal termine germanico con cui ci si riferiva alle terre di confine e designa un insieme di diverse aree amministrative unificate da un comune processo storico. Esso si rifà all'esistenza di più marche già alla fine del sec. X (Marca Superiore o Camerinese, Marca Anconetana, Marca Firmana), cui si unirono, poi, domini particolari, come il Ducato di Urbino e il Principato di Pesaro.Già area arretrata da cui sono partiti consistenti flussi migratori, le Marche sono, all'inizio del sec. XXI, una delle regioni italiane più dinamiche sia economicamente sia culturalmente, inserita in quell'asse di sviluppo adriatico che dal Nordest si è prolungato fino all'Abruzzo. Le Marche hanno saputo fare di un elemento di debolezza, come la mancanza di polarizzazione attorno a un nucleo urbano funzionalmente forte, un punto di forza; infatti, lo sviluppo che interessa la regione, pur privilegiando la fascia costiera, appare sostanzialmente uniforme ed equilibrato. Si può affermare che a partire dagli ultimi decenni del Novecento sia in corso una sorta di riscoperta di questa terra nella sua interezza sia da parte delle istituzioni sia da parte del pubblico nazionale.

Territorio: morfologia

La regione è prevalentemente montuosa, benché i rilievi in genere non siano molto elevati; la cima più alta è il monte Vettore (2476 m), nel gruppo dei monti Sibillini, al confine con l'Umbria. Dal crinale appenninico il rilievo digrada progressivamente verso la costa adriatica, che si presenta in genere piatta e rettilinea, orlata di ampie spiagge; soltanto a N di Pesaro e a S di Ancona (dove il piccolo massiccio del monte Conero, 572 m, spezza la continuità del litorale) la costa si fa alta e rocciosa. Prevalgono le formazioni mesozoiche e cenozoiche, principalmente calcari, marne e arenarie.All'interno il paesaggio montuoso, che è stato interessato da complessi fenomeni orogenetici di subsidenza e di assestamento, con la formazione di fratture e di faglie, presenta una grande varietà di forme, con solchi vallivi longitudinali e trasversali al sistema appenninico. Procedendo verso la costa, le altitudini si abbassano e il rilievo assume una struttura assai più regolare, con dorsali subparallele orientate a NE e separate da solchi vallivi trasversali alla catena appenninica e con il fondo ricoperto da materiali alluvionali. I principali corsi d'acqua, se si esclude, come si è detto, la Nera, scendono al mare Adriatico. Per la vicinanza al mare del crinale appenninico, hanno un corso piuttosto breve, tra i 40 e i 110 km; poiché anche i bacini imbriferi sono scarsamente sviluppati, data la struttura per valli autonome e parallele, le portate d'acqua sono in genere modeste (fanno eccezione il Metauro e il Tronto, che drenano un ampio bacino montano). Il regime è torrentizio, con accentuate magre estive. I più importanti sono la Marecchia, il Conca, il Foglia, il Metauro, il Cesano, l'Esino, il Musone, il Potenza, il Chienti, il Tenna, l'Aso e il Tronto. Di questi, la Marecchia e il Conca sviluppano la parte terminale del loro corso in territorio romagnolo, il Tronto ha la sua alta valle in prevalenza nel Lazio e segna con il suo corso inferiore il confine amministrativo con l'Abruzzo. I laghi delle Marche sono tutti artificiali, se si esclude il piccolo lago glaciale di Pilato, ai piedi del monte Vettore.

Territorio: clima

Lungo la costa prevale un clima di tipo marittimo, con modeste escursioni termiche e moderate precipitazioni, anche se l'azione mitigatrice del mare è inferiore a quella esercitata dal Tirreno, perché la costa, aperta a E, è esposta, soprattutto nei mesi invernali, ai venti freddi di Nordest, che possono provocare brusche discese della temperature ed episodi nevosi; procedendo verso l'interno si accentuano sempre più le escursioni termiche e aumentano in misura considerevole le precipitazioni, che in alcune aree ristrette di alta montagna raggiungono anche i 2000 mm annui; le stagioni più piovose sono la primavera e l'autunno. La neve è frequente nei mesi invernali sui rilievi dell'interno.

Territorio: demografia

La collina marchigiana, malgrado la povertà dei terreni agricoli, è abbastanza popolata, fitta di borghi arroccati in cima ai poggi e di case sparse nei fondivalle e sui pendii. Ma la presenza di una fascia montana scarsamente abitata e la mancanza di grandi centri urbani, fanno sì che la densità di popolazione sia inferiore a quella media italiana. A differenza di quanto è avvenuto in altre regioni, nel decennio intercorso fra i censimenti del 1991 e del 2001 la popolazione marchigiana è aumentata in tutte le province, a testimonianza di un notevole livello di dinamismo economico; anche la riduzione della popolazione nei capoluoghi, fenomeno abbastanza diffuso in Italia, è stata meno sensibile che altrove, interessando soltanto Macerata e Ascoli Piceno, mentre Ancona è rimasta sostanzialmente stabile e Pesaro è cresciuta. All'interno della regione, la distribuzione della popolazione si è ormai stabilizzata, per l'esaurirsi delle migrazioni interne, che avevano condotto a un progressivo impoverimento della copertura demografica delle aree montane a favore dei più dinamici centri costieri e del fondovalle. L'incremento demografico della regione si deve essenzialmente al saldo positivo del movimento migratorio; il saldo naturale, infatti, è negativo, con un tasso di natalità nettamente inferiore a quello di mortalità.Gli stranieri costituivano, nel 2002, il 3% della popolazione regionale; le comunità più rappresentate sono quella albanese, marocchina e romena. I lavoratori immigrati trovano impiego non solo nei fiorenti distretti industriali della regione, ma anche in attività stagionali legate al turismo e nel porto di Ancona, che spesso è anche il loro luogo di sbarco.

Territorio: struttura urbana e vie di comunicazione

Come l'Umbria e la Toscana, le Marche hanno visto fiorire fin dal Medioevo numerose città. L'eredità dei liberi Comuni si perpetua ancora oggi in un una rete urbana fitta ed equilibrata: mancano grandi metropoli, nessuna città prevale nettamente sulle altre (benché Ancona svolga un certo ruolo di coordinamento regionale), anche le zone montane sono bene attrezzate. Poli urbani si trovano così sia sulla costa (Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona, San Benedetto del Tronto) sia nei fondivalle (Jesi, Fabriano, Tolentino, Ascoli Piceno) sia in posizione dominante sulle colline (Urbino, Osimo, Macerata, Fermo, Camerino). Caratteristico è poi il fenomeno delle “marine”: nuove città sviluppatesi lungo la costa a partire dall'Ottocento, come gemmazione di centri collinari intorno alla stazione ferroviaria, fino a diventare, talvolta, più popolose del borgo-madre. Rientrano in questa categoria centri come Falconara Marittima, Civitanova Marche, Porto Sant'Elpidio e Porto San Giorgio.Asse principale delle comunicazioni marchigiane è la dorsale adriatica, percorsa dalla ferrovia a doppio binario Bologna-Bari, dalla A14 Bologna-Taranto e dalla SS 16 Adriatica; la viabilità interna, un tempo impostata su tortuose strade di cresta o su arterie di fondovalle, rallentate dall'attraversamento di frequenti centri abitati, è notevolmente migliorata dopo la costruzione di bretelle autostradali e superstrade che risalgono le valli del Metauro, dell'Esino, del Chienti e del Tronto. Non è stata invece potenziata – anzi è stata ridotta – la rete ferroviaria, che oltre alla linea adriatica e alla Roma-Ancona vede ancora in funzione solo i tronchi locali dalla costa a Macerata-Fabriano e ad Ascoli Piceno, e la linea Fabriano-Pergola. L'unico aeroporto della regione, con voli di linea, è quello di Ancona-Falconara; il porto di Ancona ha assunto, con la pacificazione dei Balcani, un nuovo importante ruolo di porta verso la parte occidentale di questa regione, sia per quanto riguarda i flussi di passeggeri sia per quanto riguarda il traffico merci. Tutti gli altri porti – spesso pittoreschi per la loro natura di porti-canale alla foce dei fiumi – hanno funzioni turistiche e pescherecce.

Territorio: ambiente

La mancanza di grandi città, con tutti i problemi di congestione e inquinamento connessi; il secolare lavoro di sistemazione del suolo, necessario per mettere a coltura i pendii collinari; la lunga tradizione di “buon governo” del territorio, propria di una regione di antiche radici civiche, fanno sì che il paesaggio marchigiano, anche se intensamente antropizzato, si presenti quasi ovunque pervaso di quella dolcezza e quell'armonia che riecheggia nelle poesie di Leopardi. Solo lungo la costa – in particolare nella conurbazione Ancona-Falconara e nelle numerose stazioni balneari – e in qualche bassa valle intensamente industrializzata l'espansione edilizia è stata eccessiva, con conseguente degrado o distruzione dell'ambiente mediterraneo. Un problema tipico della montagna e della collina marchigiana è quello del dissesto idrogeologico, data la scarsa coerenza delle rocce: specialmente dove il diboscamento è stato eccessivo, il rischio di frane e smottamenti è sempre presente (non per nulla i centri abitati e le strade vennero costruiti sulle più stabili sommità). Bisogna anche ricordare che molte valli sono a rischio sismico elevato, come ha testimoniato il rovinoso terremoto del 1997. Tuttavia, è proprio nella fascia appenninica che esistono esempi di aree protette ad alto livello; queste, seppure non molto numerose, coprono ca. il 9% del territorio regionale, per la maggior parte grazie al Parco Nazionale dei Monti Sibillini. L'altro parco nazionale che si estende in territorio marchigiano (oltre a interessare Abruzzo e Lazio) è il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga. Sono presenti nelle Marche quattro parchi naturali regionali. Il Parco Regionale del Conero protegge il caratteristico paesaggio, la flora e la fauna del piccolo ma dirupato massiccio del monte Conero, roccioso promontorio a S di Ancona, che racchiude in un'estensione limitata una grande varietà di ambienti. Alla provincia di Ancona appartiene anche il Parco Regionale Gola della Rossa e di Frasassi, la cui attrattiva principale è sita nel comune di Genga ed è rappresentata dalle grotte di Frasassi, uno dei più importanti siti speleologici, per dimensioni e valore scientifico, dell'Europa occidentale. Alla provincia di Pesaro e Urbino appartengono, invece, il Parco Regionale del Monte San Bartolo e quello di Sasso Simone e Simoncello. Fra le comunità montane quella dei Monti Sibillini assume un ruolo importante soprattutto per il suo collegamento con l'Ente del parco nazionale omonimo nel costituire una sincronia finalizzata alla tutela e alla lotta allo spopolamento di quest'area appenninica dalle notevoli attrattive paesaggistiche e naturalistiche. Significativa la tradizione artigianale di molti suoi borghi.La Comunità Montana del Montefeltro occupa un'area della sezione di confine tra San Marino, la Romagna e le Marche e va ricordata per l'importanza storica di molte sue valli e borghi, anticamente considerati strategici nello scacchiere militare di tutta l'area marchigiana.

Economia: generalità

L'economia marchigiana è riuscita solo alla fine del sec. XX ad acquisire una struttura adeguatamente diversificata, in cui industria e commercio svolgano un ruolo proporzionato alle loro potenzialità produttive. La transizione dalle forme tradizionali di una società agricola, che fino alla seconda guerra mondiale improntava in misura determinante la vita locale soprattutto attraverso la capillare diffusione del rapporto mezzadrile, non è stata facile ed è avvenuta al prezzo di una sensibile emigrazione e dell'intensivo sfruttamento delle capacità di lavoro della popolazione. Tuttavia ha portato, infine, a raggiungere una situazione di equilibrio intersettoriale e a garantire discreti redditi familiari, cresciuti in misura maggiore rispetto a quelli di altre regioni. Le Marche possono così definirsi, anche a questo riguardo, una realtà mediana nel contesto nazionale: tale collocazione è attestata più in particolare dai livelli del prodotto regionale lordo pro capite, lievemente superiore alla media italiana, e del tasso di disoccupazione, più vicino ai dati delle regioni settentrionali che di quelle meridionali. Degna di nota è l'omogeneità della distribuzione della ricchezza fra le varie province, a testimonianza dell'assenza di marcati squilibri territoriali. Tale condizione giustifica l'inserimento della regione nella “Terza Italia”, di cui, oltre alle già citate condizioni socioeconomiche intermedie, sono caratteristiche la diffusione della piccola e media industria basata, almeno all'esordio, sulla conduzione familiare, e il forte ricorso al lavoro a domicilio e al lavoro a tempo parziale. Malgrado tali progressi l'economia marchigiana presenta ancora taluni limiti significativi, evidenziati dalle tendenze del commercio internazionale, ma in parte associati allo stesso tipo di sviluppo perseguito: essi sono riassumibili nelle difficoltà di consolidamento e allargamento delle attività industriali e terziarie, ma anche nella staticità dell'agricoltura.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

Prevalente fino agli anni Cinquanta del sec. XX, il settore primario non è più elemento di rilievo, almeno dal punto di vista occupazionale (4% della forza lavoro). Limitata nelle proprie potenzialità già dalla scarsa fertilità del suolo e dalla conformazione del territorio, l'agricoltura registra una produttività inferiore a quella della maggior parte delle altre regioni, non avendo attuato un rinnovamento neppure dopo l'abolizione della mezzadria, molto diffusa nei secoli passati. Aree a orientamenti colturali specializzati sono le valli del Metauro, dell'Esino, del Tronto e dell'Aso, oltre che gli spazi pianeggianti costieri. Principali prodotti sono il frumento (con prevalenza del grano duro), la barbabietola da zucchero, gli ortaggi (cavolfiore, finocchio), la frutta (soprattutto susine) e il tipico girasole; la viticoltura, a esclusiva specializzazione vinicola (rosso Piceno e verdicchio), mostra capacità di tenuta (grazie a una vasta riqualificazione) al contrario dell'olivicoltura. Anche la zootecnia ha subito un notevole arretramento, riducendosi ad attività marginale; pochi sono i grandi allevamenti industriali. La pesca ha dimensioni notevoli (anche se problemi di conservazione del patrimonio ittico hanno determinato l'adozione di periodi di fermo biologico e accordi internazionali sulla limitazione delle aree di pesca, soprattutto con i paesi del Nordafrica, hanno limitato il raggio d'azione della flotta peschereccia); suoi centri più importanti sono Ancona, Fano, Civitanova Marche, Porto San Giorgio, Pesaro, Senigallia e, soprattutto, San Benedetto del Tronto, uno dei maggiori porti pescherecci italiani. Funzionalità del settore primario e processo di urbanizzazione si intersecano nella fascia costiera, protendendosi verso l'interno lungo i bassi fondivalle fluviali (Metauro, Esino) e nelle colline tra Ancona e Fermo, dove la specializzazione agro-industriale (ortofrutticoltura, vitivinicoltura, allevamento bovino, suino e avicolo) si integra appieno nella struttura intersettoriale grazie anche all'impiego di lavoratori part time, che integrando il proprio reddito con altre attività contribuiscono a tenere vivo il rapporto città-campagna. La restante fascia collinare tra Urbino e Ascoli Piceno rimane, a sua volta, fortemente improntata dalle strutture agrarie, con elevata occupazione del suolo da parte di aziende di media dimensione e insediamento in nuclei e case sparse, raccordati da una fitta rete di viabilità minore, pur essendo caratterizzata dalla tendenza all'invecchiamento dei conduttori e da produzioni cerealicolo-foraggere di non elevata intensità. Nell'area più interna, altocollinare e montana, invece, i modelli socioculturali tradizionali vengono sempre più sostituiti da quelli industriali e turistici, ancorché spazialmente circoscritti, e l'accorpamento delle aziende agricole corrisponde a orientamenti colturali estensivi, con una positiva espansione delle aree boschive e della tutela ambientale.

Economia: industria

Il settore secondario vanta un ruolo preminente nell'economia locale, assorbendo una percentuale di occupati (41%) superiore a quella della maggior parte delle regioni settentrionali e partecipando significativamente alla formazione del reddito. Affermatasi a partire dal secondo dopoguerra, risultando per lunghi periodi la più dinamica in Italia, l'industria marchigiana comprende anche alcuni grandi stabilimenti (come quello petrolchimico di Falconara Marittima o l'industria degli elettrodomestici a Fabriano), ma ha trovato forza trainante nelle imprese manifatturiere di piccola e media dimensione, attive in comparti tradizionali, con frequente ricorso al lavoro a domicilio e a tempo parziale. Esse traggono origine dalle diffuse abilità artigianali presenti nel territorio e spesso sono caratterizzate da forti legami con il settore agricolo, sia riguardo alle materie prime sia alla forza lavoro impiegata. Queste imprese, protagoniste insieme con il settore turistico della trasformazione socioeconomica della seconda metà del Novecento, dimostrano, però, un affievolimento delle potenzialità di crescita, connesso, oltre che allo scarso contenuto tecnologico, alle insufficienti capacità di coordinamento e di gestione, che già ne hanno in parte determinato la dipendenza da centri decisionali esterni. Nella seconda metà degli anni Novanta, il settore manifatturiero si è ulteriormente ridimensionato in conseguenza della delocalizzazione nella vicina Albania di attività produttive, come la tradizionale fabbricazione di calzature, per sfruttare i vantaggi offerti da un costo della manodopera sensibilmente inferiore.

Economia: servizi

Il settore terziario (55% degli occupati) non possiede attività di rango molto elevato: principale ramo ne è il turismo. Cresciuto in particolare negli anni Sessanta del sec. XX per traboccamento della conurbazione romagnola e quindi agevolato dal completamento della A14 Bologna-Taranto (1973), esso ha una struttura ricettiva fondata sull'impresa famigliare e dominante carattere balneare, non riuscendo a valorizzare adeguatamente i centri pur ricchi di interesse storico e artistico dell'interno (a eccezione di Urbino). Le principali località di villeggiatura sono Pesaro, Fano, Senigallia, Numana, Porto Recanati, Civitanova Marche, Porto Sant'Elpidio, Porto San Giorgio, Grottammare e San Benedetto del Tronto. Il movimento turistico resta, insomma, eccessivamente concentrato lungo la fascia costiera, che risente, tra l'altro, di pesanti fenomeni di erosione delle spiagge. Va menzionata, tuttavia, una crescente valorizzazione di alcuni percorsi enogastronomici, soprattutto legati alle produzioni vinicole e alla bellezza delle aziende site nell'entroterra anconetano, maceratese e urbinate, che ormai ha raggiunto lo status di importante risorsa economica nel quadro turistico della regione. Il sistema universitario marchigiano ha attivato nuove sedi (Ascoli Piceno) accanto a quelle “storiche” di Urbino, Macerata, Camerino e del capoluogo, offrendo una gamma assai ampia di specializzazioni e rappresentando un sicuro punto di riferimento per la ricerca e lo sviluppo del terziario superiore.

Economia: distretti industriali

Sono presenti nelle Marche alcuni distretti monoproduttivi di grande importanza nazionale e internazionale, molto integrati con la realtà territoriale del loro comprensorio. Il distretto di Fabriano, di antichissima tradizione, si è specializzato con decine di aziende nel settore della carta, in cui è ormai uno dei leader mondiali.Il distretto Fermano-Maceratese riunisce oltre 3.000 imprese tra le province di Macerata e Ascoli Piceno, specializzate nei prodotti calzaturieri. Fin dagli anni Ottanta del Novecento è entrato in una fase critica non tanto dal punto di vista produttivo, ma da quello organizzativo e finanziario, risentendo di una carenza di coordinamento che rende più difficile la resistenza alla penetrazione nel mercato di concorrenti extracomunitari.Il distretto di Castelfidardo (strumenti musicali), nella provincia di Ancona, attraversa anch'esso una contingenza critica a causa della forte concorrenza internazionale (in particolare del Giappone e dei paesi asiatici di nuova industrializzazione); una soluzione è stata ricercata nella conversione, almeno in parte, su altri prodotti. Il distretto di Pesaro-Urbino, specializzato nella produzione di mobili e con una spiccata vocazione all'export, rappresenta un grandissimo bacino occupazionale per la fascia settentrionale della regione. Il distretto agroalimentare di San Benedetto del Tronto riunisce una vera costellazione di piccole aziende agricole, inserite molto profondamente nel mercato nazionale, soprattutto nella pasticceria, nella produzione ortofrutticola e nelle attrezzature per la conservazione dei cibi. Il distretto di Urbania, a N della regione, è costituito solo da una quarantina di laboratori, che tuttavia producono, lavano, stirano e commercializzano blue-jeans per tutti i principali marchi del paese, come Trussardi, Cerruti, Fiorucci, Naf-Naf e Armani.

Preistoria

Le industrie più antiche sono state rinvenute nel giacimento del monte Conero (Ancona): dagli strati inferiori (L-I) provengono industria su scheggia, con qualche bifacciale amigdaloide, e manufatti su ciottolo; negli strati G-F si trova un'industria del Paleolitico inferiore, di tecnica Levallois, associata a un bifacciale, riferita a una fase finale del Pleistocene medio; scarsi manufatti del Paleolitico medio provengono dagli strati superiori (D-E). Industrie sporadiche, con bifacciali di tecnica Levallois (come quelle di Erbarella, Jesi, relative al periodo Riss-Würm), sono state raccolte in diverse località delle valli dei fiumi Misa, Nevola ed Esino (Ancona) e nella valle del fiume Potenza (Macerata), a Ponte di Crispiero e a Colonia Montani (Jesi). Industrie del Paleolitico superiore (Epigravettiano antico) sono note a Ponte di Pietra (Ancona), mentre complessi più recenti (Epigravettiano finale) provengono da diverse località sempre in provincia di Ancona, tra cui le grotte del Prete e della Ferrovia e il Riparo di Cava Romita. Un po' meglio accertate sono le culture neolitiche, ma soprattutto diffuse sono le testimonianze delle culture delle Età dei Metalli, tra cui quella di Conelle (analoga a quella abruzzese di Ortucchio) dell'Età del Rame e quelle appenninica, subappenninica e protovillanoviana delle fasi successive, i cui resti sono presenti in varie località, quali la grotta di Frasassi, Pianello di Genga e numerose altre. Tipiche dell'Età del Ferro sono alcune vaste necropoli picene, come quelle di Novilara, Numana, Belmonte Piceno, Fabriano, San Severino, Cupra Marittima, Castelbellino e Ripatransone, i cui resti sono conservati presso il Museo Archeologico Nazionale di Ancona. I materiali di questa ricca facies testimoniano un'intensa attività di scambio con l'altra sponda dell'Adriatico; particolarmente comuni sono i manufatti d'ambra, una materia di cui, evidentemente, la regione doveva controllare in gran parte il traffico nel corso dell'Età del Ferro.

Storia

La regione fu abitata a partire dal sec. IX a. C. dai Piceni, una popolazione di origine sabina. Nel sec. IV-III a. C. vi si insediarono tribù di Galli Senoni. Dopo la vittoria riportata nella battaglia di Sentino (295 a. C.), Roma fondò la colonia di Sena Gallica, sconfisse i Senoni e soggiogò i Piceni (269-268 a. C.), deportandoli in parte in Campania. Diventata, con la riforma augustea (sec. I a. C.), la V regione (Picenum), in età imperiale conobbe una grande vitalità e il porto di Ancona trasse un notevole impulso, all'epoca di Traiano, dalle guerre daciche (inizi sec. II). Con la riforma dioclezianea del 292 il territorio marchigiano venne inglobato nella regione Flaminia et Picenum, ma venne poi diviso in due e la parte meridionale entrò nell'Italia suburbicaria. Devastata dalle orde di Alarico nel sec. V, fu in quello successivo sconvolta dalla guerra gotica, che fu accompagnata dall'abbandono delle città e dalla scomparsa degli ultimi residui di organizzazione statale. L'invasione longobarda frammentò ulteriormente il territorio. Il dominio bizantino si restrinse lungo le coste alla Pentapoli Marittima (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona) e, all'interno, alla Pentapoli Annonaria (Fossombrone, Urbino, Cagli, Gubbio, Jesi), mentre i territori a S di Ancona rimasero soggetti al Ducato di Spoleto fino a quando furono donati, prima da Pipino e poi da Carlo Magno, al pontefice (nel 752 e nel 774). L'autorità della Chiesa fu tuttavia più formale che reale. La lontananza dei centri del potere politico imperiale e papale favorì già nel sec. XI la formazione di autonomie locali, in un gioco complesso e instabile di alleanze. L'organizzazione feudale lasciò in eredità alla regione il nome attuale, retaggio delle strutture politiche e amministrative delle aree periferiche del Sacro Romano Impero; l'antica denominazione di Piceno cadde in disuso dal sec. VII, mentre il nuovo nome comparve verso il sec. X a indicare la giurisdizione imperiale, che si articolava nelle marche di Camerino (separata dal Ducato di Spoleto), di Fermo e di Ancona. Dopo la discesa in Italia di Federico Barbarossa, molti Comuni (e Ancona in particolare) si opposero alle pretese imperiali, diversificandosi in funzione degli interessi locali. Anche con Venezia, potenza ormai egemone nell'Adriatico, la regione visse relazioni difficili. In questo contesto godettero di un certo sviluppo Matelica e Fabriano, l'una come centro di produzione di panni, l'altra per la produzione della carta avviata dal sec. XII. Nella prima metà del Trecento, durante la cosiddetta “cattività avignonese”, si formarono Signorie territoriali. I Malatesta si impadronirono di Fano e Pesaro; i Da Varano furono signori di Camerino; i Montefeltro conquistarono nel 1280 Senigallia e poi Urbino. Altri Comuni si ribellarono alla Chiesa, come San Severino, o subirono Signorie locali, come Fabriano, retta dai Chiavelli, di origine tedesca. La riaffermazione dell'autorità papale si esplicò, nella seconda metà del Trecento, soprattutto con l'azione del cardinale Egidio Albornoz, che trovò il coronamento nella convocazione a Fano, nel 1357, del Parlamento della Marca e nella promulgazione delle cosiddette “Costituzioni egidiane”; queste sancirono la nuova sistemazione politica della regione, restando in vigore fino al 1816. Nel Quattrocento Francesco Sforza riuscì a sottrarre al pontefice Eugenio IV gran parte della regione, ma le pressioni diplomatiche e militari lo convinsero nel 1447 a conservare la sola Pesaro. Pochi anni dopo, sconfiggendo i Malatesta, Pio II ripristinò l'egemonia della Chiesa sull'intera regione. Il vero tracollo delle autonomie locali si ebbe però in seguito al tentativo di Cesare Borgia di costituire con l'appoggio della Francia un vasto dominio nell'Italia centrale. Alla destabilizzazione che ne seguì, la Chiesa, con il campo ormai sgombro dagli impedimenti che ne avevano limitato l'azione, riuscì, in circa un secolo, ad avere ragione delle varie Signorie e a costituire uno vero e proprio stato. Nella seconda metà del sec. XVI iniziò nelle Marche quella fase di immobilismo che – in misura diversa e con aspetti tutt'altro che omogenei – coinvolse tutta l'Italia. La grave crisi economica favorì il fenomeno del banditismo, che assunse spesso connotati politici. Nel Settecento la situazione conobbe lievi miglioramenti, vanificati, tuttavia, dai ripetuti passaggi di truppe straniere. Nel tentativo di costituire un forte nucleo commerciale in grado di rilanciare le attività produttive, nel 1732 Clemente XII proclamò Ancona porto franco, con larga concessione di esenzioni, privilegi e franchigie. Nella seconda metà del Settecento, mentre la crisi dello Stato Pontificio giungeva al suo culmine, si svilupparono nell'ambito di una ristretta élite di matrice perlopiù borghese e cittadina numerose iniziative di stampo illuministico. La campagna napoleonica in Italia interessò anche le Marche e con l'armistizio del 1796 tra Napoleone e Pio VI i francesi occuparono la cittadella di Ancona, mentre il governo civile della città restò al papa: l'accordo tra Chiesa e Francia venne confermato con il Trattato di Tolentino, stipulato l'anno successivo. Nel novembre del 1797 Ancona insorse, proclamando la repubblica; altri centri, tra cui Macerata e Ascoli, seguirono l'esempio del capoluogo. Nel 1798 il territorio marchigiano venne inglobato (tranne Pesaro, che fu annessa alla Repubblica Cisalpina) alla Repubblica Romana. In seguito al rovesciamento delle sorti delle guerre napoleoniche, nel 1800 tutto il territorio ripassò sotto i domini pontifici. Tornata ai francesi nel 1807 e poi nuovamente alla Chiesa nel 1815, la regione prese poi parte ai moti risorgimentali. Annessa all'Italia nel 1860, fu a lungo afflitta dalla crisi economica, che causò emigrazione e un aspro conflitto sociale. Dopo la prima guerra mondiale, grazie ai commerci con le terre italiane al di là dell'Adriatico (Zara e Istria), le Marche conobbero un certo benessere. La seconda guerra mondiale portò distruzione e rovina, in particolare ad Ancona, rasa al suolo da massicci bombardamenti aerei. Lo sviluppo dell'agricoltura e dell'industria strapparono poi la regione al suo isolamento e ne fecero un modello per il Paese nell'ultimo ventennio del sec. XX, caratterizzato dalla comparsa di un'imprenditoria diffusa, frutto dell'evoluzione delle produzioni artigianali.

Archeologia

Gli oggetti di produzione locale si uniscono spesso, nelle tombe, ai bronzi etruschi e ai preziosi vasi figurati greci e, più tardi, apuli. Nel sec. IV a. C. alle necropoli picene si aggiunsero quelle galliche (Osimo, Montefortino). La notevole importanza della regione in età romana è attestata soprattutto dai monumenti delle sue numerose città, spesso edificate lungo il percorso delle vie consolari Flaminia e Salaria. Cospicui resti romani hanno Ascoli, Ancona (che conserva anche tracce del villaggio piceno e della fondazione greca del sec. IV a. C.), Urbisaglia, Pesaro, Fano, Piane di Falerone e Villa Potenza.

Arte

Le manifestazioni artistiche della regione riflettono i caratteri delle diverse tradizioni culturali che vi confluirono e segnarono il succedersi dei vari periodi, secondo alcune direttrici di influenza che informarono gli sviluppi della cultura figurativa marchigiana. Alle poche testimonianze paleocristiane e preromaniche (Ancona, Osimo, Fermo, San Leo) fa riscontro la rigogliosa fioritura dell'arte romanica, alimentata da forti apporti lombardi e da influenze adriatiche e bizantine, nonché da elementi pugliesi, pisani e d'oltralpe. Monumenti importanti di questo periodo si trovano ad Ancona (duomo di San Ciriaco, chiesa di Santa Maria della Piazza), ad Ascoli Piceno (chiese dei Santi Vincenzo e Anastasio e di San Vittore), a Cagli (chiesa di San Francesco), a Camerino (duomo, ricostruito nel sec. XIX), a Fano (cattedrale) e a San Severino (chiesa di San Lorenzo in Doliolo). Non mancano esempi di pittura e di scultura lignea, di derivazione umbra o laziale. L'arte gotica, annunciata presto nelle Marche attraverso i centri monastici cistercensi (abbazie di Santa Maria in Castagnola, a Chiaravalle, e di Chiaravalle di Fiastra, nei dintorni di Urbisaglia, sec. XII), ebbe grande sviluppo soprattutto nell'architettura religiosa, che reca influenze venete e umbre (chiese di San Francesco a Fermo; di San Francesco ad Ascoli Piceno; di San Marco a Jesi; di San Domenico a Fabriano). In quest'epoca la pittura risentì delle irradiazioni giottesche provenienti da Assisi (affreschi dell'abbazia di San Biagio in Caprile, a Campodonico, nei pressi di Fabriano). Rispetto alla produzione locale, più consistente appare la presenza di artisti appartenenti ad altre scuole (Pietro e Giuliano da Rimini, Andrea da Bologna e, soprattutto, numerosi rappresentanti della tradizione veneta ancora impregnata di suggestioni bizantine). Tardi rappresentanti del gusto narrativo del gotico internazionale furono i fratelli Salimbeni (Lorenzo e Iacopo) da Sanseverino; mentre ben diversa fu l'eleganza cortese svolta altrove da Gentile da Fabriano, che influenzò l'arte di Arcangelo di Cola da Camerino, costantemente volto ai modi tardogotici, persistenti anche nell'attività di altri artisti del tempo (Pietro da Montepulciano, Giacomo da Recanati, Antonio da Pesaro e altri). Interessanti esperienze nella scultura furono compiute da Giorgio da Sebenico e dal fiorentino Nanni di Bartolo (portale della basilica di San Nicolò a Tolentino). Nella seconda metà del Quattrocento la pittura nelle Marche si rinnovò per nuovi e più fecondi contatti con l'arte toscana e veneta. L'influenza di C. Crivelli, giunto da Venezia nel 1468 con il suo bagaglio di esperienze maturate nell'ambiente padovano, ebbe vasta diffusione (Francesco di Gentile, Girolamo di Giovanni da Camerino, Lorenzo di Alessandro da Sanseverino; modi crivelleschi furono assunti anche dall'Alunno e da P. Alemanno). Il rinnovamento dell'arte marchigiana si attuò in quest'epoca attraverso l'attività umanistica svolta dalla corte dei Montefeltro a Urbino, centro di cultura rinascimentale e di cui il Palazzo Ducale è l'espressione più alta. Per la realizzazione del palazzo convennero nelle Marche i maggiori esponenti di diverse tradizioni, da Piero della Francesca e L. Laurana, a Melozzo da Forlì, F. Laurana, Francesco di Giorgio Martini, R. van der Weyden, Giusto di Gand e quindi Giuliano da Maiano, Luca della Robbia, P. Berruguete, oltre a moltissimi altri. Da questo clima presero avvio le grandi personalità di Bramante e di Raffaello, destinati a portare le loro grandiose imprese lontano dalla terra natia. Lo sviluppo della cultura rinascimentale nelle Marche ebbe importante svolgimento e vaste conseguenze a Loreto, al cui santuario furono attivi numerosi artisti, specie dopo le modifiche apportate da Bramante sull'originaria fabbrica del 1468, quale si era andata sviluppando sotto Marino di Marco Cedino, Giuliano da Maiano, B. Pontelli e Giuliano da Sangallo. Alle soluzioni bramantesche seguirono gli apporti di Antonio da Sangallo il Giovane, di A. Sansovino e altri. A Loreto svolse la sua ultima attività L. Lotto, portando nelle Marche i caratteri nuovi della sua pittura. Nel sec. XVI furono attivi Cola dell'Amatrice e G. Genga, il quale contribuì con le sue suggestioni raffaellesche al gusto e ai caratteri della maiolica marchigiana. Tale arte, ancora fiorente, sviluppatasi fin dal Medioevo nella regione, ebbe i suoi centri principali a Pesaro, a Casteldurante e soprattutto a Urbino (dove furono attivi N. Pellipario, i Fontana, X. F. Avelli), l'unico centro ceramico italiano in grado di competere nel sec. XVI con Faenza. Le manifestazioni della pittura del Seicento, dopo gli apporti del Pomarancio, attivo a Loreto, di A. Boscoli, di A. Lilio, marchigiano ma di formazione romana, e dei veneti Palma il Giovane e C. Ridolfi, si possono collocare nell'ambito delle scuole bolognese (Domenichino, Guercino, G. Reni) e romana, ed ebbero esiti locali attraverso l'opera di G. F. Guerrieri, S. Contarini, il Sassoferrato e C. Maratta, dominatore indiscusso della scena artistica romana per tutta la seconda metà del Seicento. Uno dei più interessanti complessi decorativi italiani del primo Settecento si trova a Macerata ed è rappresentato dalla Galleria dell'Eneide del palazzo Bonaccorsi, i cui dipinti furono commissionati ai migliori pittori di Napoli, Bologna e Venezia, tra i quali F. Solimena, P. De Matteis, M. Franceschini, A. Balestra e G. Lazzarini. Legati al classicismo romano furono invece i pittori marchigiani del Settecento: N. Bertuzzi, P. Ciaramponi, N. Monti, F. Mancini e G. Lapis. Non furono molti i monumenti notevoli dell'architettura barocca (Cagli, Camerino, Fano, Fermo), mentre maggior modo di esplicarsi ebbe il classicismo di L. Vanvitelli (specie ad Ancona, ma anche a Pesaro e a Urbino), che ottenne nella regione un certo seguito. Una figura importante anche per le Marche fu quella dell'architetto e urbanista G. Valadier, che dal 1789 compì numerosi viaggi nella regione, dove divulgò il linguaggio neoclassico, guidando la fase di passaggio della cultura architettonica tra i sec. XVIII e XIX, come dimostrano il foro annonario di Senigallia (P. Ghinelli, 1934) e lo sferisterio di Macerata, stadio edificato tra il 1823 e il 1829 dall'architetto I. Aleandri per la pratica del gioco, allora in voga, del pallone a bracciale. Tra la fine del Settecento e la prima metà dell'Ottocento fu edificata la maggior parte dei teatri marchigiani. La tradizione in questo settore risaliva al Teatro del Sole (ca. 1637), costruito a Pesaro da N. Sabbatini, dove sorge ora il Teatro Rossini, e al Teatro della Fortuna (1677) di Fano, ricostruito tra il 1845 e il 1863 da L. Poletti. Sul finire del sec. XVIII C. Morelli lavorò ai teatri di Jesi e di Fermo. Si specializzarono nella costruzione di teatri P. Ghinelli e il nipote Vincenzo: Pietro costruì quello di Pesaro; Vincenzo riedificò il teatro di Senigallia e progettò quelli di Fabriano, Camerino e Urbino. Con l'Unità d'Italia il punto di riferimento della cultura regionale continuò a essere Roma, che, divenuta capitale del nuovo Stato, fu il centro propulsore della cultura nazionale, verso cui si rivolsero intellettuali e artisti. Negli anni Ottanta del sec. XIX a Loreto furono compiuti ingenti lavori di consolidamento della cupola (gli affreschi del Pomarancio vennero distrutti e rimpiazzati tra il 1888-95 dalle pitture di C. Maccari), curati da G. Sacconi, il quale tra il 1891 e il 1901 si dedicò quasi esclusivamente al restauro di monumenti: da Santa Maria di Portonovo all'arco di Traiano ad Ancona, al duomo di Ascoli. Figura di rilievo nel panorama artistico della fine del sec. XIX fu A. De Carolis, interprete sensibile della società borghese del tempo; vastissima la sua produzione di xilografie, ideate in gran parte per illustrare i testi di D'Annunzio e Pascoli. Tra la fine del sec. XIX e gli inizi del XX nella regione si svilupparono nuove attività e una maggiore possibilità di scambi. Gli effetti di ciò si manifestarono più evidenti a livello urbano, e non sempre positivamente. Ad Ancona, divenuta capoluogo regionale, iniziarono dopo il 1880 grandi demolizioni per la costruzione di un nuovo centro urbano deputato alle necessità amministrative; gli interventi, che continuarono fino agli anni Trenta del Novecento, segnarono la definitiva separazione tra città vecchia, destinata a un progressivo degrado, e nuovo nucleo urbano, intorno al quale si andava sviluppando disordinatamente la città moderna. Dall'inizio del sec. XX fu comune a tutte le città costiere l'espansione verso il mare, con quartieri nel complesso assai simili gli uni agli altri, impostati su tracciati ortogonali con gradevoli villette ispirate a un moderatissimo stile liberty. Nei primi del Novecento l'arte futurista ebbe interessanti echi nella regione: A. Bucci, ignorato dalla critica, si definì egli stesso “prefuturista”; I. Panneggi, che in seguito si rivolse verso le sperimentazioni del Bauhaus, progettò gli interni di casa Zampini a Esanatoglia, dove mobili, tessuti e oggetti, furono pensati in chiave futurista, in funzione della destinazione degli ambienti; a Macerata fu molto attivo il Gruppo Boccioni. Il dibattito più vitale che attraversò la regione intorno alla metà del sec. XX fu quello relativo alla difesa delle città che rappresentavano l'espressione vivente della sua storia. Emblematico è il caso di Urbino, dove fu adottato dagli anni Sessanta un piano regolatore che prevedeva sia lo sfruttamento più razionale del centro storico, mantenuto inalterato nelle sue stratificazioni, sia il necessario sviluppo di nuove zone. Il lavoro fatto in tal senso da G. De Carlo per la “città dei Montefeltro” è evidente in una serie di interventi che dal 1951 si protrassero per successive fasi sino alla fine del Novecento, mantenendo vivo il legame tra preesistenze e nuovi interventi. Al di fuori di Urbino poche sono le testimonianze di una presenza viva dell'architettura contemporanea, per effetto della predominante attenzione verso la politica di recupero dell'antico. Alcuni episodi firmati da C. Aymonino a Pesaro (il campus scolastico e il centro civico “G. Marconi”, 1970-76; l'Istituto Tecnico Commerciale per Geometri, 1978-83), ricordano questa breve stagione dell'architettura marchigiana.

Cultura: generalità

“Marche, l'unica regione al plurale” è la definizione che G. Piovene coniò negli anni Cinquanta del Novecento per riassumere le tante sfaccettature di questa parte d'Italia, che spaziano dal paesaggio all'arte, dalla natura alla cultura. Bastano gli oltre 200 musei sparsi su tutto il territorio e gli oltre 100 teatri, di cui ben 71 storici, a testimoniare come le Marche siano una regione a vocazione culturale. Questo è dimostrato anche da altri fatti: Pesaro ospita ogni anno il Rossini Opera Festival, dedicato al celebre compositore nativo del luogo e di richiamo ormai internazionale; Recanati dedica ogni anno alcune giornate di studio a G. Leopardi, suo illustre figlio, cui partecipano esperti da ogni angolo del mondo; la tradizione universitaria è antica di secoli (l'Ateneo di Camerino venne fondato agli inizi del sec. XIV, quello di Urbino nel 1506); sono marchigiani artisti di fama europea come G. Pomodoro ed E. Cucchi. Sono inoltre presenti numerose fondazioni (spesso legate alle banche), che sostengono giovani emergenti. La vocazione culturale delle Marche si esprime anche attraverso mostre tematiche che annualmente portano alla scoperta di tesori del passato. Ricco e diversificato è poi il calendario degli spettacoli teatrali e musicali, spesso organizzati nella città di Urbino, il cui centro storico, nel 1998, è stato dichiarato dall'UNESCO patrimonio dell'umanità.

Cultura: tradizioni

L'attaccamento alle tradizioni è molto sentito in tutte le Marche, che hanno saputo conciliare il progresso economico con la conservazione di usi e costumi del passato. Lo dimostrano le feste legate al folclore, spesso molto scenografiche, che da un lato si ricollegano al Medioevo e al Rinascimento (i periodi di massimo splendore della regione) e dall'altro presentano una forte impronta religiosa e la conservazione di radicate abitudini legate al lavoro nei campi. Quasi ogni abitato vanta una tradizione o rievocazione storica, anche se le più importanti sono ad Ascoli Piceno (Giostra della Quintana, che si svolge secondo norme codificate nel 1378), Camerino (Corsa alla Spada), Fermo (Cavalcata dell'Assunta), Treia (Disfida del Bracciale), Sant'Elpidio a Mare (Contesa del Secchio). Nell'arco del calendario agricolo tre celebrazioni si citano fra quante, mescolando arcaici riti pagani e sentimento cattolico, coronano il compimento del raccolto: la Festa delle Canestrelle a Macerata, dove un corteo (un tempo solo di carri infiorati, oggi anche di trattori e automobili) reca in omaggio sacchi e ceste di grano al santuario della Madonna della Misericordia; la Festa del Covo, a Candia, dove la processione segue un tempietto innalzato con legno, spighe e paglia sopra un biroccio (il classico carro marchigiano, dalle alte ruote, dipinto a figure e fiori vivaci e con l'immagine di Sant'Antonio Abate) e la Festa del Covo di Osimo, che si riallaccia a un evento miracoloso collegato all'immagine di una Madonna. Durante il periodo carnevalesco, l'evento più noto si svolge a Fano, con una grande sfilata di carri allegorici. Nell'arco del calendario religioso molto diffuse sono le celebrazioni della Settimana Santa, tra cui si segnalano le processioni del venerdì santo organizzate a Porto Recanati (dove sono protagonisti i pescatori, che procedono scalzi in segno di penitenza) e a Cantiano. Molto sentite sono poi le innumerevoli feste patronali (come quella di San Nicola, a Tolentino, e quella di Sant'Emidio, ad Ascoli Piceno, durante la quale si tiene la Giostra della Quintana) e le svariate feste legate a leggende e fatti miracolosi, fra cui è notissima quella che si svolge nella notte tra il 9 e il 10 dicembre al santuario di Loreto con una fiaccolata notturna e con l'accensione di falò in tutta la regione a commemorazione della “venuta”, cioè della miracolosa traslazione dalla Palestina, per mano di angeli, della casa di Nazareth in cui visse la Sacra Famiglia. Altri fatti leggendari sono occasioni di atti di devozione e di pellegrinaggi; si ricordano le feste del Santissimo Crocifisso a Montefortino e del Cristo Re a Numana. Fra le numerose sagre dedicate ai prodotti del ricco panorama gastronomico, si citano quella della polenta a San Costanzo, della salsiccia a Castelvecchio, dei “garagoli” (molluschi di mare) a Marotta e la spaghettata di Quaresima a Mondolfo. Pressoché scomparsi sono ormai l'abbigliamento tradizionale e le danze popolari, di cui la più tipica è il saltarello (qui arrivato dal Lazio). Ai testi o ai recuperi discografici degli studiosi è ormai affidato anche il repertorio dei canti popolari: stornelli, rispetti, dispetti, “conte”, filastrocche ecc. L'altro aspetto che documenta, invece, quanto le tradizioni siano vive nelle Marche è l'artigianato, spesso di antichissima origine: patria della carta è Fabriano, dove si produce persino quella per le banconote della moneta unica europea, ma dove esistono ancora laboratori che la realizzano come ai vecchi tempi (se ne trovano anche ad Ascoli Piceno e a Pioraco); al Medioevo risale l'arte della ceramica di Urbania e belli sono anche i vasi di Pesaro e Urbino; a Offida e ad Appignano del Tronto le donne realizzano ancora, sedute fuori della porta di casa, merletti e pizzi quasi impalpabili; Castelfidardo è ancora famosa per la produzione delle fisarmoniche insieme con Recanati, Camerino, Osimo e Numana. L'attenzione per il passato tocca anche il comparto dell'architettura: quasi tutti i centri storici sono stati recuperati usando pietre antiche e lo stesso avviene per i casali agricoli che svettano sulla sommità delle morbide colline della regione.

Cultura: enogastronomia

Le Marche si riconoscono anche a tavola, dove la cucina affianca specialità di mare ad altre di montagna. La cucina di mare fa tesoro della ricchezza di specie diverse dell'Adriatico, sfruttandone anche quelle meno pregiate; piatti famosi sono lo stoccafisso e il brodetto, tipica zuppa di varie specie di pesce (da nove a tredici) preparata in due distinte versioni classiche: il brodetto anconetano e quello portorecanatese, che differiscono sia per gli ingredienti sia per la fattura. Tra l'ampia varietà di piatti di mare si ricordano inoltre i garagoli in porchetta (crostacei saltati con aglio, olio, rosmarino, finocchio selvatico e pepe), tipici di Pesaro, e le pannocchie e moscioline (cozze) impanate. Fra i primi piatti della tradizione, accanto a quelli più noti, come i vincisgrassi (lasagne condite con salsa pasticciata, cotte al forno e profumate di tartufo di produzione locale), la cucina marchigiana propone ricette robuste, tra le quali citiamo i tacconi dell'Ascolano (sorta di maltagliati serviti con ceci e polenta), i tagliolini al guanciale con fave, piselli e pecorino, e la frittata con pomodori e maggiorana. Tra i secondi figurano il coniglio o pollo o agnello in potacchio (cioè in padella, con vino bianco e rosmarino) e il pollo ‘ncip ‘nciap, tipico dell'Ascolano. Anche nelle Marche, come in Toscana, Umbria e Lazio, è diffusa la porchetta: maiale giovane cotto al forno, intero, disossato e infilato su un palo, e condito con finocchio selvatico ed erbe aromatiche. Il maiale è anche protagonista di sapidi insaccati (ciauscolo di Visso, salame lardellato di Fabriano). Di antica tradizione locale sono pure le olive ripiene di Ascoli, impanate e fritte. Rinomato è il formaggio di fossa e, tipici della regione, sono anche i tartufi (Urbinate) e l'olio di oliva. Fra i dolci si ricordano il natalizio pistringo e il panpepato. Vario è il comparto vinicolo, che annovera numerose DOC; si spazia dai bianchi (celebre il verdicchio dei Castelli di Jesi, ma anche quello di Matelica) ai rossi come il rosso Piceno e il lacrima di Morro d'Alba, ma si possono citare inoltre il rosso Conero, l'esino, il bianchello del Metauro, il falerio dei Colli Ascolani, la vernaccia di Serrapetrona; ancora in uso è il vin cotto. Prodotti insigniti del marchio DOP sono la casciotta d'Urbino e il prosciutto di Carpegna.

Bibliografia

Per la geografia

G. Pedrocco, Storia dell'agricoltura nelle Marche dall'Unità a oggi, Urbino, 1976; S. Anselmi (a cura di), Economia e società: le Marche tra Quindicesimo e Ventesimo secolo, Bologna, 1978; Autori Vari, La costa del Piceno. Ambiente, uomini, lavoro, Ascoli Piceno, 1981; F. Bronzini, A. Jacobelli, Il processo di trasformazione territoriale nelle Marche dal dopoguerra ad oggi, Milano, 1985.

Per la storia

E. Santarelli, Aspetti del movimento operaio delle Marche, Milano, 1960; Autori Vari, L'apporto delle Marche al Risorgimento nazionale, Ancona, 1961; B. G. Zenobi, Ceti e potere nella Marca pontificia. Formazione e organizzazione della piccola nobiltà fra Cinquecento e Settecento, Bologna, 1976; AA. VV., Istituzioni e società nell'alto Medio Evo marchigiano, Ancona, 1983.

Per l'arte

B. Ligi, Le chiese monumentali in Urbino, Urbino, 1956; P. Scarpa, Guida storico-artistica di Loreto, Roma, 1956; L. Benevolo, Ascoli Piceno, Milano, 1957; M. Natalucci, Ancona attraverso i secoli, Città di Castello, 1960; M. Marinelli, L'architettura romanica in Ancona, Ancona, 1961; M. Boskovits, Pittura umbra e marchigiana fra Medioevo e Rinascimento, Firenze, 1973; M. Verzar, Umbria-Marche, Bari, 1980.

Media

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Collegamenti