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Róma

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capoluogo della provincia omonima e della regione Lazio e capitale della Repubblica Italiana, 20 m s.m., 1287,60 km², 2.872.021 ab. nel 2014 (romani), patrono: san Pietro (29 giugno).

Generalità

Città situata a circa 25 km dal Mare Tirreno, nel cuore della Campagna Romana, vasta pianura ondulata aperta tra i monti Sabatini, i monti Sabini e i Colli Albani, e attraversata da NE a SW dal corso del Tevere, che immediatamente a N dell'abitato riceve da sinistra il fiume Aniene. Roma è la città più estesa e popolosa d'Italia e centro storico, artistico e culturale di grandissima importanza; è inoltre, con lo Stato della Città del Vaticano, capitale storica e politica della cristianità. La città, che si è sviluppata in prevalenza sulla sinistra del Tevere, si stende sul fondovalle alluvionale e sulle modeste alture collinari costituite dai lembi residui dell'estremo settore nordoccidentale dell'ampio espandimento vulcanico laziale, frazionato dall'erosione del Tevere e dei suoi affluenti in una dozzina di modesti rilievi collinari. Nel volgere dei secoli questi furono progressivamente spianati e contemporaneamente vennero parzialmente colmate le piccole valli e le depressioni che li separavano, per cui non sono ormai quasi più avvertibili, se non nel Campidoglio, nell'Aventino e nel Palatino, le ripide scarpate originarie. La posizione topografica fu favorevole al primo insediamento della città: la presenza, infatti, di tali lembi collinari dalla sommità spianata, che non offrivano quindi ostacoli alle costruzioni edilizie, e dai ripidi versanti, atti alla difesa, e l'agevole passaggio di un fiume navigabile in prossimità di un'isola fluviale, l'Isola Tiberina, furono certamente alcune fra le principali ragioni che condizionarono la scelta dell'ubicazione della città e il suo iniziale sviluppo. Questo fu favorito in seguito dalla situazione geografica assai vantaggiosa per la vicinanza del mare, la navigabilità del Tevere fino alla foce, la vasta pianura circostante e le valli in essa convergenti, che facilitavano la penetrazione verso l'interno della penisola in ogni direzione. Fino al 1972 la città, secondo la ripartizione ufficiale, è stata suddivisa in ventidue rioni, compresi entro la cerchia delle mura aureliane tranne il rione Prati; trentacinque quartieri, tre dei quali non fanno parte della città vera e propria (quartieri marini di Ostia Ponente, Ostia Levante e Castel Fusano) e sei suburbi, oltre a cinquantanove zone in cui si ripartiva la sezione della Campagna Romana compresa nel vasto comune. Da quella data sono state delimitate venti circoscrizioni, ai fini del decentramento amministrativo e dei servizi, mentre la precedente ripartizione ha conservato un valore toponomastico-statistico. Il comune di Roma è il più vasto fra quelli italiani, più esteso anche di alcune province. Oltre a Roma , i centri principali sviluppatisi all'interno del suo comune, quasi tutti legati alla grande città da strette relazioni funzionali, sono situati lungo il mare o presso la costa. Essi sono: Lido di Ostia, centro balneare e residenziale immediatamente a S della foce del Tevere; Ostia Antica, nel suo retroterra, in prossimità delle rovine dell'antica città portuale; Fiumicino (comune autonomo dal 1992), alla destra della foce navigabile del Tevere, presso il quale è stato collocato (con apertura al traffico nel 1961) l'aeroporto intercontinentale e Maccarese, nel cuore dell'omonima bonifica. La straordinaria bellezza della città e la complessità degli interessi storico-culturali, artistici, religiosi, mondani e amministrativi costituiscono validi motivi di richiamo per un numero sempre crescente di turisti italiani e stranieri. Roma dispone oltre dell'aeroporto intercontinentale “Leonardo da Vinci” di Fiumicino, uno dei massimi scali aerei del mondo, e dell'aeroporto internazionale “Giovan Battista Pastine” di Ciampino, di undici stazioni ferroviarie, più quella dello Stato della Città del Vaticano, con numerose linee, di una fitta rete di strade di grande comunicazione (tutte collegate fra di loro dal Grande Raccordo Anulare che circonda la città), alcune delle quali ricalcano il tracciato delle antiche vie romane (l'Aurelia, la Cassia, la Flaminia, la Salaria e l'Appia), delle autostrade per Milano, Reggio di Calabria, L'Aquila, Pescara, Civitavecchia e Fiumicino. All'efficienza di tali servizi non corrispondono però né lo sviluppo della navigazione sul Tevere, ormai trascurabile, né la consistenza degli impianti portuali di Fiumicino, sfruttati prevalentemente per la navigazione di cabotaggio. Si aggiunga infine, a completare il quadro delle attrezzature logistiche, la cronica carenza dei servizi di trasporto nell'ambito urbano anche per il modestissimo sviluppo della rete metropolitana. Inaugurata nel 1955, una prima linea, successivamente ampliata, collega la stazione Termini con l'EUR e con la stazione di Ostia-Lido, servendo anche San Paolo e Magliana; una seconda linea, dalla fine degli anni Settanta, attraversa il centro urbano in direzione NW-SE, dal quartiere Trionfale a Cinecittà, mentre sono in corso ulteriori ampliamenti della rete. Dall'ultimo decennio del Novecento ha assunto un consistente rilievo l'immigrazione di extracomunitari. Sede vescovile, tenuta dal papa, Roma ospita anche una delle università più grandi del mondo e la sede della FAO.

Scienze giuridiche: la Legge per Roma capitale

La legge del 15 dicembre 1990, n. 396, ha predisposto una serie di interventi funzionali all'assolvimento da parte della città di Roma del ruolo di capitale della repubblica. In particolare, si tratta di misure tese alla riqualificazione del quadrante E della città, nonché a definire organicamente il piano di localizzazione delle sedi del Parlamento, del governo, delle amministrazioni e degli uffici pubblici. Al risanamento della capitale si punta attraverso la conservazione del patrimonio monumentale, la tutela dell'ambiente, la riqualificazione delle periferie, l'adeguamento dei servizi pubblici di trasporto, la qualificazione delle università e la costituzione di un polo europeo dell'industria, dello spettacolo e della comunicazione. Presso la presidenza del Consiglio dei Ministri è istituita la Commissione per Roma capitale.

Urbanistica e architettura: le origini

Le prime testimonianze di insediamenti stabili sono costituite dai materiali della media Età del Bronzo (metà del II millennio a. C.) rinvenuti a Sant'Omobono, a poca distanza dal guado presso l'Isola Tiberina, elemento topografico di primaria importanza per le prime fasi di sviluppo di Roma. Già nel corso della tarda età del bronzo si hanno reperti riferibili a nuclei insediativi anche nella valle del foro e sul Palatino; nel sec. X e nella prima metà del sec. IX a. C. la situazione fu quella di piccoli abitati alternati a nuclei sepolcrali sul Palatino, nel Foro e sul Campidoglio. Il ricordo mitico di questo periodo è rintracciabile nella tradizione del Septimontium, una festività antichissima che coinvolgeva diverse località, montes, che richiamano a una realtà urbana ancora in formazione. Si tratterebbe dei tradizionali sette colli (Campidoglio, Aventino, Celio, Esquilino, Viminale, Quirinale, Palatino), secondo Varrone, che spiega in questo modo l'etimologia del nome; ma si stratta invece di otto distinte località, come afferma Festo attingendo al lavoro di un più antico erudito, Antistio Labeone (Palatium, Velia, Fagutal, Subura, Cermalus, Caelius, Oppius, Cispius). Già nel corso della seconda metà del sec. IX a. C. la situazione mutò radicalmente: mentre il sepolcreto fu spostato all'Esquilino, tutta l'area compresa tra Campidoglio, Foro e Palatino fu occupata da un grande centro protourbano. La tradizione antica, che definiva come Roma quadrata l'originario abitato del Palatino, sembra essere confermata dai resti di fondi di capanne rinvenuti all'angolo sud-occidentale del colle e dalle fortificazioni della stessa altura, databili alla metà del sec. VIII a. C. Questa scoperta, nota anche al grande pubblico come il “muro di Romolo”, costituirebbe un'eccezionale conferma alla veridicità sostanziale della tradizione sulla fondazione della città. È inoltre possibile individuare la struttura, di età arcaica, che era comunemente identificata come Casa Romuli. Secondo la tradizione, Servio Tullio divise la città in quattro regioni o tribù territoriali: Suburana (Celio), Esquilina (Oppius, Cispius, Fagutal), Collina (Viminale e Quirinale), Palatina (Palatium, Cermalus, Velia), lasciando fuori il Campidoglio che costituiva l'acropoli (l'Aventino fu inserito nel pomerio urbano solo in età imperiale). A Servio Tullio e ai Tarquini, quando Roma era governata da una dinastia etrusca, si attribuiscono la costruzione di un'ampia cerchia di mura, le bonifiche della valle compresa tra il Campidoglio e il Palatino (Foro) con la cloaca maxima e della vallis Murcia per la prima sistemazione del Circo Massimo, nonché la costruzione di diversi templi, tra cui quello di Giove Capitolino ornato dalle statue fittili di Vulca. I ritrovamenti archeologici (soprattutto terrecotte architettoniche) confermano che alla fine del sec. VI a. C. Roma aveva già notevole importanza, con santuari sul Palatino, nel Foro Boario, sull'Esquilino e sul Quirinale ed edifici (tra cui la reggia, sede di rappresentanza del re) nel Foro; alle fortificazioni serviane, formate in gran parte da terrapieni e fossati, possono appartenere alcuni tratti di mura sul Palatino, sul Campidoglio e sull'Esquilino. Dell'inizio dell'età repubblicana sono il tempio di Saturno e quello dei Castori nel Foro, e quello di Cerere ai piedi dell'Aventino. Dopo un periodo di relativa stasi edilizia, in cui si ricorda solo il tempio di Apollo nel Campo Marzio (ca. 430 a. C.), fuori del pomerio perché culto straniero, si ebbe un'intensa ripresa edilizia dopo l'incendio gallico (390 a. C.) quando, secondo le fonti, Roma fu riedificata in un anno solo. Tra il 378 e il 350 a. C. furono costruite le nuove mura (inesattamente dette “serviane”, di cui restano cospicui resti sul piazzale della stazione Termini e sul Quirinale; l'Aventino, giuridicamente e sacralmente un luogo extraurbano, venne incluso entro la cinta muraria per motivi strategici), che racchiudevano un'area di oltre 400 ettari con un percorso di circa11 km, aperto da numerose porte (Pandana e Ratumena sul Campidoglio, e inoltre Fontinalis, Sanqualis, Salutaris, Quirinalis, Collina, Viminalis, Esquilina, Caelimontana, Capena, Naevia, Raudusculana, Lavernalis, Trigemina, Carmentalis, Flumentana): Roma era già allora la più vasta e importante città della penisola. Per tutto il sec. IV e III a. C. le fonti ricordano, oltre a nuove sistemazioni sul Campidoglio e nel Foro (tra cui statue onorarie, probabilmente di fattura greca o magnogreca) e la costruzione del Circo Flaminio (220 a. C.), molti nuovi templi, non facilmente identificabili; i più antichi templi in pietra di cui restano parti consistenti sono quelli detti C (forse sec. IV a. C.) e A (seconda metà del sec. III a. C.) di largo Argentina. Nel sec. II a. C. si ebbero le prime sistemazioni urbanistiche a carattere monumentale nella zona del Foro (basiliche, archi trionfali e onorari) e nei quartieri commerciali presso il Tevere (portici e grandi magazzini, tra cui il portico Emilio, in parte conservato), nonché altri numerosi templi nel Campo Marzio meridionale, e si moltiplicarono le ricche case patrizie soprattutto sul Palatino. Tra il sec. III e II a. C. si compie una vera e propria rivoluzione nell'urbanistica e nell'architettura della città, che vede sempre più presenti e utilizzati i modelli ellenici; dal sec. II a. C. in poi si impone il marmo come materiale costruttivo privilegiato per le grandi realizzazioni monumentali. Foro e Campidoglio furono poi in parte rinnovati nell'età di Silla anche con la costruzione del grande archivio di Stato (Tabularium), per opera del console Q. Lutazio Catulo (78 a. C.), in probabile connessione con l'aerarium del vicino tempio di Saturno. Il complesso degli edifici di Pompeo (teatro col tempio di Venere Vincitrice e grandi porticati) si estese invece nell'area più periferica del Campo Marzio centrale. Il nuovo grande piano regolatore previsto da Cesare (Lex de urbe augenda) che prevedeva, tra l'altro, la deviazione del Tevere, non fu attuato per la morte del dittatore; egli costruì tuttavia nuovi edifici nel Foro (basilica e curia Iulia), che ampliò con la grande piazza monumentale intitolata al suo nome col tempio di Venere Genitrice, la cui statua era opera di Arcesilao. Nuovo volto assunse la città con Augusto, che si vantò di averla trovata di mattoni crudi e di averla lasciata di marmo e che ricordò le sue opere (tra cui l'edificazione e il restauro di 82 templi) anche nelle Res gestae incise davanti al suo mausoleo. Il Palatino divenne sede della reggia imperiale, che si estendeva dal tempio di Vesta ai margini del Foro sino alle pendici verso il Circo Massimo, dove è stata scavata la casa abitata da Augusto, a valle della cosiddetta casa di Livia; accanto a essa sorge il tempio di Apollo Palatino, a ricordo della vittoria di Azio. Augusto rinnovò anche i monumenti del Foro Romano (tempio del Divo Giulio, dei Castori e della Concordia) e costruì il suo nuovo grande Foro col tempio di Marte Ultore nell'area occupata prima dalla malfamata Suburra. Costruzioni monumentali sorsero anche nella zona dei fori Boario e Olitorio e del Campo Marzio meridionale (teatro di Marcello e tempio di Apollo Sosiano) e soprattutto nel Campo Marzio centrale e settentrionale: il più antico Pantheon e le terme di Agrippa (primo bagno pubblico), i grandi Saepta per i comizi (la grande zona che per la prima volta con Augusto assume un assetto monumentale, destinato a segnare l'intera zona per tutta l'età imperiale) e infine l'Ara Pacis, l'obelisco solare e il grande mausoleo funerario dell'imperatore (Augusteo). Le zone periferiche furono occupate da grandiose ville patrizie, tra cui i giardini (horti) di Mecenate sull'area del precedente sepolcreto popolare dell'Esquilino e quelli degli Acilii e di Lucullo sul Pincio. Augusto dette anche un nuovo assetto amministrativo alla città, estesa ormai ben oltre le mura del sec. IV a. C., con una divisione in 14 regioni (suddivise a loro volta in vici, cioè quartieri, cui presiedevano i vicomagistri), che restò fino alla fine dell'età antica (regio I, Porta Capena; II, Caelimontium; III, Isis et Serapis; IV, Templum Pacis; V, Esquiliae; VI, Alta Semita; VII, Via Lata; VIII, Forum Romanum; IX, Circus Flaminius o Campus Martius; X, Palatium; XI, Circus Maximus; XII, Piscina Publica; XIII, Aventinus; XIV, Transtiberim: i nomi sono però, almeno in parte, più tardi). L'aspetto di Roma non fu molto mutato dagli immediati successori di Augusto (di Tiberio sono i Castra Praetoria, grande caserma dei pretoriani; di Caligola il circo del Vaticano, non più visibile, nei giardini della madre Agrippina; di Claudio la cosiddetta Porta Maggiore con nuovi acquedotti) sino a Nerone che, dopo il premeditato incendio del 64, studiò un nuovo piano urbanistico più regolare, con larghe strade fiancheggiate da portici, piazze con fontane e case isolate l'una dall'altra; gran parte del centro cittadino fu però occupato dalla sua reggia grandiosa (la Domus Aurea) che dal Palatino si estendeva sino all'Esquilino, ma che non durò oltre la sua morte. In questo orizzonte cronologico si inserisce lo straordinario affresco rinvenuto nel 1998 sul Colle Oppio, che rappresenta la veduta di una città, con templi, quartieri abitativi, un teatro e un ampio fiume attraversato da un ponte; la città si presenta inoltre cinta da un poderoso circuito di mura fortificate, con torri di guardia disposte a distanze regolari. La scoperta è stata accolta con entusiasmo dagli specialisti, ma ha avuto grande eco anche al di fuori della cerchia degli addetti ai lavori. In un primo tempo si era pensato (e si era sperato) che la città riprodotta fosse la stessa Roma: in questo caso l'affresco del Colle Oppio avrebbe acquisito un'importanza eccezionale per la conoscenza del suo antico impianto urbanistico e avrebbe potuto porsi come ideale riscontro della Forma Urbis (la pianta marmorea di Roma fatta realizzare in epoca severiana e della quale si sono conservate solo alcune porzioni). Successive e più attente osservazioni hanno portato a escludere quest'ipotesi e, se è sempre più predominante la tendenza a riconoscervi una città ideale, non sono mancate altre ipotesi di identificazione; tra queste, Verona, Londra, Arles, Beirut sono le più accreditate. La precisa datazione dell'affresco sarà possibile quando saranno chiarite posizione e contesto delle strutture. Il risanamento urbanistico continuò sotto i Flavi, cui si devono anche la ricostruzione di molti monumenti pubblici del Campo Marzio e del Campidoglio, danneggiati da un incendio nell'80, e la costruzione di nuovi, soprattutto da parte di Domiziano: il nuovo palazzo imperiale sul Palatino (Domus Augustana); il Colosseo, sul luogo prima occupato dallo stagno della reggia di Nerone; il templum Pacis e quindi il Foro Transitorio (completato poi da Nerva) che lo univa al Foro di Augusto; lo stadio di Domiziano, oggi piazza Navona, e il vicino odeon, di cui palazzo Massimo ripete la curva. Un nuovo e più grande Foro fu infine costruito da Traiano e dal suo architetto Apollodoro tagliando la sella che univa il Quirinale al Campidoglio (l'altezza della famosa colonna corrispondeva a quella del taglio) e sistemando, sulle pendici del Quirinale, il grande complesso dei mercati. Di Adriano sono il grande tempio di Venere e Roma tra il Foro e il Colosseo, la ricostruzione del Pantheon, il grande mausoleo al di là del Tevere, oggi Castel Sant'Angelo, unito al Campo Marzio dal ponte Elio; di Antonino Pio il tempio di Adriano in piazza di Pietra; di Marco Aurelio, o piuttosto di Commodo, la colonna istoriata di piazza Colonna. Grande importanza ebbe anche, per tutto il sec. II, l'edilizia privata, caratterizzata da regolari insulae a più piani. L'attività edilizia di Settimio Severo fu anch'essa notevole (l'incendio del 191 aveva gravemente danneggiato la zona del Foro e del Palatino) ed è testimoniata, oltre che da molti restauri di antichi monumenti, dall'ampliamento del palazzo imperiale con la costruzione del prospetto scenografico del Settizodio e dalle grandiose terme completate dal figlio Caracalla, che dette loro il nome: di quest'epoca è la Forma Urbis, preziosa anche se incompleta pianta della città incisa su lastre marmoree. Nel sec. III Roma , le cui mura di età repubblicana erano ormai abbandonate o distrutte, ebbe nuovamente bisogno di essere difesa. Le nuove mura di Aureliano (272-280) completate da Probo (in gran parte conservate con notevoli rifacimenti posteriori, da Massenzio a Onorio, a Belisario) si estesero per una lunghezza di circa 19 km, inglobando, in parte con percorso irregolare, edifici precedenti (i giardini degli Acilii, oggi Muro Torto; Castro Pretorio; arcate dell'acquedotto Claudio a Porta Maggiore; anfiteatro castrense); vi si aprivano, oltre a porte minori (posterule) numerose porte a uno o due archi fiancheggiate da torri (porte Pinciana, Tiburtina, Asinaria, Metronia, Latina, Appia o di San Sebastiano e Ostiense; altre come la Cornelia, la Salaria, la Nomentana o la vecchia Porta Portuense furono demolite o chiuse in seguito). Nello stesso secolo l'attività edilizia urbana fu relativamente scarsa: si può ricordare il rifacimento delle Terme Neroniane al Campo Marzio da parte di Alessandro Severo e il tempio del Sole di Aureliano, presso l'odierna piazza San Silvestro. Una ripresa dell'attività edilizia, l'ultima per l'età antica, si ebbe infine con Massenzio (basilica presso il Foro ultimata da Costantino, circo sulla via Appia con il sepolcro del figlio Romolo), con Diocleziano (grandiose terme presso la stazione Termini, rifacimento della Curia) e con Costantino (nuove terme sul Quirinale) cui si devono anche le prime basiliche cristiane. Dell'età di Diocleziano è probabilmente la prima redazione dei cosiddetti Cataloghi Regionari (Notitia e Curiosum Urbis Romae regionum XIIII, conservati in diversi codici dal sec. VIII in poi), che elencano, divisi per regioni, i principali monumenti della città, la quale, nel sec. II, aveva avuto probabilmente un milione e mezzo di abitanti, che allora però erano notevolemente diminuiti.

Urbanistica e architettura: Roma cristiana

Nel sec. IV, chiuso il grande ciclo di sviluppo della Roma imperiale pagana, ebbe inizio un periodo di decadenza e di contrazione urbana (sec. V-VII), diretta conseguenza dei saccheggi dei barbari, di terremoti e della caduta del potere centrale. Se la città si ridusse notevolmente, e per superficie e per numero di abitanti (che si concentrarono prevalentemente nella zona del Campo Marzio), nel complesso la Roma cristiana si venne innestando sulla base della pianta derivata dalle varie pianificazioni imperiali, definita nella sua forma stellare dalle mura aureliane e strutturata sulla base dei grandi percorsi di penetrazione disposti a raggiera. Contemporaneamente alla contrazione della città imperiale e alla degradazione e spoliazione dei suoi monumenti (l'uso di trarre dai monumenti antichi materiale da costruzione continuò per secoli, fino al Rinascimento), la Roma cristiana rafforzò il suo sviluppo. I primi grandi monumenti della cristianità, le basiliche, sorsero dapprima fuori dalla città (San Paolo, San Lorenzo, detti appunto “fuori le mura”), poi all'interno, in posizione periferica (San Giovanni in Laterano, Santa Maria Maggiore), raggiungendo infine il centro stesso con la sovrapposizione su antichi organismi edilizi. Così San Pietro occupò in parte il circo neroniano; la residenza imperiale della Domus Lateranensis fu trasformata in residenza pontificia; il Pantheon stesso fu adibito al culto cristiano nel 608. Il rafforzarsi del potere religioso creò le basi della ripresa della città intorno al sec. VIII. Se la Roma cristiana da una parte si inserì nel tessuto urbano precedente, dall'altra lo venne modificando in ragione dell'esistenza dei nuovi poli di attrazione costituiti dalle basiliche, cardini della ripartizione ecclesiastica, intorno alle quali sorsero monasteri, ospedali, diaconie (con funzioni annonarie), xenodochi (con funzioni assistenziali), scholae (ricoveri militari), tituli (chiese parrocchiali), portando anche alla creazione di nuovi percorsi. Data la contrazione della città, le aree periferiche vennero perdendo la loro importanza, mentre si infittì notevolmente l'area racchiusa tra l'ansa grande del Tevere (comprendente il Campo Marzio), il Campidoglio e il Quirinale, con le due appendici della Suburra e di Trastevere. Questa fu l'area coperta da Roma per tutta l'epoca medievale, caratterizzata da una massa continua di case, da vie strette e tortuose, dall'assenza di un unico centro cittadino, religioso e politico; fu proprio questa isotropia a rendere più difficili massicci interventi urbani, che in effetti mancarono anche nei secoli successivi. Intorno ai sec. VIII-IX fu necessaria la costruzione di nuovi sistemi difensivi contro le invasioni saracene (ai papi Giovanni VIII e Leone IV risalgono rispettivamente Giovannipoli, intorno a San Paolo, e la Città Leonina, intorno alla zona attuale di San Pietro, detta Borgo), mentre grande importanza strategica assunse il mausoleo di Adriano, collegato al Campo Marzio col ponte Elio e alla sede pontificia del Laterano dalla via Maior. All'interno di Roma il crollo di edifici imperiali creò alterazioni nel livello del terreno, con la formazione di “monti” (Giordano, Citorio ecc.), portando anche modificazioni nei percorsi. Nel Campo Marzio si generalizzò l'utilizzazione di edifici imperiali per nuovi insediamenti abitativi (come avvenne nello stadio di Domiziano, attuale piazza Navona), mentre si affermò una nuova tipologia edilizia corrispondente all'accresciuto potere delle famiglie gentilizie: le case-forti o rocche, dalle tipiche torri che caratterizzarono il paesaggio urbano della Roma medievale. Le rocche, spesso occupando antichi edifici pubblici (la casa-forte dei Pierleoni sorse sul teatro di Marcello), e, nei quartieri di nuova formazione, si sostituirono a poco a poco ai centri religiosi nella funzione gravitazionale. Il raggrupparsi della vita cittadina attorno alle rocche baronali (veri nuclei edilizi a carattere curtense) e alle basiliche provocò la decadenza del Foro, che ancora nei secoli precedenti aveva mantenuto la sua funzione di luogo di pubblica riunione.

Urbanistica e architettura: tra Rinascimento e Barocco

Dopo un periodo di grave decadenza, il ritorno della corte pontificia da Avignone e lo sviluppo del papato verso forme sempre più mondane, nella nuova consapevolezza del suo fondamentale ruolo politico fra le potenze europee, furono alla base dell'intenso processo di rinnovamento architettonico e urbanistico che trasformò Roma , in pochi decenni, in una grande città rinascimentale e barocca. Nel sec. XVI l'abitato si estese nelle vaste aree ancora libere, specialmente sulle pendici del Pincio, sul Viminale e sull'Esquilino, e si arricchì di numerose insigni opere architettoniche (fra le quali la grande basilica di San Pietro), di piazze, viali, parchi e giardini. Sotto il profilo urbanistico, l'epoca rinascimentale significò la regolarizzazione di Roma secondo un sistema unitario. Importanti interventi furono compiuti sulla maglia stradale, sia rettificando percorsi già esistenti (con demolizioni o allineamenti di facciata), sia collegando con nuove vie rettilinee le varie zone (via della Lungara tra il Vaticano e Trastevere; via Giulia ecc.). Questo processo comportò anche la specializzazione di alcune parti urbane: così i centri di piazza Navona e di Campo de' Fiori, posti in collegamento con i porti di Ripa Grande e di Ripetta, si qualificarono come aree commerciali, mentre il Campidoglio e il Vaticano, oggetto di imponenti interventi architettonici, si posero come i riferimenti istituzionali preminenti rispettivamente per il potere laico e per quello ecclesiastico. Le grandi trasformazioni urbane culminarono, nella seconda metà del Cinquecento, col piano elaborato da D. Fontana su incarico di Sisto V, voluto sia per rispondere al costante aumento della popolazione, sia per fare della città un grande centro per il turismo religioso e per la propaganda della Controriforma. La città recuperò tutta la fascia collinare orientale entro le mura aureliane, col conseguente spostamento verso E della struttura urbana e la maggiore importanza acquisita dalla via Lata (via del Corso), come asse centrale. Il piano di Fontana diede anche definizione a una serie di progetti precedenti: quello della sistemazione di Borgo, già voluto da Niccolò V; quello dell'edificazione del tridente di piazza del Popolo (progettato sotto Leone X e Clemente VII) con l'occupazione della zona compresa tra la via Lata e la via Paolina Trifari (oggi via del Babuino); quello dell'urbanizzazione dell'ansa del Tevere, già ideata sotto Sisto IV e Giulio II. Di grande interesse, sia per razionalità di impianto sia per abilità tecnica fu il sistema di collegamento dei vari nuclei sparsi attorno alla basilica di Santa Maria Maggiore, per mezzo delle vie Gregoriana, Sistina, Merulana ecc., assi viari che si rivelarono poi determinanti per lo sviluppo urbano dei secoli successivi. Grandiose furono le realizzazioni urbanistico-architettoniche del Seicento e della prima metà del Settecento, volte all'unificazione di elementi già esistenti in complessi organici di scenografico impianto (oltre a San Pietro, che trovò nel Seicento il suo completamento, si ricordano piazza Navona, piazza di Spagna, i complessi del Laterano e del Quirinale), in una studiata relazione tra i prospetti e gli assi viari: vale per tutti l'esempio della via Trinitatis (oggi via Condotti), che ha per sfondo la fontana, la scala e la facciata della chiesa di Trinità dei Monti . Roma aveva ormai assunto la sua impronta definitiva, monumentale e grandiosa, a volte magniloquente, ma sempre estremamente suggestiva per gli armoniosi accostamenti e le interessanti sovrapposizioni dei dati storico-artistici più disparati in un contesto urbanistico composito e affascinante. Il periodo che va dalla seconda metà del Settecento al 1870 non conobbe grandi interventi su scala urbanistica. Sotto l'amministrazione francese dell'inizio del sec. XIX fu progettato un potenziamento dei servizi pubblici, che non ebbe però seguito.

Urbanistica e architettura: dal 1870 al fascismo

Con il 1870 prese avvio un'espansione urbanistica senza precedenti. Se fino ad allora il blocco compatto del caseggiato occupava meno di un terzo dell'area racchiusa dalle mura aureliane, in pochi decenni lo sviluppo edilizio infittì di costruzioni buona parte di tali spazi e spinse nuovi quartieri residenziali oltre i limiti per tanti secoli segnati da quelle mura. Il piano di A. Viviani (1873) stabilì la direttrice di sviluppo verso E (Castro Pretorio, Esquilino e Viminale); tuttavia le pressioni della speculazione edilizia portarono a inserire nel programma di ampliamento anche l'area dei Prati di Castello, dando inizio così al fenomeno della crescita disordinata a “macchia d'olio”. Negli ultimi trent'anni del sec. XIX sorsero i nuovi quartieri del Celio, dell'Esquilino, del Testaccio e dei Prati; il corso del Tevere fu regolato definitivamente con la costruzione di grandi muraglioni, per impedire le frequenti inondazioni che più volte avevano danneggiato la città, e furono aperti le grandi piazze Vittorio Emanuele II, delle Terme e dell'Indipendenza, il corso Vittorio Emanuele II e le vie Nazionale e Cavour. La popolazione intanto aumentava in misura considerevole, specialmente in seguito all'immigrazione dalle aree agricole e pastorali del Lazio e dalle altre province dell'Italia centrale e meridionale. Nel 1871 gli abitanti risultavano 245.000, ma nel censimento effettuato all'inizio del sec. XX (1901) erano già saliti a 425.000, dando origine a tutto un complesso di problemi sociali (posti di lavoro, abitazioni, scuole, ospedali e servizi vari), che il continuo ulteriore aggravarsi del carico demografico non ha mai consentito di risolvere, ma neppure di affrontare con equilibrio e lungimiranza. Il piano del Saint-Just (1909) stabilì come zona di espansione tutta la fascia collinare nordorientale (Flaminio, Salario, Nomentano) basata sui due assi via Nomentana-viale Regina Margherita-Parioli, comprendente la nuova università, Villa Borghese e Valle Giulia. Nonostante ciò l'espansione edilizia continuò in modo irregolare, estremamente confuso e a volte caotico. All'inizio del sec. XX il caseggiato si estese oltre le mura aureliane, seguendo in prevalenza le direttrici tradizionali costituite dalle vie consolari Aurelia, Flaminia, Salaria, Nomentana, Tiburtina, Prenestina, Casilina, Tuscolana, Appia Nuova, Ostiense e Portuense. Intorno al 1920, quando la città contava oltre 660.000 ab., si formarono le due prime appendici esterne, cioè i centri satelliti di Aniese, ribattezzato poi quartiere Monte Sacro, sulla via Nomentana, e della Garbatella, fuori porta San Paolo. Durante il ventennio fascista, che vide pressoché raddoppiarsi la popolazione romana (1.156.000 ab. nel 1936), le trasformazioni nel tessuto urbano della città furono ingenti. Il piano regolatore del 1931 confermò il modello radiocentrico già esistente, attribuendo al centro la funzione direzionale; caratteristici di questo periodo furono le demolizioni di alcune aree dei vecchi rioni, con l'intento di rinnovare la “grandiosità” romana: congiunzione di piazza Venezia col Colosseo per mezzo della via dei Fori imperiali; demolizione della “spina” di Borgo con l'apertura della via della Conciliazione; isolamento del mausoleo di Augusto nella piazza Augusto Imperatore. Vennero aperti inoltre le vie Barberini, Bissolati e il corso del Rinascimento; furono edificati il Foro Mussolini, ribattezzato poi Foro Italico, e il complesso di costruzioni monumentali, destinate a ospitare la programmata esposizione universale del 1942, intorno al quale si è formato, nel secondo dopoguerra, l'odierno quartiere dell'EUR.

Urbanistica e architettura: dal dopoguerra al XXI secolo

L'abusivismo era destinatoa rimanere uno dei problemi cruciali dell'urbanistica romana: al censimento del 1951, quando il comune contava 1.652.000 ab., circa 100.000 di questi risultavano alloggiati in abitazioni improprie. Il miglioramento delle condizioni economiche permise il graduale riassorbimento del fenomeno, almeno nelle sue manifestazioni più crude, mentre diede il via al proliferare di nuclei edilizi spontanei in tutta la fascia periferica: nel 1953 se ne contavano già 31 e nel 1978 ne sarebbero stati “perimetrati” – ovvero inclusi, con apposita sanatoria, nella città “regolare” – ben 86, con una popolazione complessiva superiore alle 800.000 unità. Una nuova esplosione demografica, in effetti, investì Roma negli anni Cinquanta (2.188.000 ab., secondo il censimento del 1961) e Sessanta del sec. XX (2.782.000 ab., secondo il censimento del 1971), vanificando gli orientamenti del nuovo piano regolatore adottato nel 1962, il quale, nel tentativo di salvaguardare l'integrità del centro storico, previde l'espansione residenziale soprattutto verso E e verso S, appoggiandola a una maglia stradale costituita dall'intersezione delle vie consolari e del collegamento delle autostrade (da e per Firenze, l'Abruzzo e Napoli) con un sistema di “tangenziali”. Principale di queste ultime sarebbe stato un “asse attrezzato” di collegamento fra i due poli fondamentali delle attività terziarie superiori: il progettato SDO (Sistema Direzionale Orientale), che avrebbe dovuto interessare una fascia lineare della lunghezza di circa 7 km, attraverso i quattro comprensori di Pietralata, Tiburtino, Casilino e Centocelle, e l'EUR-Cristoforo Colombo, dove di fatto si era realizzato l'unico e parziale decentramento di tali attività dal nucleo centrale. Il piano, dunque, è rimasto per la massima parte inapplicato, nonostante una serie di successive varianti, con gli effetti di abusivismo già ricordati e la prosecuzione della tendenza di crescita “a macchia d'olio” dell'intera agglomerazione, generalmente in forme massive (specie nei quadranti orientale e nordoccidentale) con limitate eccezioni di accettabile livello qualitativo (in particolare Casal Palocco, a SW, e Olgiata-Formello, a N), ancorché isolate e prive di servizi adeguati. Il rallentamento nella crescita di popolazione (2.831.000 ab., secondo il censimento del 1981; 2.693.000 ab., secondo il censimento del 1991), preludio all'attuale flessione, se da un lato trova riscontro nel quadro generale delle più grandi città del mondo sviluppato, dall'altro lato vede accentuate, nello specifico caso romano, motivazioni legate all'insufficiente pianificazione urbanistica, ai valori elevatissimi della rendita fondiaria (che hanno finito per rendere proibitivo l'acquisto di abitazioni, mentre la legge sull'equo canone, del 1978, ha sortito il risultato di ridurne drasticamente l'offerta in locazione) e alla soffocante congestione del traffico. Tali disfunzioni potranno, forse, venire attenuate dalla liberalizzazione del mercato immobiliare, avviata su scala nazionale nel 1992, e dall'espansione del trasporto pubblico (ivi inclusa la metropolitana), oltre che dall'effettiva realizzazione del decentramento funzionale, in un processo che appare tuttavia lungo e incerto. Non è perciò un caso che uno degli impegni più ambiziosi, assunto nel 1994, sia stato quello del PAG (Piano di Assetto Generale), uno strumento che ha per obiettivo l'attuazione di una serie di interventi sulla rete ferroviaria dell'area romana. Nell'ambito del PAG sono state individuate le direttrici di collegamento fra i maggiori centri dell'area romana e le stazioni dell'anello di cintura e della metropolitana, sulle quali attivare progressivamente un servizio di trasporto ferroviario-metropolitano ad alta frequenza, integrato attraverso parcheggi e nodi di scambio con le altre reti del trasporto pubblico e con il trasporto privato. Fra gli interventi prioritari di adeguamento funzionale e ambientale della viabilità, che migliora l'accessibilità delle aree ferroviarie, è compresa la previsione della nuova strada interquartiere di circonvallazione interna fra via Nomentana e via Cristoforo Colombo e le sue connessioni a SW, oltre il Tevere, con un nuovo ponte; e a NE con il nodo di scambio di Ponte Mammolo e, attraverso la nuova “trasversale nord” con via Togliatti da completare come grande tangenziale urbana del settore orientale. In questa prospettiva, le tre stazioni centrali più importanti (Termini, Ostiense e soprattutto Tiburtina, futuro scalo dell'alta velocità), ma anche le stazioni minori periferiche e quelle dell'area romana acquistano una nuova “centralità” come nodi di un sistema policentrico territoriale; infatti, con l'obiettivo di acquisire nuova domanda al trasporto pubblico e di migliorare l'economia e la qualità degli spostamenti, il PAG ha posto le basi per trasformare le stazioni non solo in efficienti nodi di scambio, ma anche in centri di supporto per le attività lavorative e per le attrezzature di servizio d'interesse metropolitano, urbano e locale. Afflitta da una cronica congestione del traffico urbano, la città, dal cui centro storico sono state progressivamente espulse le attività a basso reddito per lasciare spazio a quelle del terziario avanzato, sta sperimentando soluzioni moderne (un nuovo Piano Regolatore Generale è stato approvato nel 2003) e antiche (il progetto di decentramento funzionale verso il cosiddetto Asse Attrezzato, poi denominato Sistema Direzionale Orientale, previsto sin dal PRG precedente, adottato nel piano regolatore del 1962, riproposto seppure con diverse variazioni). Nuove funzioni vengono attribuite a diversi settori della città attraverso la riconversione di aree produttive le cui attività vengono progressivamente decentrate. Un esempio paradigmatico è quello della Zona Urbanistica Ostiense: dal 1992 ospita il terzo polo universitario, che andrà a espandersi ulteriormente, sia nelle vaste aree rese disponibili dal decentramento dei Mercati Generali verso una nuova sede più moderna (il grande Centro Agroalimentare Romano, nell'area della Tenuta del Cavaliere, tra la via Tiburtina e l'autostrada Roma-L'Aquila), sia negli spazi dell'ex Mattatoio di Testaccio. La legge per Roma Capitale (15/12/90 n. 396) e il successivo finanziamento di opere urgenti per il Giubileo del 2000 (23/12/96 n. 651) sono stati i due elementi cardine sui quali queste modificazioni si sono basate, nel tentativo di modernizzare la città e di renderla più aderente alle funzioni urbane che una moderna metropoli deve poter garantire. Alcuni spazi culturali sono stati recuperati al pubblico, come le Scuderie papali del Quirinale ed il nuovo Centro per le Arti Contemporanee, mentre altri sono stati creati, come nel caso del nuovo Auditorium, costruito tra le propaggini inferiori della collina dei Parioli e la pianura fluviale su cui sorge il Villaggio Olimpico (edificato in occasione delle olimpiadi del 1960). Opera dell'architetto R. Piano, la struttura dell'Auditorium (la più grande del suo genere in Europa) è stata concepita per essere una piccola “città della musica”, ed è dotata di tre sale di diversa ampiezza e funzione, nonché di una cavea all'aperto capace anch'essa di ospitare eventi con una capienza fino a 3000 spettatori. Gli adeguamenti e le ristrutturazioni hanno interessato anche altri importanti patrimoni culturali, come i Musei Capitolini, la Galleria Borghese, palazzo Altemps, il museo romano di palazzo Massimo, la Domus Aurea, la Galleria Comunale di Arte Moderna e il Museo Montemartini, mentre sono state avviate operazioni di recupero anche molto controverse, come nel caso della nuova sistemazione dell'Ara Pacis su progetto dell'architetto statunitense R. Meier. Nel 2010 è stato inaugurato il Museo nazionale delle arti del XXI secolo (MAXXI), progettato dall'architetto Z. Hadid. Sul versante delle infrastrutture a carattere funzionale possono essere ricordati gli interventi di recupero della Stazione Termini, il potenziamento e l'ammodernamento dell'Aeroporto “Leonardo da Vinci” e la realizzazione della terza corsia sulla maggior parte del Grande Raccordo Anulare, l'incremento della rete ferroviaria urbana e dei parcheggi di scambio. Un decisivo impulso a molte di queste realizzazioni si deve all'evento giubilare del 2000, che ha consentito investimenti di 1,8 miliardi di euro per opere pubbliche a Roma e nel Lazio a fronte di un afflusso di oltre 25 milioni di pellegrini e turisti.

Storia medievale: i Bizantini

Per la storia della città, dalla sua fondazione al Medioevo, vedi Roma antica. Con la caduta dell'Impero d'Occidente, Roma, che già da quasi due secoli aveva perduto il ruolo di capitale, fu politicamente ancor più degradata, in particolare nei confronti di Costantinopoli, la “Nuova Roma”, rimasta indenne dalle tempeste scatenatesi sull'Occidente. A Roma restò tuttavia intatto il prestigio che le derivava dal glorioso passato imperiale e dal presente cristiano, così che su di essa convergevano l'ammirazione e la reverenza del mondo civile e di quello barbarico. Durante la dominazione degli Ostrogoti ariani in Italia, Teodorico non solo onorò Roma (la visitò nel 500 e ordinò a sue spese una serie di restauri), ma aspirò a una stretta collaborazione con quanti ne rappresentavano più degnamente la cultura. Si sa che questa politica lo deluse e, verso la fine della sua vita, la rovesciò infierendo contro i Romani e il papa stesso Giovanni I; ma si sa pure che raccomandò a chi doveva succedergli di ritentare la via della conciliazione. Le cose andarono altrimenti e nel corso della guerra gotico-bizantina (535-553), voluta da Giustiniano per liberare l'Italia dai barbari e riannetterla all'Impero, Roma fu duramente colpita, passando più volte dalle mani degli Ostrogoti di Vitige e di Totila a quelle dei non meno barbarici eserciti di Belisario e di Narsete e subendo assedi, devastazioni, carestie e pestilenze. I papi non ne furono risparmiati, soprattutto per opera dei Bizantini. A guerra vinta, le chiavi di Roma furono mandate a Giustiniano, che fece della città la residenza di un dux bizantino, subordinato all'esarca di Ravenna. Roma rimase formalmente bizantina per due secoli; fu una dominazione onerosa, aggravata da servitù militari, esosità fiscali, pesanti ingerenze degli imperatori in materia di fede, di competenza dei papi (monotelismo nel sec. VII, iconoclastia nel sec. VIII). L'invasione dei Longobardi (568) erose progressivamente la potenza bizantina, ma non apportò benefici a Roma, costretta a sopportarla per non cadere in mano ai Longobardi, che la circondavano in Toscana, a Spoleto e a Benevento. Gli stessi Longobardi dapprima come ariani, poi come cattolici, mirarono alla conquista della città promuovendo parecchie spedizioni a questo fine. Ma in questi secoli oscuri in Roma bizantina andò emergendo al di sopra di ogni altro potere, non solo nel campo spirituale ma anche in quello temporale, la figura del vescovo, il papa. Già con Gregorio I, tra la fine del sec. VI e gli inizi del VII, i Romani affidarono al papa la gestione di alcune attività essenziali d'interesse pubblico trascurate dal governo legittimo (cura dell'annona e degli acquedotti, provvedimenti difensivi, vigilanza su alcune magistrature, esercizio della giustizia ecc.) vedendo in lui il vero defensor civitatis. Si configurò cioè un nuovo potere, destinato, sia pur lentamente e discontinuamente, a raggiungere la sua piena maturità. Al tempo stesso, la società romana, pur sempre turbolenta, si organizzò in tre ordini: il “venerabile clero”, il “felicissimo esercito” (formato non dai soldati bizantini, ma dall'aristocrazia locale) e il popolo dedito all'agricoltura, all'artigianato e al commercio. E questa società autenticamente romana fu di regola antibizantina. Il peso di queste forze locali si manifestò in pieno nel sec. VIII, dal papato di Gregorio II a quello di Adriano I. Fu in questo periodo che i papi trovarono le forze e i consensi per rompere definitivamente coi Bizantini, senza accettare il soccorso dei pur cattolicissimi Longobardi (Liutprando si arrestò tre volte sulla via di Roma e nel 728 fece la prima donazione, quella di Sutri, ai beatissimi apostoli Pietro e Paolo), e per contenere le successive minacce di Astolfo e di Desiderio cercarono quell'alleanza coi Franchi dei re Pipino e Carlo Magno, che distrusse il regno longobardo e, grazie alla donazione (o restituzione, per chi credeva nella falsa donazione costantiniana allora coniata) di Pipino (756), dette origine al nuovissimo Stato della Chiesa, incuneato in mezzo alla penisola tra un mare e l'altro.

Storia medievale: i Carolingi

Ecco dunque di nuovo Roma capitale politica non più di un impero, bensì di uno stato regionale, e insieme centro della cristianità e mitica custode della dignità imperiale. I primi tempi del nuovo stato non furono naturalmente sereni: la tutela imposta su Roma dai re franchi, prima Pipino poi suo figlio Carlo Magno, col titolo di patricii conferito loro dal papa, urtò suscettibilità e interessi legati a situazioni del passato. La stessa incoronazione imperiale di Carlo Magno, avvenuta durante la messa della notte di Natale (800), l'episodio forse più importante del Medioevo occidentale, ebbe come premesse la contrastata politica di Adriano I, intesa a gettare le basi del nuovo governo, e una congiura contro il suo successore Leone III, che rischiò la vita, riparò in Germania presso Carlo Magno e, tornato con lui a Roma, fu da lui reintegrato nel potere e incoronato a San Pietro. A tutta la vicenda partecipò appassionatamente il popolo, sia pure senza una precisa coscienza dei suoi mutevoli atteggiamenti. Gravi incidenti provocarono le competizioni tra il clero e l'aristocrazia (l'exercitus) per accrescere i propri poteri, tanto che Ludovico il Pio inviò a Roma il figlio e futuro imperatore Lotario I per rendervi effettiva la sua tutela: Lotario emanò una severa Costituzione, che limitava fortemente il potere politico del papa, riservandosi il diritto di intervenire nella sua elezione e di esigere da lui il giuramento di fedeltà (824, con Eugenio II). In questa condizione di vassallaggio, i papi, e Roma stessa, subirono le ripercussioni delle guerre tra i Carolingi, soprattutto per opera di Lotario I e Ludovico II. Ai mali di Roma si aggiunsero le incursioni dei Saraceni, che si spinsero fino a saccheggiare le basiliche di San Pietro e di San Paolo (846). Furono poi sconfitti nelle acque di Ostia (849), ma Roma venne intanto munita di un robusto sistema di opere difensive, completate entro l'852 da papa Leone IV (Città Leonina), che scoraggiarono per qualche tempo gli aggressori. Due papi si adoperarono nella seconda metà del sec. IX per alleggerire la pressione imperiale su Roma che, oltre a offendere il primato del capo della cristianità, provocava continui scontri tra fazioni: Niccolò I e Giovanni VIII. Il primo riuscì a tenere di fatto in soggezione Ludovico II, riscattandosi di fronte al popolo dalle umiliazioni che la la sua posizione formale di vassallo comportava. Il secondo ottenne ampi onori da Carlo II il Calvo, ma fu travolto dalle ultime lotte per il potere dei Carolingi, da nuovi assalti saraceni e infine da una congiura che gli costò la vita (882). Ne fu l'animatore Guido II, duca di Spoleto, che aspirava a estendere il proprio dominio su Roma, circondata dai propri feudi umbri e da quelli beneventani suoi alleati. Guido, forte anche a Roma, ebbe infine successo quando, finito con la deposizione di Carlo III il Grosso l'Impero carolingio, in competizione con Berengario I del Friuli, ricevette la corona d'Italia e quella imperiale per sé dalle mani di papa Stefano V, e per suo figlio Lamberto dalle mani di papa Formoso (891-892). Dopo un'effimera eclissi della parte spoletana, cui il papa non fu estraneo, il vento mutò di nuovo; Lamberto (dopo la morte di Guido) e la madre Ageltrude si reinsediarono a Roma e, sotto la sinistra regia di papa Stefano VI, consumarono la macabra vendetta contro la memoria di Formoso, dissepolto, processato e gettato nel Tevere in un'orgia di furore plebeo (897); furore che raggiunse ben presto anche Stefano VI. Un ultimo sinistro episodio di questa tragica fine di secolo fu il crollo della basilica lateranense.

Storia medievale: i sec. X e XI, l’anarchia politica e religiosa

Con la scomparsa di Lamberto di Spoleto (898), Roma, rimasta priva di un potere politico centrale e di papi capaci di surrogarlo, cadde nell'anarchia per lo scatenarsi delle ambizioni di potenza delle maggiori famiglie aristocratiche, aspiranti tra l'altro ad appropriarsi del papato concepito come un qualunque principato. Prevalse dapprima la famiglia di un alto dignitario pontificio, Teofilatto, assecondato dalla moglie Teodora e dalle figlie Teodora e Marozia, che inabissò il papato, tenuto da membri o clienti della famiglia, in vicende scandalose e tragiche, accompagnate da vari moti popolari. Anche i Saraceni riapparvero, ma furono debellati (915- 916). Una parentesi meno fosca fu il ventennio 932-954 quando un figlio di Marozia, Alberico, liberata Roma dalla turpe madre e dal suo terzo marito Ugo di Provenza, resse e difese la città col titolo di principe e senatore, vigilò sul papato con illuminata fermezza e intese anche l'urgente esigenza di una rigenerazione morale e religiosa, sollecitata da Oddone abate di Cluny. Ma Alberico designò come suo successore il figlio quindicenne Ottaviano, princeps et senator nel 954 e papa nel 955 col nome di Giovanni XII, politico sprovveduto e pessimo papa. Di qui un rigurgito di anarchia, brevemente arginata dall'intervento di Ottone I di Sassonia, che fu da Giovanni incoronato imperatore e che a Giovanni garantì con un celebre privilegio la più ampia tutela, riservandosi peraltro il diritto di approvare l'elezione dei futuri pontefici (962). Seguì un periodo molto difficile. Giovanni XII tradì l'imperatore, che lo depose e gli oppose Leone VIII; riconquistò la tiara, scacciando a sua volta Leone VIII; morì infine, riaprendo la via del ritorno all'avversario scortato dall'imperatore, mentre i Romani si dimostravano riluttanti a ogni imposizione. Infine, morto anche Leone, Ottone I impose il successore, Giovanni XIII (965) e con un'inesorabile repressione ridusse al silenzio quanti si ostinavano a disconoscere il diritto-dovere dell'imperatore di sottrarre il papa ai giochi di potere dell'aristocrazia romana e di tutelarlo nell'esercizio della sua somma autorità. Sotto Ottone II e durante la minore età di Ottone III vi furono altri sussulti contro papi d'osservanza imperiale da parte di due Crescenzi, padre e figlio, discendenti da Teofilatto e alla testa del partito che considerava lesiva della dignità dei Romani l'intromissione di qualunque potere esterno e soprattutto dell'imperatore. Dopo complicate vicende, toccò a Ottone III tagliare il nodo, imponendo come papa, a onta dei Crescenzi e della loro parte, suo cugino Brunone di Carinzia (Gregorio V, 996), il primo papa tedesco, e reprimendo una successiva rivolta con una vera e propria strage (eccidio di Crescenzio e dei suoi complici a monte Mario o Montemalo, 998). Poi, quasi per ammenda, l'imperatore peregrinò a lungo di santuario in santuario e venne a stabilirsi a Roma, meditando e iniziando col dotto e amico papa Silvestro II (Gerberto d'Aurillac, il primo papa francese) la cosiddetta renovatio Imperii: rinnovamento d'un impero votato alla rinascenza dei più alti valori morali e religiosi classici e cristiani di cui Roma era depositaria. Tra il nuovo palazzo imperiale sull'Aventino e il Laterano si stabilirono allora nuovi inediti rapporti, in certo senso simili a quelli tra reggia e patriarcato a Bisanzio (Ottone III era figlio di madre bizantina). L'utopistico e sterile programma naufragò tra la fine del sec. X e gli inizi dell'XI per una meschina questione municipalistica (i Romani volevano la rovina di Tivoli, Ottone vi si opponeva): l'imperatore dovette lasciare Roma per sempre, il papa per qualche tempo. Anima della reazione fu Giovanni Crescenzi (figlio di Crescenzio, suppliziato del 998), che fu l'arbitro di Roma e del papato per un decennio, finché salì sulla cresta dell'onda, protetta dall'imperatore Enrico II e poi da Corrado II il Salico, la nuova famiglia dei conti di Tuscolo, pure discendenti dai Teofilatto, i cui membri per circa un trentennio signoreggiarono come papi (Benedetto VIII, Giovanni XIX, Benedetto IX) e senatori o consoli dei Romani, comportandosi come veri e propri luogotenenti imperiali e offendendo così l'inestinguibile orgoglio cittadino. Così nel 1044, morto Corrado II e lontano Enrico III, una rivolta animata dai Crescenzi scacciò il papa e il console tuscolani; ma la partita si chiuse con un'ignominiosa transazione, per la quale il papa dei Crescenzi si dimise e quello dei Tuscolani vendette la tiara a un terzo, Gregorio VI. Questo papa, nei pochi mesi del suo regno, dimostrò di possedere ottime qualità, tanto da meritarsi l'apprezzamento di uomini come Pier Damiani e Ildebrando da Soana, il futuro Gregorio VII, allora agli inizi del suo lungo e aspro cammino. Ma chi sanò d'autorità la sempre torbida situazione fu Enrico III, imponendo un nuovo papa tedesco (Clemente II), facendosi da lui incoronare e avocando a sé il diritto di designare i papi da eleggersi in futuro (principatus in electione, 1046); in base a ciò divennero papi, dopo Clemente II, tre seguaci di Enrico III: Damaso II, Leone IX e Vittore II, tutti tedeschi. Particolarmente efficienti gli ultimi due per il contributo che portarono all'incipiente riforma ecclesiastica, per gli accorti passi politici che fecero per avvicinare a Roma le temute potenze confinanti: il Marchesato di Toscana e i domini normanni del Mezzogiorno. Sotto Leone IX si aprì con Bisanzio quel conflitto che portò alla definitiva separazione della Chiesa greca dalla romana (1054). La morte quasi contemporanea di Enrico III e di Vittore II (1056-57), la minore età di Enrico IV e il breve papato di Federico di Lorena (Stefano IX) accesero un'aspra lotta tra il clero riformatore e l'aristocrazia, per una volta tutta solidale (Crescenzi, Tuscolani, conti di Galeria, ecc.), per la nuova elezione. Ebbe successo Niccolò II (1059), sostenuto da Goffredo di Lorena, marchese di Toscana, da qualche nobile (come Leone di Benedetto, capostipite dei Pierleoni) e da una parte del clero, ma soprattutto dal consenso di una nuova idea, propugnata da Ildebrando: quella della libertas Ecclesiae, di una Chiesa sovrana e libera sia dalla tutela imperiale sia dalle pressioni locali, condizione della sua effettiva rigenerazione. Niccolò II fece due grandi passi su questa via: decretò che l'elezione del papa fosse riservata ai cardinali, escludendone i laici, compreso l'imperatore, e stipulò un'alleanza rassicuratrice coi Normanni (1059). Ad Alessandro II, del suo stesso stampo, Enrico IV oppose invano un antipapa. Quando infine, con amplissimi suffragi, gli succedette Ildebrando da Soana, Gregorio VII (1073), tra il grande paladino della libertas Ecclesiae e l'imperatore Enrico IV si aprì la lotta delle investiture, che si ripercosse su Roma con episodi estremamente drammatici, dall'aggressione del papa sull'altare all'ingresso armato di Enrico IV, poi dei Normanni “liberatori”, che riempirono di orrori la città, portando con sé a Salerno il grande papa destinato a morire non rimpianto in esilio (1085). Nel seguito della lotta, regnante Enrico V, si ebbero alterne e incomposte manifestazioni di solidarietà popolare a favore di Pasquale II e di furore popolare contro Gelasio II, accusato di voler trasferire il papato nell'Italia settentrionale. Ma, se col Concordato di Worms tra Callisto II ed Enrico V si chiuse la lotta delle investiture (1122), strascichi cruenti si manifestarono tra i due nuovi gruppi gentilizi dei Pierleoni e dei Frangipane, per nulla rassegnati a un'effettiva libertà del papato e concorrenti per farsene un appannaggio politico ed economico. Il conflitto tra le due fazioni provocò un lungo scisma (1130-38), di risonanza europea, chiuso con un generoso successo di Innocenzo II, sorretto dai Frangipane.

Storia medievale: la nascita del comune

A questo punto, contro un'aristocrazia logorata e screditata, si sollevò per la prima volta, con una nuova volontà politica, il popolo dei mercanti, degli artigiani, dei piccoli possidenti, che occupò il Campidoglio e vi insediò un governo collegiale dal nome suggestivo di Sacro Senato, (Renovatio Senatus, 1143), con un patrizio alla testa (Giordano Pierleoni, fratello dell'antipapa Anacleto II, rivale di Innocenzo II). Si diffusero anche a Roma, come nel resto d'Italia, le istituzioni comunali, che contesero al papa, come altrove ai vescovi locali, la gestione della città. Il comune respinse un violento attacco di papa Lucio II (che vi perdette la vita), avviò un compromesso con papa Eugenio III, s'arroccò infine su una posizione di radicale intransigenza sotto lo stimolo della predicazione di Arnaldo da Brescia, le cui idee politico-religiose andavano ben oltre le rivendicazioni del senato cittadino (1145). L'utopia democratica avviata a realizzarsi da Arnaldo fu stroncata dall'effimera alleanza tra papa Adriano IV e Federico Barbarossa, che sacrificò alla sua incoronazione Arnaldo, tradito, catturato, impiccato e arso per mano del prefetto dell'Urbe; le sue ceneri furono disperse nel Tevere (1155). L'eccidio ebbe uno strascico sanguinoso, per cui l'imperatore dovette ben presto fuggire. Nel successivo ventennio di guerra tra Federico da una parte, i comuni alleati e papa Alessandro III dall'altra, Roma acquistò una notevole importanza come forza equilibratrice tra le parti in guerra: estese la sua influenza sul contado, curò l'amministrazione cittadina con oculatezza e contribuì alla difesa in momenti difficili (1167). Il successo del papa nella lotta con l'imperatore indebolì il comune, che dovette rimettere a Clemente III l'investitura dei senatori (1188). Ma dopo qualche sollevazione per rivendicare la piena libertà (Benedetto Carushomosummus senator, unico e popolare, 1191-93), la diplomazia e la severità di Innocenzo III fecero del senatore unico capo del comune una creazione papale, vincendo resistenze sia popolari sia aristocratiche (Capocci, Pierleoni, Orsini). Durante la guerra tra il papato e Federico II, il comune si atteggiò a ghibellino: Gregorio IX l'ebbe talora ostile, Federico II l'onorò inviando in Campidoglio il carroccio di Milano, trofeo della sua vittoria a Cortenuova (1237). Ma, nell'ultima fase della guerra, prese un carattere fieramente indipendente, antisvevo e popolaresco, di cui l'esponente di punta fu una sorta di capitano del popolo avventuroso e trascinante, il bolognese Brancaleone degli Andalò (1252-58). Il comune era divenuto una temibile potenza, che avrebbe potuto decidere dell'esito finale dell'estrema lotta tra papato e Svevi. L'alleanza tra il papato e Carlo d'Angiò e la grande potenza acquistata da quest'ultimo con la conquista del Regno di Sicilia gravarono invece sulla città; Carlo vi esercitò a intermittenze, ma con mano pesante, la dignità di senatore (1263-84), assunta in alternativa dai papi stessi, primo Niccolò III Orsini. La fine del secolo vide a Roma i primi scontri tra questa famiglia e quella rivale dei Colonna per l'elezione papale e l'occupazione dei posti-chiave nella curia e subì ancora per qualche tempo l'influenza angioina. Infine, dopo il brevissimo pontificato di Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, su Roma ecclesiastica e civile, aristocratica e popolare, chiusa o aperta ai fermenti religiosi che lievitavano in tutta l'Italia, s'impose la dura, imperiosa, implacabile personalità di Bonifacio VIII Caetani.

Storia medievale: la “cattività avignonese”

Per quanto concerne Roma, Bonifacio VIII legò il suo nome al primo giubileo (1300), che esaltò il prestigio e moltiplicò la ricchezza della città e vi istituì l'università; ma lo legò anche alla guerra senza quartiere contro i Colonna e alla distruzione di Palestrina e a una serie di spregiudicate imprese per ambizione di potere e di potenza familiare. Il drammatico crollo di Bonifacio VIII (1303), cui non furono estranei i Colonna, poi il lungo periodo di residenza dei papi ad Avignone, “cattività avignonese” (1309-77) distrussero l'euforia e le illusioni suscitate dal giubileo e inasprirono le frizioni in una società in cui una rissosa aristocrazia, un clero mondano, un ceto medio robusto e operoso e non privo d'ambizioni e una plebe ondeggiante e facile agli eccessi non riuscivano a organizzarsi in una vera e propria civitas. Alle condizioni socialmente anomale corrispose un volto urbanistico sconcertante per gli stridenti contrasti tra i resti dell'antica magnificenza e la nuova, l'umiltà e la miseria dei rioni plebei e le tracce di campagna in piena città. Nell'assenza dei papi, si ebbero frequenti sommosse: per la venuta di Enrico VII di Lussemburgo, per l'assunzione del vicariato pontificio e del titolo di senatore da parte di Roberto d'Angiò, per l'incoronazione laica, in Campidoglio, dell'imperatore scomunicato Ludovico IV il Bavaro, col conseguente interdetto e l'intervento napoletano, per le inestinguibili lotte tra le maggiori famiglie. Ma l'episodio più significativo del periodo avignonese fu l'insurrezione popolare, ispirata a precisi ideali classici e cristiani promossa dal tribuno Cola di Rienzo (1347) che, in ultima istanza, crollò per l'irriducibile avversione dell'aristocrazia. Il tema di un “buono Stato” incardinato sul popolo fu episodicamente ripreso a metà secolo (da Giovanni Cerroni, da Francesco Baroncelli, dallo stesso Cola di Rienzo), sempre senza successo. Solo l'abilità del cardinale Egidio Albornoz riuscì a creare un dignitoso modus vivendi tra papato e comune: senatore unico affiancato da sette riformatori della repubblica, milizia cittadina esclusivamente popolare e redazione, per opera di una commissione rappresentativa di tutta la cittadinanza, di uno Statuto (1360-63). E in una Roma così relativamente riassestata rientrarono da Avignone per breve tempo Urbano V e definitivamente Gregorio XI (1377), lungamente invocati e attesi. Ma la città tardò a trarne i benefici auspicati. Il grande scisma apertosi subito dopo (1378) riversò su Roma ogni sorta di sciagure: vi si scontrarono le milizie dei due papi, quelle papali e quelle del comune, le bande dei Colonna e degli Orsini e la manomisero i napoletani di Ladislao di Durazzo e di Giovanna II e i mercenari di Braccio da Montone; tutto ciò nel giro di qualche decennio. Quando papa Martino V Colonna, col quale finì lo scisma, fece il suo ingresso a Roma (1420), la trovò desolata e spopolata (gli abitanti erano forse 20.000), “che non aveva più volto di città”. Il papa cominciò a costruire e a ricostruire e con maggior magnificenza ne seguì la via Eugenio IV (ancorché turbato dall'ostilità dei Colonna e da un violento moto per la restaurazione della “libertà della Repubblica Romana”, 1434). Più marcatamente principe rinascimentale fu Niccolò V, patrono di umanisti e artisti, fondatore della Biblioteca Vaticana e ideatore di un ambizioso piano urbanistico, vittima designata per altro della congiura di Stefano Porcari, che fallì e portò alla morte il suo promotore (1453), suggestionato dai più infiammati ideali di libertà della letteratura umanistica largamente fiorente. Con Callisto III Borgia (1455) gli umanisti ebbero invece vita difficile: il papa colmò di favori i propri parenti e connazionali (gli invisi “catalani”). Cultura e magnificenza riportarono a Roma i suoi successori, l'umanista Enea Silvio Piccolomini (Pio II, 1458) e Paolo II (1464); entrambi lasciarono poche tracce della loro opera e furono minacciati da congiurati. Contro Paolo II, come contro Niccolò V, l'attentato partì dall'ambiente umanistico dell'Accademia Romana, di cui era capo Pomponio Leto (1468-69). Grandi nepotisti furono poi Sisto IV della Rovere, il cui nipote Girolamo Riario fu tra i promotori della fiorentina congiura dei Pazzi (1478) e coinvolse Roma nell'ingloriosa guerra di Ferrara (1482-84), e Innocenzo VIII, che con la sua complicità nella “congiura dei baroni” contro gli Aragonesi di Napoli (1485) attirò la guerra a Roma e nel suo territorio infestandolo di soldataglia e di banditi. Il Medioevo si chiuse così a Roma in una sorta di sontuosa tragedia: un principato papale politico e mondano prima che religioso copriva col suo splendore profonde miserie e immoralità; grandi famiglie protraevano indefinitamente le loro faide; il popolo conservava, anche nei tempi più tristi, una sua orgogliosa dignità, ma anche le ultime tracce dell'autonomia cittadina, pur sempre simboleggiate da umbratili senatori, erano ormai scomparse. Voci nuove non mancarono di denunciare il male e d'invocare la rigenerazione, come quella di Girolamo Savonarola, ma Roma non era ancora preparata ad ascoltarle: a Innocenzo VIII sarebbe succeduto Alessandro VI Borgia (1492), divenuto l'emblema della crisi di costume della Roma papale alla fine del Medioevo.

Storia moderna: la ripresa economica e culturale

Verso la fine del sec. XV le lotte per la libertà e le autonomie cittadine si andorono via via spegnendo. Rimase ancora la carica di senatore, ma era interamente nelle mani del papa come, d'altra parte, la carica dei tre conservatori e del consiglio di ventisei cittadini, che manteneva ormai funzioni esclusivamente giudiziarie e aveva perduto ogni importanza nel governo della città. Se dal punto di vista politico Roma andò così perdendo la sua autonomia, raggiunse invece, proprio in quegli anni, un primato senza paragoni nel campo culturale. Grazie agli innumerevoli tesori profusi dal mecenatismo dei papi, divenne, infatti, la vera capitale artistica dell'Italia e una delle più splendide città del mondo dove il fasto grandioso della vita pubblica, alimentato dalle ingenti ricchezze delle nuove famiglie, fu illuminato dalla presenza di sommi pittori, scultori e architetti che parvero rinnovare davvero per un momento le glorie dell'età classica. L'orribile sacco effettuato dai lanzichenecchi di Carlo V (1527) impose purtroppo una brusca battuta di arresto: la maggior parte degli artisti lasciò la città e gli abitanti si ridussero a poco meno di 30.000. I danni dell'invasione e del saccheggio furono però presto riparati e nella seconda metà del Cinquecento ebbe inizio una nuova epoca di rigoglio economico e artistico, in concomitanza con la riscossa antiluterana della Chiesa e della Controriforma. Alla fine del sec. XVI gli abitanti raggiunsero il numero di 100.000, il peso fiscale gravante sulla popolazione fu considerevolmente alleggerito e l'amministrazione pubblica si fece più attenta e responsabile. Sotto Sisto V (1585-90) venne violentemente represso e quasi stroncato il brigantaggio che affliggeva la campagna romana, fu incoraggiata l'agricoltura e favorita l'attività industriale degli ebrei. Roma divenne allora il centro in cui si effettuò e da cui si irradiò nel vecchio e nel nuovo mondo la riorganizzazione del cattolicesimo (Collegio romano, germanico, di propaganda fide ecc.). L'attività edilizia riprese con rinnovato fervore. Lungo il gomito tiberino, davanti al Borgo e a Castel Sant'Angelo, oltre il Campo Marzio e tutto intorno al Pantheon sorsero splendidi palazzi. La città si estese sulle alture che erano state abbandonate fin dal tempo dell'Impero. Alla vecchia nobiltà feudale si affiancò la nuova aristocrazia papale creata dal cosiddetto piccolo nepotismo (Aldobrandini, Borghese, Ludovisi, Barberini, Pamphili, Chigi, Odescalchi, Ottobuoni, Pignatelli, Albani, Conti, Corsini), che se da un lato alimentò la corruzione curiale, dall'altro proseguì e accentuò la tradizione della magnificenza e del fasto con l'aiuto di artisti come il Bernini e il Borromini. La vita culturale, benché fosse soggetta a controlli e remore nuove e severe, soprattutto con l'introduzione dell'Inquisizione (che nel 1588 ebbe il primo posto fra le congregazioni romane), l'esecuzione di Giordano Bruno (1600) e il processo a Galilei (1633), ebbe ancora per qualche tempo un discreto sviluppo, favorito dalla presenza dell'università, che risaliva a Bonifacio VIII, e alle numerose accademie, cui nel 1690 si aggiunse l'Arcadia. Il papato secondò il rifiorente studio dell'antichità (apertura del museo Pio-Clementino), tentò bonifiche (Paludi Pontine) e curò numerose opere pubbliche. Col passare degli anni però il divario tra il movimento di riforme che si affermava in Europa e il tono culturale della città si andò rivelando sempre più grande. Accorrevano ancora illustri viaggiatori (Winckelmann, Goethe ecc.), si pubblicarono nuovi giornali, si discusse di letteratura, di politica, persino di religione, ma in modo prevalentemente distaccato e accademico, senza molta passione. Il fatto è che al di là del fasto e della vivacità esteriore della vita, la sostanza del tessuto sociale si andò facendo sempre più fragile, più apparente che reale. La città, già uscita da tempo dal grande giro della politica europea e italiana, viveva solo per la presenza della corte papale, priva di proprie risorse e di una classe mercantile degna di questo nome; i traffici, ormai scarsi, erano monopolizzati da poche famiglie signorili e le idee e i fermenti, nati altrove, si andavano perciò via via isterilendo nell'erudizione e nel formalismo. In una situazione già così deteriorata intervennero a creare nuove complicazioni i contraccolpi provocati dalla Rivoluzione francese. Alla propaganda dei pochi giacobini, fomentata dall'ambasciata francese e apparentemente tollerata dall'inetto governo, si oppose la maggior parte della popolazione sordamente sospettosa di qualsiasi novità. In un tumulto improvviso venne così ucciso il giornalista e rappresentante francese Ugo Bassville (13 gennaio 1793) e nel 1797 perdette la vita durante uno scontro tra soldati pontifici e dimostranti repubblicani l'addetto militare francese L. Duphot (27 dicembre). Per ordine del Direttorio, quindi, le truppe francesi del generale Berthier entrarono in città il 10 febbraio 1798 e il 15 fu proclamata la Repubblica Romana; Pio VI, costretto a lasciare la città (20 febbraio), fu condotto in Francia dove morì l'anno successivo. Una rivolta di cittadini scoppiata in Trastevere per la prepotenza dei Francesi (25 febbraio) venne domata dopo due giorni di lotta furiosa; molti dei rivoltosi, catturati con le armi in mano, furono fucilati in piazza del Popolo. Poco dopo le truppe napoletane abbatterono la repubblica, che fu ripristinata dal generale Championnet e cadde definitivamente (1799), per il sopravvento della coalizione austro-russa.

Storia moderna: la Repubblica Romana

Il nuovo papa Pio VII, eletto a Venezia nel marzo 1800, poté quindi rioccupare la città e tentare la riorganizzazione con l'aiuto del cardinale Consalvi, ma dovette anche lui abbandonarla dopo pochi anni, quando Napoleone, abolito il potere temporale per contrasti sull'attuazione del blocco continentale, incorporò nell'impero anche Roma, conferendone il titolo regio al proprio figlio ed erede (1809). Il nuovo governo del generale Miollis promosse riforme e migliorò l'amministrazione, liquidò il vecchio debito pubblico papale e cercò di accattivarsi la nobiltà e l'alta borghesia con cariche e onori, ma non riuscì a vincere il malanimo della media e piccola borghesia e la nettissima ostilità della maggioranza del clero e della popolazione delle campagne, sicché, caduto Napoleone, Pio VII poté rientrare in città accolto come un trionfatore (1814). Dopo gli anni di moderata saggezza del suo governo e di quello del cardinale Consalvi si instaurò però con Leone XII (1823-29) e Gregorio XVI (1831-46) una politica grettamente reazionaria e repressiva che favorì la nascita di sette liberali e il propagarsi di un tenace malcontento accompagnato da sporadici tentativi insurrezionali (1825 e 1829, scoperta di due “vendite” carbonare; 1830, tentativo insurrezionale bonapartista; 1831, moti liberali), peraltro inesorabilmente repressi. Insieme al diffondersi degli ideali neoguelfi, l'avvento al pontificato di Pio IX (1846) parve aprire la via a un nuovo indirizzo liberaleggiante: tra il crescente entusiasmo popolare il papa concesse infatti la libertà di stampa, la fondazione della Consulta di Stato, la guardia civica e una Costituzione (1848). Ma fu breve illusione. In poco tempo si andò delineando un contrasto insanabile tra il pontefice, che rinnegava la guerra nazionale e intendeva conservare l'effettiva direzione degli affari di Stato, e i liberali, che volevano la guerra e un governo realmente costituzionale. Dopo i ministeri Mamiani e Fabbri, P. Rossi parve finalmente l'uomo adatto a dirigere il governo in mezzo alla furia montante delle fazioni: ma la sua politica energica e autonoma finì con lo scontentare conservatori e democratici e il 15 novembre venne ucciso da un fanatico che si disse figlio di Ciceruacchio. Pio IX si rifugiò allora a Gaeta presso il re delle Due Sicilie e a Roma fu creata un'Assemblea Costituente che proclamò ancora una volta la decadenza del potere temporale dei papi e istituì la repubblica. Restaurato il potere pontificio con l'intervento delle armi francesi del generale Oudinot (1849) e ritornato dal Regno di Napoli Pio IX (1850), gli acerbi contrasti apertisi con l'esperienza repubblicana passarono dalla fase manifesta e guerreggiata a quella della propaganda e della cospirazione. Mentre si accentuava il potere di attrazione esercitato dalle forze unitarie e si aggravava il distacco tra popolazione e papato, proseguiva intensamente l'attività del Comitato d'Azione. Bastò perciò che la guarnigione francese lasciasse la città (1866) in forza della Convenzione di settembre perché si avesse il tentativo garibaldino di Mentana (1867), accompagnato da alcuni conati insurrezionali all'interno della stessa città (attentato alla caserma Serristori; eccidio di casa Ajani). Tali avvenimenti non ebbero per il momento alcun pratico risultato e causarono anzi il ritorno dei francesi. Quando però la guerra franco-prussiana provocò il loro definitivo richiamo e il papato rimase privo di qualsiasi aiuto internazionale, l'intervento dello stato italiano per la liberazione di Roma (sollecitato soprattutto dalle sinistre) poté attuarsi senza alcuna difficoltà.

Storia moderna: dal 1870 alla seconda guerra mondiale

Il 20 settembre 1870, dopo una resistenza poco più che simbolica dei soldati pontifici, le truppe di R. Cadorna entrarono infatti in città, accolte dal generale entusiasmo popolare che fu poi confermato anche dagli esiti del plebiscito (40.785 sì; 46 no). Mentre il papa si chiuse in corrucciato isolamento nel Vaticano, si aprì un nuovo e tumultuoso periodo della storia della città. L'esigenza di radunare qui il vasto apparato burocratico e politico del regno portò alla progressiva fusione di vari apporti regionali scarsamente integrantisi tra loro e a una rapida e disordinata espansione edilizia che fu la conseguenza di un impetuoso incremento demografico e di un'incontrollata speculazione, interrotta solo dalla grave crisi scoppiata alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento. Intanto la vita culturale si fece più vivace e intensa. Fiorirono iniziative editoriali e giornalistiche e accorsero artisti e scrittori come da tempo non succedeva. I cattolici, compresi gli “intransigenti” e l'aristocrazia “nera”, smesso l'iniziale e arcigno isolamento, si riorganizzarono e cominciarono a prendere parte alla vita politica locale, mentre l'anticlericalismo astioso, naturale retaggio di tante battaglie, lasciò il posto a un impegno laico e civile, che ebbe una delle espressioni più persuasive negli anni dell'amministrazione del sindaco Nathan (1907-13). L'incremento demografico si fece sempre più rapido e vistoso, provocando la formazione di numerosi nuclei urbani periferici spesso isolati dal ritmo e dai servizi della vita cittadina. L'avvento del fascismo (che dette alla città una nuova struttura amministrativa con l'istituzione del Governatorato di Roma, 1925) accentuò tale fenomeno con la politica di demolizione del vecchio centro storico, perseguita per mettere in luce le vestigia della romanità imperiale, che ebbe per conseguenza l'emarginazione forzata di grossi nuclei di popolani, operai e artigiani in nuove “borgate” periferiche appositamente create, ma presto ridottesi a una sorta di ghetto. Durante la seconda guerra mondiale la città subì alcuni gravi bombardamenti nell'estate del 1943 (19 luglio e 13 agosto). Alla proclamazione dell'armistizio tra l'Italia e gli angloamericani (8 settembre 1943) le truppe preposte a difesa della città (tre corpi d'armata) vennero a scontrarsi con quelle germaniche, mentre la capitale veniva abbandonata dal re, da Badoglio e dai comandi militari. I tedeschi attaccarono da S con la II Divisione Paracadutisti e da N con la III Divisione Granatieri. Si registrarono episodi di resistenza italiana, in particolare sulla via di Bracciano (Divisione Corazzata Ariete), alla Magliana e a porta San Paolo (Granatieri di Sardegna e Lancieri di Montebello), cui presero parte anche gruppi di civili. L'assenza di un comando unitario e di rifornimenti, il mancato appoggio di uno sbarco aereo alleato e la minaccia tedesca di bombardamento e taglio degli acquedotti costrinsero alla capitolazione e la sera del 10 settembre il generale Calvi di Bergolo fu costretto a stipulare una tregua d'armi in base alla quale Roma, costituita in città aperta, sarebbe rimasta sotto il suo diretto comando. Pochi giorni dopo, tuttavia, violati gli accordi, i tedeschi si impadronirono completamente della città, che tennero poi sotto il loro effettivo dominio (nonostante la riorganizzazione del partito fascista) fino all'arrivo degli Alleati. Roma divenne un attivo centro di resistenza e vi si susseguirono diverse azioni di guerriglia, culminate, il 23 marzo 1944, nell'attentato di via Rasella, che costò la vita a 32 soldati tedeschi. Per rappresaglia, il giorno dopo, questi uccisero 335 italiani, in gran parte prigionieri politici, alle Fosse Ardeatine. Ai primi di maggio dello stesso anno il comando alleato decise l'attacco per la liberazione di Roma e ne affidò il compito all'ala sinistra dell'VIII e V Armata Americana. Esse avrebbero dovuto eliminare le difese della zona di Cassino, puntando poi verso i monti Ausoni, mentre le forze della testa di ponte di Anzio, entrate in azione contemporaneamente, si sarebbero congiunte a esse per proseguire verso Roma. L'azione ebbe inizio l'11 maggio e gli obiettivi della prima fase furono rapidamente raggiunti. Sbarcata quindi una nuova divisione ad Anzio, iniziò l'attacco ai monti Ausoni, superati i quali avvenne l'unione con le truppe della testa di sbarco a Borgo Grappa presso Cisterna (25 maggio). Si procedette quindi all'attacco dei colli laziali che vennero conquistati il 1º giugno. Divenuta così insostenibile ogni difesa, Kesserling ordinò la ritirata generale delle truppe tedesche. All'alba del giorno 4 le avanguardie americane raggiunsero la periferia di Roma e alle ore 18 vi penetrarono attraverso porta San Giovanni.

Arte: la Roma cristiana

Fra i più antichi monumenti della Roma cristiana, oltre alla basilica costantiniana di San Pietro in Vaticano, deve annoverarsi certamente San Giovanni in Laterano (311-314); della chiesa originaria resta però solo l'impianto a cinque navate con transetto, poiché fu varie volte trasformata e da ultimo ricostruita nel sec. XVII dal Borromini; la facciata è settecentesca; notevole è il chiostro dei Vassalletto (1222-30). Coeva per fondazione è la basilica di San Paolo fuori le Mura, innalzata sulla tomba dell'apostolo a iniziare dal 314, trasformata e abbellita nei secoli seguenti. Devastata da un incendio nel 1823, venne ricostruita da L. Poletti in maniera fedele alla preesistente costruzione. Anch'essa a cinque navate, conserva all'interno un ciborio di Arnolfo di Cambio (sec. XIII), un candelabro pasquale dei Vassalletto (sec. XII), nell'abside un mosaico con Cristo e santi (scuola veneta, ca. 1220). Se nulla è rimasto delle forme originarie delle prime basiliche romane, tuttavia esse furono senza dubbio modello per le chiese basilicali che nei secoli successivi vennero costruite a Roma e altrove. Quanto all'origine del modello architettonico, che evidentemente non trovava ispirazione nelle modeste costruzioni cristiane precedenti, l'opinione più diffusa fra gli studiosi è quella di una derivazione dalle grandi costruzioni ufficiali di età imperiale, peraltro interpretate in maniera originale e adattate alle particolari esigenze del culto. All'età costantiniana risalgono anche alcuni edifici religiosi a pianta centrale, dei quali il più notevole è il mausoleo di Santa Costanza, interessante costruzione a cupola decorata con mosaici andati in parte distrutti. Da quanto ne resta e da incisioni cinquecentesche risulta chiaro trattarsi di decorazioni di gusto classicheggiante, secondo lo stile aulico tipico delle maestranze della corte costantiniana. Con il sec. V alla visione plastica dello spazio se ne sostituì una più coloristica: tipico esempio è la basilica di Santa Maria Maggiore innalzata, secondo la tradizione, da papa Liberio nel sec. IV, ma rifatta da Sisto III dopo il 431. Trasformata nei sec. XIII-XIV, ebbe l'attuale facciata, opera di F. Fuga, nel Settecento; essa tuttavia mantiene la struttura originaria a tre navate divise da colonnati architravati. La chiesa, ampiamente decorata da mosaici, conserva in parte quelli originari del sec. V, fra cui particolarmente importanti quelli sull'arco trionfale; nell'abside è l'Incoronazione di Maria di I. Torriti (1295). Al sec. V risalgono anche Santo Stefano Rotondo, complesso edificio a pianta centrale, e la basilica di Santa Sabina. Quest'ultima, restaurata nel 1914-36, ha riacquisito in parte l'originaria fisionomia: a tre navate su colonne, rappresenta una delle più notevoli realizzazioni paleocristiane a Roma, grazie all'estrema importanza del fattore luministico rispetto al tradizionale impianto strutturale romano. Assai importanti sono le porte, raro esempio di scultura paleocristiana in legno. Nei secoli successivi (VI-VII) l'attività artistica venne in parte declinando, a seguito delle travagliate vicende del periodo storico. Restò tuttavia sensibile la tradizione paleocristiana, unitamente all'influsso bizantino dovuto ai legami politici e culturali con l'Oriente. Di grande importanza per l'arte di questo periodo è la chiesa di Santa Maria Antiqua, fondata nel sec. VI su una precedente costruzione di Domiziano sul Palatino. La chiesa, a tre navate, con nartece e presbiterio, conserva una sorta di palinsesto pittorico costituito da cinque cicli di affreschi (sec. VI-VIII), tra i quali sono particolarmente notevoli quelli nella cappella dei Santi Quirico e Giulitta (metà sec. VIII). Chiari influssi bizantini, pur nella persistenza delle forme paleocristiane, si avvertono nella comparsa di matronei e capitelli con pulvino, come nella chiesa di Sant'Agnese (sec. VII), la quale, nonostante le modificazioni del sec. XVII, conserva la struttura originaria.

Arte: tradizione paleocristiana e motivi bizantini

Nuovo slancio ebbe la produzione artistica romana in età carolingia. Negli ultimi anni del sec. VIII papa Adriano I ingrandì la chiesa di Santa Maria in Cosmedin (fondata nel sec. VI), a tre navate, di struttura semplice e severa (parzialmente modificata nel sec. XII). Negli anni successivi papa Pasquale I innalzò le chiese di Santa Maria in Domnica (rimaneggiata nel sec. XV) e di Santa Prassede, che conserva importanti mosaici nell'arco trionfale e nell'abside; anche la cappella di San Zenone è riccamente ornata da mosaici. Questi possono ricollegarsi alla corrente più aristocratica del gusto artistico romano, legata a motivi paleocristiani e bizantini, ma aperta anche a nuove tendenze locali, da cui derivano alcuni degli affreschi della chiesa inferiore di San Clemente (Discesa al Limbo e Ascensione, sec. IX). Nella stessa chiesa, affreschi più tardi (sec. XI) con Storie di San Clemente mostrano invece un gusto stilistico di derivazione ottoniana. I sec. XI-XII, che in altre regioni italiane corrispondono al diffondersi del romanico, non videro invece particolari variazioni stilistiche a Roma che restò legata ai motivi paleocristiani: la chiesa di San Clemente, ricostruita intorno al 1108 da Pasquale II, si presenta a tre navate su colonne, con schema analogo a Santa Maria in Cosmedin; la basilica di Santa Maria in Trastevere (1130-43) su tre navate a colonne architravate, ripete lo schema di Santa Maria Maggiore. I legami con la tradizione paleocristiana restarono vivi anche nel secolo successivo. Nei sec. XII-XIII si distinse a Roma l'attività degli architetti, scultori e decoratori appartenenti alle famiglie dei Cosmati e dei Vassalletto, che crearono un originalissimo stile di decorazione raffinata, di armoniose proporzioni e di vivacissimo gusto policromo. Oltre ai capolavori dei chiostri di San Giovanni in Laterano e di San Paolo fuori le Mura, si devono loro numerosi cibori, candelabri pasquali, amboni e transenne, che rivelano il gusto della scultura romana, ben lontano dagli influssi romanici dell'Italia settentrionale. Sotto il profilo architettonico, ai Cosmati si deve anche la ricostruzione di varie chiese, tra cui le già citate San Clemente e Santa Maria in Trastevere, e la basilica di San Lorenzo fuori le Mura, fondata nel sec. IV (l'edificio, restaurata dopo le distruzioni del 1943, è a tre navate e conserva anche due amboni e un candelabro pasquale cosmateschi); ad artisti di ambito cosmatesco si deve anche la trasformazione della chiesa dei Santi Quattro Coronati, anch'essa di origine paleocristiana. La pittura romana dei sec. XI-XII appare ancora legata in gran parte all'assimilazione dei modi bizantini, ma rivela già una notevole vitalità e capacità di elaborazione nei grandi mosaici dell'arco trionfale e dell'abside (1140) di Santa Maria in Trastevere e in quelli della chiesa superiore di San Clemente (Trionfo della Croce). Un importante rinnovamento della tradizione pittorica romana si ebbe però solo alla fine del sec. XIII con l'opera di I. Torriti (Incoronazione di Maria nell'abside di Santa Maria Maggiore) e soprattutto di P. Cavallini (affreschi nel convento di Santa Cecilia e mosaici nell'abside di Santa Maria in Trastevere), che segnarono con vigorosa individualità l'allontanamento dai manierismi bizantini e il recupero della dimensione spaziale e del volume dei corpi, parallelamente alla rivoluzione operata da Giotto. Tra la fine del sec. XIII e l'inizio del XIV è da ricordare a Roma anche la presenza di Arnolfo di Cambio, scultore gotico cui si devono i cibori di San Paolo e di Santa Cecilia, nonché le sculture del presepio di Santa Maria Maggiore. Pochi sono gli esempi di gotico in Roma, sia per la tradizionale persistenza di motivi classicheggianti, sia per la grave crisi attraversata dalla città durante il sec. XIV. Unica chiesa gotica è Santa Maria sopra Minerva, sec. VIII, rifatta nel 1280 e restaurata nel sec. XIX (all'interno, affreschi di Filippino Lippi, Cristo portacroce di Michelangelo). Da ricordare anche la grande scalinata di Aracoeli, costruita nel 1348 da Lorenzo di Simone Andreotti per conto di Cola di Rienzo. La chiesa di Santa Maria in Aracoeli, benché costruita in forme gotiche intorno al 1250, venne trasformata nei sec. XVI-XVII (all'interno affreschi di Benozzo Gozzoli e Pinturicchio).

Arte: il Quattrocento

Nel Quattrocento, in conseguenza del ritorno della sede papale da Avignone, ebbe inizio per Roma un importante rinnovamento edilizio, che da una parte portò a una vera e propria ristrutturazione del tessuto urbano, dall'altra arricchì la città di considerevoli monumenti rinascimentali, grazie all'affluenza di numerosi artisti provenienti dalle varie corti italiane. Si affermò inoltre la nuova tipologia del palazzo, derivato dalla casa-forte medievale, con corte interna a loggiati. La dimensione dei palazzi, spesso affacciati su una piazza, modificò tutto il tessuto urbano circostante. Un esempio classico è offerto da palazzo Farnese, ma la prima realizzazione in ordine cronologico è quella di Palazzo Venezia, innalzato verso il 1455 per il cardinale Pietro Barbo; imponente costruzione merlata, è attribuita con qualche incertezza a Bernardo Rossellino. Intorno al 1480 varia fu l'attività di Baccio Pontelli, cui si devono l'interessante chiesa di Santa Maria della Pace, dalla facciata barocca (il chiostro è del Bramante), e la ricostruzione di Santa Maria del Popolo, la cui Cappella Chigi è opera di Raffaello. All'interno si trovano affreschi del Pinturicchio, statue del Bernini e dipinti del Caravaggio (Conversione di San Paolo e Crocifissione di San Pietro). Agli stessi anni risale la trasformazione di San Pietro in Vincoli, nel cui interno è il mausoleo di Giulio II col celebre Mosè di Michelangelo. Nei primi decenni del Cinquecento Roma acquistò un eccezionale prestigio artistico e un ruolo preminente nella definizione dell'arte rinascimentale grazie alla presenza di artisti quali Bramante, Raffaello, Michelangelo, richiamati dal mecenatismo di pontefici (Giulio II e Leone X), di mercanti o banchieri (Agostino Chigi). Bramante iniziò la sua attività romana col già citato chiostro di Santa Maria della Pace. Sua massima realizzazione fu però il tempietto di San Pietro in Montorio, a pianta circolare, circondato da un peribolo di colonne doriche e sormontato da una cupoletta emisferica; l'edificio, di nettissima derivazione classica, è il primo grande capolavoro dell'architettura cinquecentesca, della quale segnò uno dei fondamentali punti d'avvio. L'immensità dell'opera della ricostruzione di San Pietro e dei Palazzi Vaticani mise in certa misura nell'ombra altre realizzazioni contemporanee, come quelle di Raffaello, a cui si devono, oltre alla Cappella Chigi, la chiesa di Sant'Eligio degli Orefici e i progetti nonché una parziale realizzazione di Villa Madama (condotta a termine, dopo il 1517, da Giulio Romano e Giovanni da Udine). A Baldassarre Peruzzi è dovuta la raffinata villa di Agostino Chigi, la Farnesina; all'interno sono i celebri affreschi di Raffaello con la Favola di Psiche e il Ratto di Galatea e le Nozze di Alessandro e Rossane, del Sodoma. Sempre del Peruzzi è l'imponente palazzo Massimo alle Colonne, singolare sia nella convessità della facciata sia nell'impianto planimetrico, spostato rispetto all'asse della facciata. Contemporaneamente va ricordata l'attività romana di Antonio da Sangallo il Giovane: la chiesa di Santa Maria di Loreto al Foro Traiano (1507), il severo palazzo del Banco di Santo Spirito e soprattutto il palazzo Farnese (completato da Michelangelo). Blocco semplice e compatto, dominato dal poderoso cornicione michelangiolesco, fu il prototipo dei palazzi romani dei secoli successivi; all'interno, galleria affrescata dai Carracci e dal Domenichino. Neppure il sacco del 1527, che pure segnò la diaspora di numerosi artisti nell'Italia settentrionale, arrestò l'attività architettonica: basti pensare a Michelangelo, che si stabilì a Roma nel 1534, divenendo l'indiscusso dominatore della vita artistica della città, con le sue vaste imprese sia di pittura e scultura (Giudizio Universale nella Cappella Sistina, sepoltura di Giulio II) sia di architettura. Nel 1536 egli consegnò il progetto per la nuova sistemazione della piazza del Campidoglio: al culmine di un maestoso scalone d'accesso, la piazza, il cui centro ideale è la statua di Marco Aurelio, è chiusa sul fondo dal Palazzo Senatorio; ai lati, disposti a ventaglio in modo da accrescere l'ampiezza della piazza, i palazzi dei Conservatori e dei Musei Capitolini. Benché alterata in fase d'esecuzione da Giacomo Della Porta, la sistemazione del Campidoglio appare, proprio nella limitatezza dello spazio, di grande monumentalità. Impegnato dal 1547 nella costruzione della basilica di San Pietro, Michelangelo realizzò anche altre significative opere: Porta Pia, innalzata per volere di Pio IV, e la trasformazione del tepidarium delle terme di Diocleziano nella grandiosa chiesa di Santa Maria degli Angeli (1563), trasformata nel Settecento dal Vanvitelli (1749).

Arte: tra Manierismo e Barocco

Parallelamente agli interventi di D. Fontana sul tessuto urbano di Roma, verso la seconda metà del Cinquecento si avviò la trasformazione architettonica della città in senso prima manieristico, poi barocco. Prima realizzazione del nuovo gusto (tanto da essere indicata come il prototipo della chiesa barocca) è la chiesa del Gesù, progettata dal Vignola (1568) e completata da G. Della Porta. L'interno, a una sola navata con transetto appena accennato, è di solenne grandiosità; fastosa la cappella di Sant'Ignazio, di A. Pozzo. Fra le altre opere del periodo, numerose ma non sempre di elevato livello, possono ricordarsi la Villa Giulia, ancora del Vignola; la chiesa di San Luigi dei Francesi, che conserva all'interno affreschi del Domenichino e il ciclo di San Matteo del Caravaggio; il palazzo della Sapienza, il cui imponente cortile (di G. Della Porta) fu completato nel 1660 dal Borromini con la chiesa di Sant'Ivo, dall'originalissima cupola; il severo palazzo Lateranense, di D. Fontana. A vari architetti (F. Ponzio, O. Mascherino, D. Fontana, C. Maderno) si deve il palazzo del Quirinale, iniziato nel 1574 per volere di papa Gregorio XIII; in parte trasformato dal Fuga nel sec. XVIII, conserva notevoli collezioni d'arte, tra cui un affresco (già nella chiesa dei Santi Apostoli) di Melozzo da Forlì. A Carlo Maderno, uno fra i maggiori artisti del periodo manierista, si devono oltre alla facciata della basilica di San Pietro, palazzo Chigi, la chiesa di Santa Susanna, di tipo vignolesco, e palazzo Barberini, completato poi dal Bernini; all'interno, notevoli affreschi di Pietro da Cortona. Nel sec. XVII, fra i più attivi dal punto di vista architettonico, la città acquistò la caratteristica fisionomia barocca che tuttora conserva. Fra i primi grandi architetti secenteschi sono A. Algardi, più noto come scultore, che nella facciata di Sant'Ignazio e nella Villa Doria-Pamphili si ispirò a uno stile accademico e classicheggiante; Pietro da Cortona, cui, oltre a opere di pittura, si devono la chiesa dei Santi Luca e Martina, a croce greca con absidi semicircolari, e la facciata di Santa Maria della Pace (1656-57), di aspetto maestoso nell'abile sistemazione del portico a semicerchio. Massimi rappresentanti del barocco romano furono Bernini e Borromini. Il primo, più incline alla ripresa di motivi classicheggianti, svolse un'intensissima attività sia come scultore (ritratti, monumenti funebri e fontane) sia come architetto (colonnato di San Pietro, progetto della sistemazione urbanistica di piazza Navona, completamento di palazzo Barberini, chiesa di Sant'Andrea al Quirinale ecc.). Borromini, invece, rispetto al classicismo solenne del Bernini, espresse un gusto barocco di più alta drammaticità, come testimoniano le chiese di San Carlo alle Quattro Fontane e di Sant'Ivo alla Sapienza, l'elegante oratorio dei Filippini e la chiesa di Sant'Agnese in Agone, dal fastoso interno. Dal Borromini derivò una corrente di gusto che ebbe larga diffusione nel Settecento. Fra gli altri architetti del sec. XVII vanno ricordati Carlo Rainaldi, autore fra l'altro di adattamenti dell'interno di Santa Maria Maggiore, delle chiese di piazza del Popolo e di Santa Maria in Campitelli; Carlo Fontana, autore di Santa Maria dei Miracoli e della facciata di San Marcello al Corso; Andrea Pozzo. Sotto il profilo pittorico, l'attività romana del Caravaggio e di Annibale Carracci, dai quali derivò gran parte della pittura del sec. XVII, conferì alla città grande prestigio e richiamò numerosi artisti, da Rubens a Velázquez, a Poussin.

Arte: dal Settecento al periodo fascista

Il Settecento romano, meno ricco di opere dei due secoli precedenti, si ispirò, pur con qualche variante, alla tradizione berniniana e borrominiana. Numerosi furono i rifacimenti e le trasformazioni di chiese antiche, come quelli già citati di San Giovanni in Laterano e Santa Maria Maggiore. Nell'architettura civile, caratterizzata spesso da una piacevole misura (piazzetta di Sant'Ignazio del Raguzzini), vanno ricordati il palazzo Doria al Corso, dall'elegante facciata, e l'armonico palazzo della Consulta, di F. Fuga. Fra gli edifici religiosi meritano citazione la ricca facciata di Santa Maria Maddalena, opera di G. Sardi, la facciata di San Giovanni dei Fiorentini, del Galilei, e la chiesa e l'ospedale di San Gallicano, del Raguzzini. Le due più celebri realizzazioni della prima metà del secolo furono tuttavia la scalinata di Trinità dei Monti (1721-25), opera di A. Specchi e F. De Santis, e la Fontana di Trevi, realizzata su progetto di N. Salvi. Intorno al 1760 si affermò il gusto neoclassico, che proprio nella Roma antica cercava l'ispirazione per un nuovo modulo artistico. Già preannunciato, in parte, dalla Villa Albani di C. Marchionni, il neoclassicismo ebbe la sua prima grande manifestazione nella chiesa e nella piazza dei Cavalieri di Malta, di G. B. Piranesi. Tuttavia poche furono le manifestazioni architettoniche di rilievo nell'ultimo periodo del Settecento e nella prima metà del sec. XIX, se si eccettua la geniale sistemazione di piazza del Popolo, del Valadier, e la già citata ricostruzione della basilica di San Paolo. Le vicende politiche del declinante potere pontificio pesarono senza dubbio gravemente sul clima, culturalmente chiuso, della Roma del tempo. La situazione mutò dopo il 1870, in coincidenza con la grande espansione urbana. Fra i molti edifici pubblici sorti fra il 1870 e il 1915, alcuni sono ben rappresentativi della situazione culturale e sociale dell'Italia umbertina e giolittiana, dai solenni palazzi di piazza Esedra, di G. Koch, alle varie opere di P. Piacentini, al monumentale, decoratissimo Palazzo di Giustizia, di G. Calderini, fino al celebre monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano), enorme scenografia retorica costruita fra il 1885 e il 1911 su progetto di G. Sacconi. Numerose nel periodo fascista le realizzazioni di “arte ufficiale”, come la Città Universitaria (1932-35), gli edifici monumentali dell'EUR (1938-42), il Foro Italico (1932-36), complessi nei quali, a fianco a realizzazioni di architettura razionale (di Michelucci, P. Aschieri, Pagano), stanno i pesanti palazzi “littori” di M. Piacentini, massimo esponente dell'architettura ufficiale dell'epoca. Fra le più notevoli realizzazioni del dopoguerra sono la stazione Termini (di E. Montuori, A. Vitellozzi e altri), l'edificio della Rinascente di F. Albini, lo Stadio Flaminio e il Palazzo dello Sport di P. Nervi e M. Piacentini.

Arte: musei

La città di Roma ospita numerose raccolte d'arte, alcune delle quali di grandissima importanza. Fra i musei archeologici, sono da segnalare i Musei Capitolini, nati da una donazione di papa Sisto IV nel 1471, i quali costituiscono anche la prima raccolta d'arte pubblica del mondo moderno. Nella sistemazione attuale il Museo Capitolino propriamente detto comprende in prevalenza opere di scultura, sia copie di statue greche, sia originali di età imperiale. I due pezzi più famosi sono il Galata morente, replica da un originale di arte pergamena del sec. III a. C., e la Venere Capitolina, sul tipo della celebre Afrodite di Cnido, cui si aggiungono molte altre importanti opere ellenistiche (Amore e Psiche, Fanciullo con l’oca, Vecchia ebbra). Degne di menzione sono anche le diverse copie di opere del sec. V a. C. (Diadumeno di Policleto, Amazzone ferita attribuita a Cresila) e di capolavori diPrassitele (Satiro in riposo, Apollo Liceo) e di Scopa (Pothos, restaurato come Apollo con la cetra). Ricchissima è la serie di ritratti di poeti e filosofi greci e di imperatori romani. Tra le molte altre opere romane il Sarcofago di Vigna Amendola (con battaglia tra Romani e Sarmati) e quello colossale detto di Alessandro Severo del sec. III. Dei Musei Capitolini fanno parte anche le raccolte del palazzo dei Conservatori, comprendenti il Museo Nuovo Capitolino e il cosiddetto Braccio Nuovo, con le opere di più recente scoperta. Con una recente ristrutturazione è stato creato un percorso molto articolato, riorganizzati alcuni settori e acquisiti nuovi spazi espositivi. Vi si conservano celebri pezzi come la Lupa capitolina (bronzo del sec. V a. C.), una stele funeraria ionica (sec. V a. C.), il ritratto detto di Bruto (sec. III a. C.), la Venere dell’Esquilino (sec. I), importanti rilievi storici del sec. II e molte altre opere di scultura antica; inoltre il Cratere di Aristonothos, rara opera di ceramica del sec. VII a. C., e i Fasti Capitolini, elenco dei magistrati romani dell'età repubblicana, di eccezionale interesse storico. Il museo comprende anche sculture medievali e moderne, di Arnolfo di Cambio, del Bernini, dell'Algardi ecc. Nel palazzo dei Conservatori ha sede inoltre la Pinacoteca Capitolina, fondata alla metà del sec. XVIII da Benedetto XIV. Ospita importanti opere di artisti italiani e stranieri dal XIV al XVIII sec., tra i quali Tiziano (Battesimo di Cristo), Veronese (Fortezza e Temperanza), Caravaggio (Buona Ventura e San Giovanni Battista), Rubens (Romolo e Remo), Van Dyck (Ritratto dei faratelli de Wael), Guido Reni (Anima Beata, Fanciulla con corona), Guercino (Santa Petronilla), Pietro da Cortona (Ratto delle Sabine). Ricchissima è anche la raccolta del Museo Nazionale Romano, una tra le più importanti collezioni museali d'arte antica del mondo. Fino a pochi anni fa il museo era allestito in una parte degli ambienti superstiti delle Terme di Diocleziano, nei pressi della Stazione Termini. Nel 1981, grazie ai fondi della legge speciale per la tutela del patrimonio archeologico romano, venne avviato il progetto di risistemazione del complesso, destinato a essere distribuito in tre sedi: oltre alle Terme di Diocleziano, il museo avrebbe infatti acquisito il palazzo Altemps (nei pressi di Piazza Navona) e il palazzo Massimo alle Terme (già sede del collegio Massimiliano Massimo). Più di recente il progetto è stato ulteriormente ampliato e nella sua formulazione finale prevede la suddivisione del complesso in ben cinque sedi: oltre a quelle già citate si sono infatti aggiunte la Cripta di Balbo (nei pressi di Largo di Torre Argentina) e il complesso di Santa Croce in Gerusalemme. Sono stati ultimati gli allestimenti dell'Aula Ottagona (che, seppur isolato dal nucleo principale, è uno degli ambienti delle Terme di Diocleziano), di palazzo Altemps e di parte del palazzo Massimo alle Terme. Questi ultimi due poli sono stati inaugurati rispettivamente nel dicembre 1997 e nel giugno 1998. Questa radicale ristrutturazione ha naturalmente comportato una nuova distribuzione delle opere in dotazione al museo. L'Aula Ottagona ospita la collezione di opere provenienti da complessi termali romani, tra cui la statua di Principe ellenistico e la statua di Pugile, due rari esempi di scultura in bronzo, rispettivamente del sec. II e I a. C. Da qui si scende nell'area archeologica sottostante dove si vedono resti di fabbricati più antichi abbattuti per far spazio alle terme e parzialmente riutilizzati come fondazioni dell'edificio termale. A palazzo Altemps si è voluto collocare il dipartimento di storia del collezionismo del Museo Nazionale Romano, e nell'edificio sono confluite la collezione Boncompagni-Ludovisi, la collezione egizia e ciò che resta della collezione Altemps, oltre a elementi provenienti da altre proprietà: Brancaccio, Jandolo, Veneziani, Drago e Mattei. La collezione Boncompagni-Ludovisi è il nucleo senza dubbio più importante e si tratta della raccolta che ornava in origine gli ambienti interni, il parco e lo splendido giardino della villa Ludovisi sul colle Quirinale. Era molto famosa e apprezzata e attirò sempre visitatori e artisti. Le sculture vennero restaurate e integrate nelle parti mancanti dai più grandi artisti dell'epoca, come Gian Lorenzo Bernini, Alessandro Algardi e Ippolito Buzzi. La villa fu distrutta alla fine del secolo scorso per la costruzione del quartiere Ludovisi. Dagli scavi proviene il “trono, celebre marmo del V sec. a. C. Palazzo Massimo alle Terme ospita le Sezioni di Arte Antica e di Numismatica e Oreficeria del Museo Nazionale Romano, in precedenza allestite nel complesso monumentale delle Terme di Diocleziano. Vi hanno dunque trovato sede, fra gli altri, gli eccezionali dipinti murali della sala del “giardino” della villa di Livia a Prima Porta e le pitture e gli stucchi della casa della Farnesina. Altra importante raccolta archeologica è il Museo Nazionale di Villa Giulia, dedicato alla civiltà etrusca e italica. Le opere più importanti sono l'Apollo di Veio, opera di Vulca, del sec. VI a. C., il sarcofago fittile da Cerveteri detto “degli sposi”, la cosiddetta cista Ficoroni, firmata da Novio Plauzio, e la celebre olpe Chigi, uno dei più notevoli vasi protocorinzi conosciuti (sec. VII a. C.). Assai importanti sono le collezioni Castellani e Barberini, comprendenti fra l'altro una biga da Tuscania, un trono in lamina di rame da Palestrina, specchi e altri oggetti metallici, nonché la ricchissima raccolta di ceramiche figurate greche ed etrusche. Degni di menzione anche i resti del tempio di Mercurio che sorgeva a Falerii Veteres e quelli del tempio di Diana di Nemi, e inoltre ricche collezioni di vasi, corredi funebri, gioielli, armi ecc. È da ricordare poi il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” all'EUR. Il museo raccoglie materiale di tutte le più antiche civiltà fiorite in Italia (soprattutto importante è la sua sezione delle antichità del Lazio) e vanta una ricca collezione di reperti etnografici provenienti da Asia, Africa, Americhe e Oceania. Istituito nel 1875 per iniziativa appunto di Luigi Pigorini, esso intendeva documentare le culture della preistoria e fu allestito in un'ala del palazzo del Collegio Romano. In esso confluirono quindi i materiali del Museo Kircheriano (una raccolta di antichità e curiosità varie iniziata dal padre gesuita Athanasius Kircher). Nel 1962 venne avviato il trasferimento all'EUR, che fu ultimato nel 1977. Successivamente il museo è stato totalmente ristrutturato, con un progetto che ha interessato sia la collezione preistorica sia quella etnografica. Il piccolo Museo Barracco contiene scelti pezzi di arte greca oltre a sculture romane, assire ed egizie. Infine il Museo della Civiltà Romana all'EUR è una raccolta molto ampia e unica nel suo genere di plastici, calchi e altre riproduzioni di monumenti romani esistenti sia a Roma e in Italia sia in tutte le altre aree di Europa, Asia e Africa facenti parte un tempo dell'Impero romano. La Galleria Nazionale d'Arte Antica comprende dipinti dal sec. XIII al XVIII. Iniziata dal cardinale Neri Corsini (sec. XVIII), è divisa tra palazzo Barberini e palazzo Corsini. È ricca di opere sia italiane sia straniere, tra le quali un trittico del Beato Angelico, l'Enrico VIII di H. Holbein, la Fornarina di Raffaello, Cristo e l’adultera di Tintoretto, Venere e Adone di Tiziano, Madonna col Bambino di Murillo; inoltre tele di G. B. Caracciolo, S. Rosa, il Baciccia, Tiepolo, Rombouts, Vouet ecc. La Galleria Nazionale d'Arte Moderna, che ha sede nel monumentale edificio di Valle Giulia, è la più completa raccolta d'arte italiana da Canova fino alle più moderne manifestazioni artistiche. Possono citarsi in particolare opere di Hayez (I Vespri siciliani), G. Fattori (Ritratto della prima moglie), S. Lega (La visita), T. Signorini, G. Toma, G. De Nittis, G. Segantini (Alla stanga), M. Rosso, C. Carrà, G. Morandi, G. De Chirico, R. Guttuso, G. Capogrossi; notevoli le sculture di A. Martini, M. Marini e G. Manzù (Il cardinale). Vanno poi ricordate le raccolte d'arte derivate da collezioni patrizie, fra cui di massimo rilievo la Galleria Borghese, che ospita soprattutto importanti opere di pittura, ma anche sculture classiche, barocche e neoclassiche. Molto importante anche la Galleria Doria-Pamphili, ricca di dipinti dei sec. XVI-XVII, tra cui significative tele di Caravaggio, A. Carracci, L. Lotto, C. Lorrain, S. Pulzone, H. Memling, Tiziano, Tintoretto e altri, e numerosi arazzi di Bruxelles del sec. XVI. La Galleria Colonna raccoglie significative opere del Veronese, Moretto, Melozzo da Forlì ecc. Nella Galleria Spada si trovano in prevalenza opere del Seicento, da G. Reni a O. Gentileschi, da M. Cerquozzi a Rubens. Nel Museo di Palazzo Venezia, che ha conservato gli originari ambienti quattro-cinquecenteschi, si trovano mobili, arredi, sculture, dipinti (soprattutto dei sec. XIV-XV), bronzetti (notevole la collezione Barsanti), ceramiche di Meissen e di Fontainebleau, smalti, avori. Carattere storico presenta il Museo Nazionale Militare e d'Arte di Castel Sant'Angelo, di grande interesse per gli ambienti conservati (prigioni, cortili ecc.) e la notevolissima armeria. Vi si trovano anche alcuni dipinti (di L. Signorelli, di scuola veronese ecc.). Per quanto Riguarda i Musei Vaticani, comprendenti anche i Musei Lateranensi, vedi Stato della Città del Vaticano.

Istituti culturali

Roma è sede di numerosi istituti culturali e università, la più importante delle quali è La Sapienza, i cui istituti e facoltà sono riuniti per la maggior parte nella Città Universitaria (inaugurata nel 1935). La fondazione dell'università come studium generale risale alla bolla di Bonifacio VIII del 20 aprile 1303. In seguito Eugenio IV (1431-47) riorganizzò lo Studio di Roma, gli confermò i privilegi conferitigli da Bonifacio VIII e gli assegnò cospicue rendite che resero possibile l'acquisto di nuove case come sede presso Sant'Eustachio. L'inizio della costruzione del palazzo della Sapienza, che fu sede dell'università fino al 1935, risale al pontificato di Leone X (1513-21): in tale periodo lo Studio romano ebbe particolare fioritura. Il palazzo della Sapienza venne terminato sotto il pontificato di Alessandro VII (1655-67). Dopo periodi di decadenza e di ripresa, l'ateneo ebbe vita difficile nel corso del sec. XIX; in seguito il governo italiano procedette a una serie di riforme e di sovvenzioni. Nell'ultimo decennio del sec. XX sono sorte altre due importanti università, Tor Vergata e Roma III, oltre alla Libera Università Campus Bio-Medico (1994), con la facoltà di Medicina e Ingegneria Bio-Medica. Istituti di prestigio sono poi la LUISS e la LUMSA. Fra gli istituti a livello universitario vi sono l'Accademia di Belle Arti, l'Accademia Nazionale di Danza, l'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica “Silvio d'Amico”, l'Accademia Musicale di Santa Cecilia. In un ambito più vasto si annoverano: l'Accademia Nazionale dei Lincei, l'Accademia Nazionale di San Luca, l'Accademia dell'Arcadia, l'Accademia Tiberina, la Società Geografica Italiana, la Società Nazionale Dante Alighieri, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana; le università pontificie: la Gregoriana, l'Antonianum, l'Università della Santa Croce e il Pontificio Istituto Internazionale Angelicum. Fra le accademie e gli istituti di cultura pontifici vi sono: il Pontificio Istituto Biblico, il Pontificio Istituto per gli Studi Orientali, la Pontificia Accademia Ecclesiastica, la Pontificia Accademia delle Scienze ecc. Fra le accademie internazionali si possono citare: le accademie americana, tedesca, belga, britannica, di Francia, di Danimarca, di Spagna, di Romania, di Polonia, d'Ungheria ecc. Sulla sommità di monte Mario si trova l'Osservatorio Astronomico, fondato nel 1923 e inaugurato nel 1938.

Biblioteche e archivi

Oltre alla Biblioteca Vaticana, alle biblioteche delle università pontificie e quelle degli istituti stranieri (i maggiori sono l'Istituto Archeologico Germanico, la Scuola Francese, il Max Planck Institut, l'Istituto Storico Germanico, l'Accademia Americana, l'Accademia Belga), le più importanti biblioteche di Roma sono la Nazionale Centrale “Vittorio Emanuele II”, la biblioteca dell'Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana, l'Angelica, la Casanatense, l'universitaria Alessandrina, la Vallicelliana, la Medica Statale, distaccata dalla Lancisiana, la Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, distaccata dalla Nazionale, la Biblioteca di Archeologia e Storia dell'Arte, la Biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia, tutte biblioteche pubbliche statali. Tra le altre sono da ricordare la Biblioteca della Camera dei Deputati, quella della rivista La civiltà cattolica, quella del Consiglio Nazionale delle Ricerche e quella della Società Geografica Italiana. L'Archivio di Stato di Roma fu istituito nel 1871 e raccolse tutti i documenti dello Stato Pontificio che al momento dell'occupazione della città non erano conservati in Vaticano; vi si aggiunsero poi i fondi archivistici di enti e privati del territorio di competenza. I fondi di maggiore rilevanza storica sono l'Archivio Notarile (atti dal sec. XV) e numerosi archivi familiari. L'Archivio Centrale dello Stato, istituito nel 1875, raccoglie invece solo gli atti degli organi centrali dello Stato (come i ministeri) oltre ai fondi liberamente versati, tra i quali sono di fondamentale importanza per la storia dell'Italia contemporanea le raccolte di carteggi di uomini politici. Per l'Archivio Vaticano, vedi Stato della Città del Vaticano.

Spettacolo

Con la fine dell'Impero e con la trasformazione della città in capitale della cristianità cessarono le forme superstiti del teatro latino, le maggiori delle quali (mimo, pantomimo e spettacoli circensi), licenziose o sanguinarie, furono rigorosamente vietate dalla nuova religione. Anche a Roma, come in quasi tutto l'Occidente cristiano, il teatro rinacque in chiesa con le varie forme di dramma liturgico o con i canti delle laudi in occasione di feste religiose. Più avanti, tra il sec. XIII e il XIV, si ebbero rappresentazioni sacre in dialetto presentate al Colosseo e altrove da un'Arciconfraternita del Gonfalone formata da religiosi e laici a fini soprattutto di beneficenza, cui si affiancarono, sempre nella stessa epoca, naumachie in piazza Navona, giochi militari e spettacoli a grande effetto, con ausilio di macchine mirabolanti, per occasioni di particolare solennità. Alla fine del Quattrocento risalgono i primi esempi di teatro umanista, con la riproposta, generalmente in case private, dei testi di Plauto e Terenzio, cui seguirono le commedie erudite in lingua, mentre si susseguivano con una certa regolarità le rappresentazioni basate sulla macchinosità degli apparati che trovarono nelle fastose corti dei pontefici rinascimentali una sede estremamente adatta. Questo tipo di teatro, di carattere precipuamente visivo, continuò a prevalere nell'età della Controriforma, anche perché un decreto di Sisto V, che vietava alle donne di comparire sulle scene, tenne lontane da Roma le più prestigiose compagnie di comici dell'Arte. Il Seicento fu tuttavia un secolo d'intensa attività teatrale: nei collegi dei gesuiti si sviluppò una copiosa anche se mediocre drammaturgia originale e fiorì, accanto all'oratorio, il dramma sacro; nelle chiese le solennità religiose divennero occasioni di portentosi e suggestivi spettacoli; nei palazzi signorili e nelle case degli artisti (ma anche in teatri privati, come il Barberini, il Colonna, il Pamphili, ecc.) gruppi d'amatori, Bernini compreso, allestirono con dovizia di mezzi melodrammi importanti nella storia del teatro in musica, del quale Roma, con autori come V. e D. Mazzocchi, L. Rossi, S. Landi, M. Cesti, A. Stradella e A. Scarlatti, fu per tutto il sec. XVII uno dei maggiori centri europei. Tuttavia, solo nel 1671 si aprì, soprattutto per l'intervento di Cristina di Svezia, il primo teatro pubblico, il Tor di Nona, edificato alle origini in legno e più volte ricostruito anche in miniatura, che fu demolito dopo oltre due secoli, nel 1889, quando da quasi cent'anni era stato ribattezzato Teatro Apollo. Vi si svolse la parabola del melodramma, vi si esibirono compagnie di prosa e di balletto, vi si rappresentarono in prima assoluta Il Trovatore e Il ballo in maschera. Nel 1692 si aprì al pubblico anche il Capranica, che esisteva già da alcuni lustri come teatro privato e che sopravvisse sino al 1881: fu soprattutto la sala dell'opera buffa e della riforma goldoniana. A questi due teatri s'affiancarono nel 1717 l'Alibert, ribattezzato pochi anni dopo Teatro delle Dame, sede principale del nuovo melodramma di Zeno e di P. Metastasio; e nel 1726 il Valle, sorto in un palazzo della famiglia Capranica e tuttora in attività. Era in origine un teatrino di legno, ricostruito in muratura da Valadier all'inizio del secolo e destinato ad acquistare particolare importanza soprattutto come teatro di prosa: fu qui che E. Novelli tentò nel 1900 l'esperimento della Casa di Goldoni, embrione di teatro stabile, e che si susseguirono nei decenni altre iniziative prestigiose come, intorno al 1950, il Teatro d'Arte italiano di V. Gassman e L. Squarzina e il Teatro Nazionale diretto da G. Salvini. Tuttora in attività, e sede attuale del Teatro di Roma dopo i lavori d'adattamento del 1971, è anche l'Argentina, inaugurato nel 1732 su disegno di Girolamo Theodoli e sino alla fine dell'Ottocento il più prestigioso teatro d'opera cittadino, che ospitò, tra l'altro, la burrascosa prima de Il barbiere di Siviglia (1816). All'inizio del secolo successivo (1905-16) fu sede della Stabile Romana, il più importante esperimento di compagnia permanente compiuto sino allora nell'Italia unita; in seguito ospitò soprattutto spettacoli di prosa e dal 1945 divenne la sede dell'Accademia di Santa Cecilia. Per le opere liriche c'era dal 1880 il Costanzi, dove nel 1890 ebbe luogo il battesimo trionfale con la Cavalleria rusticana di P. Mascagni, ribattezzato nel 1928 Teatro dell'Opera e attualmente organizzato come ente autonomo, che dispone anche di una prestigiosa compagnia di balletto. Il panorama dei teatri più noti è completato dal Quirino, nato nel 1871 come teatro popolare in legno e rifatto in muratura nel 1914, che ospita le maggiori compagnie di prosa insieme con il Valle, l'Argentina e l'Eliseo, sorto quest'ultimo nel 1900 e rifatto nel 1938. Ma l'elenco delle sale importanti non finisce qui: si devono almeno ricordare l'Odescalchi, sede del Teatro dei Piccoli di Podrecca e nel 1925 dell'effimero Teatro d'Arte di Pirandello; il Rossini e il Manzoni, dedicati soprattutto al repertorio dialettale; il Teatro degli Indipendenti, aperto nel 1922 da A. G. Bragaglia come teatro sperimentale permanente; il Teatro delle Arti, che lo stesso Bragaglia diresse dal 1937 al 1943 con una compagnia semistabile e che continua a ospitare spettacoli di prosa; il Salone Margherita, celeberrimo caffè-concerto; il Duse, legato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica, dove nel 1948 nacque, diretto da O. Costa, un Piccolo Teatro della Città di Roma rimasto in attività sino al 1954 e sostituito solo nel 1965 da un teatro stabile vero e proprio. Gli anni del secondo dopoguerra hanno definitivamente consolidato la posizione di Roma come capitale anche teatrale del Paese. Qui sono sorte molte delle compagnie di maggiore prestigio (basti citare quelle dirette da L. Visconti); da qui è partito l'affascinante esperimento del Teatro Popolare italiano diretto da Gassman; qui infine è nato e si è sviluppato, a iniziare dagli anni Sessanta del Novecento, un nuovo movimento per il rinnovamento del linguaggio teatrale che ha trovato in minuscole salette sparse in vari quartieri le sue sedi e in personaggi come C. Bene, M. Ricci, G. Vasilicò, G. Nanni, M. Perlini ecc. i suoi artefici di maggiore rilievo. L'attività musicale ha oggi i suoi centri, oltre che nel Teatro dell'Opera e nell'Accademia di Santa Cecilia, fondata nel 1584, nell'Accademia Filarmonica Romana (fondata nel 1821) e nell'Istituzione Universitaria dei Concerti.

Teatro dialettale

Si suole fissare la data di nascita del teatro dialettale a Roma al 1834, quando il Pulcinella Giovan Battista Trabalza, probabilmente d'origine napoletana, presentò al Teatro Pallacorda uno spettacolo “in dialetto trasteverino” dichiaratamente ispirato al notissimo poema giocoso Meo Patacca (1695) del conte Giuseppe Berneri. Ma numerosi sono naturalmente gli antecedenti: parlavano in romanesco personaggi di bassa condizione sociale in certe sacre rappresentazioni (sin dal sec. XIII) e in alcune commedie del Rinascimento; si scrivevano in romanesco brevi farse che nel Settecento fungevano da intermezzi tra un atto e l'altro dei melodrammi. C'era inoltre tutta una serie di maschere, da Rugantino a Cassandrino, da don Pasquale alla coppia Meo Patacca-Marco Pepe (presente sui palcoscenici assai prima dell'iniziativa di Trabalza), inserite in copioni in lingua e presenti nella vita della città e nelle feste popolari. C'erano i cantastorie e c'erano i burattinai (Filippo Acciaiuoli, Filippo Teoli e, più famoso di tutti, Gaetano Santangelo, detto Ghetanaccio). Ma Trabalza fu il primo a presentare spettacoli interamente in dialetto fissando un modello destinato a gran fortuna per quasi mezzo secolo. A Trabalza seguirono Filippo Tacconi, detto il gobbo Taccone, Pippo Tamburri e altri, ma il repertorio mutò poco: si sceneggiarono episodi del poema di Berneri o si composero farsette con musiche e cauti riferimenti all'attualità. A Meo Patacca e a Marco Pepe s'affiancò presto Pippetto, “ragazzo di poco spirito”, che figurò tra i personaggi de L’ajo nell’imbarazzo di Giraud e divenne, grazie all'attore Oreste Raffaelli, protagonista di numerose operette. Per tutto l'Ottocento i tentativi di un teatro diverso furono pochissimi: si possono citare un paio di adattamenti da Goldoni di Luigi Rondanini, un testo Evviva la migragna (1887), di Giggi Zanazzo, mentre tra le commedie con musica fece spicco Il marchese del Grillo (1889) di Berardi e Mascetti. La prima reazione importante fu un'iniziativa di Giacinta Pezzana, torinese di nascita e già gloriosa attrice in lingua, che nel 1908 formò una compagnia cercando copioni “con intendimenti morali ed educativi”. Suo primattore fu Gastone Monaldi che nel 1912 si mise in proprio e ottenne notevoli successi con truculenti drammi d'appendice, di cui era anche autore, ambientati nel mondo della malavita e imperniati su travolgenti passioni amorose e sulla difesa dell'onore (Er più de Trastevere, Nino er boja ecc.). Ma Monaldi rappresentò occasionalmente anche testi di natura diversa. Allestì, infatti, la garbata Commedia de Rugantino (1918) di Augusto Jandolo, autore anche di un Ghetanaccio (1925), interpretato da Ettore Petrolini.. È questi il massimo attore espresso dal teatro dialettale di Roma, anche se difficilmente inseribile nella storia della scena romanesca (“Io sono romano” diceva, “non romanesco”). Non ebbe predecessori né successori e il suo teatro (le “macchiette” soprattutto, ma anche copioni “regolari” come Chicchignola, Nerone, Benedetto fra le donne), un livido e beffardo jeu de massacre che ha come bersagli i miti e i personaggi dell'epoca, è nettamente superiore al consueto teatro dialettale. Il teatro romanesco prosegue con la compagnia di Checco Durante, attore gradevole e bonario che ebbe una certa fortuna anche fuori dalla capitale in un repertorio di commedie senza ambizioni che rispecchiavano i gusti e la mentalità della piccola borghesia. I suoi successori, da Aldo Fabrizi ad Alberto Sordi, hanno dedicato al teatro solo una parte esigua della loro attività. Ma si deve a essi e ad altri interpreti, da Anna Magnani a Nino Manfredi, da Enrico Montesano a Gigi Proietti, il merito di aver mantenuto viva la verve romanesca, anche attraverso una fortunata attività cinematografica.

Economia

L'economia della città è basata sul terziario e gravita sulle funzioni burocratiche e amministrative, su quelle bancarie e assicurative, nonché sul vasto mercato composto dalla popolazione cittadina e dallo straordinario flusso turistico, attratto sia dal patrimonio monumentale romano, sia dalla presenza del papa. Nelle attività terziarie è impiegato più dell'80 % degli occupati, mentre l'industria ne assorbe circa il 15%; l'agricoltura ha valori ormai quasi trascurabili, anche se il comune rappresenta il territorio agricolo più vasto d'Italia. In espansione sono i comparti dei servizi avanzati alle imprese e della ricerca scientifica e tecnologica, anche grazie alla creazione di alcuni poli di sviluppo (parco scientifico e tecnologico nell'area industriale Tiburtina, area di ricerca nel comprensorio di Tor Vergata, parco industriale e tecnologico nell'area di Castel Romano). I settori della cultura e del turismo, che coinvolgono un elevato numero di addetti, hanno beneficiato degli investimenti connessi all'evento giubilare del 2000. Ragguardevoli sono anche le produzioni audiovisive e cinematografiche (soprattutto gli stabilimenti di Cinecittà, inaugurati nel 1937, e le sedi della RAI, da quella di via Teulada al moderno centro di Saxa Rubra). L'assetto industriale dell'area romana si è andato faticosamente definendo, soprattutto dal secondo dopoguerra, in una prima fase in relazione all'intervento pubblico. In seguito, lo sviluppo industriale è avvenuto in modo disordinato, soprattutto sulle direttrici E (in modo particolare in prossimità delle vie Tiburtina, Casilina e Prenestina), S e SE (in direzione della pianura Pontina e di Pomezia, anche grazie alla Cassa per il Mezzogiorno), con propaggini anche importanti nel settore N (magazzini e depositi collegati all'Autostrada del Sole), dando vita a nuclei produttivi spontanei spesso al di fuori delle aree appositamente pianificate.

Curiosità

Tutte le domeniche è aperto il mercato di Porta Portese, tradizionale appuntamento romano. La terza settimana di luglio si tiene la Festa “de Noantri”, nel quartiere di Trastevere, per festeggiare la Madonna del Carmine. Molte sono anche le manifestazioni legate alla funzione istituzionale della città. Tra queste, primeggia la Settimana Santa, celebrata con suggestivi riti, in particolare nella basilica di San Paolo. Suggestiva è la Via Crucis, dal Colosseo al Palatino, celebrata dal papa. Particolarmente ricca è la programmazione dell'Estate Romana, dall'Invito alla lettura, al Teverexpo nella particolare cornice del Tevere, ai concerti (suggestivi gli allestimenti al Circo Massimo o presso le Terme di Caracalla e, per la musica leggera, allo Stadio Olimpico e nell'area del Foro Italico), alle rassegne cinematografiche all'aperto.La città ha dato i natali a molti illustri personaggi, tra cui il pittore Giulio Romano (ca. 1499-1546); il musicista Pietro Metastasio (1698-1782); i poeti Giuseppe Gioachino Belli (1791-1863) e Trilussa (1871-1950); gli architetti Marcello Piacentini (1881-1960) e Ludovico Quaroni (1911-1987); il fisico Enrico Fermi (1901-1954); il regista cinematografico Roberto Rossellini (1906-1977); gli scrittori Alberto Moravia (1907-1990), Carlo Cassola (1917- 1987) ed Elsa Morante (1918-1985); l'uomo politico Carlo Rosselli (1899-1937); l'attore Alberto Sordi (1920-2003); il compositore Ennio Morricone (1928); le attrici Monica Vitti (1931) e Sophia Loren (1934); il critico letterario e storico Alberto Asor Rosa (1933); lo scrittore e saggista Enzo Siciliano (1934); il direttore della fotografia Vittorio Storaro (1940); il regista Gianni Amelio (1945); il musicista, pianista e direttore d'orchestra Nicola Piovani; i cantautori Antonello Venditti (1949) e Francesco De Gregori (1951).

Bibliografia

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Media

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Collegamenti