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Piemónte

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regione dell'Italia settentrionale, 25.402 km², 4.401.266 ab. (stima 2007), 171 ab./km², capoluogo di regione: Torino. Comuni: 1206. Province: Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli. Confini: Valle d'Aosta (NW), Svizzera (N), Lombardia (E), Emilia-Romagna (SE), Liguria (S), Francia (W).

Generalità

Già nel nome il Piemonte rivela il suo stretto rapporto con le montagne (presenza costante e incombente, ben visibile da ogni parte del territorio) che lo circondano da tre lati, mentre solo verso E la Pianura Padana consente facili rapporti con la Lombardia. Il termine Pedemontium è attestato dal sec. XII, con riferimento ai possedimenti cisalpini dei Savoia, limitati in un primo tempo al tratto di pianura pedemontana fra Chisone, Dora Riparia e Po; poi il nome si estese progressivamente a tutta la regione, seguendo l'espansione del ducato sabaudo. Malgrado la barriera costituita dalle Alpi, il Piemonte ha sempre avuto stretti rapporti con la Francia, sia pacifici sia conflittuali: frequenti sono state le guerre fra i Savoia e il regno transalpino, ma nel corso dei secoli la cultura francese ha profondamente influenzato quella della regione. Ancora oggi il Piemonte è la porta dell'Italia per chi viene dalla Francia, e i trafori ferroviari e stradali hanno riconsolidato i rapporti: la Francia è tuttora la meta principale delle esportazioni piemontesi.L'altro elemento caratterizzante della regione è la sua tradizione industriale. Fin dalla fine dell'Ottocento la meccanica del Torinese e il tessile del Biellese hanno assunto un ruolo e una notorietà nazionale; dopo i decenni di Torino “capitale dell'automobile”, la regione sta affrontando un processo di riconversione economica che l'ha vista perdere quote percentuali di produzione rispetto alle regioni del Nordest, sviluppando, invece, le attività di servizio, il turismo e l'agricoltura specializzata di qualità.Il Piemonte è una regione dotata di una forte coscienza unitaria, per le vicende della sua storia (il lungo dominio dei Savoia, l'epopea del Risorgimento) e il ruolo preponderante esercitato da Torino. Soltanto la fascia orientale della regione tende a sfuggire all'influenza del capoluogo, per gravitare su Milano e (nell'estremo sudorientale) su Genova.

Territorio: morfologia

Il Piemonte corrisponde alla sezione superiore del bacino idrografico del Po, con la sola notevole eccezione del bacino montano della Dora Riparia, che dal 1948 costituisce la regione autonoma della Valle d'Aosta; tre testate vallive della valle di Susa appartengono alla Francia, mentre sono liguri le testate di quasi tutte le valli del confine meridionale. Al contrario, non esiste area del Piemonte che non mandi le sue acque al Po, se si eccettuano due piccoli lembi della provincia di Cuneo (i comuni di Alto, Caprauna e alcune frazioni di Garessio), posti sul versante marittimo.Si possono distinguere in Piemonte cinque principali strutture morfologiche. In primo luogo le Alpi, che si innalzano a N oltre i 4000 m (Monte Rosa, 4637 m; Gran Paradiso, 4061 m), mentre più a S si erge l'ardita piramide del Monviso (3841 m), a lungo creduta la vetta più alta delle Alpi a causa del suo maestoso isolamento. Le Alpi piemontesi – nelle sezioni Marittime, Cozie e Graie – sono costituite in prevalenza da rocce cristalline e hanno spesso forme aspre e dirupate; sono incise da numerose valli trasversali, in genere abbastanza brevi data la vicinanza della pianura allo spartiacque. A N, le Alpi piemontesi comprendono anche segmenti parziali delle Pennine e delle Lepontine, separate dal bacino del Toce e dalla val d'Ossola.La seconda struttura morfologica è costituita dalle Prealpi, che sono presenti in Piemonte solo nella sua sezione nordorientale, con le colline del Biellese e dell'alto Novarese. Più a W altre formazioni collinose prealpine, ma di diversa origine, sono quelle degli anfiteatri morenici di Rivoli e di Ivrea, allo sbocco delle valli di Susa e di Aosta.La terza struttura morfologica, la Pianura Padana, si articola in Piemonte su tre livelli. Alle due consuete formazioni dell'alta e della bassa pianura (più permeabile e arida la prima, fertile e ricca d'acque la seconda) si aggiunge, infatti, un terzo livello ancora più elevato: sono le vaude e le baragge, ampi conoidi fluvioglaciali spesso sopraelevati sul piano sottostante con una scarpata, un tempo coperte di boschi e brughiere e ancora solo in parte coltivate.Al centro della regione le colline del Monferrato, costituite in prevalenza da sabbie e argille, sono il regno della vite, che si alterna a boschi e campi di grano. Verso SE, infine, attraverso le colline delle Langhe, che nella parte più elevata cominciano ad assumere tratti appenninici, si passa nel quinto ambiente morfologico della regione, cioè l'Appennino Ligure, dalle forme dolci e arrotondate, ma di aspetto quasi selvaggio per lo scarso popolamento e la presenza di estesi boschi.La rete idrografica piemontese è costituita dal Po e dai suoi affluenti e subaffluenti. Mentre gli affluenti di sinistra sono numerosi: Pellice (in cui confluisce il Chisone), Sangone, Dora Riparia, Stura di Lanzo, Orco, Dora Baltea, Sesia, Agogna, Ticino (cui giungono anche le acque del Toce, attraverso il Lago Maggiore), il versante destro, a parte i minori bacini dei torrenti Varaita, Maira e Scrivia, è drenato essenzialmente dal Tanaro, che raccoglie le acque di un ampio arco alpino e appenninico anche attraverso importanti affluenti, come la Stura di Demonte e la Bormida. Il regime dei fiumi piemontesi è tipicamente alpino, con portata massima in primavera, in corrispondenza dello scioglimento delle nevi, e un massimo secondario nel periodo delle piogge autunnali; le minime si registrano d'inverno, quando le precipitazioni non defluiscono perché bloccate al suolo sotto forma di neve. Le magre estive sono in genere meno accentuate di quelle invernali, perché temperate dallo scioglimento dei ghiacciai e dei nevai più alti.Appartiene al Piemonte solo l'estremità occidentale della fascia dei grandi laghi glaciali prealpini, con il lago d'Orta, la sponda W del Lago Maggiore e il laghetto di Mergozzo, un tempo congiunto al Lago Maggiore. Altri laghi più piccoli si trovano all'interno degli anfiteatri morenici di Rivoli (laghi di Avigliana) e di Ivrea (lago di Viverone, lago di Candia e i cinque pittoreschi laghetti di Ivrea).

Territorio: clima

Il clima presenta caratteri tipicamente continentali, con elevate escursioni termiche stagionali e giornaliere, inverni lunghi, freddi e, nella bassa pianura, puttosto nebbiosi ed estati calde e afose nelle aree pianeggianti, più fresche e ventilate nelle zone collinari o montuose. Le Alpi e l'Appennino Liguri costituiscono una vistosa barriera climatica, particolarmente percepibile d'inverno, quando fra il versante padano e quello marittimo possono esserci anche dieci gradi di differenza. Le precipitazioni presentano massimi nei mesi autunnali e primaverili, ma non mancano in nessuna stagione; le regioni più piovose (fin oltre 2000 mm annui) sono le aree del Verbano e del Cusio, la Valsesia e il Biellese. La neve è particolarmente abbondante, in proporzione all'altezza, sulle Alpi Marittime e Liguri, più vicine al mare ed esposte a N.

Territorio: demografia

Il Piemonte è la seconda regione italiana per superficie dopo la Sicilia, ma solo la sesta per numero di abitanti, così che la densità di popolazione è leggermente inferiore a quella nazionale. Terra di emigrazione fino agli inizi del sec. XX (con l'eccezione del capoluogo, meta di immigrazione dalle campagne fin dall'Ottocento), il Piemonte è diventato la meta di un cospicuo flusso immigratorio a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, prima per l'arrivo di numerosi veneti, dopo la disastrosa alluvione del Polesine del 1951, poi per il ben più massiccio afflusso di immigrati provenienti dal Mezzogiorno d'Italia, dalla fine degli anni Cinquanta alla metà dei Sessanta, richiamati soprattutto dalla grande offerta di posti di lavoro nell'industria automobilistica torinese in pieno sviluppo. Negli anni Novanta, cessati praticamente i flussi migratori interni, si è sviluppata l'immigrazione straniera, che vede al primo posto le comunità marocchina e romena. Gli stranieri residenti sono il 3,3% della popolazione piemontese.Circa il 40% della popolazione del Piemonte si concentra nell'area metropolitana torinese; altre aree densamente popolate sono il Biellese, terra di precoce industrializzazione tessile, e il Novarese, che risente della vicinanza del polo economico milanese. Poco popolata è naturalmente la montagna, il cui regresso demografico si è arrestato solo dove ha potuto svilupparsi il turismo.Il tasso di natalità è piuttosto basso, tanto che negli anni Ottanta le scuole primarie andavano spopolandosi; l'arrivo degli immigrati stranieri ha rivitalizzato il movimento naturale della popolazione, ma questa continua, comunque, complessivamente a calare, salvo che nelle province di Cuneo e Novara. Particolarmente notevole è stato il calo demografico del capoluogo: ciò non solo per il trasferimento di molti cittadini nei comuni della cintura, ma anche per la progressiva deindustrializzazione in atto.In tutte le valli piemontesi delle Alpi Marittime, Cozie e Graie, con la sola eccezione della Valchiusella, sono ancora vive le parlate provenzali e franco-provenzali, che accomunano quelle popolazioni ai loro vicini transalpini. Nella zona alpina settentrionale una parte della popolazione parla dialetti di origine tedesca (walser) nei comuni di Alagna Valsesia, Rima, Rimella (in provincia di Vercelli), Macugnaga e Formazza (nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola). Le valli Pellice, Germanasca e Chisone (provincia di Torino) ospitano invece la comunità valdese, minoranza religiosa insediatasi qui fin dal sec. XIII.

Territorio: struttura urbana e vie di comunicazione

La struttura urbana del Piemonte è fortemente accentrata, con Torino che svolge un ruolo di coordinamento per tutta la regione, salvo che per le province orientali di Novara e del Verbano-Cusio-Ossola, che fanno più riferimento a Milano, e per la parte meridionale della provincia di Alessandria, che gravita su Genova. Al di sotto di Torino, la rete urbana si articola in centri di secondo livello che sono più numerosi dei capoluoghi provinciali, corrispondendo piuttosto alle antiche province sabaude: oltre ai capoluoghi, svolgono infatti rilevanti funzioni urbane centri come Ivrea, Pinerolo, Alba, Saluzzo, Savigliano, Mondovì, Casale Monferrato, Tortona e Novi Ligure. Regione periferica in Italia, ma centrale in Europa, il Piemonte ha sempre svolto intensi traffici transalpini, malgrado l'ostacolo dei monti: basti pensare che già nel 1480 venne aperta sotto il colle delle Traversette, ai piedi del Monviso, una galleria lunga 75 m per facilitare il transito dei muli. Ma fu con la costruzione dei grandi trafori alpini (i primi furono quello ferroviario del Fréjus, nel 1871, e quello stradale del colle di Tenda, nel 1883) che il Piemonte divenne definitivamente un crocevia del traffico europeo. Una moderna rete stradale e autostradale collega la regione al resto d'Italia e conduce ai trafori del Fréjus (A32) e del colle di Tenda (SS 20), verso la Francia, e al traforo del Sempione (SS 33), verso la Svizzera; la rete ferroviaria, già sviluppata in epoca preunitaria, è molto fitta ed è stata potenziata con la realizzazione della ferrovia ad alta velocità Torino-Milano, costruita parallela all'autostrada, e il progetto di una galleria di base lunga 50 km fra la valle di Susa e la Maurienne francese. I principali assi ferroviari e autostradali sono quelli che uniscono Torino a Milano, Torino ad Alessandria, diramandosi qui verso Genova e Piacenza e quello che porta a Savona (A6), inizialmente a una corsia. La rete autostradale è stata ampliata con la costruzione del tratto da Genova Voltri a Gravellona Toce (A26) e quello che collega Asti a Cuneo (A33). La navigazione interna, che un tempo era praticata anche sul Po da Villafranca Piemonte a Torino, è limitata al trasporto passeggeri sui laghi d'Orta e Maggiore. Il traffico aereo è concentrato per la quasi totalità nell'aeroporto internazionale di Torino-Caselle, ma qualche volo di linea fa capo anche a Cuneo-Levaldigi.

Territorio: ambiente

In Piemonte quasi la metà del territorio è montagnoso (43,3%); solo il 26,4% della regione è pianura e il restante 30,3% è riservato alla collina. Le montagne, formate quasi esclusivamente da rocce cristalline, garantiscono una scarsa sismicità e sono poco franose. Il rischio di alluvioni invece, è piuttosto alto: la presenza di versanti ripidi e impermeabili, il diboscamento montano, la rapidità del deflusso, dovuta alla discreta pendenza dei fiumi, e infine il forte carico umano che si addensa lungo gli alvei fluviali sono la causa di frequenti inondazioni rovinose, con ingenti danni e non di rado vittime umane: come quella del 1994, dovuta allo straripamento della Bormida e del Tanaro, che ha devastato Alessandria.Al di là degli eventi occasionali, sussistono nella regione due tipi di problemi legati al degrado ambientale: da un lato, nelle valli montane e in alcune zone di alta collina, lo spopolamento graduale ha portato alla rovina delle architetture rurali, al rinselvatichimento della vegetazione e all'impraticabilità dei sentieri. Dall'altro, nelle aree urbane della pianura, sono l'eccessivo carico umano e il grande sviluppo delle attività industriali e commerciali a provocare problemi di congestione edilizia, traffico caotico, inquinamento dell'aria e dell'acqua, smaltimento dei rifiuti.La Regione Piemonte e gli enti locali, comunque, sono molto attivi nel campo della tutela ambientale. Oltre ai due parchi nazionali del Gran Paradiso (condiviso con la Valle d'Aosta) e della Val Grande, sono presenti numerosi parchi naturali regionali; contando anche le riserve naturali di vario tipo, risulta protetto l'8% del territorio piemontese. Destinati a tutelare ambienti d'alta montagna, in tutti i loro aspetti (floristici, faunistici, geomorfologici, insediamenti), sono i Parchi Regionali dell'Alpe Veglia e Alpe Devero, dell'Alta Valsesia, delle Alpi Marittime, dell'Alta Valle Pesio e Tanaro, dell'Orsiera-Rocciavrè e quello della Val Troncea. Per proteggere zone umide o ambienti legati ai fiumi sono stati istituiti i Parchi Regionali dei Laghi di Avigliana, del Lago di Candia, delle Lame del Sesia, dei Lagoni di Mercurago, della Valle del Ticino. I Parchi Regionali del Gran Bosco di Salbertrand, di Rocchetta Tanaro e quello del Bosco delle Sorti della Partecipanza comprendono aree boschive ben conservate, ricche anche dal punto di vista faunistico; mentre hanno il loro fulcro in emergenze architettoniche i Parchi Regionali della Collina di Superga, della Mandria, di Stupinigi e quello del Sacro Monte di Crea.Un'efficace opera di presidio del territorio svolgono le comunità montane, che, in una regione alpina come il Piemonte, sono naturalmente molto numerose; importante è il ruolo di molte di esse per la tutela e la valorizzazione delle minoranze linguistiche.

Economia: generalità

Regione a forte vocazione industriale per tutto il sec. XX, il Piemonte va perdendo questa sua specificità, per allinearsi con la struttura economica delle altre regioni europee a economia avanzata, in cui a un settore manifatturiero sempre robusto si affiancano attività terziarie non solo di base, come il commercio e il turismo, ma anche più sofisticate, come i servizi alle imprese, le attività finanziarie e la ricerca scientifica e tecnologica. Come accade in tutta l'Italia settentrionale, il processo non è però indolore, traducendosi in una perdita consistente di posti di lavoro stabili (mentre aumentano gli impieghi atipici e precari) e in una generale perdita di peso economico, soprattutto rispetto alle regioni del Nordest e del versante adriatico.Pur non essendo più una delle regioni trainanti dello sviluppo italiano, come ai tempi del “miracolo economico” del 1957-63 (fra le regioni interessate dal “triangolo industriale”, Piemonte, Lombardia e Liguria, solo la Lombardia è riuscita a mantenere tale ruolo), il Piemonte conserva, tuttavia, un'economia ricca e diversificata, che vede accanto ai settori secondario (dove lavora il 38,2% degli occupati) e terziario (58,4%) anche un'agricoltura che impiega solo il 3,4% dei lavoratori piemontesi , ma comprende colture specializzate di alta redditività. Gli squilibri economici fra le province non sono molto forti, perché anche quelle un tempo più povere, come Cuneo, hanno riguadagnato posizioni, allineandosi alle altre (Cuneo è la seconda provincia esportatrice del Piemonte, dopo Torino). Solo la montagna (eccetto i centri sciistici) si trova in condizioni economiche più arretrate.

Economia: agricoltura e allevamento

In corrispondenza delle tre regioni fisiche, si possono distinguere in Piemonte un'agricoltura di montagna, una di collina e una di pianura. L'agricoltura montana – vocata naturalmente all'allevamento bovino, da cui si ricava un'ottima carne, e alla lavorazione del latte – non ha nel quadro regionale una grande rilevanza, ma fornisce alcuni formaggi molto rinomati, come il famoso castelmagno, prodotto in val Grana. La collina è il regno dei vigneti, da cui si ricavano vini DOC e DOCG noti in tutto il mondo; ma nelle Langhe sono molto estesi anche i noccioleti. L'agricoltura di pianura presenta le caratteristiche tipiche dell'agricoltura padana, con moderne aziende irrigue in cui si coltivano il grano, il granoturco (destinato soprattutto all'alimentazione del bestiame) e si allevano bovini e suini; peculiare del Piemonte (e della vicina Lomellina, in provincia di Pavia) è però la coltura del riso, tipica delle province di Vercelli e Novara, resa possibile da un sistema di irrigazione vastissimo e capillare, che nei mesi di maggio e giugno, quando le risaie sono allagate, crea un immenso e pittoresco paesaggio acqueo da cui emergono come isole i paesi e le cascine.Molti comuni di pianura e di collina, poi, sono caratterizzati da specifiche colture orticole o frutticole, di cui si possono ricordare, a titolo di esempio, la menta di Pancalieri, le pesche di Canale e di Borgo d'Ale, gli asparagi di Santena e Poirino, le fragole di San Mauro Torinese e i peperoni di Carmagnola.

Economia: industria

Già prima dell'Unità d'Italia alcuni comparti produttivi avevano assunto in Piemonte dimensioni industriali: la lavorazione della lana nel Biellese, la seta e la produzione di armi a Torino . Ma erano isole nel mare di un'economia ancora essenzialmente agricola. Lo sviluppo dell'industria piemontese è segnato da alcune tappe salienti. La prima è quella immediatamente successiva all'Unità: persa la sua funzione di capitale, Torino avviò, anche investendo in infrastrutture i capitali ricevuti come indennizzo, una decisa politica di industrializzazione, che utilizzò in un primo tempo, come forza energetica, l'acqua di numerosi canali. La diffusione dell'elettricità consentì di potenziare queste industrie, soprattutto tessili e meccaniche, avvantaggiando al tempo stesso agli inizi – quando ancora non era possibile trasmettere l'energia a distanza – l'industrializzazione della basse valli, vicine ai primi impianti idroelettrici. La seconda fase è quella del decollo dell'industria automobilistica, dagli inizi nel sec. XX: Torino divenne rapidamente il maggiore polo italiano dell'auto, intorno a cui nacquero numerosi altri stabilimenti di subfornitura. La terza fase è quella del “miracolo economico”, fra gli anni Cinquanta e Sessanta: non solo la FIAT e il suo indotto si ingigantirono, attirando numerosa manodopera dal Mezzogiorno, ma l'industria si diffuse in tutta la regione, trasformando in centri industriali città di antica tradizione agricola e commerciale come Asti, Cuneo e Vercelli. Infine, l'ultima fase, iniziata negli anni Ottanta e ancora in corso, non è più di sviluppo, ma di recessione: l'industria regredisce, cedendo spazio al terziario e lasciando dietro di sé grandi stabilimenti abbandonati, che si cerca di recuperare e riqualificare.Il comparto più sviluppato è tuttora quello meccanico, nel quale primeggia l'industria automobilistica dell'area metropolitana torinese, rappresentata essenzialmente dalla FIAT, cui si affianca tutta una serie di attività collaterali, che negli ultimi decenni del sec. XX hanno subito un significativo ridimensionamento a causa della crisi del settore automobilistico. La stessa crisi aveva già colpito l'Olivetti di Ivrea, una delle maggiori industrie italiane nel campo dell'informatica, delle macchine per ufficio e delle telecomunicazioni. La connessione fra l'industria meccanica e quella informatica ha però favorito lo sviluppo della branca tecnologicamente più innovativa dell'industria piemontese, quella delle macchine utensili a controllo numerico e della robotica. Ulteriore punto di forza del settore manifatturiero è quello tessile, sia laniero (Biellese e bassa Valsesia) sia cotoniero, con localizzazione più diffusa. Sono presenti anche grandi stabilimenti siderurgici e chimici, cementifici (soprattutto intorno a Casale Monferrato) e numerosi mobilifici. Discreto sviluppo ha l'industria alimentare e, in particolare, quella dolciaria, di antica tradizione a Torino e più di recente (dal dopoguerra) sviluppatasi ad Alba con una delle maggiori aziende mondiali del settore, la Ferrero. A Torino e Novara hanno sede alcune prestigiose aziende grafiche e case editrici (tra cui De Agostini , UTET, Einaudi).

Economia: servizi

Come in tutte le regioni italiane, il settore terziario è quello che occupa più manodopera, grazie alla notevole offerta di lavoro nel commercio, nella pubblica amministrazione e nei trasporti (dove si può segnalare la particolare concentrazione di imprese di autotrasporto nella zona di Alessandria e Tortona) . Accanto a queste attività terziarie tradizionali, se ne stanno sviluppando di nuove più sofisticate, come i servizi alle imprese (che subiscono però la pesante concorrenza di Milano) e la ricerca scientifica e tecnologica, in cui invece il Piemonte può vantare punte di eccellenza di livello internazionale, in particolare nei campi della meccanica, dell'informatica e delle telecomunicazioni. Hanno sede a Torino e Novara alcuni istituti bancari di importanza nazionale; Torino è anche uno dei maggiori centri italiani nel campo delle assicurazioni.Gli enti locali piemontesi stanno compiendo grandi sforzi per potenziare le attività turistiche del Piemonte, spesso visto dagli stranieri più come regione di transito che come meta da visitare. Non mancano in effetti le attrattive turistiche, dalle residenze sabaude, intorno a Torino, ai centri montani (come Sestriere, Bardonecchia, Macugnaga, Alagna Valsesia, Alpe di Mera, Limone Piemonte e altri, alcuni dei quali sedi delle Olimpiadi invernali del 2006), dalle sponde del Lago Maggiore al prestigio enogastronomico di regioni come le Langhe e il Monferrato. Ma la mancanza del mare e di centri d'arte di notorietà internazionale fa sì che il movimento totale si mantenga nel complesso modesto (2,4% delle presenze italiane, comprendendo anche quelle numerose legate ai viaggi d'affari e alle manifestazioni fieristiche).

Economia: distretti industriali

Sono presenti in Piemonte diverse aree fortemente specializzate in un solo comparto produttivo, anche se non tutte sono classificate come distretti industriali. Molto ampio è il distretto di Biella, culla dell'industria laniera italiana, esteso per quasi tutta la provincia e affiancato da stabilimenti operanti nel settore meccano-tessile (produzione di macchinari per l'industria tessile). Praticamente ridotto a un solo comune è invece il distretto orafo di Valenza, dove viene lavorato l'80% dei diamanti e delle pietre preziose importati in Italia. Di dimensioni intermedie sono i due distretti contigui del Cusio-Valsesia, che ha il suo centro a Borgomanero, e del Verbano-Cusio-Ossola, dove nella zona di Omegna viene prodotta una parte cospicua delle caffettiere e delle macchine per il caffè italiane, oltre a piccoli elettrodomestici, pentole a pressione e pentolame ordinario. Poco distante è anche il comprensorio tessile di Oleggio-Varallo Pombia, mentre il distretto meccanico torinese di Pianezza-Pinerolo è più indefinito, riguardando produzioni diffuse in realtà molto più ampiamente sul territorio. Fra le altre aree industriali specializzate si possono ricordare quella dello stampaggio a caldo delle lamiere, in Canavese (soprattutto fra Forno Canavese e Rivara), e il comprensorio enomeccanico (macchine per la lavorazione, l'imbottigliamento e il trasporto del vino) di Canelli, il più importante d'Europa. A Crusinallo (nel Verbanese) ha sede una delle più importanti “Fabbriche del design italiano”, Alessi SpA, che produce elettrodomestici e articoli per la tavola e la cucina famosi in tutto il mondo.

Preistoria

Il popolamento della regione iniziò certamente con il Paleolitico medio, anche se è ancora discusso l'effettivo significato di alcuni materiali litici attribuibili al Paleolitico inferiore scoperti a Cuorgnè. Industrie musteriane sono state rinvenute nel Piemonte settentrionale, sul Monfenera (bassa Valsesia) e, in particolare, nelle grotte “Ciota Ciara” e “Ciutarùn” e nel riparo sottoroccia del Belvedere. Scarsi elementi del Paleolitico superiore, riferiti all'Epigravettiano evoluto, sono stati ritrovati in strato soprattutto in quest'ultimo riparo. Industrie epipaleolitiche sono state segnalate nella grotta di Boira Fusca, presso Cuorgnè. All'Eneolitico e all'Età del Bronzo sono attribuite le palafitte di Mercurago, nei pressi di Arona, quella di Trana e quella di Viverone, esplorata alla fine del sec. XX, che hanno restituito anche ruote di carro e canoe lignee. In base ad attenti studi tipologici è stato possibile attribuire all'Età del Bronzo un gruppo di incisioni rupestri sul monte Bego, che costituiscono un grandioso santuario rupestre, in cui è già presente la figura umana. Nella prima Età del Ferro la parte orientale della regione è caratterizzata dalla cultura di Golasecca (necropoli di Castelletto sopra Ticino, di Ameno, di San Bernardino, frazione di Briona), con caratteristiche urne cinerarie a stralucido nella fase più tarda. Della seguente cultura celtica, caratteristica della seconda Età del Ferro fino alla conquista romana, restano tracce in diverse località (sepolcreto di Ornavasso, insediamento messo in luce sul colle della Burcina e compreso nella Riserva Naturale Speciale “Felice Piacenza”, tra i comuni di Pollone e di Biella).

Storia

Anche se nel periodo preistorico risultano stanziamenti di Liguri e di Galli, le condizioni ambientali della regione non dovettero favorire l'insediamento umano. I Romani ebbero il primo contatto con il territorio piemontese nel 218 a. C., allo scoppio della seconda guerra punica, quando tentarono, senza successo, di sbarrare la strada ad Annibale che, sceso dalle Alpi, aveva raggiunto la Valle Padana. Ma vi penetrarono solo dopo la sottomissione dei Liguri: dopo aver vinto nel 173 a. C. gli Statielli, che occupavano con i Bagienni la regione a S del Po, installarono guarnigioni a Industria, alla confluenza del Po con la Dora Baltea, a Potentia e Pollentia, sul fiume Tanaro; nel 120 a. C. fondarono la colonia di Dertona (Tortona). Con l'influsso romano altri centri tribali si trasformarono in città (Alba Pompeia, Alba; Aquae Statiellae, Acqui Terme; Caburrum, Cavour), che ricevettero prima il diritto latino e poi la cittadinanza romana. A N del Po, i Romani fondarono nel 100 a. C un'altra colonia, Eporedia (Ivrea), all'ingresso della Valle d'Aosta, minacciata dai Salassi, tribù celtiche che solo con Augusto, nel 25 a. C., furono sottomesse definitivamente. Nello stesso periodo i Romani rinforzarono anche nel territorio dei Taurini la guarnigione installata da Cesare, trasformandola nella colonia di Julia Augusta Taurinorum (Torino). Poiché instaurarono buoni rapporti con i Cottii, occupanti la valle di Susa, ebbero il controllo di tutti i passi alpini, così che il territorio piemontese entrò a far parte, fino ai piedi delle Alpi, dell'Italia romana. Nella divisione regionale dell'Italia, Augusto attribuì il territorio a S del Po alla IX regione e quello a N alla XI regione. Le zone alpine vennero invece organizzate in distretti provinciali: Alpes Maritimae, Cottiae, Graiae, Poeninae. Nell'età imperiale, la regione conobbe una notevole prosperità con lo sviluppo di nuovi municipi e con la costruzione di strade; vi progredirono l'agricoltura e l'artigianato e il commercio si fece intenso specialmente con la Gallia Transalpina. Quando Diocleziano, sul finire del sec. III, divise l'Impero Romano in dodici diocesi e ognuna di queste in province, il territorio piemontese, ormai esteso fino al crinale alpino, fu in gran parte unito alla provincia di Liguria ed Emilia, mentre la restante parte formò quella delle Alpes Cottiae, entrambe incluse nella diocesi dell'Italia Annonaria. Nel 402, presso Pollentia, Stilicone vinse in battaglia i Goti. Dopo il 488 il territorio passò da Odoacre a Teodorico e dal 526 ai Bizantini. Nel 569 ebbe inizio la dominazione longobarda. Sotto il dominio carolingio (774-888) e sotto il Regno italico indipendente (888-951) si diffuse in Piemonte il feudalesimo: Berengario II prevalse per un certo tempo sugli altri feudatari e creò le marche Arduinica, a E (Torino, Alba, Ventimiglia), Aleramica, al centro (Monferrato, Acqui, Savona) e Obertenga, a W (Genova, Tortona, Bobbio, Pavia, Milano). La sconfitta di Berengario II da parte di Ottone I di Sassonia segnò la fine del Regno italico e l'ascesa dei principi tedeschi (963). Dopo le lotte che opposero i marchesi piemontesi a Enrico II e a Corrado II, Adelaide, marchesa di Torino, figlia di Olderico Manfredi, unì i propri domini a quelli dei Savoia andando in sposa a Oddone, figlio di Umberto Biancamano, primo conte di Savoia. Con Adelaide la regione piemontese raggiunse l'attuale estensione. Nel sec. XIII si svilupparono anche i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, cui Federico Barbarossa aveva concesso ampliamenti territoriali per contrastare il diffondersi delle istituzioni comunali. Le lotte fra i comuni favorirono poi Carlo d'Angiò, sotto il cui dominio passarono spontaneamente alcune città (Cuneo, Busca, Fossano, Savigliano, Mondovì, Cherasco, Alba, Alessandria, Tortona, Chieri, Bra) che volevano contrastare l'egemonia di Asti. La lega ghibellina del Monferrato, di Asti e di Genova sconfisse Carlo d'Angiò, ma la contea angioina del Piemonte venne ricostituita da Carlo II d'Angiò e da Roberto d'Angiò, che sottomisero il Marchesato di Saluzzo, e le città di Alessandria e Alba. Mentre il Marchesato del Monferrato passava (inizi sec. XIV) alla dinastia dei Paleologhi, i Visconti riuscirono a insediarsi a Vercelli, Tortona, Bra, Alessandria e Alba, ma la loro espansione fu frenata da Amedeo VI di Savoia. A quest'ultimo succedette nel 1383 il figlio Amedeo VII, che nel 1388 assicurò ai propri domini uno sbocco al mare con l'occupazione di Nizza. Questa politica espansionistica fu continuata da Amedeo VIII, che dal 1426 fu impegnato in una continua contesa con i Visconti, i quali nel 1427 gli cedettero Vercelli. Risoltasi a tentare di accentuare la propria penetrazione in Piemonte, anziché in direzione della Francia, la casa Savoia estese nel sec. XV a tal punto la propria influenza sulla regione da inglobare vasti territori, tranne i marchesati di Saluzzo e del Monferrato, e le città di Alessandria e Asti. Quest'ultima, lungamente dominata dai duchi d'Orléans, fu nel 1530 concessa da Carlo V a Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo III di Savoia, entrando così a far parte del casato sabaudo, che nel 1601 ottenne anche Saluzzo e nel 1631 poté, grazie alla Pace di Cherasco, prendere possesso di numerose località del Monferrato. Ulteriori tappe del processo di unificazione del Piemonte nelle mani dei Savoia furono il Trattato di Utrecht (1713), il Trattato di Vienna (1738), con cui venne annessa Novara, e il Trattato di Aquisgrana (1748), che consentì ai sovrani del Piemonte di estendere i propri possedimenti anche nell'attuale territorio lombardo. Tornato ai Savoia dopo la parentesi napoleonica (1801-15), il Piemonte fu protagonista, nella prima metà del sec. XIX, di un'esperienza politica liberale quasi unica nell'Italia di quel tempo e riuscì, incentivando il proprio sviluppo in campo agricolo e industriale, a porre le basi per divenire una delle principali aree produttive dell'Italia unita. Di questa il Piemonte fu il fulcro fino al 1865, quando la capitale fu trasferita da Torino a Firenze, ma anche fino allo scoppio della prima guerra mondiale la regione si distinse per il carattere innovativo in campo tecnologico (nascono a Torino il primo politecnico italiano e le prime grandi società idroelettriche) e industriale (Fabbrica Italiana Automobili Torino FIAT). Negli anni della Grande Guerra, dal Piemonte arrivò la prima massiccia ondata di scioperi, intrapresa nel 1919 con la lotta per affermare i Consigli di fabbrica quali nuclei di gestione autonoma delle industrie da parte degli operai e per la riduzione dell'orario di lavoro. Le proteste iniziarono nel settore meccanico, per poi continuare in quello ferroviario, dei trasporti e in altre industrie, mentre i contadini occupavano le terre. Gli scioperanti, però, fecero molto più che un'occupazione, sperimentando per la prima volta forme di autogestione operaia: 500.000 scioperanti lavoravano, producendo per se stessi. Dopo difficili trattative sugli aumenti salariali, sempre respinti dalla Confederazione Generale dell'Industria, si ritornò all'inasprimento dei contrasti, con l'occupazione armata delle fabbriche da parte degli operai, il 30 agosto del 1920. Il conflitto si concluse con una difficile mediazione del Governo Giolitti nel 1920, che riuscì a far accettare un compromesso tra le parti sociali. Le agitazioni operaie ottennero, in conclusione, miglioramenti nel salario e nelle condizioni di lavoro; la durata massima della giornata lavorativa passò da 10-11 ore a 8 ore. Durante la seconda guerra mondiale nacque proprio in Piemonte, dall'iniziativa di uomini come Duccio Galimberti, la Resistenza armata al nazifascismo, che qui fu caratterizzata dall'apporto fondamentale degli operai delle grandi fabbriche, che ebbero insieme con le divisioni partigiane un ruolo determinante. In Piemonte (in particolar modo nel Cuneese), a differenza di altre regioni italiane dove operavano gruppi partigiani legati al Partito Comunista, ebbero un ruolo decisivo le formazioni (come Giustizia e Libertà) che raccoglievano tra i loro combattenti repubblicani, socialisti, liberali e monarchici. Sempre in Piemonte, si ricorda una delle prime esperienze di liberazione dalle forze nazifasciste nella cosiddetta “Repubblica dell'Ossola” (in val d'Ossola), occupata militarmente dalle forze partigiane nell'agosto del 1944.

Archeologia

Particolarmente ricca è la documentazione archeologica di età romana. Oltre agli scavi delle antiche città di Augusta Bagennorum (Bene Vagienna), Industria (Monteu da Po) e Libarna (Serravalle Scrivia), importanti monumenti conservano Torino (porta Palatina, mura, teatro), Novara (mura), Ivrea (mura, anfiteatro) e soprattutto Susa (mura, porte, foro, anfiteatro, arco di Augusto). Torino è tra le città in cui è ancora ben evidenziato l'impianto urbanistico romano a scacchiera. Nella produzione artistica, che si inquadra in quella dell'Italia settentrionale, accanto alla produzione scultorea o ai ritratti, soprattutto imperiali, di arte “colta”, sono numerose le stele figurate di arte “popolare”, in cui sono rintracciabili anche elementi celtici. Già il fregio dell'arco di Susa appare romano nella sua concezione, ma indigeno nell'esecuzione, affidata ad artigiani locali. Da Industria proviene un gruppo di bronzetti con motivi zoomorfi; sono abbondanti anche le ambre e i vetri.

Arte

Le maggiori testimonianze del periodo altomedievale, nel complesso povero di manifestazioni artistiche, sono le necropoli barbariche di Testona, nei pressi di Moncalieri, alcuni battisteri (Novara, Agrate Conturbia) e resti di chiese poi ricostruite nel periodo romanico. Alla seconda metà del sec. X risalgono la chiesa romanico-lombarda di San Michele, a Oleggio, e il duomo di Ivrea (sec. IV, rifatto nel X), primo esempio locale di grande basilica romanica. Più ricchi di testimonianze artistiche sono i sec. XI-XIII. Massimi monumenti di arte romanica dell'epoca sono la maestosa abbazia detta “Sacra di San Michele”, a Chiusa di San Michele, le cattedrali di Casale Monferrato e di Susa e l'abbazia di Santa Maria di Vezzolano, nei pressi di Albugnano, che mostrano influenze di gusto misto francese e lombardo. Notevoli esempi di scultura romanica sono i capitelli del presbiterio della “Sacra di San Michele” e il suo portale, fiancheggiato da capitelli e pilastri scolpiti con le immagini dei segni dello zodiaco e delle costellazioni. A causa del debole sviluppo comunale, in Piemonte sono pochi i centri urbani che mostrano tracce evidenti dell'età medievale, mentre sono numerose le abbazie e ancor più i castelli (in genere alterati o distrutti in età successiva). Fra le città che conobbero un certo sviluppo nei sec. XII-XIII si possono ricordare Novara, Vercelli, Asti, mentre Alessandria, fondata proprio dai Comuni lombardi durante le guerre con il Barbarossa, rimase un borgo, alla pari di Torino. Al sec. XIII si datano la basilica di Sant'Andrea a Vercelli, con i bei rilievi attribuiti a B. Antelami, e l'abbazia di Sant'Antonio di Ranverso, nei pressi di Buttigliera Alta, entrambi esempi di stile gotico. Nei due secoli successivi, mentre restano a un modesto livello la pittura e la scultura, numerose costruzioni mostrano l'interpretazione locale del gusto gotico. In particolare le chiese si caratterizzano per le alte cuspidi, o ghimberghe, che sormontano i portali: fra queste si ricordano la cattedrale e la chiesa di San Giovanni a Saluzzo (sec. XIII-XVI), il duomo di Chieri, quello di Ciriè e quello di Chivasso. A modelli di tipo lombardo si rifanno invece, tra gli altri, la cattedrale di Asti e il broletto di Novara. Nell'ambito della scultura gotica è degna di nota la lavorazione del legno intagliato, che realizza crocifissi, icone e stalli dei cori (come quelli del duomo di Chieri e della cattedrale di Susa). Il permanere del feudalesimo in larga parte della regione è testimoniato dal gran numero di castelli (sec. XV-XVI), posti in vari centri in posizione dominante: particolarmente ben conservati e caratteristici sono quelli del Canavese (Rivarolo, Montalto Dora, Ivrea, San Giorgio Canavese) e del Monferrato. Di particolare interesse per l'epoca è l'antico centro di Saluzzo, sede di un marchesato a lungo indipendente. Mentre fino alla metà del sec. XVI la situazione politica e sociale ostacolò l'affermarsi di manifestazioni artistiche più moderne in gran parte del Piemonte (solo nel 1491-98, a Torino, con il duomo di Meo del Caprina si assiste alla prima manifestazione di gusto rinascimentale), nel Vercellese, influenzato dalla vicina Lombardia, sorse una notevole scuola pittorica. Fra i maggiori esponenti di questa corrente (della quale si hanno opere a Vercelli, Novara, Chivasso, Ivrea, Torino) si possono annoverare G. M. Spanzotti, G. Giovenone, D. Ferrari e soprattutto G. Ferrari, al quale si devono in particolare notevoli realizzazioni a Varallo (gli affreschi della chiesa della Madonna delle Grazie, 1513, e quelli della cappella della Madonna di Loreto e del Sacro Monte). Proprio nella creazione delle cappelle di questo complesso si ebbe (dal 1560) l'avvio del gusto manieristico in Piemonte, con P. Tibaldi e G. Alessi. Con il trasferimento della capitale sabauda a Torino, nella seconda metà del sec. XVI, iniziò un periodo di maggiore fioritura artistica. Durante i regni di Emanuele Filiberto e Carlo Emanuele ITorino si trasformò in una grande città, grazie all'opera di architetti quali A. Vitozzi, e Carlo e Amedeo di Castellamonte, che si ispirano a un classicismo accademico con forti influenze francesi, ben visibile nel palazzo del Valentino (1620-60). Massimo architetto in Piemonte, nel Seicento, fu però G. Guarini, cui si devono, fra l'altro, la cappella della Sacra Sindone, annessa al duomo di Torino, la chiesa di San Lorenzo e il palazzo Carignano, sempre a Torino, dove a influssi borrominiani si affianca un'interpretazione molto audace di motivi barocchi. Più povere, in questo periodo, la scultura e la pittura, dove peraltro va ricordata l'attività, ai Sacri Monti e in varie chiese, di Tanzio da Varallo. Agli inizi del Settecento, l'arrivo a Torino del siciliano F. Juvara, chiamato da Vittorio Amedeo II, segnò una svolta nell'architettura piemontese. Opere quali la basilica di Superga e Palazzo Madama, a Torino, e la palazzina di caccia di Stupinigi, a Nichelino, sono caratterizzate da motivi classicistici e da una perfetta sintesi tra spazio e luminosità. Dallo Juvara mossero gli architetti piemontesi del sec. XVIII, fra i quali il maggiore è forse B. Alfieri, cui si devono tra l'altro il campanile della basilica di San Gaudenzio, a Novara, e la cattedrale di Carignano. Di minor livello restano, invece, pittura e scultura, largamente rappresentate da artisti stranieri, e influenzata la prima sia dai veneti Cignaroli e G. B. Crosato, sia dai napoletani F. Solimena e C. Giaquinto. Da segnalare è anche la ricca produzione di mobili, ricami, arazzi, maioliche, che fanno del barocco piemontese uno degli esempi più felici del gusto e della sensibilità dell'epoca. La prima metà dell'Ottocento fu abbastanza povera di realizzazioni architettoniche di rilievo, mentre buone opere di scultura sono quelle di C. Marocchetti (monumento equestre di Emanuele Filiberto, 1838, in piazza San Carlo, a Torino). Notevole anche la scuola pittorica piemontese, caratterizzata soprattutto dal paesaggio di gusto romantico, nel quale soprattutto eccelse A. Fontanesi, la cui opera si pone ai vertici della pittura romantica italiana. Ultimo grande artista prima dell'unificazione italiana fu l'architetto A. Antonelli, del quale si ricordano la Mole, a Torino e la cupola della basilica di San Gaudenzio, a Novara, opere in sé uniche per gusto di verticalismo e capacità tecnica. A partire dalla metà del sec. XIX venne lentamente perdendosi la caratteristica di un'arte regionale piemontese, pur permanendo, nel corso dell'Ottocento, una scuola pittorica locale influenzata dal Fontanesi e della quale massimo esponente fu L. Delleani. Sullo slancio della ripresa economica che seguì la lunga crisi iniziata con il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1865), si inaugurò la grande Esposizione d'Arte Decorativa Moderna del 1902, che sancì l'affermazione del liberty a Torino e che vide come protagonista l'architetto R. D'Aronco, con il progetto della fantasiosa struttura del padiglione principale, dove ricordi classicistici si legano a citazioni desunte dall'arte cinese, giapponese e islamica. Intorno all'Esposizione ruotarono anche altri episodi estremamente indicativi delle trasformazioni che interessarono la pittura e la scultura a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il cartellone con cui venne tenuta a battesimo l'iniziativa fu realizzato dallo scultore L. Bistolfi, che in quegli anni sperimentò un nuovo linguaggio plastico, dove l'attenzione per gli effetti luministici della materia si unisce a una vena struggente di lirismo. Ed è ancora all'Esposizione che venne presentato al pubblico il Quarto Stato di G. Pellizza da Volpedo (conservato alla Galleria d'Arte Moderna di Milano), frutto di una lunga elaborazione con cui il pittore cercò di adeguare l'esperienza del postimpressionismo francese a nuovi contenuti etici, nel contesto di un impegno sociale maturato a contatto con l'ambiente degli intellettuali socialisti torinesi. La fortuna architettonica del liberty ebbe in Piemonte una vita relativamente breve e può già dirsi conclusa entro il primo decennio del Novecento. Questo stile, difficilmente compatibile con le esigenze della produzione industriale e inadatto a rispondere a problemi che riguardavano ormai interi quartieri e grandi concentrazioni produttive, rimase un fatto sostanzialmente circoscritto. Decisamente innovativo rispetto ai modelli delle fabbriche ottocentesche si rivelò l'edificio FIAT progettato nel 1919 dall'ingegnere G. Mattè Trucco. Costruito negli anni Venti, il grande stabilimento del Lingotto (in cemento armato, su più piani raccordati da una rampa elicoidale che sbocca sull'enorme pista di prova posta sul tetto) rivelò un'impronta di estrema razionalità. La reazione alle ridondanze del liberty e alle bizzarrie dell'eclettismo si organizzò intorno all'Esposizione torinese del 1928, dove si impose la proposta moderna del razionalismo aggiornato sulla Secessione viennese. Punti chiave furono i padiglioni progettati da G. Pagano e G. Levi Montalcini, ai quali si deve anche una delle opere essenziali dell'architettura italiana a cavallo tra gli anni Venti e Trenta: il palazzo Gualino. Questi anni furono ricchi di fermenti: la presenza di intellettuali come L. Venturi ed E. Persico e il ruolo di attrazione esercitato dal mecenatismo di R. Gualino stimolarono un intenso processo di rinnovamento sia nel campo delle arti figurative sia in quello della critica. Sin dal 1923 F. Casorati divenne il punto di riferimento per i giovani artisti torinesi, mentre su una posizione antagonista si formò nel 1928 il gruppo dei Sei di Torino (Jessie Boswell, L. Chessa, N. Galante, C. Levi, F. Menzio, E. Paulucci Delle Roncole). In posizione eccentrica operò L. Spazzapan, che oppose alle costruzioni pittoriche di F. Casorati un linguaggio di straordinaria spontaneità. Ed è ancora intorno alle differenti proposte di Casorati e di Spazzapan che si articolò il dibattito nell'immediato dopoguerra, con Spazzapan, M. Moreni e U. Mastroianni, che lavorarono al rinnovamento del linguaggio artistico in direzione postcubista. Un'apertura all'astrattismo venne nel 1952 da un gruppo di pittori torinesi, tra cui A. Galvano e P. Levi Montalcini, mentre negli anni Sessanta un ruolo importante e determinante svolse la galleria Sperone, intorno alla quale gravitò un gruppo di artisti per i quali G. Celant creerà, nel 1967, la definizione di arte povera, che collega Torino a un quadro internazionale (la minimal art americana) e che all'utilizzo di materiali non privilegiati unisce anche un impoverimento essenziale dei segni. Dal punto di vista architettonico, degno di nota per la sua singolarità fu l'esperimento condotto negli anni Sessanta da Adriano Olivetti a Ivrea, perseguendo l'idea di un'unità che coinvolgesse fabbrica, città e cultura. In questo contesto vanno letti i progetti del gruppo di architetti che gravitava intorno all'industria eporediese (L. Figini e G. Pollini, E. Vittoria, I. Gardella, L. Quaroni, M. Ridolfi, M. Nizzoli). In particolare, l'unità residenziale per i dipendenti Olivetti (1969-74), progettata da R. Gabetti e A. Isola, rappresenta ancora uno dei massimi esempi di dialogo ben riuscito fra architettura e paesaggio, a conferma del carattere d'avanguardia del polo sperimentale di Ivrea. L'intervento che più di altri ha simboleggiato la volontà di rinnovamento di Torino e dell'intera regione alla fine del Novecento è quello relativo alla riconversione del Lingotto. La sfida fu raccolta nel 1983 da R. Piano, che è intervenuto nel “monumento” all'industria di Mattè Trucco rispettando sia le esigenze delle nuove funzioni (centro fiere e congressi, aule universitarie, uffici, auditorium, albergo, negozi) sia quelle della fabbrica. A conclusione dei lavori, nel 2002, è stato realizzato lo Scrigno, sede della Pinacoteca “Giovanni e Marella Agnelli”, che domina il panorama della città insieme alla Bolla (una sala riunioni), altra emblematica struttura ideata da Piano e posta sulla copertura del Lingotto. Nuove architetture espositive sono anche il Museo Nazionale del Cinema, ricavato all'interno della Mole Antonelliana (architetto F. Confino, 2000), e il rinnovato Museo di Antichità al centro di Torino (1982-98), con il padiglione ipogeo disegnato da R. Gabetti e A. Isola. Trascorsa la stagione del moderno, che non ha molto attecchito nel piemontese, fatta eccezione per le esperienze di Ivrea e per alcuni interventi di C. Mollino, come il Nuovo Teatro Regio di Torino (1965-73), è prevalsa nella regione una tendenza neostoricista, mirante al recupero di forme e materiali della tradizione, reinterpretati in modi che denuncino il loro tempo senza tuttavia imporsi prepotentemente nel territorio. Capofila di tale indirizzo furono, fin dagli anni Cinquanta, R. Gabetti e A. Isola, la cui ricerca architettonica da sempre ha affondato le proprie radici nella tradizione piemontese, rimanendo indifferente alle mode e alle tendenze. Le Olimpiadi Invernali di Torino 2006 hanno incentivato una nuova politica di rinnovamento su scala regionale, con una serie di strutture concepite per l'occasione, ma destinate a rimanere nel tempo. Tra queste si ricordano, nella sola Torino, il villaggio olimpico (B. Camerana, H. Dutton, O. Steidle e altri), il Palahockey (A. Isozaki), il Palavela (G. Aulenti) e lo stadio Oval per il pattinaggio (Studio HOK Sport).

Cultura: generalità

Le residenze sabaude, dichiarate dall'UNESCO patrimonio dell'umanità, si ergono a testimoniare la solida presenza di una monarchia che fin dal Medioevo ha caratterizzato il volto della regione, e da cui nel sec. XIX partì l'impulso che portò all'unificazione di tutta l'Italia in un unico regno. Il fatto di ospitare la dinastia dei Savoia, che ha regnato in Italia fino all'istituzione della Repubblica nel 1946, è stato determinante nello sviluppo culturale della regione, che fu quindi anche patria o luogo di incontro di personaggi illustri fra i principali protagonisti del Risorgimento. Ancora oggi, a Torino, è possibile sedersi agli stessi tavolini dei caffè storici dove questi si riunivano, così come facevano, nel secolo successivo, letterati e poeti. Anche al panorama della cultura letteraria, infatti, il Piemonte ha contribuito in misura notevole, con grandi scrittori come Cesare Pavese, Beppe Fenoglio, che ci hanno lasciato intense pagine non solo di profondo amore verso i luoghi e i paesaggi della loro terra, ma anche di narrazione dei fatti legati al periodo della Resistenza, dei cui ideali furono tenaci sostenitori e di cui il Piemonte fu uno dei capisaldi. A questo si aggiunga la presenza di grandi case editrici che hanno fatto la storia dell'editoria italiana (con il contributo di figure di alta levatura come Italo Calvino, piemontese d'adozione) e l'istituzione di due importanti premi letterari, quello della Resistenza di Omegna e quello di Grinzane Cavour. Torino, oltre a essere la sede della Fiera del Libro (la più importante a livello nazionale), è anche il luogo di nascita del cinema italiano (l'omonimo museo è la massima istituzione d'Italia nel settore) e sede di un Politecnico che è fra i più rinomati a livello europeo.

Cultura: teatro e letteratura popolare

La prima compagnia teatrale sorta per rappresentare esclusivamente copioni in piemontese iniziò le sue recite nel 1859 al Teatro d'Angennes di Torino, con Cichina ’d Moncalé che voleva essere una parodia della Francesca da Rimini di S. Pellico, ma che di fatto strappò lacrime a tutta una generazione di spettatori. La diresse G. Toselli, che aveva recitato in lingua con G. Modena. C'erano già stati, naturalmente, numerosi esempi di teatro in piemontese fin dal Medioevo: dalle Laudi saluzzesi del Trecento alle sacre rappresentazioni quattrocentesche del Biellese, della valle di Susa e del Monferrato (tra queste un fortunatissimo Gelindo, ripreso per secoli in occasione delle feste natalizie), alle farse cinquecentesche dell'astigiano di G. G. Alione e a isolate commedie del Settecento, come l'anonima El nödar onorà e ’L cont Piôlet (1784) di G. Tana. Ma è solo con Toselli che si può propriamente parlare di teatro piemontese. Della sua compagnia, attiva con varie interruzioni fino al 1882, fecero parte attrici destinate a fare una gran carriera altrove: nel teatro veneto M. Toselli, moglie di A. Moro Lin; in quello in lingua A. Tessero e G. Pezzana. Gli autori più fecondi furono F. Garelli, G. Zoppis e L. Petracqua; il più importante V. Bersezio, che diede al teatro piemontese il suo unico capolavoro, le celeberrime Miserie d'Monssù Travèt (1863). Ritiratosi Toselli, la compagnia passò sotto la direzione di tre attori, E. Gemelli, T. Milone e P. Vaser, che vararono, tra le molte novità e le frequenti riduzioni da altre lingue e dialetti, due copioni fortunati, il dramma I mal nutrì (1886) di M. Leoni e la farsa I fastidi d’un grand om (1881) di E. Baretti. Nel sec. XX il teatro piemontese sopravvisse a se stesso rimanendo fenomeno d'interesse strettamente regionale. I capocomici più importanti furono T. Cuniberti, D. Testa e M. Casaleggio, che ripresero vecchi copioni, ne proposero di nuovi e finirono per sfociare nella rivista. Nel teatro piemontese esordì giovanissimo Erminio Macario, che a esso fece ritorno nel corso degli anni Settanta del Novecento, alla testa di una compagnia dialettale assai gradita al pubblico, come del resto quella, sorta nello stesso periodo, sotto la direzione del cantante e fantasista G. Farassino. Alcuni classici del teatro piemontese, dal Gelindo alle farse dell'Alione, dal Cont Piôlet alle Miserie d’Monssù Travèt, sono stati riproposti dal Teatro Stabile di Torino. Alla tradizione orale si deve un ricchissimo repertorio di letteratura popolare. Il Piemonte, infatti, come fu osservato già da Costantino Nigra, è stato centro d'irradiazione in Italia della canzone epico-lirica. Molta parte di questa cultura ha potuto perpetuarsi nelle ormai desuete veglie nella stalla, momento di ritrovo della comunità alla cui presenza spesso, secondo un rituale prestabilito, venivano formalizzati i rapporti interindividuali (si ricorda, per esempio, che nel Novarese il pretendente accettato veniva accolto alle veglie familiari nella stalla), ma anche occasione in cui più spesso si riprendeva la narrazione di antiche leggende; analoga funzione ebbero le serate sull'aia, che si trasformavano spontaneamente in feste, durante le quali rivivevano antichi canti e danze. Le trasformazioni legate al modificarsi della conduzione agricola e alla forte emigrazione dalle campagne verso la città hanno profondamente modificato il tessuto in cui tutte queste tradizioni trovavano alimento. È ormai un ricordo che risale agli anni dell'ultimo dopoguerra quello delle risaie del Vercellese e del Novarese popolate dalle lunghe file di mondine, che, ingaggiate anche in Veneto e poi in Calabria, realizzavano una temporanea comunione nella fatica collettiva e nel canto corale, composto di veri e propri dialoghi tra una squadra (cubia) e l'altra, improvvisati in forma di brevi epigrammi (stranot), in cui avevano libero sfogo la fantasia, la malizia, la burla e la protesta, e che si ispiravano ai fatti della vita di lavoro e del paese. Sostituito il lavoro delle mondine dai diserbanti chimici, i loro canti sono ormai conservati solo grazie alle registrazioni compiute da appassionati e studiosi.

Cultura: tradizioni

Terra assai religiosa e patria di cardinali e papi, il Piemonte conserva numerose feste tradizionali, che mostrano i diversi sviluppi e influssi storico-culturali. Molto vive sono le manifestazioni carnevalesche, tra le quali si ricorda la più nota, ovvero il Carnevale di Ivrea, vera e propria rievocazione storico-leggendaria, che si conclude il martedì grasso con la spettacolare battaglia delle arance. Di particolare interesse anche la Baìo di Sampeyre, carnevale che si svolge ogni cinque anni, nel corso del quale vari personaggi (come il sapeur e i tamburini) sfilano, ricordando la rivolta popolare contro gli invasori saraceni. Si tratta di una festa nata dalla sovrapposizione di diverse influenze tradizionali, tra cui spicca la cultura occitana. Un discorso particolare meritano le sacre rappresentazioni, tra le quali si citano, oltre al Gelindo,il Mistero di Salbertrand, storia di San Giovanni Battista più volte rappresentata tra i sec. XVI e XVIII; il Mortorio, recita in versi della Passione, che si tiene a Garessio la notte del Venerdì Santo in sostituzione di una sacra rappresentazione; la processione delle “macchine”, che si svolge, sempre il Venerdì Santo, a Vercelli, dove le “macchine” sono cassoni sui quali vengono trasportate in processione statue pregevoli raffiguranti scene della Passione; il corteo del Venerdì Santo a Romagnano Sesia; e, infine, la Passione rappresentata a Sordevolo (originariamente ogni cinque-dieci anni, anche se questo calendario non viene più rispettato), dove personaggi, masse e cori sono interpretati dagli abitanti del paese e, per antica tradizione, ogni personaggio è scelto sempre nell'ambito della stessa famiglia. È questo uno dei casi in cui, nonostante il sovrapporsi all'originario spirito mistico di elementi estranei, quale il richiamo turistico esercitato dalla fama e dalla grandiosità della rappresentazione, rimane immutato lo spirito di partecipazione sincera ed entusiasta di tutta la popolazione. Carattere militaresco hanno alcune rievocazioni storiche in costume, come La Milizia di Bannio Anzino o l'Assedio di Canelli, e numerose sono anche le varie danze delle spade (Bal do Sabre), fra le quali si ricordano quelle di Bagnasco, Castelletto Stura, Fenestrelle e San Giorgio di Susa, per finire con il Ballo degli Spadonari di Giaglione. In via di riscoperta e valorizzazione sono i lasciti della cultura franco-provenzale, nelle valli alpine del Cuneese, e di quella walser: dagli antichi dialetti ancora in uso, alle processioni religiose (nelle quali è possibile ammirare gli antichi costumi), passando per l'architettura tradizionale, che nell'alta Valsesia, attorno ad Alagna, è documentata dalle caratteristiche abitazioni (che comprendono anche la stalla e il fienile), formate da un basamento di pietra, sul quale si eleva la struttura di legno. Anche se il Piemonte è stata una regione in cui lo sviluppo industriale si è manifestato più precocemente che altrove, interessando pure comunità isolate dai grandi centri di produzione, tuttavia vi persistono e fioriscono varie attività artigianali. Si va dalla lavorazione dei metalli (artigianato del peltro in Valstrona; del ferro battuto, soprattutto nel Cuneese; dei vernantin, tipici coltelli a serramanico, a Vernante) a quella del legno (oggetti decorativi e mobili rustici intagliati, in Valsesia, nella valle Varaita e nel Pinerolese; pregiati mobili in stile antico, a Saluzzo, ispirati alla tradizione degli ebanisti piemontesi dei sec. XVII e XVIII); dalla manifattura artistica della pietra (nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola) alla ceramica (tipiche le pignatte e le stufe in ceramica smaltata di Castellamonte e le stoviglie e gli oggetti ornamentali del Canavese e del Cuneese). Famosa è l'arte dell'oreficeria, che ha il suo polo principale a Valenza. In molti centri piemontesi vengono realizzati artigianalmente strumenti musicali: in provincia di Alessandria, si possono trovare alcune botteghe di liutai, a Centallo si producono organi e a Quarna Sotto strumenti a fiato, mentre Piasco è famosa a livello mondiale per la fabbricazione delle arpe. L'arte del ricamo e dei merletti a tombolo si tramanda ancora oggi grazie all'aiuto e all'intervento di scuole e associazioni che hanno contribuito a superare la fase più critica, quella determinata dal definitivo abbandono dei costumi tradizionali, ai quali era destinata una parte non secondaria delle produzioni familiari. Una menzione merita l'arte del puncetto, praticata ancora in provincia di Vercelli, pregiato pizzo, generalmente in cotone, lavorato ad ago, che dà origine a eleganti motivi geometrici. Al fine di rivalorizzare e tramandare quest'antica tecnica (che secondo alcune testimonianze avrebbe un'origine saracena) sono sorte scuole specializzate e in diversi centri si possono ammirare alcuni esemplari utilizzati per arricchire i costumi femminili tradizionali della Valsesia.

Cultura: enogastronomia

Nella cucina piemontese si ritrovano influssi provenienti dalla vicina Francia. Fra le specialità regionali, oltre alla nota fonduta (diffusa anche in Valle d'Aosta e Lombardia), si segnalano la paniscia, a base di riso, i tajarin (tagliatelle molto diffuse nelle Langhe) e la bagna cauda, intingolo per tipiche verdure crude piemontesi, come cardi, sedani, peperoni ecc. Di origine contadina, sono le numerose zuppe (con ceci o patate o rape), tra le quali spicca in particolare la tofeja, considerata anche come piatto unico, in quanto preparata con carni di maiale stracotte o stufate, insieme ai fagioli, in una pentola di terracotta. Fra i secondi piatti, citiamo le grive, dette anche frisse (polpette di frattaglie di maiale avvolte nell'omento, utilizzate anche per arricchire riso e pasta) e il tapulone, stufato a base di carne di asino, diffuso soprattutto nel novarese. Il Piemonte è anche una terra dove si è sviluppata un'importante industria casearia, che realizza, oltre alla nota robiola, il castelmagno (formaggio erborinato, prodotto con latte vaccino, ovino e caprino) e il bruss (crema da tavola spalmabile, consumata generalmente su fette di pane casereccio). Fra gli insaccati si ricordano il salame della duja (a base di carne suina magra, conservato nella sugna) e la mortadella di fegato. Altri prodotti regionali si concentrano soprattutto nel settore dei dolci, come i biscotti di Novara, i cioccolatini di Torino (gianduiotti, tartufi, alpini), i cuneesi e gli astigiani al rum, i krumiri di Casale Monferrato, i bicciolani di Vercelli, i baci di dama di Alessandria e Asti, gli amaretti di Gavi e Mombaruzzo e il torrone di Alba. Sono creazioni piemontesi, diffuse sia in Italia sia all'estero, anche i grissini (pare preparati la prima volta nel sec. XVII per il re Vittorio Amedeo II). Tipico del Piemonte è poi il tartufo bianco di Alba, cittadina, divenuta capitale italiana di questo tipo di tubero, che costituisce, con la vicina Bra, uno dei maggiori “poli gastronomici” nazionali, tanto che in posizione intermedia fra le due città (a Pollenzo) è stata istituita nel 2004 l'Università di Scienze Gastronomiche, condivisa con Colorno in provincia di Parma. Quanto ai vini, basta l'eccezionale numero di etichette DOC (come il nebbiolo d'Alba, freisa, grignolino) e DOCG (barolo, barbaresco, gattinara, ghemme, gavi), insieme con spumanti dolci (moscato d'Asti) e secchi e con grappe a documentare una produzione di altissima qualità, che ha nelle Langhe e nell'Astigiano le patrie d'elezione. Spicca inoltre il vermut, vino aromatizzato, la cui origine risale al 1786, grazie alla produzione di A. B. Carpano. La regione vanta numerosi prodotti DOP, tra cui svariati formaggi, come il murazzano, la raschera, la robiola di Roccaverano, la toma piemontese, il bra e il già citato castelmagno.Il marchio IGP è stato riconosciuto alla nocciola piemontese (frutto che è anche elemento base del tipico torrone d'Asti).

Bibliografia

Per la geografia

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Per la storia

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Per l'archeologia

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Per l'arte

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Per il folclore

A. M. Raggi, Italia nostra: Piemonte. Manifestazioni popolari e turistiche, Milano, 1964; L. Gallo Pecca, Il carnevale, le maschere e le feste per l'avvento della primavera in Piemonte e in Valle d'Aosta, Cuneo, 1987.

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