Lombardìa

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regione dell'Italia settentrionale, 23.844 km², 9.642.406 ab. (stima 2007), 397 ab./km², capoluogo di regione: Milano. Comuni: 1546. Province: Bergamo, Brescia, Como, Cremona, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Monza e Brianza, Pavia, Sondrio, Varese. Confini: Svizzera (N), Trentino-Alto Adige e Veneto (E), Emilia-Romagna (S), Piemonte (W).,

Generalità

La Lombardia occupa una posizione centrale su più livelli: geografico, per quanto riguarda l'Italia settentrionale; funzionale, in quanto area forte del sistema economico nazionale; relazionale, in quanto perno su cui si congiunge il sistema viario italiano a quello europeo. Infatti la Lombardia si trova all'incrocio degli assi che uniscono il Mediterraneo al Mare del Nord attraverso la valle del Reno, e l'Europa sudoccidentale e atlantica all'Europa balcanica e orientale, attraverso i valichi alpini e la Pianura Padana. Il toponimo è di origine bizantina (Longobardia) e deriva dal nome del popolo germanico dei Longobardi. Nelle sue linee generali, si presenta come un grande quadrilatero che si estende dallo spartiacque alpino al Po (NS), tra il bacino Lago Maggiore-Ticino (W) e quello lago di Garda-Mincio (E). I confini della circoscrizione amministrativa, però, sono assai meno regolari. A SW la Lombardia comprende la Lomellina, alla destra del Ticino, e l'Oltrepò Pavese, a S del Po; a SE, in provincia di Mantova, due fasce pianeggianti alla destra del Po e alla sinistra del Mincio; a NE sono escluse le valli Giudicarie. Ancor più irregolare e frutto di complesse vicende storiche è il confine settentrionale con la Svizzera, che lascia a quel Paese il Canton Ticino; più a E il confine segue la linea spartiacque tra il mare Adriatico a S, il Mare del Nord e il Mar Nero a N, lasciando in territorio elvetico l'alta val Bregaglia e la val di Poschiavo, tributarie del Po tramite l'Adda, ma comprendendo in territorio lombardo le valli di Lei e di Livigno, che tributano rispettivamente al Mare del Nord tramite il Reno e al Mar Nero tramite i corsi dell'Inn e del Danubio.Al di fuori dei confini amministrativi gravitano nell'orbita lombarda anche altre province (Novara, Piacenza, Verbano-Cusio-Ossola, in parte Alessandria) per continuità territoriali o per stretti legami economici. La Lombardia è, fra le regioni italiane, quella più sviluppata economicamente (origina circa un quinto del PNL e custodisce quasi un quarto dei depositi bancari), e svolge un ruolo trainante sia per quanto riguarda i comparti produttivo, finanziario e delle comunicazioni, sia per il suo ruolo di area forte in molti settori della società: i servizi al cittadino e alle imprese, i trasporti, l'editoria, lo sport e la moda.

Territorio: morfologia

La struttura morfologica del territorio è alquanto lineare. A N si innalza la catena delle Alpi, con grandi ed elevati massicci cristallini orlati da ampi ghiacciai, cui succedono a S una fascia prealpina e un'ampia area pianeggiante, che costituisce buona parte della sezione centrale della Padania; nell'Oltrepò Pavese la Lombardia raggiunge gli Appennini, costituiti in prevalenza in questo tratto da arenarie e calcari marnosi. Un sistema di solchi vallivi longitudinali (cioè paralleli alla disposizione della catena alpina: Valtellina, val di Corteno e alta Valcamonica) separa i rilievi delle Alpi a N da quelli prealpini a S. Rientrano nei limiti amministrativi della Lombardia solo una parte piuttosto esigua delle Alpi Lepontine, costituita dal versante orientale della catena Mesolcina, e un settore assai più esteso delle Alpi Retiche, separato dalle precedenti dal solco vallivo trasversale della Mera e del Liro e comprendente il gruppo montuoso del monte Disgrazia (3678 m), il versante meridionale di quello del Bernina (4050 m, ma la vetta principale è in territorio svizzero) e, al limite con il Trentino-Alto Adige, parte dei due massicci dell'Ortles-Cevedale (3905 m) e dell'Adamello (3554 m), separati dal passo del Tonale. Della fascia prealpina, profondamente incisa da lunghe valli trasversali (Brembana, Seriana, Camonica, Trompia, Sabbia), fanno parte i rilievi della regione compresa tra i laghi Maggiore e di Como, la catena delle Alpi Orobie e i monti del Bresciano. Ai piedi dei rilievi prealpini incisi da grandi laghi di origine glaciale succede verso S un sistema irregolare di basse e dolci ondulazioni moreniche che dei laghi rappresentano le spalle meridionali.Graduale e spesso inavvertito è il passaggio dalla fascia collinare all'alta pianura lombarda, costituita da materiali incoerenti e permeabili e incisa profondamente dai solchi vallivi dei fiumi. Ancor più graduale è il passaggio alla bassa pianura impermeabile e ben irrigata, segnato dalla fascia dei fontanili o risorgive. Se si escludono le valli di Lei e di Livigno, l'intero territorio lombardo convoglia le sue acque al Po, che segna buona parte del confine amministrativo meridionale. Al Po scendono da sinistra i fiumi Sesia, Ticino, Olona, Lambro, Adda, Oglio e Mincio, e i torrenti Agogna e Terdoppio, mentre da destra passano in territorio lombardo, oltre a corsi d'acqua minori, la Staffora e la Secchia. I principali fiumi alpini, e cioè il Ticino, l'Adda, l'Oglio e il Mincio, alimentano i vasti bacini lacustri prealpini (rispettivamente il Lago Maggiore, il lago di Como, il lago d'Iseo e il lago di Garda), che ne regolano il regime idrico (cosicché le portate sono piuttosto uniformi nel corso dell'anno), e attraversano poi la pianura con un corso orientato a SE. Di questi laghi solo quelli di Como e d'Iseo sono interamente lombardi; il Lago Maggiore (come il vicino lago di Lugano) è posto invece al confine con la Svizzera, cui appartiene la parte settentrionale, e con il Piemonte, cui appartiene la parte occidentale; quello di Garda si trova al confine con il Veneto, a E, e con il Trentino-Alto Adige, a N. Altri bacini lacustri meno estesi sono il lago d'Idro, nella valle del Chiese, quelli di Varese, Annone e Pusiano, e altri minori.

Territorio: clima

Il clima, di tipo semicontinentale, presenta notevoli differenze da zona a zona, dovute a fattori diversi, quali specialmente l'altitudine, l'esposizione al sole, l'orientamento degli assi vallivi e la loro ampiezza, e la presenza di bacini lacustri. Le regioni alpina e prealpina sono abbondantemente irrorate con massimi pluviometrici superiori ai 3000 mm e presentano accentuate escursioni termiche giornaliere; la fascia pedemontana, bene esposta al sole e ventilata, offre le migliori condizioni climatiche, mentre la pianura presenta caratteristiche tipicamente continentali con precipitazioni di media entità, prevalentemente primaverili e autunnali, nebbie persistenti e forti escursioni termiche. Nell'ampia conurbazione, che ha come centro la città di Milano, a causa della cementificazione e dell'emissione di gas climalteranti da parte dei mezzi di trasporto, delle attività industriali e degli impianti di riscaldamento, si è creato un microclima peculiare, dominato da una cappa di smog, che determina uno spostamento verso l'alto delle temperature medie sia d'inverno sia d'estate e che è caratterizzato da un significativo tasso di umidità soprattutto nei mesi estivi. Ne consegue, tra l'altro, una decisa differenza tra le temperature effettive e quelle percepite nelle settimane più calde dell'anno.

Territorio: demografia

Come quasi tutta l'Italia, la popolazione lombarda è il risultato storico della sovrapposizione di numerose etnie, anche se i segni più marcati (almeno dal punto di vista geografico) sono quelli latini e longobardi, che sono alla base della struttura e della distribuzione dei centri abitati. La Lombardia è la regione più popolosa fra quelle italiane (poco meno di un sesto sul totale); la sua densità demografica è di 382 ab./km², ma con estremi che vanno dai 2033 ab./km² (stima 2003) della provincia di Monza e Brianza ai 55 ab./km² di quella di Sondrio. Negli anni Novanta del Novecento, la regione aveva cominciato a far registrare i segni di una stabilizzazione demografica che talvolta (in maniera evidente in alcuni comuni della provincia di Milano) assumeva un andamento lievemente negativo. La responsabilità del ristagno andava, evidentemente, attribuita al movimento naturale della popolazione che determinava, e determina, un saldo naturale negativo. Tuttavia, il trend demografico dei primi anni del sec. XXI è nuovamente in crescita. Questo dato è spiegato dal tasso di immigrazione, soprattutto straniera, che caratterizza le province lombarde. La popolazione straniera residente a livello regionale è pari al 3,6% (stima 2002), una media notevolmente più alta di quella nazionale pari a ca. il 2,5%.La crescita della popolazione appare differenziata non solo secondo le varie province della Lombardia, ma soprattutto secondo la dimensione dei centri abitati: molti capoluoghi perdono popolazione, o mantengono appena il livello raggiunto nel corso degli anni Ottanta del Novecento. Inoltre, la tendenza deagglomerativa appare ormai netta anche al di fuori della grande metropoli, nella sua area di attrazione primaria: città e cittadine come Cinisello Balsamo, Cologno Monzese, Sesto San Giovanni e la stessa Monza segnano il passo o accusano cali demografici anche consistenti. Da un lato, si tratta di un processo assolutamente in linea con quanto avviene ovunque in Europa occidentale e che costituisce una risposta spontanea degli abitanti alle varie diseconomie da agglomerazione (congestione urbana, difficoltà di accesso ai servizi, livello dei prezzi, inquinamento e così via); dall'altro, il fenomeno è stato acuito, nel corso degli ultimi anni Ottanta e negli anni Novanta, dalla deindustrializzazione che ha interessato sia il capoluogo regionale, sia i suoi immediati dintorni. In ogni caso, il fenomeno non è in grado di modificare l'assetto abitativo, che nelle sue grandi linee vede sempre un forte addensamento di popolazione nella sezione centroccidentale della regione e una consistente propaggine urbana che, sia pure in maniera discontinua e policentrica, dalla Brianza raggiunge Brescia e il lago di Garda. Il che determina una forte presenza di popolazione nei centri di medie dimensioni (quasi un terzo risiede in centri tra i 10.000 e i 50.000 abitanti). Significativa anche l'entità delle varie fasce d'età: la regione mostra un quadro di evidente innalzamento dell'età media, cioè di invecchiamento della popolazione e di incremento, tra i nuovi nati e tra gli individui con età inferiore ai 5 anni, di figli di immigrati stranieri. Quadro che conferma a pieno la dinamica socioeconomica di passaggio all'era postindustriale. Per altro verso, prosegue praticamente senza sosta il processo di spopolamento delle aree montane interne non interessate dallo sviluppo del settore turistico, cosicché si sta ulteriormente radicalizzando la divisione della Lombardia lungo la linea delle morene prealpine, immediatamente a S della quale la concentrazione demografica e produttiva è altissima, mentre sempre più modesta diviene a N.

Territorio: struttura urbana e vie di comunicazione

Il ruolo egemone del capoluogo regionale, nella seconda metà del Novecento basato sulla capacità attrattiva delle grandi aziende sorte nel suo hinterland, si è successivamente fondato sulla sua capacità di risultare punto di riferimento nella localizzazione dei servizi e nodo fondamentale di transito di persone e di merci.Da Milano passano le principali vie di comunicazione stradali (autostrade A1, A4, A8, e tangenziali Ovest, Nord ed Est); la stazione Centrale di Milano è uno dei principali nodi di traffico ferroviario padano e nazionale (insieme a Bologna e Roma), mentre le altre stazioni urbane rivestono un ruolo fondamentale per il pendolarismo interprovinciale. Inoltre, su Milano gravitano i due aeroporti principali del Norditalia, Malpensa e Linate, che operano in stretta sinergia con il vicino aeroporto bergamasco di Orio al Serio. Dunque la Lombardia è una delle pochissime regioni europee ad avere tre aeroporti internazionali, dei quali uno intercontinentale (Malpensa). La struttura urbana, l'elevata concentrazione di città medie e grandi, il ruolo di perno delle comunicazioni, spiegano l'alta densità della rete viaria e ferroviaria in tutta la regione. Oltre alle già citate autostrade, importanti vie di traffico rimangono la SS 9 Emilia, che collega Piacenza a Milano, la SS 33, che conduce al passo del Sempione, la SS 35, che unisce Como e il confine svizzero con Genova, via Milano, e la SS 36, che da Milano porta a Lecco e prosegue fino all'alta Valtellina, trasformandosi, dopo il lago di Como, nella SS 38. Molto importante anche la SS 11, che collega Piemonte e Veneto attraversando molti centri nevralgici della regione.Come detto, questa imponente rete viaria non soddisfa completamente le esigenze di mobilità, tanto che molte delle principali reti stradali e autostradali conoscono, pressoché senza variazioni stagionali, una cronica situazione di sovraffollamento e di iperutilizzo. E ciò accade nonostante sia sempre alto il numero di utenti della rete ferroviaria, in particolar modo di pendolari diretti nei capoluoghi provinciali (mentre la quota di traffico merci che utilizza la via ferrata appare insufficiente, come del resto a livello nazionale).Inoltre, proprio sulle comunicazioni terrestri (ma anche aeree, concentrate sui soli aeroporti milanesi), si può evidenziare un elemento di debolezza dell'assetto infrastrutturale lombardo, troppo nettamente monocentrico (orientato com'è sull'area milanese) a fronte di un sistema insediativo e produttivo che, per contro, si va facendo sempre più diffuso e policentrico. Anche in questo senso, saranno determinanti gli sviluppi dell'integrazione economica europea. La Lombardia è attraversata da uno dei “corridoi” europei (infrastrutture per il trasporto di tipo plurimodale: stradale, ferroviaria, marittima, aerea) di cui si prevede un ulteriore potenziamento: la regione si trova, infatti, sui percorsi che uniscono più saldamente la Spagna e la Francia mediterranea all'Italia padana e ai Paesi dell'Est europeo, e un'accelerazione di quei progetti potrebbe favorire in particolare la Lombardia centromeridionale, mentre il rafforzamento dei collegamenti con l'area tedesca interessano la Lombardia settentrionale.Dal peso demografico di Milano e della cintura periurbana (allargando il panorama a Monza a NE, Rho a NW e Melegnano a S) deriva la concentrazione in quest'area dei principali centri della distribuzione e di servizi. Attorno al capoluogo si è formata una conurbazione di dimensioni pressoché corrispondenti a quelle della provincia di Milano (compresa buona parte della nuova provincia di Monza), enorme area metropolitana che condivide problematiche e opportunità e che però non risulta giuridicamente riconosciuta. Tuttavia le forti autonomie locali, tipiche della regione, hanno consentito alla gran parte dei principali centri regionali di mantenere il ruolo di località centrali, fornitrici di servizi e di opportunità economiche al territorio circostante. Oltre alle città capoluogo di provincia (inclusa Monza), si possono citare Saronno, Busto Arsizio e Gallarate per la provincia di Varese, Crema per la provincia di Cremona, Chiari per la provincia di Brescia, Vigevano e Voghera per quella di Pavia, come luoghi che esercitano una forte funzione di centro direzionale, economico e di distribuzione di servizi. Bisogna inoltre segnalare che Busto Arsizio e Gallarate, in provincia di Varese, con Legnano e Castellanza, in provincia di Milano, costituiscono a loro volta una grande conurbazione, con importanti funzioni produttive e di servizi. L'assetto urbano della regione vede dunque un nucleo forte costituito dall'area metropolitana milanese, attorno al quale, nella porzione NW della pianura lombarda, si estende un'area a fortissima urbanizzazione che giunge a comprendere le città di Varese, Como e Lecco, anche se non presenta i caratteri di una conurbazione, in quanto le aree urbane si alternano a vaste aree rurali. Da questo nucleo centrale si diramano propaggini ad alta densità urbana lungo la linea pedemontana (da Lecco verso Bergamo e Brescia) e verso le principali arterie di comunicazione. Va ricordato infine che la Lombardia ospita, insieme al Veneto occidentale e all'Emilia-Romagna, l'estrema propaggine meridionale di quella grande megalopoli europea in formazione, che dalla regione londinese si snoda verso sud attraverso il Belgio, la regione parigina, la Ruhr, la Germania meridionale e la Svizzera centrale fino al Mediterraneo.

Territorio: ambiente

Una così imponente concentrazione di popolazione, aree urbanizzate, attività produttive, interessi economici rende più complessi gli interventi di salvaguardia e protezione dell'ambiente. A causa delle sue caratteristiche orografiche la regione conosce principalmente due fenomeni di rischio ambientale: il dissesto idrogeologico in montagna e i rischi alluvionali in pianura. Molte valli alpine, oggetto di sfruttamento a fini produttivi e turistici da parte dell'uomo, hanno sperimentato una lunga fase di impoverimento del manto forestale e, in alcuni casi, di cementificazione selvaggia degli alvei dei corsi d'acqua; da ciò è conseguita una situazione di grave dissesto idrogeologico, soprattutto nelle piccole valli laterali, al quale non sfuggono tuttavia anche le realtà territoriali più grandi, soggette a continui fenomeni di erosione e di rischio idrogeologico; ne rendono testimonianza gli eventi disastrosi del 1987 in Valtellina e in Valcamonica. A causa di questa situazione, ma anche per la presenza di grandi centri in prossimità dei principali corsi fluviali della regione (Pavia e il Ticino; Lodi e l'Adda; Mantova e il Mincio; Legnano e l'Olona; Monza e il Lambro), risulta alto, soprattutto nelle stagioni autunnali e primaverili, il rischio di esondazioni e di piene disastrose per la popolazione. L'elevato tasso di urbanizzazione che caratterizza la regione è la principale causa dei significativi livelli di inquinamento del suolo e atmosferico, frutto delle emissioni di gas da parte dei trasporti, degli impianti industriali e domestici. Va rilevata anche una certa criticità del livello di inquinamento dei principali corsi d'acqua: molti fiumi e i principali laghi registrano annualmente livelli di sostanze chimiche, frutto di lavorazioni industriali e di scarichi urbani, oltre la soglia di pericolo. I gravi problemi ambientali che pesano sulla regione inducono, per contro, a una assidua ricerca e creazione di spazi verdi. Le aree protette comprendono il Parco Nazione dello Stelvio (per circa la metà della sua estensione) e numerose riserve naturali distribuite in tutte le province. I parchi regionali lombardi non sono stati riconosciuti dalla ricognizione del Ministero dell'ambiente nel 2002. Tra essi si segnalano per estensione e importanza storico-ambientale: il Parco Adda Nord, il Parco dell'Adamello e il Parco della Valle del Ticino. Il Parco Adda Nord comprende i territori rivieraschi del fiume fino a Truccazzano, nelle province di Lecco, Bergamo e Milano; di grande valore al suo interno sono molti esempi di architettura industriale e molte opere di idraulica: i ponti sull'Adda, il Naviglio della Martesana, il villaggio operaio di Crespi d'Adda, inserito dall'UNESCO nei siti patrimonio dell'umanità. Vi nidificano molte specie di uccelli, quali l'airone cenerino. Il Parco dell'Adamello, situato nell'alta Valcamonica, presenta un'ampia varietà di flora e fauna, tra cui spiccano molti ungulati alpini, quali il cervo e lo stambecco, e altri mammiferi, come la lepre alpina e la marmotta; di grande pregio naturalistico è il massiccio dell'Adamello sito sul confine regionale con il Trentino. La Valcamonica va anche segnalata perché ospita il Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri di Naquane, dichiarato dall'UNESCO patrimonio dell'umanità. Il Parco della Valle del Ticino, nelle province di Varese, Milano e Pavia, offre un'incredibile varietà di paesaggi fluviali: pioppeti, zone umide, marcite, boschi di querce e faggeti.Se le aree protette provvedono alla difesa e alla fruizione del patrimonio naturale, funzione principale delle numerose comunità montane presenti in quasi tutte le province è quella di promuoverne lo sviluppo economico. Significativo esempio è rappresentato dalla Comunità Montana dell'Oltrepò Pavese, che grazie ai suoi corsi d'acqua (i principali sono il Tidone e il Nizza), alle caratteristiche geologiche del terreno e al clima, ha contribuito all'affermazione della zona come importante centro di produzione vinicola, attività alla quale si è aggiunta negli ultimi decenni del Novecento una forte spinta al turismo.Importanti per la loro estensione territoriale e per il ruolo storico assunto dalle due valli omonime sono le Comunità Montane della Valle Camonica e dell'Alta Valtellina. La prima, della quale spiccano per importanza e peso demografico i centri di Boario Terme, Breno e Edolo, è impegnata in numerosi progetti per il recupero delle economie locali e per la tutela del paesaggio alpino. Trainante è il settore turistico, concentrato nel centro di Ponte di Legno, nell'area del Parco dell'Adamello e nella zona intorno a Capo di Ponte per via della forte attrattiva rappresentata dalle incisioni rupestri.Incastonata nelle Alpi Retiche, la Comunità Montana dell'Alta Valtellina comprende pochi comuni, ma alcuni (Livigno, Bormio e Valfurva) primeggiano per estensione territoriale e per affluenze turistiche in tutto l'arco alpino. Importante comprensorio per la pratica degli sport invernali, ma anche per il turismo estivo, è sede del Parco Nazionale dello Stelvio.Sotto il profilo produttivo emerge il ruolo di due comunità montane site nelle province di Bergamo e di Brescia: Val Brembana e Valle Trompia. La prima, sulle Alpi Orobie lungo l'alto corso del fiume Brembo, vanta come principali risorse il turismo estivo e invernale (Foppolo, Carona) e le industrie meccaniche e alimentari. La val Trompia è conosciuta in tutto il mondo per la lavorazione del ferro e, in particolare, per la produzione di armi.

Economia: generalità

La Lombardia è la regione italiana più ricca in termini assoluti, grazie al numero degli abitanti. Tale primato è stato raggiunto nel Sette-Ottocento e consolidato nella seconda metà del Novecento grazie alla fertilità dei suoi terreni, che hanno favorito lo sviluppo di un'agricoltura moderna, all'eccellente posizione geografica, alla convergenza di alcune fra le principali direttrici dei traffici, e ai forti legami, anche culturali, con le aree più sviluppate dell'Europa occidentale. L'avvio di un processo di industrializzazione, che, iniziato nel sec. XIX assieme a quello del Piemonte, ha anticipato quello del resto del Paese, è stato favorito proprio da questi elementi innestandosi su un'antica e apprezzata tradizione artigianale, ma godendo per esempio della prossimità di paesi come la Svizzera e quindi del flusso di innovazioni e di esperienze tecniche e produttive provenienti dall'area germanica e anglosassone.

Economia: agricoltura e allevamento

A partire dallo sviluppo industriale del secondo dopoguerra, le attività economiche strettamente agricole o zootecniche vanno declinando sia per quanto riguarda il numero di addetti (appena il 2% del totale) sia per la quota di reddito prodotto dal settore stesso. La robustezza dell'economia agricola, con positivi risultati ottenuti soprattutto nella bassa pianura fertile e fittamente irrigata da una rete capillare di canali d'irrigazione, alimentati da grandi opere di canalizzazione (Naviglio della Martesana, canale Villoresi, Naviglio Grande), rimane tuttavia indiscutibile. Anche nei settori dell'allevamento bovino (un quarto del patrimonio bovino nazionale) e delle relative quote latte, molto elevate rispetto all'insieme della produzione italiana. Inoltre, va sottolineato l'altissimo livello di razionalizzazione delle attività che consente all'economia rurale della Lombardia sia di ottenere alte produzioni con un modesto numero di addetti, sia di mantenersi saldamente collegata agli andamenti del mercato e di competere con i produttori centro e nordeuropei.Va sottolineata a questo proposito l'importanza di alcune aree regionali specializzate in alcuni settori della produzione: l'Oltrepò Pavese, la Franciacorta e la Valtellina per la produzione vinicola, il Garda bresciano per la produzione di olio, la Lomellina per il riso, alcune valli alpine per l'allevamento e la produzione di formaggi tipici. Un ruolo sempre più importante è stato infatti assunto dai prodotti caseari, spesso di alto livello tanto da meritare la DOP: si possono citare, per esempio, il bagos (alto Bresciano), il bitto (Valtellina) e il grana padano. Si assiste in questo modo a un fenomeno di specializzazione della produzione agricola e alimentare sempre più coordinato con le esigenze del mercato nazionale e internazionale e sempre più collegato al settore secondario dell'economia. Va sottolineato che il settore agricolo lombardo, con le sue specializzazioni, ma anche con le sue flessibilità, è in grado di adattarsi alle necessità dei mercati, sia in termini di prodotti sia di processi produttivi, in tempi rapidi e funzionali (per esempio negli ambiti della produzione biologica, delle biotecnologie, della capacità di adattamento ai nuovi mercati internazionali).

Economia: industria

Il settore secondario ha subito alla fine del sec. XX una profonda trasformazione che ha intaccato i livelli occupazionali: la forza lavoro impiegata nell'industria è scesa al 40% degli occupati, ma continua a rappresentare quasi un quarto dell'intera quantità di addetti all'industria in Italia.Gli altri fenomeni che hanno caratterizzato la ristrutturazione industriale in Lombardia, oltre alla riduzione degli addetti, sono la rilocalizzazione di molte produzioni fuori dalle aree industriali urbane consolidate (e in primo luogo fuori Milano), le delocalizzazioni che hanno visto spostare molti impianti produttivi fuori dalla regione e, a volte, fuori dal territorio italiano, e un generale riassetto aziendale che ha premiato le dimensioni medie e piccole a fronte del gigantismo caratteristico dell'industria lombarda negli ultimi decenni del sec. XX. Generalmente è in atto un fenomeno di “terziarizzazione” dell'industria lombarda, che la vede progressivamente impegnata nella progettazione di prodotti e nell'ideazione di strategie commerciali più che nella vera e propria attività produttiva, spesso delocalizzata. Dal punto di vista merceologico, invece, non si è assistito a un rivolgimento di pari ampiezza: i comparti produttivi continuano a essere quelli tradizionali (meccanico, tessile ecc.) e sono praticamente tutti rappresentati; si può solo confermare la tendenza, peraltro di lungo periodo in Lombardia, a privilegiare le industrie ad alto contenuto tecnologico rispetto a quelle di base e di prima trasformazione (o a investire per modificare in tal senso le imprese legate a produzioni tradizionali) e quindi a prestare una particolare attenzione, anche in questo caso, alle condizioni della concorrenza internazionale con la quale l'industria lombarda si confronta, alimentando più di un quarto delle esportazioni italiane. È particolarmente significativo, in questo ambito, lo sforzo di diversificazione che molte imprese hanno operato, conservando il proprio ruolo produttivo (a volte di preminenza a livello nazionale) nel comparto merceologico in cui hanno realizzato la propria crescita di base, ma ampliando progressivamente la gamma di prodotti. La tendenza è riscontrabile in particolare nei comparti dei beni di consumo e nell'ambito delle piccole e medie aziende, che più agevolmente sono riuscite sia a riconvertire le linee produttive sia a inserirsi in nicchie di mercato (anche all'estero) non sufficientemente presidiate dalla concorrenza; in particolare, il fenomeno appare massiccio nelle province di Bergamo e di Mantova, ben caratterizzate dalla presenza di piccole e medie imprese decisamente orientate all'esportazione.L'industria lombarda ha perso alcuni settori fondamentali sia per la chiusura definitiva degli stabilimenti (auto), sia per le ristrutturazioni seguite all'acquisizione di grandi aziende locali da parte di multinazionali straniere (chimica, farmaceutica), sia per debolezza di alcuni assetti produttivi e commerciali (hardware informatico). In compenso ha fortemente incrementato adattabilità e flessibilità in comparti tradizionali (moda, editoria, design industriale, meccanica di precisione, tessile, mobili, macchine utensili, trasformazione di prodotti agricoli ecc.).La Lombardia è anche la capitale dell'editoria italiana. Qui hanno sede due dei primi tre gruppi nazionali del settore (Mondadori e Rizzoli), oltre a una miriade di case editrici specializzate in ogni settore. Sono sempre lombardi il primo quotidiano nazionale per vendite (Corriere della Sera), il principale giornale sportivo (La Gazzetta dello Sport), il primo settimanale di informazione (Panorama) e le prime tre reti nazionali di televisione privata (Mediaset).

Economia: servizi

Il settore terziario registra dal secondo dopoguerra continue fasi di crescita che confermano il primato nazionale dell'insieme dei servizi erogati dalle strutture presenti in Lombardia, ormai attive largamente a livello internazionale. Fra questi servizi spiccano, come del resto avveniva già in passato, quelli di natura finanziaria, coagulati intorno alla Borsa di Milano e a una serie di imprese bancarie e assicurative di grande rilevanza; ma hanno preso ampio spazio tutti i servizi destinati alle imprese, sulla scia del grande sviluppo assunto dai servizi informatici e dalle connessioni fra attività produttive in senso stretto e attività di ricerca, di promozione, di marketing, di comunicazione, finanziarie ecc. Al medesimo settore vanno riferite le ricadute economiche di flussi turistici di tutto rilievo, ben distribuiti nel corso dell'anno e discretamente articolati anche sul piano territoriale, benché in questo senso la Lombardia meridionale risulti ancora assai svantaggiata rispetto a quella centrosettentrionale (dove le città, i laghi e i monti costituiscono sempre le principali attrattive, senza contare il notevole ruolo svolto dai viaggi di affari o manifestazioni fieristiche). Quasi la metà di questa massa di turisti proviene tradizionalmente da Paesi transalpini, con i quali la Lombardia ha ormai instaurato rapporti funzionali profondi, bene espressi sul piano materiale da reti di comunicazione fitte e progressivamente potenziate (come anche dalla forte presenza di capitali esteri investiti nella regione). Nuove prospettive si aprono poi con la rivalorizzazione delle aree urbane e periurbane dismesse dall'industria, particolarmente vaste e importanti a Milano (ma anche negli altri capoluoghi, come Varese o Lecco) e centrali in una strategia di riqualificazione urbana che miri a consolidare la funzione direttiva, eminentemente terziaria, dei principali centri urbani della regione.

Economia: distretti industriali

Conseguenza della storica vocazione industriale della regione è stata la nascita di numerosi distretti industriali localizzati su tutto il territorio lombardo. Essi variano per storia, per estensione territoriale e per dimensioni occupazionali, da poche decine di imprese fino a varie centinaia di nuclei produttivi.Inserito in una delle aree a più alto reddito in Italia il distretto industriale del Sempione comprende una cinquantina di comuni nei quali sono site oltre 15.000 imprese, quasi un terzo delle quali attive nel settore tessile. Le imprese del Varesotto meridionale perseguono una vocazione all'export molto consolidata, coprendo più di un ventesimo delle esportazioni nazionali in questo settore.Interessante il caso del distretto brianzolo, concentrato intorno a una ventina di comuni delle province di Como e Milano; un addetto su due opera nel settore dell'arredamento. L'elemento più significativo è il peso storico di queste imprese sul territorio; si tratta infatti del più antico distretto del mobile nazionale, da cui deriva un know-how unico. Il pregio e la forza delle oltre 6000 imprese dell'area di Cantù è la produzione su commissione e lo stretto legame tra i piccoli produttori e i numerosi saloni del mobile presenti sul territorio brianzolo. Sempre in Brianza, nel Vimercatese, è in formazione un distretto costituito da aziende specializzate nell'alta tecnologia informatica e delle comunicazioni (IBM-Celestica, Alcatel, Cisco).Castel Goffredo, capitale italiana della calza, è sede di molti marchi leader a livello internazionale nella produzione di articoli di calzetteria, anche se dalla seconda metà degli anni Novanta del sec. XX si fa sempre più forte la concorrenza cinese; circa la metà della produzione è orientata all'export.

Preistoria

La presenza di industrie arcaiche è molto scarsa nella regione. Manufatti su scheggia risalenti al Paleolitico inferiore sono stati raccolti a Monte Netto e a Monte Rotondo (entrambi in provincia di Brescia) e vengono riferiti, i primi a una fase avanzata del Riss, gli altri genericamente al penultimo Glaciale. A sporadici materiali del Paleolitico medio e superiore trovati in grotte (Buco del Piombo, nel comune di Erba; Buco del Corno, nel comune di Entratico) si contrappongono i numerosi resti, dal Neo-Eneolitico all'Età del Bronzo, di insediamenti palafitticoli sulle rive dei numerosi laghi della regione e anche di villaggi all'aperto. La ceramica nero-lucida rinvenuta nella torbiera della Lagozza, presso Besnate (Varese), dà nome a una cultura che dal Neolitico continuò nell'Età del Rame anche in altre zone. All'Eneolitico appartengono palafitte del Varesotto e del Comasco, villaggi all'aperto del Cremonese, i sepolcreti di Fontanella Grazioli, nel comune di Casalromano (Mantova), e di Remedello Sotto, nel comune di Remedello (Brescia). Durante l'Età del Bronzo più antico (intorno al 2000 a. C.) continuò la vita sulle palafitte (tra le più recenti quelle di Peschiera del Garda, in territorio veneto, ma vicino al confine con la Lombardia) o in abitati capannicoli (come quelli di Gottolengo nel Bresciano) e si sviluppò la cultura detta “di Polada” (dal nome della località sul lago di Garda in cui è stato portato alla luce un villaggio lacustre), caratterizzata da ceramica grossolana non decorata; nelle fasi più recenti comparvero industrie terramaricole (terramara arginata di Bellanda, presso Gazoldo degli Ippoliti, nel Mantovano) e le urne ornate dei primi sepolcreti a cremazione (Canegrate nel Milanese). La fioritura della regione continuò nella prima Età del Ferro soprattutto nel Comasco e nella zona del Ticino con la cultura di Golasecca, di cui la necropoli della Ca' Morta è un notevole esempio. Dell'Età del Ferro sembra anche la maggior parte delle incisioni rupestri della Valcamonica, con figurazioni umane e animali, in gran parte di carattere religioso (altre si trovano in Valtellina, specie a Grosio); le più antiche possono risalire all'Età del Bronzo o anche al Neolitico; molte sembrano essere però già di età storica, ispirate alla cultura gallica, altre romane o ancora posteriori.

Storia

In età storica, la Lombardia fu abitata da popolazioni celtiche, i Galli, o celtizzate, come gli Orobi, che si erano stabiliti nella fascia prealpina. Tra tutte predominò la stirpe degli Insubri, stanziati nella zona centrale, dai quali derivò il nome di Insubria, l'antica denominazione della regione. Quando Boi, Insubri e altri Galli compirono un'incursione oltre Appennino (225 a. C.), in Etruria, Attilio Regolo inflisse loro, a Talamone, una sconfitta tanto grave, che essi non riuscirono a difendere il proprio territorio dalla penetrazione delle legioni romane. Queste ultime avanzarono tra i fiumi Chiese e Oglio e, forzato il passaggio dell'Adda, sconfissero gli Insubri presso Milano (222 a. C.), la loro capitale. Questa campagna diede ai Romani il possesso dell'Italia settentrionale. Per stabilirvisi durevolmente fondarono alcune colonie, tra cui, in Lombardia, Cremona (218 a. C.). All'arrivo di Annibale, nello stesso anno, la zona dovette essere abbandonata e i Galli, parteggiando per i Cartaginesi, riacquistarono la loro indipendenza per poi essere nuovamente sottomessi e romanizzati rapidamente. Le bonifiche e la centuriazione dell'agro, che con le suddivisioni perpendicolari caratterizza ancora le campagne lombarde, trasformarono terreni incolti e paludosi in fertili campi. L'invasione dei Cimbri (101 a. C.) non scosse la fedeltà degli abitanti, ai quali, dopo la guerra sociale (90-89 a. C.), fu concesso lo ius Latii. Tra l'82 e il 75 a. C. la Valle Padana fu ordinata in un'unica provincia, la Gallia Cisalpina. La conquista della zona montana fu più tarda e venne conclusa all'epoca di Augusto. Alla fine del sec. III Milano, per il suo valore strategico nelle guerre contro i barbari, divenne la capitale dell'Impero Romano d'Occidente. Durante le invasioni dei popoli germanici fu devastata da numerosi passaggi, fino a quando i Longobardi vi si stanziarono più stabilmente. Cominciò a quel tempo a essere chiamato Longobardia tutto il territorio da loro occupato, per distinguerlo da quello rimasto ai Bizantini (Romania). Al regno longobardo seguì l'impero carolingio (774), alla cui caduta (888) la Marca di Lombardia comprendeva la zona tra le direttrici del Ticino-Trebbia, del Mincio-Panaro, delle Alpi e degli Appennini, per poi limitarsi verso S al Po e verso W all'Oglio. Dopo un periodo di lotte tra feudatari e vescovi, nei centri abitati cominciò a emergere l'elemento cittadino, che, liberatosi dalla tutela vescovile, creò i Comuni già dal sec. XI. Tra essi primeggiarono Pavia, Lodi, Crema, Cremona, Como, Bergamo e Brescia. Quando, a cominciare dalla metà del sec. XIII, si costituirono le signorie, la regione divenne politicamente meno frazionata. Da E penetrarono in Lombardia gli Scaligeri (sec. XIV), mentre i possessi dei Visconti si estesero da Milano a tutta la regione, meno Mantova, sede della fiorente signoria dei Gonzaga. Con Gian Galeazzo il dominio visconteo raggiunse la massima estensione, includendo vasti territori anche fuori della Lombardia. Alla sua morte (1402) andarono staccandosi le parti periferiche, alcune delle quali, come le lombarde Brescia e Bergamo, furono sottomesse da Venezia, che nel sec. XVI raggiunse anche Cremona e la Gera d'Adda. Nello stesso secolo Bellinzona e il Ticino passarono agli svizzeri e la Valtellina ai grigioni (dal 1512 al 1797). Mentre la parte soggetta a Venezia non conobbe la dominazione straniera fino alla Pace di Campoformido (1797), la zona a W dell'Adda subì il dominio spagnolo dal sec. XVI e austriaco dal sec. XVIII. I confini amministrativi della Lombardia corrisposero all'incirca a quelli attuali quando nel 1797 le fu annessa la Valtellina e nel 1815 il territorio fino al Mincio. Parte della Repubblica Cisalpina e del Regno d'Italia durante l'età napoleonica, la Lombardia fu annessa a Venezia dal Congresso di Vienna (1815), costituendo il Regno Lombardo-Veneto sotto il governo austriaco. La sua storia durante il Risorgimento comprende uno degli episodi di sollevazione popolare più significativi della prima guerra d'indipendenza, l'insurrezione di Milano contro gli austriaci guidata da Carlo Cattaneo (le cosiddette “Cinque giornate”, 18-22 marzo 1848). La Lombardia fu tra le prime regioni che costituirono il Regno d'Italia dopo la seconda guerra d'indipendenza (1859) e conobbe un consistente fenomeno di industrializzazione, che interessò soprattutto le province di Como, Bergamo, Brescia e Milano. Fu quindi al centro del movimento cooperativistico e sindacale, di matrice sia cattolica sia socialista, e sullo scorcio del secolo fu attraversata da forti tensioni sociali. Durante la prima guerra mondiale il territorio fu danneggiato dai bombardamenti aerei; in particolare vennero colpite, nel 1915, le città di Brescia e Milano. Epicentro della stagione di lotte operaie che scosse l'Italia nel cosiddetto “biennio rosso” (1919-20), la Lombardia vide poi il diffondersi del fascismo, nato ufficialmente, con la creazione dei Fasci italiani di combattimento, proprio a Milano nel marzo del 1919. Durante il ventennio fascista la regione visse un ulteriore sviluppo economico e industriale, diventando, durante la seconda guerra mondiale, uno dei principali bersagli dell'offensiva aerea angloamericana. Centro, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, della Repubblica Sociale Italiana (che ebbe a Salò, sul lago di Garda, il suo governo), la regione diede un fondamentale contributo alla lotta partigiana. Sebbene profondamente segnata dalla guerra, la Lombardia si risollevò in pochi anni, riassumendo un ruolo centrale nella vita economica e politica italiana.

Archeologia

Le tracce di una precoce presenza etrusca sono state rinvenute soprattutto nel Mantovano. La penetrazione gallica in Lombardia nei sec. V e IV a. C. (gli Insubri occuparono la zona di Milano, i Cenomani quella di Brescia) ha lasciato una documentazione archeologica assai diffusa (necropoli di Somma Lombardo, di Arsago Seprio, di Carzaghetto, presso Canneto sull'Oglio, di Castiglione delle Stiviere), più abbondante nelle zone alpine o prealpine occupate per ultime dai Romani. Non sono molti i monumenti romani della regione ancora visibili, anche se alcune città come Como, Brescia e Pavia conservano ancora il reticolato antico. L'importanza di Cremona, colonia romana già nel 218 a. C., è attestata per esempio solo dai suoi ricchi mosaici; Milano, oltre alle colonne di San Lorenzo (sec. IV), conserva resti di grandiosi edifici romani come il teatro, l'anfiteatro e il circo; a Brescia sussiste il complesso del Capitolium, del teatro e degli altri edifici del foro, mentre a Sirmione restano le grotte di Catullo, la più grande villa romana dell'Italia settentrionale. Si aggiungano, per l'età repubblicana, l'edificio sacro a più celle sotto il Capitolium bresciano, adorno di pitture e mosaici e, per l'età romana più tarda, la grandiosa villa-palazzo a mosaici del sec. IV di Desenzano del Garda. La scultura è rappresentata da alcune opere notevoli come i ritratti in marmo e bronzo e la Vittoria alata, statua anch'essa in bronzo, conservati a Brescia nel Museo della Città. Nel Pavese fiorirono ricche fabbriche di vetri, mentre un notevole esempio di toreutica è la patera argentea di Parabiago (sec. IV), custodita al Museo Archeologico di Milano.

Arte

Nella seconda metà del sec. IV Milano, capitale dell'Impero Romano d'Occidente, diventò uno dei massimi centri dell'arte paleocristiana. Il vescovo Ambrogio promosse un'edilizia religiosa dalle caratteristiche particolari, dovute a ragioni di culto (basiliche di San Nazaro Maggiore, San Simpliciano, San Lorenzo). Ma più dell'architettura e della pittura restano testimonianze della scultura e delle arti applicate, attestanti una ripresa del gusto classicistico. Nei sec. VII e VIII, con la dominazione longobarda, sorsero palazzi e chiese, perlopiù perduti, a Corteolona, Pavia, Monza, Castelseprio e Brescia. I lapicidi dei laghi lombardi crearono una caratteristica scultura a rilievo, reinterpretando la tradizione paleocristiana. Cospicue sono pure le testimonianze dell'oreficeria longobarda. Al periodo longobardo risale, infine, con ogni probabilità, anche l'eccezionale ciclo di affreschi della chiesa di Santa Maria foris Portas di Castelseprio, opera di un pittore bizantino. Nei successivi periodi carolingio e ottoniano la Lombardia risentì dell'influenza dell'arte d'Oltralpe. I cicli di affreschi di Civate, le miniature, le oreficerie, gli avori dei sec. X e XI si inseriscono in un gusto schiettamente “occidentale”, ben distinto dall'arte bizantineggiante del resto dell'Italia. Nell'architettura si sviluppò la tipica decorazione lombarda ad archetti e lesene e nelle cripte il sistema strutturale pilastro-volta a crociera, che trova la sua più organica applicazione nella chiesa di Sant'Ambrogio a Milano. La scuola lombarda di architettura fu la più importante del romanico in Italia. Oltre al prototipo milanese si ricordano il gruppo delle chiese pavesi del sec. XII (San Michele, San Pietro in Ciel d'Oro) e quello delle chiese comasche, caratterizzate dalla copertura lignea (Sant'Abbondio, San Fedele). Alla fine del sec. XII e agli inizi del sec. XIII le chiese cistercensi (Chiaravalle Milanese) e i broletti comunali (Pavia, Como, Brescia, Mantova) posero le premesse dell'architettura gotica lombarda, caratterizzata dal gusto della parete piana, dal moderato verticalismo, dall'uso pittorico del cotto e dai sostegni sottili degli interni delle chiese (sec. XIII: cattedrali di Crema, Lodi, Cremona; sec. XIV: San Gottardo di Milano, duomo di Mortara; sec. XV: Certosa di Pavia). Un edificio a sé è il Duomo di Milano (iniziato nel 1386), in parte opera di maestranze tedesche. Nella scultura dominarono i Maestri Campionesi; in pittura fu decisivo il soggiorno milanese di Giotto, chiamato da Azzone Visconti, e dei giotteschi senesizzanti Stefano e Giusto de' Menabuoi. Su questi esempi si sviluppò, a partire dalla metà del secolo, una scuola lombarda di pittura, che per l'attenzione agli elementi di costume, il tono descrittivo, la finezza del colore e del chiaroscuro, preparò l'avvento del gotico internazionale (Giovanni da Milano; cicli anonimi di affreschi di Mocchirolo, alla Pinacoteca di Brera di Milano, Lentate sul Seveso, Lodi, Viboldone, Solaro) ed ebbe il suo più efficace mezzo di diffusione nelle miniature di G. De Grassi, Michelino da Besozzo e Belbello da Pavia. L'architettura del Rinascimento si affermò in Lombardia in diverse fasi. Dapprima le novità importate dagli architetti toscani (Filarete, Michelozzo) vennero realizzate in modo riduttivo da maestranze gotiche. Nei decenni successivi un gruppo di architetti locali diede vita a un “rinascimento lombardo” che innestò il lessico classicheggiante su una struttura ancora tardogotica, con un effetto di pittoresco decorativismo (G. A. Amadeo a Bergamo e a Pavia, i Rodari a Como). Infine, una generazione di architetti formatisi sul Bramante lombardo (G. G. Dolcebuono, il Bramantino) diffuse in Lombardia edifici “bramanteschi” a pianta centrale. Anche in scultura prevalse a lungo un goticismo più o meno suggestionato dalle forme classiche (Amadeo), talora con influenze nordiche (i Mantegazza). Invece nella pittura il bresciano V. Foppa, formatosi nell'ambiente donatelliano di Padova, non solo ruppe con il decorativismo tardogotico, ma superò le stesse premesse del razionalismo fiorentino per una pittura atmosferica e illusionistica. La pittura atmosferica, che fu conquista lombarda, influenzò lo stesso Leonardo, a Milano dal 1482 al 1499. Durante il sec. XVI, più che il gruppo dei leonardeschi (G. A. De Predis, Cesare da Sesto, Marco d'Oggiono) si segnalarono il Bramantino e G. Ferrari, che, influenzati dall'arte d'Oltralpe, divennero esponenti di un precoce manierismo. A Cremona si formò una scuola locale che risentì dell'opera degli artisti emiliani (B. Boccaccino e il figlio Camillo, i Campi); a Brescia e a Bergamo una scuola legata a quella veneta (Palma il Vecchio, G. G. Savoldo, il Romanino, Moretto da Brescia). La seconda metà del sec. XVI e la prima del sec. XVII furono dominate dalle figure dei cardinali Carlo e Federico Borromeo, che fecero di Milano, anche sotto il profilo artistico, il centro più vivo della Controriforma in Italia. Mentre nella seconda metà del Cinquecento prevalse un manierismo esteriore di diretta derivazione romana (gli architetti G. Alessi, P. Tibaldi e M. Bassi; i pittori G. A. Figino, G. P. Lomazzo e lo stesso Tibaldi; lo scultore L. Leoni), nei primi decenni del sec. XVII fiorì in Lombardia la più importante scuola neomanieristica italiana, legata all'ultimo manierismo internazionale (il Cerano, il Morazzone, G. C. Procaccini, F. Del Cairo). In architettura F. M. Richini e F. Mangone svilupparono gli esempi cinquecenteschi. Una caratteristica dell'arte lombarda cinque-secentesca sono i Sacri Monti (Varese), in cui pittura, scultura e architettura si fondono in complessi di un realismo “popolare” e di grande efficacia illusionistica. Dopo la peste del 1630 la pittura lombarda cessò di avere una reale importanza. Solo nel primo Settecento essa recuperò l'antica vocazione al realismo, ma in un'accezione nuova, illuministica (il Pitocchetto, Fra' Galgario). Una brillante architettura rococò si sviluppò a Milano, Lodi, Crema, Pavia e nelle zone di villeggiatura, come la Brianza, i laghi e la campagna bresciana. Con la dominazione austriaca, con Napoleone e nuovamente come capitale del Lombardo-Veneto, Milano non solo accentrò ogni attività artistica della regione, ma si pose come centro culturale di importanza nazionale.È in questo periodo che lo stile neoclassico raggiunse il massimo grado della sua espressione artistica soprattutto nelle ville. Accanto a quelle di G. Piermarini (Villa Reale di Monza, eretta nel 1777-80) e di L. Pollack (villa Belgioioso – poi Villa Reale con il Regno Italico – eretta a Milano dal 1790), si ricordano la villa Stanga, a Costa Lambro, e la ristrutturazione neoclassica della villa Scotti, a Oreno, per opera di S. Cantoni. Questi, figura dominante dell'area comasca, realizzò a Como villa Olmo, il Palazzo del Liceo e il Seminario Maggiore; a Masino villa Raimondi, a Bernate Ticino villa Rosales, a Breccia villa Giovio. Sempre nel comasco fu attivo il Pollack, che realizzò la Rotonda di Borgovico. E mentre Lecco si urbanizzò in stile neoclassico attraverso l'opera di G. Bovara, a Mantova operarono, tra gli altri, il veronese P. Pozzo e L. Canonica, che costruì nel 1822 l'elegantissimo Teatro Sociale. In una scena dominata dal Canova, il fervore architettonico in città e nelle ville offrì largo campo all'attività di molti scultori neoclassici, ben documentati nel Museo Civico di Arte Contemporanea di Milano e nelle ville briantee e comasche (C. Pacetti, G. B. Comolli, P. Marchesi, B. Cacciatori, A. Sangiorgio). Nella pittura, dove domina l'Appiani, affiancato da M. Knoller e da G. Traballesi, si affermò, nei primi due decenni dell'Ottocento, lo storicismo protoromantico, importato dal fiorentino L. Sabatelli, dal veneziano F. Hayez e dal bolognese P. Palagi. Un linguaggio singolarissimo e indipendente dal contesto elaborò, invece, P. V. Bonomini, noto per la sua “danza macabra” nella chiesa di Santa Grata in Borgo Canale, a Bergamo, e ottimo decoratore neoclassico in numerosi palazzi di Bergamo e nella villa Agliardi, a Sombreno, edificata dal Pollack. Una vera galleria del primo Ottocento è costituita dalla basilica di San Martino di Alzano Lombardo, con tele sacre dell'Appiani, di V. Camuccini, di G. P. Cavagna e di altri. Alla lunga persistenza della tradizione classica succedette il più scatenato eclettismo, che va dal neocinquecentismo del pavese G. Balzaretto, autore nel 1850-54 della sistemazione del palazzo Poldi Pezzoli e nel 1869-72 della sede originaria della Cassa di Risparmio, al neogotico di C. Maciachini nel Cimitero Monumentale di Milano (1863-66) al neoromanico di G. Cerruti (Museo di Storia Naturale, 1888-93). Variante tipicamente lombarda dell'eclettismo è lo stile “lombardesco-bramantesco”: usato con notevole sensibilità e raffinatezza da C. Boito, per esempio nella casa di riposo per musicisti voluta da Verdi (1899), esso improntò invece in maniera più greve i restauri ricostruttivi di L. Beltrami, culminanti nel Castello Sforzesco. Nella prima metà dell'Ottocento, attraverso le mostre annuali dell'Accademia di Brera, frequentate dalla nobiltà, dalla borghesia commerciale e imprenditoriale lombarda e dalla società internazionale, Milano fu certamente la più vicina, fra tutti i centri italiani, agli influssi pittorici parigini, pur rappresentando sostanzialmente una cultura più affine a quella austro-tedesca. F. Hayez con il suo romanticismo storico e la sua grande sensibilità per il ritratto, dominò la scena, affiancato dal Palagi, da E. Sala e dall'ottimo ritrattista Molteni. Notevole fortuna, nel secondo e terzo decennio dell'Ottocento, ebbero le miniature e i dipinti raffiguranti vedute urbane dell'alessandrino G. Migliara, unico rappresentante del gusto troubadour, un genere ispirato ai miti del Medioevo, del mondo cavalleresco e dei suoi codici, immersi però in un tempo pressoché immaginario, abbellito e idealizzato, in cui hanno posto la cultura del Rinascimento e l'eroismo del Seicento. Nel genere delle vedute paesistiche e naturalistiche emersero artisti come L. Bisi, G. Canella, Domenico e Girolamo Induno, G. Bertini, T. Cremona, considerato il caposcuola della pittura lombarda postromantica, e F. Faruffini. Quest'ultimo, pur legato alla tradizione del romanticismo storico, fu anticipatore, con le sue eccezionali qualità cromatiche, insieme a G. Carnevali, della più significativa tendenza della pittura lombarda del secondo Ottocento: la Scapigliatura. Gli scapigliati, in contrasto con la trionfante Milano, capitale soprattutto affaristica, finanziaria e commerciale del Paese, si fecero assertori di una cultura di opposizione repubblicano-radicale e si trasformarono in detrattori della vecchia Accademia di Belle Arti, pur provenendo da essa. Oltre al Cremona, in questa corrente non omogenea, in cui confluirono i più disparati fermenti artistici, emersero figure come D. Ranzoni e L. Conconi, e da essa furono influenzati gli scultori M. Rosso, G. D. Grandi e P. Troubetzkoy, e i pittori G. Previati e G. Segantini esponenti dell'avanguardia divisionista, raggruppante A. Morbelli, G. Pellizza da Volpedo, e, in seguito, il segantiniano C. Fornara, attivo nella prima metà del Novecento. Nell'architettura, nella scultura e nelle arti applicate del primo Novecento evidente è la connessione, formale e concettuale, con l'Art Nouveau, che vide in Milano, con Torino e Palermo, uno dei tre centri preminenti. Insigne esponente del liberty milanese fu l'architetto G. Sommaruga (palazzo Castiglioni, 1901-03; clinica Columbus, 1911-13), che realizzò anche la villa Faccanoni, a Sarnico, e il mausoleo per la stessa famiglia nel cimitero dello stesso centro. Alla sua opera si affiancò quella di G. Moretti, che mostra però riferimenti al più squadrato gusto secessionista viennese, anticipando il nuovo e più greve monumentalismo, ispirato alla Wagnerschule di Vienna e al neobarocco e che ebbe in U. Stacchini il principale rappresentante. L'incontro tra lo spirito imprenditoriale tipicamente milanese dei fratelli Grubicy, tra i primi rappresentanti in Italia di un vero mercato d'arte contemporanea di tipo francese o tedesco, e l'avanguardia divisionista, le complesse interazioni fra simbolismo e progressismo nella Milano in piena espansione urbana, sociale, tecnologica degli inizi del sec. XX costituirono un buon terreno di partenza per il lancio, nel 1909-10, dell'avanguardia rivoluzionaria futurista da parte del letterato F. T. Marinetti, in costante contatto con gli artisti U. Boccioni, C. Carrà e L. Russolo, e in seguito, nel secondo decennio del Novecento, con M. Sironi e A. Funi. Dopo la prima guerra mondiale, Milano fu città-guida nella promozione dell'arte contemporanea in tutte le sue forme e insieme esempio clamoroso di contraddizioni e contrapposizioni culturali. Accanto al monumentalismo di M. Piacentini (nuovo Palazzo di Giustizia, 1933-40), spesso accompagnato dall'abbattimento di interi quartieri e dalla distruzione di edifici precedenti, all'esperienza tra secessionismo ed espressionismo di A. Andreani (palazzo Fidia, 1930) e all'atteggiamento di apertura verso la cultura europea di G. De Finetti (casa della Meridiana, 1925), si cominciò ad affermare una visione razionalistica dell'urbanistica moderna, rappresentata dagli studi di P. Bottoni, fondatore del gruppo milanese del Movimento Italiano dell'Architettura Razionalista (MIAR), dallo BBPR (sigla composta dalle iniziali dei cognomi degli architetti G. L. Banfi, L. Barbiano di Belgioioso, E. Peressutti, E. N. Rogers) e dagli studi di E. Griffini, di G. Terragni, di I. Gardella, di G. Pagano Pogatschnig e di G. Palanti. Pagano (autore del palazzo sede della Bocconi, 1938-42), con i suoi importanti contributi alla sperimentazione fotografica, e Terragni (casa Rustici, 1933-35; casa Lavezzari, 1934), con la sua collaborazione con P. Lingeri e con i pittori astratti comaschi M. Rho e M. Radice, parteciparono a quel clima di globale adeguamento della cultura artistica milanese a prospettive europee promosso da vari ambienti culturali. Anche nel campo della pittura e della scultura la contrastante coesistenza di tutti gli aspetti dell'arte fra le due guerre, dal richiamo all'ordine, all'avanguardia non figurativa, alla resistenza espressionista, fecero di Milano il centro guida nazionale. Sulla base del manifesto Contro tutti i ritorni in pittura (firmato nel 1920 da due ex futuristi, Russolo e Sironi, e da due ex membri del gruppo parafuturista Nuove Tendenze del 1914, Dudreville e Funi ), nel 1922 si costituì presso la galleria privata di L. Pesaro il gruppo dei Sette di Novecento: Sironi, Dudreville, Funi, Marussig, Oppi, Bucci, Malerba, con il sostegno critico di M. Sarfatti, redattrice d'arte del Popolo d’Italia, il quotidiano del partito fascista che continuò fino al 1943 ad avere sede a Milano. Tale gruppo si ampliò soprattutto in occasione della prima mostra ufficiale di Novecento, nel 1926, alla Società Permanente, con un gran numero di artisti figurativi provenienti da ogni parte d'Italia e di assai varia estrazione culturale, quali M. Rosso, C. Carrà, A. Tosi, A. Carpi, R. De Grada, M. Tozzi, P. Borra, M. Campigli, A. Wildt, A. Martini e F. Messina. All'ultima attività di Novecento in Italia e all'estero partecipò, oltre al nuovo gruppo dei Sei di Torino, giovani milanesi come U. Lilloni e A. Del Bon, accomunati dalla poetica del chiarismo, interpretazione neoimpressionista, con venature naïf, della tradizione lombarda che arriva fino alla Scapigliatura. Così come aveva sostenuto a Torino il gruppo dei Sei, E. Persico divenne a Milano portavoce critico dei chiaristi, segnando l'inizio del distacco e della reazione critica giovanile al novecentismo. Sul versante dell'avanguardia, nacque negli stessi anni, fra Como e Milano, appoggiandosi alla nuova galleria Il Milione dei fratelli Ghiringhelli, il gruppo degli astratto-costruttivisti, i pittori M. Rho, M. Radice, M. Reggiani, L. Veronesi, A. Soldati e altri, e, tra gli scultori L. Fontana e F. Melotti. La definitiva rottura antinovecentesca nel corso degli anni Trenta fu portata avanti dal veronese R. Birolli e dal milanese A. Sassu, al quale si associò, durante il servizio militare a Milano, il siciliano R. Guttuso, facendo da tramite con il realismo-espressionismo romano di C. Cagli e A. Ziveri. Tale situazione di opposizione e rottura con Novecento si andò precisando nell'ambito del gruppo politico-culturale di Corrente, con larghi interessi interdisciplinari, ma sempre più accentuata opposizione antifascista interna. Raccolto intorno alla rivista Vita Giovanile, poi ribattezzata Corrente (1938-40) e alla connessa galleria d'arte, soppressa nel 1943, vide come suoi principali esponenti Birolli, Sassu e Guttuso, ai quali si affiancarono i giovani e giovanissimi pittori B. Cassinari, E. Morlotti, G. Migneco, A. Badodi, I. Valenti, E. Treccani (fondatore della rivista) oltre a E. Vedova e agli scultori S. Cherchi e L. Broggini. Per quanto riguarda la scultura, accanto all'avanguardia astratta, alla complessa personalità fra astrazione, déco e ceramica neobarocca di L. Fontana e ai giovani di Corrente, Milano fu l'unica città fra le due guerre a offrire concrete occasioni monumentali ( poi rinnegate come espressioni retoriche di una “lingua morta”) al maggior scultore della prima metà del secolo, A. Martini, che fuse, nel suo fondamentale espressionismo, metafisica e classicità, primitivismo e neocubismo. Accanto a lui la tradizione classica fu impersonata da F. Messina. Anche dopo la liberazione dal nazifascismo, Milano rimase, comunque, il centro organizzativo dell'erede del gruppo di Corrente, il Fronte Nuovo delle Arti (che tenne la sua prima mostra a Milano nel 1947 ), caratterizzato nella sua breve vita dal neocubismo di Birolli, Cassinari e Morlotti, mentre Migneco persisteva nella sua linea di realismo espressionista e Treccani impostava, come Guttuso e C. Levi a Roma, il discorso del realismo critico e sociale, legato soprattutto alle lotte contadine per la terra nel Meridione. Accanto a queste esperienze, la Milano del dopoguerra, ricca di gallerie, punto di riferimento con Roma (e dagli anni Sessanta con Torino) del grande mercato internazionale, fu tutto un fervore di tendenze delle nuove avanguardie: attorno a L. Fontana, e con i giovani C. Peverelli (già presente nell'estrema attività di Corrente) R. Crippa, G. Dova, S. Dangelo, E. Baj, si costituirono i gruppi di arte “spaziale” e “nucleare”. Negli anni Cinquanta l'incontro fra arte informale e spaziale e nuove forme di realismo esistenziale urbano caratterizzarono il gruppo raccolto intorno alla galleria San Fedele dei gesuiti, con G. Guerreschi, G. Ferroni e il preannuncio neodadaista di G. Romagnoni. Fra gli anni Cinquanta e Sessanta la sperimentazione ottica e cinetica fu proposta da E. Castellani, E. Mari, dal Gruppo T (Anceschi, Boriani, Colombo, De Vecchi, Varisco) e dal Gruppo MID (Barrese, Grassi, Laminarca, Marangoni), mentre la pop art fu degnamente rappresentata da V. Adami e da E. Tadini. Si ricordano, inoltre, le autonome esperienze in ambito realista-espressionista di F. Francese, nonché l'astrazione del pittore-scultore U. Milani e di Claudio Olivieri. Figura chiave della più avanzata sperimentazione neodadaista e concettuale fu, infine, quella di P. Manzoni. A partire dagli anni Cinquanta del Novecento, in campo urbanistico e architettonico, l'orgogliosa difesa, più che altrove, del razionalismo, sostenuta dall'insegnamento alla Facoltà di Architettura di P. Bottoni e di E. N. Rogers, si abbinò all'innovazione dinamica e storicistica definita neoliberty e brutalista e all'adeguamento formale alle prospettive edilizie neocapitalistiche rappresentate negli Stati Uniti da L. Mies van der Rohe. La tradizione razionalista, oltre che dagli architetti P. Lingeri, M. Zanuso, V. Magistretti e V. Viganò, fu soprattutto rappresentata da I. Gardella, L. Figini e G. Pollini, con tentativi di dinamizzazione a opera dello studio BBPR. Nuove prospettive improntarono, invece, l'opera di L. Caccia Dominioni, attento all'inserimento organico nell'edilizia del centro storico, e quella di Viganò, che aderì al neoliberty. Tra gli anni Settanta e Ottanta si assistette in architettura a uno spostamento dal funzionalismo verso una spiccata tendenza al recupero della forma, recuperando stilemi tratti dal quotidiano e talora dal passato, i quali vennero assunti come icone di un'architettura radicata nella tradizione classicista. A questo neorazionalismo si ispirarono artisti quali A. Rossi, la cui influenza, per quanto forte nell'ambito dell'architettura nazionale e internazionale, si fece tuttavia sentire nella provincia piuttosto che nel contesto milanese, V. Gregotti, M. Bellini, I. Rota e M. Zanuso, con soluzioni architettoniche spesso innovative e originali. Per quanto riguarda Milano risale al 1980 l'adozione del Piano Regolatore Generale, rimasto alla base degli interventi urbanistici del Comune per tutto l'ultimo ventennio del Novecento. Degno di nota è il Documento Direttore delle Aree Dismesse, adottato nel 1990 ed elaborato con l'obiettivo di rispondere al problema della chiusura dell'industria a Milano e della riqualificazione delle originarie zone di insediamento. L'intervento più emblematico in tale contesto è il Progetto Bicocca, che ha interessato fino ai primi anni del sec. XXI le aree in disuso degli stabilimenti Pirelli; divenute un polo di centralità per l'area N della città, sono caratterizzate dalla presenza di attività di ricerca e d'insegnamento universitario, nonché di sedi preposte alla diffusione della cultura, come il Teatro degli Arcimboldi (Gregotti Associati, 1996-2002). Sull'esempio della Bicocca si è dato il via ad altri interventi di riqualificazione urbana a Milano: la pianificazione dell'area Portello, già interessata dall'ampliamento della Fiera (M. Bellini, 1997); Rogoredo-Montecity, con un nuovo centro congressi; la riqualificazione dell'area dell'ex stazione di Porta Vittoria, con la costruzione della Biblioteca Europea di Informazione e Cultura (BEIC) la cui progettazione è stata affidata al gruppo Bolles e Wilson; la zona Garibaldi-Repubblica, destinata a diventare il polo della moda, del design e delle attività amministrative. Ai progetti di trasformazione di ampi settori del territorio urbano sono stati affiancati anche interventi puntuali che hanno riguardato alcune istituzioni culturali, come la Fondazione “Arnaldo Pomodoro” a Rozzano, ristrutturata e allestita da P. Cerri (1996), la nuova sede del Piccolo Teatro con l'ex Teatro Fossati ristrutturato (M. Zanuso e P. Crescini, 1982-96) e il Teatro alla Scala, ristrutturato e ampliato su progetto dell'architetto svizzero M. Botta e riaperto al pubblico nel dicembre 2004. Tra le opere destinate a rafforzare la terziarizzazione del capoluogo lombardo vi è il nuovo polo fieristico nell'area Rho-Pero, opera dell'architetto M. Fuksas, inaugurato il 31 marzo 2005.

Cultura: generalità

L'eterogeneità è il tratto caratteristico della Lombardia; essa è diretta conseguenza del suo passato, che vide grandi signorie e lunghe dominazioni straniere, capaci tutte di lasciare nell'arte, nella lingua e nella tradizione il segno indelebile del proprio passaggio.Le “veneziane” Bergamo e Brescia; la gonzaghesca Mantova; Pavia longobarda; Milano che fu dei Visconti e poi degli Sforza e poi ancora dell'immenso potere dei Borromeo; Sondrio “spersa” fra le montagne e per secoli possesso dei Grigioni elvetici. E poi ancora la manzoniana Lecco, Cremona, Lodi, Como, Varese e Monza, ognuna con suoi tratti caratteristici così peculiari da rendere difficile, fra tante realtà storiche così diverse, individuare un comune denominatore culturale. Se però si prende in considerazione la straordinaria capacità imprenditoriale, che ha fatto della Lombardia la regione più ricca d'Italia, qui si può ritrovare un elemento di unitarietà, anche se in certi casi esso è connotato da un ritmo di vita differente: frenetico e convulso a Milano e nell'hinterland, in Brianza, nel Varesotto e nel Comasco; più calmo e “provinciale” a Pavia, Lodi, Cremona e Mantova. Nel panorama più propriamente culturale un ruolo di primo piano è ricoperto dal capoluogo, Milano, con le sette università sia pubbliche sia private, le fondazioni culturali spesso legate alle banche e alla finanza, le mostre e gli eventi, le fiere, la moda e il design, il Teatro alla Scala, i concerti di musica classica e il suo vastissimo patrimonio storico-artistico che vanta uno dei massimi capolavori d'arte a livello mondiale, il Cenacolo di Leonardo da Vinci dichiarato dall'UNESCO patrimonio dell'umanità, come pure la chiesa che lo ospita, ovvero Santa Maria delle Grazie. Ma anche in altre province lombarde l'arte e la storia assumono particolare rilevanza, grazie a numerose manifestazioni e a eventi culturali. Tra questi ultimi degno di nota è il FestivalLetteratura organizzato ogni anno a Mantova e caratterizzato da incontri con personaggi del mondo letterario italiano e internazionale.

Cultura: tradizioni

Sommerso dalla civiltà del benessere e dei consumi, dal processo di modernizzazione e dalle forti immigrazioni iniziate massicce dal sec. XX, il ricco patrimonio di tradizioni tipiche della Lombardia si è in parte disperso, perdendo la rilevanza che rivestiva un tempo. Tuttavia, rimangono in vita svariate espressioni di cultura popolare, molte delle quali sono legate a particolari ricorrenze, che si svolgono in determinati periodi dell'anno. In molti centri sopravvivono rituali propiziatori, invernali e primaverili. Il più popolare è la Giubiana (da gioeubia che significa strega), festeggiato alla fine di gennaio a Cantù e in altri comuni della Brianza e della provincia di Varese, nel corso del quale viene dato fuoco al fantoccio della strega, al fine di allontanare il male dalla comunità. Il rito è accompagnato anche dal suono dei firlinfö, flauti a canne, strumenti caratteristici della musica popolare brianzola, simili al classico flauto di Pan. Noto evento folcloristico è certamente il carnevale che viene organizzato a Bagolino, nel Bresciano, caratterizzato da una dimensione sia musicale, espressa attraverso orchestre e danze eseguite da ballerini mascherati, sia rituale, nella quale riemergono elementi caotici e, soprattutto, trasgressivi tipici dello spirito carnevalesco. Tali aspetti si ritrovano anche nel Carnevale di Schignano, piccolo paese del comasco, in cui è rappresentata ironicamente e simbolicamente la contrapposizione tra i “belli” e i “brutti”. I due gruppi, la sera del martedì grasso, si riuniscono in una piazzetta, assieme alle figure, inquietanti e demoniache, dei cosiddetti sapeur (gli zappatori) per il consueto rito del rogo del Carlisep (carnevale morente). Affidate alla letteratura rimangono ormai alcune maschere tipiche, come le figure di Meneghino e Cecca a Milano e del trigozzuto Gioppino a Bergamo; l'estesissima diocesi del capoluogo regionale conserva, comunque, il privilegio, legato al calendario liturgico del rito ambrosiano, di un'appendice che si prolunga fino al primo sabato di Quaresima. Mantengono tuttora una notevole importanza per numerose comunità anche antichi riti agresti legati alla fertilità, il più importante dei quali è il cosiddetto “mazzo”, che si svolge ogni anno, tra il 25 aprile e il primo giugno, a Ponte Nossa, in Val Seriana. Gli antichi mestieri (soprattutto quelli nei campi, ma ormai anche quelli legati alle grandi fabbriche) rivivono oggi grazie a una fitta serie di proverbi e ai canti di lavoro e di protesta: ricco è infatti il repertorio dei canti sociali e altrettanto lo sono la canzone popolare e l'epica narrativa che si esprimono nella maggioranza dei casi tramite i dialetti. Quasi del tutto spariti appaiono gli abiti tradizionali, sebbene sia possibile ancora ammirarli in particolari ricorrenze e cerimonie. I più celebri per raffinatezza, storia e colori sono quelli di Delebio e Parre. In continua riscoperta è invece il patrimonio dell'architettura sia rurale sia cittadina: le tipologie prevalenti nella prima sono la casa a “corte” della pianura , la casa a portico e loggiati sovrapposti della fascia collinare e montana, e la casa in pietra e legno del settore alpino; la seconda, invece, è costituita dalle case a ballatoio, strutturate attorno a un cortile e in origine con servizi in comune (ne rimangono moltissimi esempi nella stessa Milano). Anche in un'area come quella lombarda, così capillarmente legata alla produzione industriale e in cui è difficile individuare il confine dell'artigianato tradizionale, si assiste a una decisa rivalutazione delle abilità manuali. La lavorazione della pietra ollare (tipica della val Malenco e della val Chiavenna), quella del legno (pipe e tabacchiere a Gavirate e Cantù; botti nell'Oltrepò Pavese; oggetti da cucina in Valtellina e nella valle Imagna), la produzione, anche artigianale, di forbici e coltelli a Premana. L'arte popolare lombarda ha raggiunto alti livelli anche in settori come la filatura, il ricamo e la tessitura. Pizzi e merletti a tombolo, con lo sviluppo di punti particolari, come quello denominato “milanese”, proprio per la loro raffinatezza, partendo da alcuni centri specializzati (ad esempio Cantù e i paesi limitrofi, in Brianza), si sono presto diffusi fuori dalla regione. A Cremona, ma anche a Mantova e Milano, si concentra la massima espressione della liuteria italiana. A Stradella si mantiene viva la tradizione della fisarmonica, mentre nella zona di Crema e a Cuvio si continuano a produrre organi.

Cultura: enogastronomia

L'abbondanza di prodotti alimentari, caratteristica saliente della Lombardia, ha originato una cucina ricca, robusta e gustosa in tutta la regione. Un mosaico di sapori e di ascendenze diverse, che a Mantova (tortelli di zucca) è influenzata dall'Emilia; nella Lomellina ha il riso come ingrediente principe al pari dei confinanti Novarese e Vercellese; nella Bergamasca e nel Bresciano documenta influssi veneti; elvetici in Valtellina. Quindi, più che di una cucina regionale, si tratta di specialità provinciali. Ogni provincia ha preparazioni proprie ben definite, alcune delle quali sono considerate rappresentative della cucina italiana, come l'ossobuco, la cotoletta, il risotto alla milanese, la zuppa alla pavese. Altre specialità sono la cassoeula, la polenta taragna, i pizzoccheri, la busecca e gli “sciàtt” valtellinesi (frittelle di grano saraceno imbottite di formaggio e aromatizzate con grappa). La fiorente industria lattiera e casearia produce, oltre all'ottimo burro, numerosi tipi di formaggio, come il pannerone di Lodi, il mascarpone, il gorgonzola, il taleggio, la robiola, il lodigiano e il bel paese, formaggio lombardo, considerato ormai tra quelli italiani più tipici. Anche la salumeria produce specialità di preparazione sia industriale sia casalinga: dalla valtellinese bresaola alle salamelle del Mantovano, dal cotechino alla luganega, fino al salame crudo di Varzi. Prodotto tipico della Lomellina è il salame di Mortara, composto da un misto di carne d'oca, magro e grasso di suino. Nel comparto dei dolci, di antica tradizione sono la sbrisolosa cremonese, friabilissima torta di pasta di mandorle simile alla sbrisolona mantovana, il panettone, il torrone di Cremona e la “laciada”, frittellona comasca fatta con latte, acqua e farina. Notevole è anche la produzione vinicola, con pregiati DOC, concentrata principalmente nell'Oltrepò (barbacarlo, canneto amaro, frecciarossa), in Valtellina (sassella, inferno), nella zona del Garda (lugana) e nella Franciacorta (terre di Franciacorta e spumante franciacorta DOCG). Prodotti DOP della regione sono: i formaggi bitto, bagos, formai de mut, grana padano, provolone Valpadana, quartirolo lombardo, taleggio e Valtellina casera; il salame Brianza e il salame di Varzi; l'olio d'oliva Laghi Lombardi. Il marchio IGP, invece, è stato assegnato alla bresaola della Valtellina e alla pera mantovana.

Bibliografia

Per la geografia

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Per l’economia

F. A. Jelmoni, I trasporti in Lombardia, Milano, 1954; M. Romani, Un secolo di vita agricola in Lombardia (1861-1961), Milano, 1963; Autori Vari, Archeologia industriale in Lombardia, Milano, 1983-85; S. Biffignandi, Il sistema industriale della Lombardia, Bari, 1990.

Per la storia

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Per l’arte

M. Mirabella Roberti, Storia di Brescia, Brescia, 1963; E. Süss, Le incisioni rupestri dalla Valcamonica, Milano, 1963; E. Anati, Arte preistorica in Valtellina, Capo di Ponte, 1968; Autori Vari, Archeologia in Lombardia, Milano, 1982; M. Rossi, Disegno storico dell’arte lombarda, Milano, 1990.

Per il folclore

G. Buttazzi, Il costume in Lombardia, Milano, 1978; M. Merlo, Leggende lombarde, Milano, 1979; L. Beduschi, Leggende e racconti popolari della Lombardia, Roma, 1983.

Media

Lombardia.Lombardia.

Collegamenti