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Friuli-Venèzia Giùlia

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regione a statuto speciale dell'Italia settentrionale, 7858 km², 1.222.061 ab. (stima 2007), 154 ab./km², capoluogo di regione: Trieste. Comuni: 219. Province: Gorizia, Pordenone, Trieste, Udine. Confini: Austria (N), Slovenia (ESE), mare Adriatico(S, 111,7 km di costa), Veneto (WSW).

Generalità

Terra di confine, il Friuli-Venezia Giulia è storicamente crocevia di popoli, culture e commerci. Tale posizione ha tuttavia costituito nel secondo dopoguerra un fattore di instabilità e di impedimento per lo sviluppo della regione. Infatti, per quella che oggi, dopo la ricostruzione seguita al terremoto del 1976, è una delle realtà economiche più vivaci del Nordest, le vicende legate alla seconda guerra mondiale si conclusero soltanto nel 1975, quando la firma del Trattato di Osimo pose la parola fine ai contenziosi fra Italia e (l'allora) Iugoslavia circa i territori della Venezia Giulia. E se nel 2004 l'entrata nell'Unione Europea della Slovenia apre interessanti prospettive economiche per tutto il Friuli, per Trieste e Gorizia (la Venezia Giulia), l'allargamento significa recuperare i contatti con terre che sono a loro legate almeno dall'epoca romana (allora erano incluse nella X Regio Venetia et Histria). Ma è proprio questa natura di terra di confine a fare della regione un mosaico di ambienti naturali e culturali. I primi sono magnificamente esemplificati dal golfo di Trieste, cui fanno da sfondo le colline spoglie del Carso, e dal contrasto fra le alte montagne della Carnia e le distese pianeggianti attraversate dal Tagliamento. I secondi sono ancora più variegati: atmosfere asburgiche e mitteleuropee si respirano tutt'oggi a Gorizia e, soprattutto, a Trieste, dove l'italiano e il veneto si mescolano allo sloveno, ma sono presenti anche croati, serbi e greci; in Friuli l'impronta di Venezia si è sovrapposta alla tradizione ladina della lingua friulana, ma in alcune valli si parla anche tedesco e sloveno.

Diritto

Ultima fra le regioni autonome italiane a essere istituita (lo statuto è stato introdotto dalla legge 31 gennaio 1963, n. 1), il Friuli-Venezia Giulia è amministrato con uno statuto speciale che le riconosce una particolare forma e condizione di autonomia, in ossequio alle sue peculiari condizioni geografiche, etniche e storiche. Esso riconosce in particolare l'assoluta parità di diritti e di trattamento a tutti i cittadini, a qualunque gruppo linguistico appartengano, e salvaguarda le caratteristiche etniche dei singoli gruppi. Organi amministrativi regionali sono: il Consiglio, la Giunta e il Presidente. Il Consiglio viene eletto a suffragio universale e con sistema proporzionale in ragione di un consigliere ogni 20.000 abitanti. Suoi compiti sono: l'esercizio della potestà legislativa secondo le competenze proprie alla regione; l'approvazione del bilancio; la formulazione di progetti di legge, che competono al Parlamento nazionale ma abbiano particolare attinenza agli interessi della regione. Secondo una legge costituzionale del 2000 il Presidente viene eletto direttamente dai cittadini. Compiti del Presidente sono: la promulgazione delle leggi regionali, la presidenza nei vari organi amministrativi regionali. La Giunta si compone del Presidente e degli assessori, posti a capo dei vari settori amministrativi. Suoi compiti sono: deliberare sui regolamenti riguardanti l'esecuzione delle leggi regionali, esercitare l'attività amministrativa, amministrare il patrimonio proprio alla regione, predisporre il bilancio. Alla Regione sono riconosciuti: una parte delle entrate tributarie dello Stato, il diritto a imporre tributi propri, lo sfruttamento del proprio patrimonio, il controllo sugli enti locali, l'istituzione di nuovi comuni, la facoltà di decentrare parte del proprio potere alle Province e ai Comuni. La legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2 ha sancito le modalità di aggiornamento degli statuti delle regioni autonome in base all'evoluzione della Costituzione e al mutato quadro istituzionale dell'Unione Europea. Tale legge auspica la ridefinizione dei poteri, dei diritti e della specialità regionale, temi che avranno un'incidenza non marginale su molteplici aspetti della vita dei singoli cittadini e della comunità regionale. L'iter che porterà alla revisione dello statuto del Friuli-Venezia Giulia regionale è stato avviato il 16 marzo 2004 con l'istituzione di una “Convenzione per lo statuto” del Friuli-Venezia Giulia composta dalle rappresentanze politiche e sociali della comunità regionale. Tale Commissione è al lavoro, insieme al Consiglio regionale e ai due rami del Parlamento nazionale, per definire un nuovo testo di statuto che entrerà in vigore dopo essere stato promulgato dal Presidente della Repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.

Territorio: morfologia

Il Friuli-Venezia Giulia è formato da una parte montuosa a N (la Carnia) e da una regione pianeggiante a S; a SE rientra nella regione anche un piccolo lembo del tavolato calcareo del Carso. La zona montuosa (43% della superficie regionale) comprende il versante meridionale delle Alpi Carniche (monte Coglians, 2780 m) e il settore occidentale delle Alpi Giulie (Jôf di Montasio, 2753 m): rilievi dirupati, costituiti in prevalenza da calcari del Paleozoico e del Mesozoico, ai quali si contrappone, a S del lungo solco Tagliamento-Fella-Resia, il sistema prealpino friulano, composto in prevalenza da rocce calcareo-dolomitiche del Mesozoico e diviso dal solco trasversale del Tagliamento in Prealpi Carniche (W) e Prealpi Giulie (E). Procedendo verso S si succedono i bassi rilievi subalpini fatti di rocce marnose e arenacee e, quindi, l'ampia pianura friulana (38% della superficie regionale). Come tutta la pianura padano-veneta, anche la pianura friulana si può suddividere in alta pianura (permeabile e ciottolosa) e bassa pianura (impermeabile e fertile) separate dalla linea delle risorgive. Un interessante ambiente naturale tipico del Friuli sono i magredi, basse formazioni erbacee che hanno attecchito sugli aridi terreni ghiaiosi di antichi alvei fluviali e conoidi alluvionali. Le coste sono basse a W (qui si aprono le lagune di Marano e di Grado), alte e dirupate a E, là dove i rilievi del Carso si spingono fino al mare. Il fiume principale è il Tagliamento, che segna nel tratto terminale il confine con il Veneto; uno sviluppo minore hanno i corsi d'acqua (Livenza, Cellina, Meduna, Arzino, Torre, Natisone e Iudrio) che nascono dal versante meridionale delle Prealpi. Una caratteristica originale di alcuni fiumi friulani è quella di attraversare l'alta pianura con amplissimi alvei ghiaiosi, talvolta privi di acque superficiali perché lo scorrimento avviene sotto le ghiaie. Un cenno a parte meritano l'Isonzo e il Timavo: del primo appartiene alla regione solo il corso inferiore, il secondo è un tipico fiume carsico, il cui corso, in buona parte sotterraneo, riemerge improvvisamente presso San Giovanni di Duino gettandosi in mare dopo appena 2 km.

Territorio: clima

Il clima presenta caratteri molto diversi tra la fascia costiera, dove è marcato l'influsso del mare, e i rilievi montuosi dell'interno: mentre le temperature medie diminuiscono progressivamente dal mare verso N, aumentano i valori pluviometrici fino a un massimo in corrispondenza della fascia prealpina (dove nell'alta valle del Torre si registrano livelli record di piovosità, superiori ai 3000 mm di media annua), per scendere a valori più modesti nelle Alpi Carniche e Giulie. Una menzione particolare merita la bora, che scende su Trieste e il suo golfo da NE con raffiche abbondantemente sopra i 100 km/ora e capaci di rendere le giornate invernali terse ma gelide.

Territorio: demografia

Il popolamento della regione ha conosciuto nei sec. XIX e XX una serie di alti e bassi influenzati da fattori differenti: la situazione economica, le vicende belliche e i connessi cambiamenti territoriali, il terremoto del 1976. Molto intensa fu l'emigrazione nella seconda metà dell'Ottocento e ai primi del Novecento, diretta soprattutto verso l'Argentina e gli Stati Uniti. Tale deflusso si fermò momentaneamente con la prima guerra mondiale, riprendendo fra i due conflitti. La perdita dell'Istria e di Zara fece affluire, all'indomani del 1945, moltissimi profughi, ma non riuscì a compensare il nuovo esodo verso l'Europa centrale (Svizzera, Germania, Francia e Belgio), oltreoceano (Stati Uniti e Canada, ma anche Australia) e verso le regioni (Piemonte, Lombardia e Liguria) del triangolo industriale. Solo con gli anni Settanta il fenomeno migratorio si ridusse rapidamente, grazie a un primo sviluppo industriale e a seguito del sisma del 1976 che con la successiva ricostruzione richiamò in patria numerosi emigrati. Dopo il decollo produttivo del Nordest, nello scorcio del secolo scorso, la popolazione della regione si è mantenuta sostanzialmente stabile: il basso tasso di natalità è stato infatti compensato dall'immigrazione dall'estero (nel 2002 il numero degli stranieri era pari al 3,6% della popolazione residente). Testimonianza dell'antica convivenza di popoli dagli idiomi diversi sono oggi le forti minoranze slovene nelle province di Gorizia e Trieste; anche in alcune zone montane della provincia di Udine si parla sloveno, ma qui la minoranza è meno tutelata. Più ridotte sono le comunità tedesche della val Canale e di Sauris e Timau, nell'alta Carnia.

Territorio: struttura urbana e vie di comunicazione

Le differenze fra Friuli e Venezia Giulia sono visibili anche nella struttura insediativa. Le due entità annoverano ciascuna due province, ma mentre nel Friuli zone ad alta urbanizzazione (conurbazione Pordenone-Cordenons-Porcia; asse Palmanova-Udine-Gemona del Friuli) si accompagnano a zone ampiamente agricole (bassa pianura) o pochissimo popolate (Carnia e prealpi), le due province giuliane sono tutte fittamente popolate e urbanizzate. Un discorso a parte merita l'aspetto dei centri colpiti dal terremoto del 1976: la ricostruzione, condotta secondo le più severe norme antisismiche, ha comportato in svariati casi la comparsa di anonimi quartieri attorno a monumenti d'arte e architetture scrupolosamente innalzati di nuovo con le pietre originali.La presenza di due maggiori poli urbani (Udine e Trieste) ha condizionato il sistema delle vie di comunicazione, costituito da due autostrade (A4 Torino-Trieste, con diramazioni verso Gorizia e Pordenone-Sacile, e A23 Palmanova-Udine-Tarvisio), da statali spesso storiche (SS 11, SS 13, SS 14) e da una trama fittissima di strade provinciali e comunali. Ricalcano l'andamento delle autostrade le principali linee ferroviarie, destinate a essere potenziate con l'ampliamento a est dell'Unione Europea. Voli prevalentemente nazionali atterrano all'aeroporto di Ronchi dei Legionari, presso Monfalcone, mentre il porto di Trieste, il maggiore d'Italia per traffico di merci (grazie ai terminal petroliferi), dopo aver perso nel 1918 il suo ruolo storico di sbocco marittimo dell'Europa centrale soffre oggi anche la concorrenza del vicino scalo sloveno di Capodistria.

Territorio: ambiente

Nonostante il territorio presenti aree geografiche di grande interesse naturalistico come il Carso e il Tarvisiano, la percentuale attualmente protetta è costituita solo dal 7% della superficie regionale. Coinvolge entrambe le province di Pordenone e Udine il Parco Naturale Regionale delle Dolomiti Friulane, mentre appartiene solo a quella di Udine il Parco Naturale Regionale delle Prealpi Giulie.Il prepotente sviluppo industriale nel golfo di Trieste (cantieri navali di Monfalcone, industrie di Muggia) e sulla laguna di Marano (complesso dell'Ausa-Corno, Torviscosa), in aree che si trovano a pochissima distanza da mete turistiche balneari come Duino, Grado e Lignano Sabbiadoro hanno comportato danni piuttosto gravi al paesaggio e all'ambiente. Così come l'abbandono delle montagne, solo in parte frenato negli ultimi anni del Novecento, ha avuto come effetto collaterale quello di una minor cura dell'ambiente e dell'aggravarsi di fenomeni di dissesto.A frenare lo spopolamento delle montagne, a tutelare antiche minoranze linguistiche e a promuovere la conoscenza di zone poco note della regione provvedono le comunità montane, che in alcuni casi svolgono, d'intesa con analoghe istituzioni d'oltreconfine, un'opera meritoria nel riavvicinare terre oggi divise da confini statali, ma abitate dalle stesse popolazioni.

Economia: generalità

Agli inizi del terzo millennio non è più il settore agricolo, che per secoli è stato la fonte primaria di ricchezza, a costituire il fulcro dell'economia del Friuli-Venezia Giulia. Sono stati invece i comparti del cosiddetto “elettrodomestico bianco” (lavatrici, frigoriferi, piani di cottura), delle costruzioni navali (cantieri di Monfalcone), della siderurgia (Trieste e Muggia) e dell'impiantistica industriale, nonché alcune produzioni di nicchia (coltelli, sedie, mobili), a fare della regione uno dei protagonisti del miracolo economico della fine del sec. XX. Un'industrializzazione in effetti decollata negli anni Settanta dapprima con il decentramento in loco di produzioni dal triangolo industriale (Torino-Milano-Genova) e cresciuta poi in maniera autonoma attraverso il cosiddetto “modello friulano” (piccole imprese locali nate e sostenute da un forte spirito imprenditoriale). Un'industrializzazione che, nel caso di Trieste, è stata finanziata anche con denaro pubblico per le travagliate vicende storiche della città e che all'inizio del sec. XXI è a sua volta in fase di trasformazione in quanto interessata dalla delocalizzazione verso realtà nazionali dal minor costo della manodopera. Il mercato del lavoro è influenzato anche dal notevole pendolarismo proveniente dalle aree di frontiera slovene lungo tutto il confine regionale e in particolare verso i centri maggiori, come Trieste.

Economia: agricoltura

Il comparto primario, che ha nella pianura l'area privilegiata per colture estensive (in montagna prevale l'allevamento bovino), benché fortemente ridimensionato, occupa il 3,2% della popolazione attiva, sfruttando una superficie superiore ai 4000 km². Una menzione particolare merita la coltivazione della vite, che ha nel Collio goriziano la patria d'elezione, ma che è sviluppata con ottime rese anche nella zona del Pordenonese più a ridosso del Veneto. All'allevamento si collega una delle produzioni tipiche del Friuli, da qualche tempo insignita della dicitura DOP (Denominazione di Origine Protetta): il prosciutto crudo di San Daniele.

Economia: industria

Ancora all'indomani della seconda guerra mondiale, il settore secondario era quasi inesistente: se si escludono i cantieri di Monfalcone, l'unico complesso degno di questo nome era quello chimico di Torviscosa, voluto dal regime fascista. Da allora il quadro è radicalmente cambiato, tanto che, nonostante la trasformazione in corso dagli ultimi anni del Novecento, questo comparto, che occupa il 33,2% della manodopera della regione, è fra i più dinamici d'Italia e con notevolissime prospettive di crescita con l'ampliamento a est dell'Unione Europea. A Monfalcone e a Torviscosa si sono aggiunti gli stabilimenti di elettrodomestici del Pordenonese (appartengono alla svedese Electrolux i marchi storici Zoppas e Rex), il comparto aeronautico di Monfalcone, le tante fabbriche tessili del Friuli, i mobilifici di Manzano (Udine), i coltellifici di Maniago (Pordenone), le industrie del giocattolo e una moltitudine di aziende che lavorano per conto terzi in quasi tutti i settori.

Economia: servizi

Storica regione di transito, sia terrestre sia marittimo, il territorio corrispondente all'attuale Friuli-Venezia Giulia ha sempre avuto un discreto movimento commerciale, non solo a Trieste ma anche in centri come Udine, Gorizia, Tarvisio. Oggi il settore terziario (63,6% degli occupati) della regione si presenta vario e diversificato: oltre alla pubblica amministrazione e ai traffici portuali, è presente una cospicua attività commerciale, che ha il suo elemento caratteristico nella funzione di emporio dei Paesi dell'Est svolta da Trieste (e, in misura minore, da Gorizia). Qui giungono per acquisti, con autobus o mezzi privati, numerosi clienti provenienti non solo dalle vicine Slovenia e Croazia, ma anche dalla Serbia e dall'Ungheria.Un altro settore sviluppato è quello del turismo, che d'inverno vede affollati il Tarvisiano e la Carnia, e d'estate le località marittime di Grado e Lignano Sabbiadoro. Mete turistiche sono rappresentate anche da Aquileia, Cividale del Friuli e Venzone, oltre alle due città principali, Udine e Trieste. Né va dimenticato che Trieste è uno dei più importanti centri italiani di ricerca scientifica, e sede di alcune delle maggiori compagnie di assicurazione nazionali.

Economia: distretti industriali

I distretti industriali della regione riguardano principalmente il Friuli. Maniago (Pordenone) è specializzato nei coltelli (dalle fabbriche locali esce circa il 50% della produzione nazionale), lavorazione che risale alla metà del sec. XV. Il “triangolo della sedia”, così chiamato perché costituito dai comuni di Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo, è il maggior produttore mondiale di questi mobili, concentrando l'80% della produzione nazionale di sedie e il 50% di quella europea; anche questa lavorazione risale al sec. XV. Il distretto di San Daniele del Friuli (Udine) riguarda il settore agroalimentare e verte sulla produzione del celebre prosciutto.

Preistoria

Di grande importanza per il Paleolitico inferiore italiano è il riparo di Visogliano (comune di Duino-Aurisina), scavato da Carlo Tozzi, dove è stata messa in luce una serie stratigrafica del Pleistocene medio, con industrie su ciottoli e su scheggia riferite a varie fasi del Tayaziano. Un molare e una mandibola frammentaria umani, rinvenuti in una breccia prossima al riparo e in associazione con industria arcaica, sono stati attribuiti a Homo erectus. Il Paleolitico medio è rappresentato in alcuni giacimenti in grotta del Carso triestino, tra cui la grotta della Pocala, nota dalla fine del sec. XIX, la grotta San Leonardo e la grotta Cotariova, quest'ultima con Musteriano charentiano di tecnica Levallois. Mentre mancano giacimenti attribuibili con certezza alle fasi più arcaiche del Paleolitico superiore, sono meglio note le fasi finali dell'Epigravettiano, risalenti a ca. 11.000 e 10.000 anni fa, nelle Grotte Verdi di Pradis, a Piancavallo e nel riparo di Biarzo. Il Mesolitico è altrettanto ben rappresentato in numerosi ripari sotto roccia del Carso triestino. Nel territorio friulano si sono rinvenuti, inoltre, resti fittili di epoca neolitica, e sono presenti testimonianze delle culture succedutesi dal Neolitico all'Età del Ferro nel Carso triestino. Ma più abbondanti sono le testimonianze riferibili all'Età del Bronzo con armilla, fibule, armi e oggetti ornamentali provenienti, in buona parte, da necropoli del territorio cividalese. Alla stessa età risalgono anche pani di rame provenienti da Castions di Strada, nonché una spada di origine cretese-micenea che potrebbe dimostrare l'esistenza di traffici con le genti del Mediterraneo orientale.

Storia

Nel sec. V a. C. il territorio del Friuli fu invaso da popolazioni celtiche, i Carni, e agli inizi del sec. II a. C. dai Galli, contro i quali i Veneti chiesero l'intervento dei Romani: questi debellarono gli invasori e nel 181 a. C. fondarono la colonia di Aquileia. Con la riorganizzazione augustea, dal punto di vista amministrativo l'attuale Friuli-Venezia Giulia rientrò nella vasta X Regio, la Venetia et Histria, in cui si conservava il nome delle due più importanti popolazioni della regione, ma era cancellato quello delle stirpi celtiche. Aquileia, divenuta ben presto uno dei più fiorenti centri dell'Impero, riuscì a respingere le invasioni dei Cimbri (101 a. C.), dei Quadi e dei Marcomanni (166). Superstite alle devastazioni germaniche dei secoli successivi, fu però saccheggiata e quasi completamente distrutta da Attila nel 452; ciò favorì l'ascesa di Grado, che sarebbe divenuta il nuovo centro civile ed ecclesiastico della Venetia. I Longobardi, che presero possesso del territorio friulano tra il 568 e il 570, posero la loro capitale a Forum Iulii, l'odierna Cividale del Friuli, che nel sec. VII fu gravemente danneggiata dalle incursioni degli Avari e degli Slavi. Carlo Magno annesse la regione alla Marca d'Austria, suddivisa nell'828 nei quattro Margraviati di Verona o del Friuli, di Istria-Carniola, di Carinzia e della Bassa Pannonia: nel 1077 Enrico IV affidò il governo del margraviato al patriarca di Aquileia, coadiuvato da un Parlamento di laici ed ecclesiastici e di rappresentanti dei Comuni; ciò segnò l'inizio dello Stato patriarcale del Friuli che ebbe vita per circa tre secoli e mezzo con alterne vicende. Si dissolse nel 1420 quando entrò a far parte dei domini di Venezia a esclusione dei territori di Gorizia e Trieste che rimasero sotto l'influenza austriaca. Nel 1797 il Trattato di Campoformio assegnò anche Udine e il suo territorio, con l'Istria, all'Austria. Questa vi governò fino al 1805, anno in cui, con l'avanzata delle truppe francesi, Udine prima, Gorizia e Trieste poi, entrarono sotto il dominio napoleonico dove rimasero fino al 1813. Con la Restaurazione si ristabilì l'attribuzione all'Austria, che tenne questi territori fino al 1918: Udine e il suo territorio entrarono a far parte del Lombardo-Veneto, e, dal 1866, dell'Italia Unita; mentre Gorizia e Gradisca confluirono nel Regno Illirico e Trieste con l'Istria nel Litorale austriaco. La riconquista di questi territori fu tra gli obiettivi principali dell'Italia nella prima guerra mondiale; una volta riunificati, nel periodo fra le due guerre, essi furono designati con la definizione Venezia-Giulia. Durante la seconda guerra mondiale gli slavi occuparono Trieste, Gorizia e l'Istria. Il Trattato di Pace di Parigi del 1947 attribuì l'Istria alla Repubblica Iugoslava (con il conseguente esodo forzato di oltre 200.000 italiani), mentre il territorio di Trieste rimaneva diviso in due zone, denominate A e B, rispettivamente soggette all'amministrazione alleata e a quella iugoslava. Questa situazione si protrasse fino al 1954. La sistemazione delle frontiere nordorientali italiane (nella quale rientrò anche la divisione della città di Gorizia) venne sancita definitivamente in virtù del Trattato di Osimo del 1975 con il quale si concludevano le vicende postbelliche che avevano reso più difficili i rapporti tra Italia e Iugoslavia.

Archeologia

Le più antiche testimonianze archeologiche sono costituite dai resti attribuibili alla facies culturale del Neolitico antico di Fagnigola. Vanno segnalate le interessanti stratigrafie delle caverne del Carso triestino, che attestano una civiltà neo-eneolitica ricca di ceramica (caverne Teresiana e della Pocala presso Duino-Aurisina, caverne della val Rosandra e grotte di San Canziano ora in territorio sloveno) e che hanno fornito anche reperti anteriori (oggetti di tipo musteriano della caverna della Pocala). Tipici della Venezia Giulia sono i castellieri (tra cui quello di Monrupino e quello di San Polo), villaggi fortificati la cui occupazione si data tra la media Età del Bronzo e la prima Età del Ferro; in quest'epoca le loro necropoli ricche di bronzi si inquadrano nell'ambito della civiltà paleoveneta (Santa Lucia di Tolmino, i cui materiali sono al Civico Museo di Storia e Arte di Trieste). Tra le stazioni preistoriche va ricordata inoltre la Grotta Azzurra di Samatorza. Le città romane più importanti del Friuli furono, oltre ad Aquileia, Iulium Carnicum (Zuglio) e Forum Iulii (Cividale del Friuli), che ha dato nome al Friuli e che è però più nota per i suoi resti longobardi. Le numerose strade romane attestano l'importanza commerciale della regione. Dal Veneto giungono ad Aquileia le vie Annia e Postumia; altre strade vanno da Aquileia verso il Norico (via Iulia Augusta), la Pannonia, l'Istria, la Dalmazia. La via Flavia metteva in collegamento Trieste con Pola. Importanti monumenti di architettura romana hanno Trieste (la basilica e il teatro di età traianea) e Aquileia (porto fluviale e necropoli con caratteristici monumenti funerari a edicola cuspidata). Nella scultura, accanto a moltissime statue, rilievi, ritratti di buon artigianato locale, sono presenti anche opere di arte colta. Eccezionali per ricchezza e raffinatezza sono i mosaici, di cui rimangono testimonianze soprattutto ad Aquileia, che si distinse anche per la produzione di gemme intagliate, di paste vitree, di vetri lavorati. Particolarmente abbondante in tutta la regione è la documentazione epigrafica.

Arte

La regione è ricca di resti paleocristiani e altomedievali. Nei sec. IV e V importanti basiliche paleocristiane sorsero ad Aquileia (la basilica di Teodoro, ca. 320, di cui resta il pavimento a mosaico), Grado (basilica di Santa Maria delle Grazie e basilica di Sant'Eufemia del sec. V) e Trieste (cattedrale di San Giusto), tutte distrutte o ricostruite in epoca successiva. Del sec. VI rimangono notevoli edifici di carattere schiettamente ravennate (complesso basilicale di Grado). A Cividale del Friuli si conservano un nucleo importante di sculture longobarde (altare di Ratchis, databile tra il 744 e il 774; battistero di San Callisto) e uno dei più discussi monumenti dell'arte altomedievale, il tempietto longobardo, eretto nel sec. VIII, ma decorato probabilmente nel secolo successivo con affreschi e stucchi classicheggianti, riferibili alla rinascita carolingia. L'architettura romanica della regione restò a lungo fedele alla tradizione basilicale paleocristiana e ravennate (basilica di Aquileia, eretta nella prima metà del sec. XI, con affresco absidale coevo del 1031; la piccola chiesa di San Silvestro e la cattedrale di San Giusto di Trieste, sec. XI-XII). Solo nel Friuli si incontrano forme romaniche più genuine (pieve di Santa Maria di Castello a Udine, con affreschi del sec. XII, affini ai mosaici della basilica di San Marco a Venezia). Nei secoli successivi l'influenza di Venezia divenne sempre più forte e gli influssi italiani e tedeschi si mescolarono in varia misura. Il duomo di Aquileia (1365-81) fu completato in forme gotiche, mentre residui romanici ed elementi gotici italiani e tedeschi si trovano nel duomo di Spilimbergo, in quello di Gemona e in quello di Venzone. Carattere tedesco hanno il portale del duomo di Udine e gli edifici del territorio dei conti di Gorizia (Santo Spirito di Gorizia, Sant'Ulrico di Tolmino). Dopo la caduta del Patriarcato e l'annessione di Udine alla Repubblica di Venezia (1420), tutta la regione entrò nell'orbita della civiltà veneziana. Il centro di Udine acquistò l'aspetto rinascimentale che ancora conserva (loggia di San Giovanni, di Bernardino da Morcote, 1533; torre dell'Orologio, 1527; castello, di G. Fontana, 1517; palazzo Antonini, del Palladio). Nel campo della pittura, fiorì una scuola friulana tributaria di quella veneta: i maggiori rappresentanti furono i pittori di Tolmezzo (tra cui soprattutto Gianfrancesco da Tolmezzo) e Martino da Udine, detto il Pellegrino da San Daniele. Nel sec. XVI G. A. de' Sacchis, detto il Pordenone, superò con la sua arte la dimensione regionale, mentre una schiera di minori (S. Florigerio, P. Amalteo, G. B. Grassi, i Floreani, i Secante) ne divulgarono il linguaggio. Dopo la Pace di Worms (1521) Venezia rinunciò all'espansione verso oriente, lasciando agli Asburgo Trieste e Gorizia, e si limitò a rafforzare i confini (fortezza di Palmanova, fondata nel 1593, uno dei capolavori dell'architettura militare del sec. XVI). Nel territorio controllato da Venezia fiorì l'arte barocca e rococò, di cui le più cospicue testimonianze architettoniche sono il palazzo Belgrano e la chiesa di Sant'Antonio a Udine, e la villa Manin di Passariano, opera di G. Massari. Per decorare chiese e palazzi furono chiamati i maggiori pittori veneti: tra gli altri, F. Fontebasso, G. A. Guardi (Madonna del Rosario nella chiesa di Belvedere, presso Aquileia), il Padovanino, Palma il Giovane e G. Tiepolo. A quest'ultimo si deve il ciclo pittorico più importante del Settecento udinese, gli affreschi del Palazzo Patriarcale, rifatto da D. Rossi, e quelli dell'oratorio della Purità, preceduti da quelli della Cappella del Sacramento, nel duomo, nei quali è possibile già scorgere il passaggio a una luminosità aperta, sensibile anche ai modi di S. Ricci. Nel campo pittorico il Friuli, tra Seicento e Settecento, espresse delle personalità importanti e autonome, che si inserirono nel processo di espansione della cultura veneta in provincia, perfettamente analogo a quello che caratterizzava l'architettura e la scultura. La figura artistica dominante del Seicento fu A. Carneo, il quale fuse mirabilmente le esperienze pittoriche di D. Fetti, B. Strozzi e J. Liss con quelle di L. Giordano e di altri artisti. Accanto al Carneo meritano una menzione S. Bombelli, vivace ritrattista, e Giulio II Quaglio, il maggiore decoratore friulano tra Seicento e Settecento, attivo anche a Gorizia e Trieste. L'unico grande pittore locale del Settecento fu N. Grassi (Giacobbe e le verghe e Rebecca al pozzo nella parrocchiale di Sezza; le figure degli apostoli del duomo di Tolmezzo), mentre tutta la pittura veneziana del Settecento fu ben rappresentata nella regione dai vari seguaci di G. B. Piazzetta, di G. Tiepolo e di S. Ricci. Fu friulano anche l'anticipatore della corrente vedutistica veneziana, L. Carlevaris, che svolse la sua attività prevalentemente a Venezia, anche se dipinse per il Friuli numerose opere, tra cui l'interessante Pianta di Udine, conservata nei locali Musei Civici. Tra il Settecento e l'Ottocento operò G. B. Bison, attivo anche a Trieste, che nelle tempere con paesaggi ha lasciato delle sofferte rievocazione del mondo settecentesco veneziano. Lo sviluppo della scultura tra Seicento e Settecento fu strettamente collegato alle vicende architettoniche ed ebbe come protagonisti artisti veneziani o di ambiente veneziano. Si distinse, tra questi, la personalità di E. Meyring, il cui capolavoro friulano è certamente l'altare di Santo Stefano a Nimis. Nella modesta produzione lignea del tempo emerse in Friuli, come a Venezia, la figura di A. Brustolon, i cui santi della cappella di villa Corner, a Rorai Piccolo, conservati al Museo Civico d'Arte di Pordenone, appaiono eseguiti con la consueta abilità. La principale personalità della scultura udinese del Settecento fu G. Torretti, la cui arte si espresse a un livello alto nella realizzazione, insieme con D. Rossi, dell'altare maggiore del duomo di Udine (1718) e delle statue della cappella della villa Manin di Passariano. Stretto collaboratore del Torretti fu A. Corradini, che diede prova di raro virtuosismo nella lavorazione del marmo, celando con magistrali accorgimenti tecnici il volto delle sue statue sotto un velo sottile. Con la caduta della Repubblica di Venezia (1797) e l'annessione all'Austria, il Friuli decadde, mentre Trieste, divenuta porto franco nel 1719 e potenziata successivamente da Maria Teresa in funzione antiveneziana, acquistò importanza sempre maggiore, assumendo un caratteristico volto ottocentesco e riempendosi di edifici di rappresentanza in stile neoclassico (la facciata del Teatro Verdi, 1798-1801, e il palazzo Carciotti, 1802-06, di M. Pertsch; la chiesa di Sant'Antonio e vari edifici privati di P. Nobile). Verso la metà del sec. XIX, con l'avvento dell'eclettismo, si fecero maggiori i contatti con l'architettura tedesca, come si nota nel castello di Miramare di C. Junker e nel palazzo Revoltella di F. Hitzig, ricco di citazioni e prestiti dalle più diverse culture e tipologie artistiche. In ambito pittorico si avverte a Trieste la presenza di personalità di rilievo: G. B. Bison, che ai moduli neoclassici applicati a palazzo Carciotti unì il gusto di una decorazione burlesca nella cupola del palazzo della Borsa, il ritrattista G. Tominz e M. Grigoletti, noto oggi soprattutto per i ritratti, ma apprezzatissimo a quei tempi per la sua produzione religiosa e storica, richiesta in tutta Europa. Nel primo Novecento l'architettura friulana si valse di artisti prestigiosi: la personalità predominante fu quella di R. D'Aronco, importatore e traduttore geniale dei motivi decorativi della secessione viennese. Collegato alle esperienze secessioniste, interpretate però in chiave razionalista, fu anche M. Fabiani (la casa Bartoli, 1905-06, e l'albergo Regina, 1902, a Trieste, sono tra le sue migliori realizzazioni), mentre nel 1906 il milanese G. Sommaruga, con il cinema Eden, sempre a Trieste, fornì della cultura liberty un'interpretazione floreale di notevole impatto plastico e decorativo. Nella seconda metà del sec. XX furono attivi L. Spazzapan, Mirko e Afro, i quali appartengono più alle vicende generali dell'arte italiana che a quelle della regione in cui sono nati. In architettura sono particolarmente degni di nota alcuni interventi di G. Valle, come il Municipio di Casarsa della Delizia (1966-74) e il monumento alla Resistenza di Udine (1959-69), ma soprattutto gli uffici Zanussi a Porcia (1959-61), una delle architetture industriali più originali, a livello internazionale, realizzate in quegli anni. Tra gli anni Sessanta e Ottanta fu attivo nella regione l'architetto G. Gresleri, ideatore di architetture che attingono al modernismo, interpretato nelle sue varie sfaccettature (cimitero di Vajont, 1968-71; chiesa di San Francesco a Pordenone, 1972-74; nuove terme di Arta, 1983-87). Notevole il progetto di ampliamento e ristrutturazione del Museo Civico “Pasquale Revoltella” e Galleria d'Arte Moderna di Trieste (1963), a opera di C. Scarpa.

Cultura: generalità

Uno dei più famosi scrittori italiani dell'Ottocento, I. Nievo, friulano di origine, scrisse che il Friuli-Venezia Giulia era un “piccolo compendio dell'universo”. Una definizione perfetta per una regione che ha fatto tesoro di apporti veneti, sloveni, tedeschi, austriaci, greci e slavi permeandone fortemente la propria cultura, le tradizioni popolari, la lingua e la cucina.Bastano i nomi di I. Svevo, U. Saba e G. Strehler per ricordare come Trieste detenga il ruolo di principale polo culturale della regione, oltre a essere la più antica sede universitaria con una scuola superiore per interpreti e traduttori famosa a livello nazionale. Una città fortemente influenzata dalla cultura e dal modo di essere asburgici, un centro cosmopolita nel cui abitato d'impronta mitteleuropea sono presenti numerosi istituti di cultura stranieri. Dalla fine del Novecento sta emergendo Udine, diventata anch'essa sede universitaria, e nella cui provincia si trova una città gioiello come Aquileia, dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità. È in via di riscoperta tutta la cultura friulana, espressione di quel mondo ladino che in passato fu comune ad ampie zone delle Alpi orientali. La cultura della regione si esprime anche nel recupero e nella valorizzazione delle minoranze etniche e linguistiche.

Cultura: tradizioni

Le feste, ancora straordinariamente vive, testimoniano il mosaico culturale della regione, con caratteristiche diverse tra Friuli e Venezia Giulia. Tipici della Carnia e del Pontebbano sono lis cidulis, rotelle di abete o di faggio forate nel centro, messe nel fuoco e poi fatte ruzzolare giù da un'altura in occasione del Capodanno o di altre feste d'inizio d'anno o di stagione. L'usanza proviene dai Paesi tedeschi dove è largamente diffusa, al pari della Svizzera, della Francia e dell'Inghilterra. Essa ha evidente scopo propiziatorio di fertilità e di abbondanza. Come dovunque in Italia, anche nel Friuli Venezia Giulia sono molto sentite le feste religiose che conservano, accanto alle manifestazioni liturgiche, celebrazioni di origine pagana. Grandi falò, anch'essi propiziatori, infiammano per l'Epifania tutto l'arco delle montagne. Suggestivo e di origine antica è il cosiddetto Pignarûl Grant (grande falò), che viene acceso ogni anno, il 6 gennaio, a Tarcento (UD). A Gemona del Friuli l'Epifania viene invece celebrata con la Messa del Tallero, mentre a Cividale ha luogo la famosa Messa dello Spadone secondo un rituale che risale al sec. XIV: sull'esempio degli imperatori franchi e tedeschi, un diacono col capo coperto da un elmo benedice i fedeli con uno spadone. Finalità apotropaiche hanno anche in molte località di tutto il territorio le feste di Carnevale, di cui l'elemento più significativo è rappresentato dalle maschere lignee (opera di maestri artigiani), caratterizzate da espressioni grottesche o diaboliche. La tradizione dei falò si ritrova anche in molte usanze quaresimali, come avviene a Pordenone, in occasione del famoso rogo della Vecchia. Danze e canti sono diffusi sia nell'area friulana sia in quella della Venezia Giulia. In quest'ultima la presenza del mare ha influenzato racconti, leggende, credenze e costumi, che in molti casi però sono ormai andati completamente persi. Fa eccezione il Perdon di Barbana, festa religiosa del periodo estivo che si svolge nella laguna dell'antica cittadina costiera di Grado. La tradizione in Friuli è legata anche all'uso del dialetto, lingua romanza che viene parlata – con notevoli differenze fonetiche e idiomatiche – nella Carnia, a Udine e circondario, e nel Goriziano; a Trieste predomina invece il veneto, che pure è usato sia nella fascia lagunare sia in tutto il Pordenonese. Raro ormai è vedere i friulani indossare i vestiti della tradizione (succede solo in occasioni particolari o per le manifestazioni), che però si possono vedere al Museo delle Arti popolari di Tolmezzo assieme a una serie di oggetti della cultura materiale (ferri battuti; rami lavorati a sbalzo; legni scolpiti, intagliati e intarsiati; tessuti e ricami fatti a mano; ceramiche).Radici antiche ha infatti la tradizione artigianale che in alcuni settori si è sviluppata a livello industriale, come nel caso della produzione di sedie e di forbici e coltelli, che traggono la loro origine rispettivamente dalla lavorazione del legno e del ferro. Queste costituiscono ancora le voci principali dell'artigianato odierno, affiancate dall'arte della lavorazione a sbalzo del rame e dalla confezione delle tipiche pantofole in feltro. Dal 1922 è attiva a Spilimbergo la Scuola Mosaicisti del Friuli che ha ridato vita all'arte del mosaico presente in questa regione fin dal tempo dei Romani, come testimonia la ricchezza dei pavimenti musivi che ancora si possono ammirare ad Aquileia.

Cultura: enogastronomia

Per quel che riguarda i sapori della tavola, la tradizionale ripartizione Friuli e Venezia Giulia non è sufficiente a documentare le tante cucine regionali. Esiste quella della Carnia, i cui ingredienti sono tipici della montagna e che è famosa per i cjarzon (ravioli ripieni di ricotta e spezie) e il frico (formaggio montasio sciolto con ingredienti come patate, cipolle o farina di mais). Esiste la cucina genericamente friulana, che ha i punti forti nei prosciutti (quello di San Daniele è dolce, quello di Sauris è affumicato), nel muset (cotechino), nella brovada (rape inacidite nelle vinacce) e nella pitina (insaccato un tempo a base di selvaggina e oggi di pecora e maiale). Esiste la cucina triestina, che fonde al substrato veneto spunti sia austriaci sia slavi: iota (minestra di crauti e patate), porcina (maiale bollito e insaporito con il cren), gulasch (stufato ungherese), cevapcici (polpettine di carne con cipolla di ascendenza slava). E c'è quella goriziana, fortemente mitteleuropea: gnocchi di patate ripieni di susine, kaiserfleisch (carré di maiale affumicato coperto di cren e crauti), kipfel (mezzelune di patate fritte). La stessa varietà di gusti si ritrova nella pasticceria, che spazia dalla gubana tipica di Cividale al presnitz e alla putizza giuliana, agli strudel e ai dolci a base di ricotta della Carnia.Frutto dei contatti con il mondo slavo è l'eccezionale tradizione regionale delle grappe, insignite in alcuni casi del riconoscimento DOCG; le si ottengono anche dalla frutta (celebri il nocino goriziano e lo slivoviz, distillato dalle prugne e originario della Croazia). I vitigni dai quali si distilla parte di tali liquori contendono la fama a quelli che danno i celeberrimi vini del Collio sia bianchi (tocai, sauvignon, pinot grigio, picolit) sia rossi (cabernet, pinot nero, merlot, refosco); altrettanto importanti da questo punto di vista sono la zona fra il Tagliamento e l'Isonzo, la fascia litoranea e il Carso. Fra i prodotti che vantano il marchio DOP, oltre al prosciutto crudo di San Daniele, si ricorda il formaggio montasio.

Bibliografia

Per le opere di carattere generale

G. Fornasir, Il Friuli. Monografia storico, geografico, artistico-economica, Udine, 1957; L. Peresson, La regione friulana, Udine, 1958; G. Valussi, Friuli-Venezia Giulia, Napoli, 1967; E. Ciol, L. Jorio, L. Damiani, Friuli-Venezia Giulia, un piccolo universo, Udine, 1989.

Per la geografia

A. Comel, I terreni della zona inferiore della bassa pianura friulana, Udine, 1958; G. Ferrari, Il Friuli. La popolazione dalla conquista veneta ad oggi, Udine, 1963; A. Sestini, Il paesaggio, Milano, 1963; J. Gentilli, Il Friuli. I climi, Udine, 1964; N. Parmeggiani, Aspetti strutturali e tendenze evolutive dell'agricoltura friulana, Milano, 1964; A. Pecora, Memoria illustrativa della Carta della utilizzazione del suolo del Friuli-Venezia Giulia, Roma, 1970; L. Lago, Paesaggio rurale del Friuli-Venezia Giulia, Udine, 1984.

Per la preistoria

A. Degrassi, Il confine nord-orientale dell'Italia romana, Berna, 1954; Soprintendenza alle Antichità delle Venezie, Arte e civiltà dei Veneti antichi, Padova, 1968; B. Bagolini, Introduzione al Neolitico dell'Italia settentrionale, Pordenone, 1980.

Per la storia

M. Pacor, Confine orientale, Milano, 1964; E. Apih, Italia, fascismo e antifascismo nella Venezia Giulia, Bari, 1966; G. Di Caporiacco, 1866: la liberazione del Friuli, Roma, 1966; G. Ellerio, Storia dei friulani, Udine, 1988.

Per il folclore

L. D'Orlando, Le nozze in Friuli. Consuetudini e credenze popolari, Udine, 1959; G. Perusini, Vita di popolo in Friuli, Firenze, 1961; L. D'Orlando, G. Perugini, Antichi costumi friulani, Gorizia, 1988.

Media

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Collegamenti